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Rebecca. Lo sai, George, di quella lettera che ha ricevuto Jane Crofut dal suo parroco, quand’è stata ammalata? Lui le scrisse una lettera con gli auguri e tante belle cose, e sulla busta l’indirizzo era così: diceva: Jane Crofut - Fattoria Crofut - Grover’s Corner - Contea di Sutton, New Hampshire - Stati Uniti d’America… George. E cosa c’è di tanto strano? Rebecca. Aspetta, non è finita: Stati Uniti d’America - Continente dell’America Settentrionale - Emisfero occidentale - Terra - Sistema solare - Universo - Mente di Dio. Ecco, che cosa diceva sulla busta. George. Ma guarda un po’! Rebecca. E il postino gliel’ha portata lo stesso. George. Ma guarda un po’! (…) Direttore di scena. Dormono quasi tutti, a Grover’s Corner. Solo qualche luce è ancora accesa… Sì, il cielo si sta rasserenando. Le stelle, lassù, continuano il loro antico viaggio a girotondo. Gli scienziati non sanno ancora se ci siano altri esseri viventi, su quei mondi lassù. Certi dicono di no: che c’è soltanto pietre o fuoco; e che solo questo mondo qui s’affatica, s’affatica tutto il tempo, per fare qualcosa di se stesso. E la fatica è tanta che tutti quanti, ogni sedici ore, debbono mettersi giù a riposare. (Carica l’orologio). Hm… mezzanotte, a Grover’s Corner. Riposate bene anche voi. Buona notte. Thornton Wilder, La piccola città, 1938


È con molto piacere che presentiamo al pubblico il numero uno di “Promemoria”, la rivista di studi della Memoteca Pian del Bruscolo, nella quale il nostro territorio si racconta attraverso tradizioni, storia e vicende quotidiane. Uno spaccato di vita che offre interessanti spunti di riflessione sull’area compresa nei confini dei cinque Comuni dell’Unione Pian del Bruscolo (Colbordolo, Monteciccardo, Montelabbate, Sant’Angelo in Lizzola e Tavullia), specie per quanto riguarda il periodo tra la fine dell’Ottocento e la II guerra mondiale. Anche in questa seconda uscita “Promemoria” presenta ricerche inedite e approfondimenti che, ne siamo sicuri, non mancheranno di suscitare interesse, come è già avvenuto per il numero zero. Materiali che arricchiscono il percorso della Memoteca Pian del Bruscolo, un progetto che si inserisce in un piano più ampio di promozione del nostro territorio, e che rappresenta un po’ il fiore all’occhiello dell’attività culturale dell’Unione. La Memoteca ha infatti, nei suoi cinque anni di attività, riscosso significativi apprezzamenti anche a livello nazionale, collocandosi a pieno titolo tra le realtà che si occupano di conservazione e valorizzazione delle memorie locali. Testimonianze e immagini che, come è ormai noto, provengono per lo più da album di famiglia: caratteristica fondamentale di questa pubblicazione, così come dell’intero progetto Memoteca, è infatti la volontà di rendere protagonista la gente comune, le persone che hanno costruito il territorio che ci troviamo ad amministrare e nel quale viviamo. Ancora una volta, dunque, ringraziamo Banca dell’Adriatico, per il sostegno che con entusiasmo continua ad accordare alle nostre attività, e i dipendenti dei Comuni e dell’Unione Pian del Bruscolo, i quali hanno contribuito al progetto Memoteca, specie nelle sue fasi iniziali. Ringraziamo anche Cristina Ortolani, ideatrice e curatrice della Memoteca e di “Promemoria”, i collaboratori della rivista e tutti coloro che hanno fornito immagini e ricordi. Infine, desideriamo sin d’ora porgere a tutti i nostri più cordiali auguri per le festività natalizie e per il nuovo anno. Federico Goffi

Assessore alla Cultura e alla Promozione del Territorio Unione dei Comuni Pian del Bruscolo

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Claudio Formica

Presidente Unione dei Comuni Pian del Bruscolo

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Prosegue il cammino di “Promemoria”, rivista della Memoteca Pian del Bruscolo nata per raccontare i ricordi di un territorio nel quale Banca dell’Adriatico opera da molti anni. Come il numero zero, presentato nello scorso mese di Maggio, anche questo primo numero contiene articoli dedicati al territorio dei Comuni di Colbordolo, Monteciccardo, Montelabbate, Sant’Angelo in Lizzola e Tavullia, spingendosi “oltreconfine” per ritrovare personaggi e temi cari alla memoria dei pesaresi ma che con Pian del Bruscolo hanno legami e affinità. Banca dell’Adriatico, che dell’Unione dei Comuni Pian del Bruscolo è tesoriere sin dalla costituzione, sostiene la Memoteca e le sue iniziative, nella convinzione che compito di una banca del territorio come la nostra sia anche quello di appoggiare le attività sociali e culturali, insieme con il dialogo costante con i cittadini e le imprese, per valorizzare le specificità locali, all’interno di un più vasto orizzonte. Se la presenza capillare sul territorio di riferimento, costantemente rafforzata attraverso le numerose filiali va infatti incontro alle esigenze delle famiglie, grazie alla Capogruppo Intesa Sanpaolo Banca dell’Adriatico è in grado di agevolare l’ingresso delle aziende in tutti i mercati mondiali, compreso quello cinese, dove Intesa Sanpaolo ha una presenza storica e consolidata, con sedi operative a Shanghai e Hong Kong che si aggiungono all’ufficio di rappresentanza a Pechino. Ciò rappresenta un’ulteriore possibilità di crescita per un territorio che, pur nella complessa situazione attuale, ha forti potenzialità di sviluppo, con l’intraprendenza degli attori del suo tessuto economico, fatto di industrie ma soprattutto di artigiani e piccoli imprenditori ai quali Banca dell’Adriatico offre servizi e prodotti efficaci, pensati per affrontare le sfide di un mercato in continua evoluzione. Anche stavolta rinnoviamo agli amministratori dell’Unione dei Comuni Pian del Bruscolo e ai curatori della rivista il nostro apprezzamento per il lavoro svolto e, in prossimità delle feste di fine anno, cogliamo l’occasione per rivolgere a tutti il nostro più sincero augurio di un felice Natale e di un sereno anno nuovo. Roberto Troiani

Direttore Generale Banca dell’Adriatico

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Se la faccia è il luogo in cui ha inizio l’etica della società, che cosa accade alla società quando la faccia che invecchia è modificata chirurgicamente e repressa dalla cosmesi e il suo carattere accumulato è falsificato? Quale danno etico si produce quando le facce invecchiate hanno scarsa visibilità? O quando esposte alla pubblica vista sono solo le facce depilate, truccate e rese telegeniche per garantire un prodotto? Oppure quelle non ritoccate che appaiono abbastanza miserande da commuoverci un po’? James Hillman, 2007 Dov’è oggi questa “memoria”? La perdita di questa “memoria morale” - orribile parola! - non è forse il motivo dello sfaldarsi di tutti i vincoli, dell’amore, del matrimonio, dell’amicizia, della fedeltà? (...) Chi non è disposto a portare la responsabilità di un passato e a dare forma a un futuro, costui è uno “smemorato”, e io non so come si possa colpire, far riflettere una persona simile. Poiché qualsiasi parola, anche se al momento è capace di fare impressione, viene poi inghiottita dalla smemoratezza. Dietrich Bonhoeffer, 1944

Perdere la faccia. Certo il rischio è dietro l’angolo. O forse, in questi nostri tempi tristi (la definizione, nota quanto pregnante, è di Ilvo Diamanti), la faccia l’abbiamo già perduta da un pezzo, tra il timore di affacciarci (fuori dal virtuale, oltre il narcisismo e la paura) e l’assedio di facce toste, da schiaffi, sempre più di bronzo, che sistematicamente irridono l’idea di trovarsi facciaa-faccia, inchiodati dal monito di Dorian Gray. Eppure, senza andare troppo lontano, c’è ancora qualcuno capace di pensare che valga la pena di mettercela, e così com’è, la propria faccia: è questa la riflessione che percorre le pagine del numero uno di “Promemoria”, costellate di volti, sguardi, ombre, anche. In loro, di nuovo, una fitta tessitura di storie (pardon, microstorie), oggetti, luoghi, che la pazienza del tempo restituisce in un disegno senza infingimenti. Solido come un numero scritto col lapis sul libro dei conti, sottile come il graffio inchiostrato di un’incisione o come il ricamo delle rughe, questo disegno molto ha a che fare con quella memoria morale di cui parlava Dietrich Bonhoeffer nel 1944 e, ascoltato con attenzione, indica che portare la responsabilità di un passato è ancora possibile, per non farci inghiottire dalla smemoratezza. Qui, nella piccola città di Pian del Bruscolo, ci sentiamo in buona compagnia a sapere che anche un bluesman quale Zucchero Sugar Fornaciari impasta nel suo ultimo lavoro il suono della domenica, la tovaglia buona, le campane della messa e il dialetto dei suoi vecchi con le voci di Guccini, Bono e Iggy Pop: anche questo è un antidoto, e potente, alla smemoratezza. Di nuovo, grazie a tutti coloro i quali hanno contribuito a realizzare la Memoteca e “Promemoria”, dai collaboratori della rivista agli amministratori, al personale dell’Unione dei Comuni Pian del Bruscolo e dei Comuni a essa aderenti. Un grazie speciale a chi sostiene il progetto, dimostrando ogni volta partecipazione sincera e, naturalmente, ai testimoni, con tutta la loro quotidiana umanità, alla quale ricorriamo per scansare gli inganni dell’abuso di memoria, stigmatizzato anche di recente da Tzvetan Todorov. Ah, dimenticavo. Quando ci ritroveremo su queste pagine sarà il 2011. Buon Natale, Pian del Bruscolo-Grover’s Corner, e Buon Anno Nuovo. Cristina Ortolani

concept+image Memoteca Pian del Bruscolo

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Alessandro Gallucci (Pesaro, 1897 - 1980). Ritratto di contadinella rossa, 1950 (olio su tela, cm 50 x 60; ph. Paolo Semprucci)

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la copertina

Dopo il mosaico di volti e luoghi della copertina del numero zero, “Promemoria” si rivolge al lettore con lo sguardo attento di una bambina vestita a festa: la passamaneria sul corpetto, le boccole alle orecchie, un nastro a trattenere i capelli. È tessuta nei colori dell’autunno, la contadinella rossa di Alessandro Gallucci, e chissà quante delle nostre ‘testimoni’ si riconosceranno in quella posa paziente, quanti rivedranno nell’attitudine giudiziosa davanti al pittore la timidezza delle compagne d’infanzia. La tela di Alessandro Gallucci, datata 1950, proviene dalla collezione di Elio Giuliani (raffinata e molto meditata, dice Antonio Faeti), una collezione nella quale ogni quadro, ogni oggetto, è figura di un preciso momento della storia di Pesaro e della sua provincia. Ampio spazio è dedicato nella raccolta di Giuliani ai ritratti, quasi a rileggere sui volti i segni e il racconto della storia già tracciato nei luoghi. E, come sempre accade, lo snodo volti-luoghi parla in realtà del collezionista, della sua vita, delle sue storie accanto a quelle degli artisti.

Il volto ci appare come quel luogo unico in cui si trasgredisce incessantemente la distinzione tra materia e spirito, tra anima e corpo, tra forma e contenuto. Il volto è l’espressione di un’identità umana all’incrocio tra il visibile e l’invisibile. Bruno Chenu, 1996

Grazie davvero a Elio Giuliani, persona di gentilezza rara, per aver offerto a “Promemoria” la possibilità di aprire questo numero uno con un quadro così bello e significativo.

ALESSANDRO GALLUCCI (Pesaro, 1897 - 1980)

Ritratto di contadinella rossa, 1950 (olio su tela, cm 50 x 60)

Allievo delle Accademie di Roma e Venezia, fu licenziato nel corso di pittura del 1925. Ha preso parte dal ’27 alle varie mostre sindacali regionali e nazionali, alle Biennali veneziane (dal ’26 al ’48), alle Quadriennali romane, ottenendo riconoscimenti anche fuori d’Italia. È stato un protagonista della cultura figurativa pesarese, e ha attivato nel dopoguerra la “Brigata amici dell’arte”, rappresentando una delle figure centrali della vita artistica e culturale, come testimoniava la grande retrospettiva tenuta a Pesaro nel 1986, a cura di S. Cuppini. F. Martelli,V. Morpurgo e G. Calegari. I suoi numerosi ritratti degli anni Cinquanta dimostrano una felice meditazione sulle esperienze della Scuola ro-

mana, come questa Contadinella rossa conferma, anche nei toni caldi che si rincorrono e in quel rosso esclusivo di Gallucci che si consolida tra le mani della bambina. (Quei rossi… quella casa davanti al Duomo… ricordava Francesco Arcangeli del pittore pesarese verso il ’67-’68…). Grazia Calegari Da Figure del Novecento a Pesaro e provincia - la collezione di Elio Giuliani, catalogo della mostra, Pesaro, Centro arti visive Pescheria, 1 Dicembre 2007 - 13 Gennaio 2008; edizioni Centro arti visive Pescheria, Novembre 2007 (la citazione di Antonio Faeti riportata sopra è tratta dallo scritto L’identità e la memoria, contenuto nello stesso catalogo).

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Sommario > Il Testimone. Nazzareno Guidi. Montecchio - Sant’Angelo in Lizzola CONVERSAZIONE DI CRISTINA ORTOLANI pagina 10

> DiSegnare il Territorio. 2 Pian del Bruscolo e il catasto dell’Italia unita. Con le mappe di Tavullia DI ANTONELLO DE BERARDINIS - DIRETTORE DELL’ARCHIVIO DI STATO DI PESARO > Esercitazioni Agrarie. 2 Accademia Agraria 1828 - 1924. Un secolo di istruzione teorico-pratica DI FRANCA GAMBINI - ACCADEMICO ORDINARIO ACCADEMIA AGRARIA DI PESARO

pagina 17

pagina 21 > Luoghi della memoria 1944. Il mio sipario blu. Annibale Ninchi a Monte Santa Maria A CURA DI CRISTINA ORTOLANI pagina 26 > Storie di Palazzo. 2 Montelabbate DI SIMONETTA BASTIANELLI pagina 33

> Voci Maria Teresa Badioli. La zitella curiosa DI CRISTINA ORTOLANI pagina 38 > Album di Famiglia Musica, maestro. Concerti & Musicanti A CURA DI CRISTINA ORTOLANI

pagina 44 > Storie di guerra La paura non si racconta DI GIANLUCA ROSSINI - ISTITUTO DI STORIA CONTEMPORANEA DI PESARO E URBINO pagina 49 > Avvenne ieri Tomba, Montelevecchie. S.O.M.S., 1910 - 1926 A CURA DI CRISTINA ORTOLANI pagina 55 > Centolire 1912. Talacchio - Chicago. Mio padre, l’Americano RICORDI DI MARY ANN ARDUINI MULAZZANI pagina 58 > Vicini a voi Montelabbate, 1961 pagina 62 > Oltreconfine Americo Bertúccioli, le Professeur DI CRISTINA ORTOLANI pagina 66

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Centocinquanta! Pian del Bruscolo e l’Italia unita. Come è noto, il 17 Marzo 2011 si celebreranno i centocinquant’anni dell’Unità d’Italia. In vista di un più articolato progetto, previsto dalla Memoteca per la prossima Primavera - Estate, questo numero ospita alcune spigolature su Pian del Bruscolo e l’Italia unita, che si aggiungono al contributo di Antonello de Berardinis sul Catasto (pagina 17). Raduniamo nel Sommario queste pagine, contrassegnate dal simbolo delle celebrazioni nazionali.

pagina 52 > 1860 - 1871. Il Diario di Marco Damiani pagina 54 > Sant’Angelo in Lizzola. 4 Novembre 1860 pagina 70 > Francesco BertÚccioli

Esercizi di memoria pagina 74 > La memoria degli altri Valerio Cahrat e Ugo Romanello CONVERSAZIONI DI ANTONELLA POLEI pagina 76 > Capitanomiocapitano La mia vita? Un’avventura INTERVISTA DI MISS NETTLE pagina 78 > I racconti del focolare El Sparvengol DI GIANLUCA CECCHINI E GIANLUCA ROSSINI pagina 81 > L’Ospite Sparvengol DI AMEDEO BERTÚCCIOLI pagina 82 > Parole nel tempo Detti di una volta dalla raccolta di Fausta Fratesi DI SANDRO TONTARDINI pagina 84 > La memoria delle cose Macchie di vita. I quilts di Carolyn Guyer DI CRISTINA ORTOLANI pagina 86 > Il sapore dei ricordi La crostata della Vera DI CRISTINA ORTOLANI pagina 87 > Pian del Bruscolo da sfogliare Il Conventino dell’arte pagina 88 > Mi ricordo pagina 92 > Hanno collaborato a questo numero pagina 94 > La Memoteca Pian del Bruscolo pagina 95 > Come collaborare Avvertenza per la lettura Per non appesantire il testo e facilitare la lettura, si è scelto di ridurre al minimo le note, inserite alla fine di ciascun articolo e riservate perlopiù all’indicazione di Fonti e tracce. Abbreviazioni utilizzate in questo numero: b. (busta); fasc. (fascicolo); id. (idem); ms (manoscritto); s.d. (senza data di pubblicazione); s.l. (senza luogo di pubblicazione); id (idem); ib (ibidem). Eventuali altre abbreviazioni o sigle particolari usate nelle note sono date di volta in volta. Il corsivo identifica le citazioni da documenti, fonti a stampa e testimonianze orali; tra [ ] le note dei redattori. In corsivo sono indicati anche titoli di libri, articoli, siti internet, spettacoli e manifestazioni, e il titolo originale delle fotografie; titoli di riviste e periodici sono invece riportati tra “ ”. Alle pagine 1, 5, 7, 38, 91 parole di: Thornton Wilder, Piccola città, (Our town), trad. italiana di Carlo Fruttero e Franco Lucentini, Mondadori Oscar, Milano 1984 (pagina 1); James Hillman, La forza del carattere, Adelphi, Milano 2007 (pagina 5); Ilvo Diamanti, Sillabario dei tempi tristi, Feltrinelli 2009 (pagina 5); Zucchero, Chocabeck, Unversal 2010 (pagina 5); Bruno Chenu, Tracce del volto, (La trace d’un visage. De la parole au regard), Qiqajon,Torino 1996 (pagina 7); Jon Mc Gregor, Diversi modi per ricominciare, Neri Pozza, Vicenza 2006 (pagina 38); Dietrich Bonhoeffer, Resistenza e resa. Lettere e scritti dal carcere, trad. italiana a cura di A. Gallas, Edizioni Paoline, Alba 1988 (pagine 5 e 91). promemoria_NUMEROUNO

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Il Testimone. Nazzareno Guidi, Montecchio il testimone

LE FABBRICHE E L’IMMIGRAZIONE. E POI LE SCUOLE, I TRASPORTI, L’ACQUA POTABILE. QUESTI GLI SNODI DA AFFRONTARE A PIAN DEL BRUSCOLO NEGLI ANNI SETTANTA. LO SGUARDO DEL ‘TESTIMONE’ SI APRE STAVOLTA DAL CUORE DELLA VALLE DEL FOGLIA: MONTECCHIO, SANT’ANGELO IN LIZZOLA CONVERSAZIONE DI

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CRISTINA ORTOLANI

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Montecchio, Sant’Angelo in Lizzola. La frazione rasa al suolo il 21 Gennaio 1944 dallo scoppio di un deposito di munizioni, e che oggi conta quasi ottomila abitanti (l’89,2% del totale dei residenti sul territorio comunale, circa il 25% dei residenti dell’intera Unione dei Comuni Pian del Bruscolo), tre centri commerciali, un impianto sportivo dove per anni ha giocato la squadra di pallavolo femminile Scavolini - Robursport Pesaro, titolare di numerosi titoli nazionali ed europei, oltre a un numero di imprese che a metà del 2009 si aggirava intorno alle novecento unità. Montecchio, Sant’Angelo in Lizzola. La borgata nata all’incrocio di due strade (tre dal Dopoguerra), tra un ponte e un’osteria, ai piedi di un castello del quale resta oggi solo il ricordo. Montecchio, Sant’Angelo in Lizzola, da sempre contrassegnato quale crocevia di incontri e scambi commerciali. Luogo, notava già lo storico Luigi Michelini Tocci quasi quarant’anni fa, di una vitalità secolare, il cui tessuto sociale si è arricchito dal dopoguerra di mille sfumature senza perdere però, tra gli scricchiolii di una società sempre più complessa, la sua sostanziale tenuta collettiva. Crogiolo di varia umanità dove, nel cuore di quella Valle del Foglia passata tra i Settanta e i Novanta dai campi alle industrie, alle vocali un po’ romagnole un po’ feltresche dei montecchiesi doc (ci

Sullo sfondo: Montecchio, anni Settanta del ‘900. Corso XXI Gennaio in una cartolina edita dal bar - tabacchi Ballerini (raccolta Vinicio Olivieri, Montecchio - Sant’Angelo in Lizzola). In alto: Nazzareno Guidi in un’immagine degli anni Sessanta e, insieme con la moglie Alba, in una fotografia scattata nel 1995, in occasione del loro 25° anniversario di matrimonio (raccolta Nazzareno Guidi, Montecchio - Sant’Angelo in Lizzola)

SANT’ANGELO IN LIZZOLA Superficie 11,60 kmq Altitudine 45 - 312 m s.l.m. Abitanti 8.769 (al 30 Settembre 2010) 7.821 residenti a Montecchio 770 residenti a Sant’Angelo capoluogo 178 residenti ad Apsella 1.034 stranieri residenti Frazioni Apsella, Montecchio Confini Pesaro, Monteciccardo, Montelabbate, Colbordolo, Tavullia, Montegridolfo (RN)

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Sopra, da sinistra: Saluti da Montecchio, cartolina, edizioni Mauro Arceci, Colbordolo (Archivio storico diocesano di Pesaro, Fondo G. Gabucci; data del timbro postale Montecchio, 16 Dicembre 1925), una delle più vecchie immagini di via Borgo Montecchio (l’attuale corso XXI Gennaio); Montecchio, 22 Gennaio 1944: lo stesso tratto di strada dopo lo scoppio del deposito di mine avvenuto il 21 Gennaio 1944 (l’immagine proviene dall’Archivio dei Vigili del Fuoco di Pesaro e ci è stata segnalata da Giannino Pentucci, Pesaro); ancora corso XXI Gennaio, in un’immagine del 17 Aprile 1952 (raccolta Franco Bezziccheri, Montecchio). Nelle ultime due immagini, via Roma in una cartolina del 1959 (fotografia Quinto Candiotti; raccolta Vinicio Olivieri, Montecchio) e in una fotografia del 1969 (Alberto Cudini, Montecchio). Nella pagina seguente: Nazzareno Guidi con Guido Formica, attuale sindaco di Sant’Angelo in Lizzola

SANT’ANGELO IN LIZZOLA, ABITANTI 1951 - 2009 1951 2.449 1961 2.327 1971 3.312 1981 4.420 1991 5.495 2001 6.810 2009 8.660 DATI ISTAT

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tengono a definirsi così) si sono aggiunte pian piano le cadenze del Sud d’Italia e poi, i suoni e i linguaggi del mondo. Mutamenti profondi, certo non indolori, nei quali si rispecchia un po’ la storia recente di gran parte delle frazioni dei cinque Comuni di Pian del Bruscolo, il cui sviluppo coincide con il progressivo spopolarsi dei ‘castelli’; cambiamenti che stavolta proveremo a ripercorrere attraverso il punto di vista particolare di chi ha contribuito a fare di Montecchio quella che è oggi. Dopo Lilliana Baiocchi e il suo sguardo dalle finestre su via Roma, Monteciccardo, il secondo dei nostri Testimoni è infatti Nazzareno Guidi, classe 1935, sindaco di Sant’Angelo in Lizzola dal 1970 al 1975. Il primo sindaco originario di Montecchio, esordisce lui, sottolineando subito uno scarto mai del tutto superato rispetto al Capoluogo: mio nonno, anche lui Nazzareno, faceva il carrettiere qui alle Grotte [il quartiere sopra via San Michele, addossato al monte di Montecchio, lungo la strada che dopo pochi km si immette nella Provinciale Feltresca], ma con mio padre Giuseppe e la mia famiglia siamo stati mezzadri prima a Colbordolo e, dal 1947, a Tavullia, dove lavoravamo le terre del dottor Guidubaldo Mariotti. Mia madre Domenica, poi, era di Bottega [frazione di Colbordolo], e così per tutti sono sempre stato il primo sindaco ‘di fuori’. Anche se proprio grazie alle mie origini ho sempre pensato di avere un’anima intercomunale, aggiunge Nazzareno: quando ero sindaco cercavo di vedere le cose nell’ottica dello sviluppo di un territorio intero. Contadino fino a trent’anni, e del contadino credo di aver conservato la mentalità, ho sempre cercato un approccio concreto ai problemi, alla fine degli anni Sessanta Nazzareno comincia a lavorare come autista nella ditta Davani (successivamente la linea sulla quale lavorava Nazzareno verrà rilevata dall’AMANUP, l’Azienda Municipalizzata a cui erano affidate la gestione del trasporto pubblico e dell’igiene Urbana di Pesaro), lavoro che continuerà a svolgere fino alla pensione, nel 1994. Guidavo la corriera che trasportava gli studenti da Tavullia a Pesaro, da Montefabbri [altra frazione di Colbordolo] o da Petriano a Pesaro, decine di ragazzi delle superiori che promemoria_NUMEROUNO


facevano il diavolo a quattro. Problemi? Mai avuti, mi sono sempre trovato bene, sorride con il suo fare da gigante buono. Se proprio vogliamo fare un appunto, erano peggio i genitori… aggiunge pensandoci un po’ sopra e riprende: in Comune dovevo sbrigare tutto in due mezze giornate, perché ancora non c’era la possibilità dell’aspettativa per motivi politici. E dato che ci tenevo a seguire tutto personalmente, la mia giornata da sindaco cominciava molto presto la mattina, anche alle cinque e mezza. Meno male che avevo dei buoni collaboratori, gli assessori, ma soprattutto il mio amico Enrico Angeli, vicesindaco, e il segretario comunale Nello Barberini, insostituibile con la sua cultura e la sua professionalità. I trasporti: non è solo per deformazione professionale che Nazzareno indica “i tram” (sì, perché da noi anche se non vanno su rotaie gli anziani li chiamano i tram, e dire gli autobus denuncia subito un sospetto di snobismo, o un’origine forestiera) come uno dei principali fattori di sviluppo della Montecchio anni Settanta. Ricordo che la Circolare venne inaugurata il 1° Ottobre del 1973: un tram ogni mezz’ora, e in più c’erano le corriere che già da prima passavano per Montecchio nel percorso verso altre destinazioni. Insomma, per l’epoca fu una vera e propria rivoluzione, per gli studenti, ma soprattutto per le donne che andavano a lavorare, a servizio o come impiegate a Pesaro, per loro fu importantissimo. Le donne di servizio. I ricordi di Guidi si soffermano su un’Ita-

1970. PESARO, ITALIA, MONDO. 28 Gennaio: entrano in vigore in Italia gli organi delle regioni a statuto ordinario, stabilite dall’art. 131 della Costituzione della Repubblica Italiana 5 Febbraio: in televisione, sul Secondo Programma, debutta il Rischiatutto condotto da Mike Bongiorno 7 Febbraio: si dimette il Governo Rumor II 28 Febbraio: la canzone Chi non lavora non fa l’amore cantata da Adriano Celentano e Claudia Mori vince il XX Festival di Sanremo 27 Marzo: formazione del terzo governo Rumor, composto da DC, PRI, PSI e PSU Aprile: a Milano si tiene il primo comizio politico del nucleo delle nascenti Brigate Rosse 7 Aprile: A Los Angeles si tiene la quarantaduesima cerimonia di premiazione degli Oscar. Miglior film: Un uomo da marciapiede (regia di John Schlesinger); miglior attore protagonista: John Wayne, per Il grinta (True grit, regia di Henry Hathaway) 10 Aprile: a Londra si scioglie il gruppo musicale dei Beatles 17 Aprile: rientro dell’Apollo 13 con salvataggio dell’equipaggio 22 Aprile: i 6 stati della CEE firmano il Trattato di Lussemburgo

Dagli anni Sessanta gli abitanti di Montecchio sono aumentati al ritmo di circa mille ogni dieci anni, fino ad arrivare ai 7.821 registrati al 30 Settembre scorso (per quanto riguarda la distribuzione della popolazione tra frazione e Sant’Angelo in Lizzola, capoluogo comunale: secondo l’ISTAT nel 1971 gli abitanti di Montecchio erano 2.388 contro i 924 del capoluogo; nel 1981 il rapporto era di 3.542/878, nel 1991, infine, di 4.763/839): un’esplosione demografica che ha portato con sé un problema identitario, riconosciuto come fondamentale da tutti gli amministratori che si sono succeduti. Alla prima ondata migratoria degli anni Sessanta-Ottanta, proveniente dall’entroterra (Urbino, l’alta Valle del Metauro e l’alta valle del Foglia, soprattutto), è seguito l’arrivo a Montecchio di un consistente numero di pesaresi che, negli anni Ottanta, si trasferivano dalla costa per avvicinarsi al posto di lavoro, senza rinunciare ai servizi che la frazione, ormai in pieno sviluppo economico, poteva offrire rispetto ad altri centri minori della provincia. Infine, agli inizi degli anni Novanta cominciano ad affluire a Montecchio persone provenienti da fuori regione (campani e pugliesi, soprattutto), che trovano lavoro presso il distretto industriale, fino ad arrivare agli immigrati di oggi, prevalentemente extracomunitari e slavi.

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14 Maggio: nella Germania Federale: nasce il gruppo armato comunista Raf (Rote Armee Fraktion), nelle cui fila militano Andreas Baader e Ulrike Meinhof 17 Maggio: Thor Heyerdahl attraversa l’Atlantico sul Ra II, una zattera di canne di papiro 20 Maggio: viene varato lo Statuto dei lavoratori che tutela i diritti dei lavoratori dipendenti. Padre di questa legge (300/70) è il socialista Gino Giugni 31 Maggio: un forte terremoto colpisce il Perù provocando 70mila vittime 7 - 8 Giugno: Pesaro, elezioni amministrative. Per la prima volta in Italia si vota anche per il Consiglio regionale. Nella nostra provincia il Pci si conferma primo partito con il 39,98%, segue la Dc con il 34,25 %. Pesaro: con la X Mostra del mobile si inaugura il nuovo Palazzo delle Esposizioni di Campanara 17 giugno: a Città del Messico la Nazionale di calcio italiana batte la Germania Ovest per 4-3 dopo i tempi supplementari, qualificandosi per la finale della Coppa Rimet in quella che verrà definita la Partita del Secolo 6 luglio: dimissioni del Governo Rumor III 7 luglio: debutta Alto Gradimento, trasmissione radiofonica condotta da Renzo Arbore e Gianni Boncompagni 23 luglio: Milano, allo stabilimento Sit-Siemens, viene ritrovato il primo volantino firmato BR 6 agosto: si forma il Governo Colombo (DC, PRI, PSI e PSU) 4 settembre: in Cile Salvador Allende vince le elezioni presidenziali e diventa capo del governo alla guida della coalizione socialista Unidad Popular

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lia di provincia assai distante dalla political correctness rectness, nella quale non c’erano ancora le colf (è del 1958 la prima legge che affronta in modo organico il tema del lavoro domestico, l’obbligatorietà delle assicurazioni arriva solo nel 1971 e il primo contratto nazionale è del 1974), ma preziose donne di servizio, abilissime nel fare la pasta, di solito con le uova del loro stesso pollaio, come nelle faccende di casa, alle quali ricorrevano, solitamente per una o due mezze giornate la settimana, le famiglie della media borghesia cittadina. Finalmente potevano andare in città anche per lavorare due o tre ore, una possibilità che prima non avevano, e qui da noi erano in tante. Poi ci fu la questione dell’acqua. Sia a Sant’Angelo sia a Montecchio c’erano ancora problemi legati all’acquedotto: in determinate ore della giornata, in alcune zone del territorio i cittadini si trovavano senz’acqua corrente. Problemi reali, ma che, come altri, spesso erano ingigantiti ad arte solo per strumentalizzazioni di partito. Una volta per esempio mi sono trovato a dover fronteggiare trenta donne infuriate, ma con il buonsenso e un po’ di fermezza abbiamo sempre cercato di trovare una soluzione. Certo, le discussioni erano accese, gli scontri verbali anche pesanti, ma tra avversari politici perlopiù ci si stimava. Raramente entravano nelle battaglie politiche le faccende personali: pensare come si pensa, ma uomini, sempre. E quando dice uomini, Nazzareno ha in mente i film western, di cui è appassionato, dove anche i banditi se devono sparare non sparano mai alle spalle, ma ti danno il tempo, almeno una frazione di secondo, per reagire. Altri uomini, altri tempi, conviene con noi di fronte alla televisione spenta. Ma nonostante tutto io sono ancora appassionato di politica, sui canali satellitari trasmettono i dibattiti, gli approfondimenti, e allora io mi alzo anche nel cuore della notte per ascoltarli e tenermi informato. Altri tempi quando, accantonati i contrasti ideologici, alleanze tra Peppone e don Camillo potevano nascere nel nome del bene comune, come quella volta che - ricorda Nazzareno - la parrocchia, con don Roberto Matteini, promemoria_NUMEROUNO


mise a disposizione i locali per l’asilo pubblico. Davvero una grande persona, don Roberto. Non va dimenticato infatti che la ventennale esperienza amministrativa di Nazzareno Guidi si svolge in tempi nei quali la politica era fatta di schieramenti opposti, “bianchi” contro “rossi” (agguerriti ma comunque pochi i “neri”, il blu era tutt’al più quello dei jeans, mentre “verde” stava per repubblicano), e tutto si faceva pretesto per scontri infuocati: sono sempre stato militante nel mio partito, quello che una volta era il PCI, e prima di essere eletto sindaco di Sant’Angelo sono stato per cinque anni consigliere comunale a Tavullia, dove poi sono diventato assessore e vicesindaco, nella Giunta guidata da Primo Sisti. Quando sono venuto ad abitare qui gli amici di Bottega e Tavullia mi hanno criticato, ma il lavoro era qui. E lo stesso Nazzareno non nasconde di aver avuto dei dubbi, al momento di trasferirsi a Montecchio. Però sono spariti subito. Qui infatti c’era un’altra mentalità, si respirava un’aria diversa: si sentiva di essere parte di una comunità, i legami tra le persone erano forti, ma c’è sempre stata una maggiore apertura, forse perché già da allora si incontravano persone di diversa provenienza, e questo conta molto. Mentalità aperta, curiosità: doti che Nazzareno si riconosce, nelle quali ravvisa due caratteristiche fondamentali per un amministratore. Da bambino io ho fatto fino alla terza elementare, la licenza media l’ho presa alla scuola serale di Montecchio, una scuola che avevamo voluto con un gruppo di amici, ma mi sono sempre dato da fare per imparare. I giornali, per esempio, quelli che una volta servivano per vrucchiare [avvolgere] la spesa: quando me ne capitava uno, io lo leggevo, prima di buttarlo nell’immondizia. Perché i soldi meglio spesi, nella vita, sono quelli per istruirsi. L’istruzione, la scuola, nella fattispecie la scuola media di Montecchio: un’altra delle battaglie della Giunta presieduta da Nazzareno Guidi, a parlarne con i vecchi leoni dell’Amministrazione ancora l’argomento suscita reazioni vivaci, per via di alcuni passaggi nell’iter delle pratiche mai del tutto chiariti. Ci siamo battuti molto per avere una sezione della scuola media a Mon-

Da sinistra: Montecchio negli anni Settanta del ‘900 in alcune immagini dall’album di Nazzareno Guidi, grande appassionato di fotografia. A pagina 14, a colori: Guidi insieme con una delegazione del Comune di Cannobio nel 1971, durante le celebrazioni per il IV centenario della nascita di Giovanni Branca; sopra, da sinistra: i festeggiamenti per l’istituzione della sezione di Montecchio della Scuola Media (il primo a destra, a fianco di Nazzareno, è don Roberto Matteini) e l’inaugurazione del Campo sportivo “Giovanni Spadoni” (Spadoni è il secondo da destra)

16 Settembre: scompare a Palermo il giornalista de “l’Ora” Mauro De Mauro; stava indagando sulla morte di Enrico Mattei, presidente dell’ENI, e collaborando alla sceneggiatura del film Il caso Mattei di Francesco Rosi; il corpo non sarà mai ritrovato 17 settembre: a Milano, primo attentato delle BR, che bruciano l’auto del dirigente della Sit-Siemens Giuseppe Leoni Pesaro: l’azienda Benelli viene venduta all’industriale italo-argentino Alejandro De Tomaso 3 ottobre: negli USA viene arrestata Angela Davis, già assistente del filosofo Herbert Marcuse e militante delle Black Panthers 31 ottobre: entra in funzione su tutto il territorio nazionale la teleselezione, che permette di evitare le chiamate telefoniche tramite centralino 1 dicembre: viene varata la legge che istituisce il Divorzio (L. 1 dicembre 1970, n. 898) 14 dicembre: a Danzica scoppia una rivolta operaia nel cantiere navale (più di 80 lavoratori vengono uccisi dalla polizia)

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tecchio, e dopo una serie di vicende travagliate, tra le quali anche una ‘falsa partenza’ nel settembre del 1970, l’anno dopo ci siamo riusciti, e finalmente anche noi abbiamo avuto la nostra scuola. Scuole, acquedotto, trasporti. Ma anche rivendicazioni dei medici (sono gli anni in cui viene istituita la Guardia Medica, per consentire la possibilità del riposo settimanale ai titolari delle condotte), piani regolatori, campi sportivi: nel 1975 il mandato di Nazzareno Guidi si conclude (io sono capitato in tempi difficili, commenta con la pacatezza di chi ne ha viste tante), ma non la sua esperienza di amministratore, che prosegue per altri cinque anni nei quali siede in Consiglio comunale, tra le file della maggioranza. Certo, ci sono anche le volte che ho sbagliato. Sempre in buona fede, però. Alla fine, nonostante le delusioni, inevitabili, mi ritengo soddisfatto. Io Montecchio l’ho vista crescere. Anche se, ammette, avrei preferito che lo sviluppo prendesse una direzione un po’ diversa, meno frenetica.

Montecchio, 2009. Dall’alto: il monumento ai Caduti (fotografia Gabriele Giorgi); corso XXI Gennaio, la chiesa di Santa Maria Assunta e una panoramica dal Monte di Montecchio (fotografie Cristina Ortolani)

Il pomeriggio volge al termine, sono ormai quasi le sette, e dopo il caffè di rito Alba, la moglie di Nazzareno, sta portando in tavola la cena. C’è tempo per un ultimo ricordo, e non può non riguardare il momento che, come in un negativo fotografico, appare tuttora l’evento fondante della memoria collettiva di questo paese lungo la strada. Io lo scoppio di Montecchio l’ho visto da Coldelce [località tra Urbino e Colbordolo], dove eravamo sfollati con la mia famiglia. Quella notte sentii le urla da lassù. Mio zio, che abitava a Roma, tornò appena saputa la notizia, e quando vide la casa distrutta, erano rimasti solo tre gradini, scoppiò a piangere. E poi... ne avrei tante, ancora, di cose da raccontare su Montecchio. (E le racconterà, Nazzareno, insieme a tanti altri: l’amministrazione comunale di Sant’Angelo in Lizzola sta infatti promuovendo un progetto editoriale che ripercorrerà le vicende di Montecchio negli anni dal 1945 a oggi, attraverso una nuova raccolta di interviste e testimonianze). Quanta pazienza abbiamo avuto, interviene Alba: si figuri che mio marito è stato eletto sindaco proprio nell’anno del nostro matrimonio, e persino il giorno delle nozze arrivò in ritardo, perché si era trattenuto con un amico che cercava di convincerlo a candidarsi alle elezioni. Ma non rimpiango niente (nessuno dei nostri intervistati avrebbe desiderato una vita diversa, più agiata, meno ruvida: qualcosa vorrà pur dire), e oggi, con i nostri tre nipotini, siamo contenti. I nipoti? Sono bellissimi, conferma Nazzareno con un largo sorriso.

FONTI E TRACCE Conversazione con Nazzareno Guidi, Montecchio, 12 ottobre 2010. Pesaro, Italia, Mondo: le notizie su Pesaro sono tratte dalla Cronologia della storia di Pesaro e provincia di Andrea Bianchini, pub-

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blicata sul sito http://www.bobbato.it/index.php?id=7946 (versione online curata da Chiara Boiani); la cronologia degli anni Settanta è ripresa con qualche aggiunta da http://it.wikipedia. org/wiki/1970 e le notizie sui film sono tratte da www.imdb. com (siti consultati il 22 ottobre, ore 11.50 - 12.35). promemoria_NUMEROUNO


DiSegnare il territorio 2. Tavullia Pian del Bruscolo e il catasto dell’Italia unita. Un’avventura che dura da 150 anni disegnare il territorio in collaborazione con Archivio di Stato di Pesaro

PROSEGUE IL NOSTRO VIAGGIO NELLA STORIA PIAN DEL BRUSCOLO, CON LE MAPPE E LE IMMAGINI DI TAVULLIA

E NEI TERRITORI DI

DI ANTONELLO DE BERARDINIS DIRETTORE DELL’ARCHIVIO DI STATO DI PESARO

Il 17 marzo 1861 viene proclamato il Regno d’Italia. Molte le speranze, nutrite all’ombra del liberalismo ottocentesco che aveva animato le guerre di indipendenza: - apertura delle frontiere tra gli ex-stati preunitari; - organizzazione di un efficace sistema portuale e di moderni trasporti; - attrattiva di capitali e iniziative dall’estero; - possibilità di esportare prodotti competitivi (agricoli, seta grezza e filata). L’elevato costo del carbone comportava un modesto sviluppo industriale, particolarmente evidente nel settore siderurgico e cantieristico. In cerca di energia a buon mercato gli insediamenti industriali sorgevano per lo più lungo le rive dei corsi d’acqua, luoghi di certo non paragonabili alle coeve strutture urbane europee, capaci di sostenere le esigenze, anche di servizi, dell’industrializzazione: le città italiane, lungi dall’essere centro di iniziativa e di attività economico-produttiva, avevano essenzialmente funzioni di dirigenza e di rappresentanza politica e finanziaria. Le industrie si concentravano essenzialmente nel settore agro-alimentare e tessile (limitatamente alle attività di prima lavorazione), con un modesto sviluppo del settore meccanico, trainato dalla costruzione della rete ferroviaria. Appesantiva la vita del nuovo Stato la diversità e molteplicità nell’unità istituzionale appena costituita. promemoria_NUMEROUNO

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Tavullia (ex Tomba di Pesaro). San Michele, Monte Peloso

I decreti di Ricasoli attribuirono al Regno d’Italia carattere centralizzatore e i tratti essenziali furono delineati dal governo La Marmora tramite leggi delegate. Uno dei problemi che più assillava l’Italia era rappresentato dalla perequazione, tra i vari territori dello Stato, dell’imposta fondiaria, che rappresentava circa un quarto delle entrate. Dal punto di vista tributario il territorio nazionale era diviso in nove compartimenti: 1.Piemontese-Ligure; 2.Lombardo-Veneto; 3.Parmense; 4.Modenese; 5.Toscano; 6.Pontificio; 7.Napoletano; 8.Siciliano; 9.Sardo. La disparità del gettito era causata dalla grandissima varietà (in ordine ai metodi di stima, all’epoca delle mappe, alla tipologia - particellare/per masse di proprietà o di coltura/geometrico o descrittivo) dei sistemi di catastazione, ben ventidue, degli Stati preunitari, che finivano per generare disparità dei sistemi di censimento e, quindi, di imposizione. Era comunque necessario distribuire tra i vari compartimenti il contingente di imposta ammontante a 110 milioni di lire dell’epoca. Nel 1861 fu costituita la cosiddetta Commissione Giovanola, incaricata di individuare i metodi più idonei per ripartire in maniera equa l’imposta, essenzialmente tramite l’analisi dei catasti esistenti, la determinazione della rendita reale di ciascun compartimento in base ai contratti di affitto e vendita, nonché alla valutazione di stato delle colture, densità della popolazione e ricchezza generale delle province. È così che vide la luce la legge per il conguaglio

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provvisorio del 1864. Si trattava di una revisione ragionata dei contingenti compartimentali e si avvaleva anche dei catasti, ove esistenti, per la ripartizione del carico fiscale all’interno dei compartimenti, tra i Comuni e tra i singoli. L’intera materia necessitava comunque di un riesame approfondito e definitivo in vista della omogeneizzazione dei catasti. Già nella legge per il conguaglio provvisorio del 1864 era istituita una imposta sui fabbricati distinta da quella sui terreni. È però la legge n. 2136, approvata il 26 gennaio 1865, che segna la nascita del Catasto Fabbricati del Regno d’Italia, organizzato per Comune (diviso per sezioni, se con popolazione superiore ai 60.000 abitanti). La documentazione prodotta era costituita da tavola censuaria (una sorta di inventario generale), registro delle partite e matricola dei possessori. L’attuazione della legge fu affidata alla Direzione Generale delle Tasse e del Demanio (in cui venne concentrata la conservazione dei catasti preunitari), mentre a livello periferico furono incaricate della tenuta degli atti le Agenzie. Necessitava un organico ordinamento in relazione al mutamento rapido della situazione generale del Paese. Alla fine degli anni Settanta dell’800 l’agricoltura attraversava una fase di profonda depressione: il prezzo dei cereali sulle piazze internazionali si era enormemente ridotto, anche per l’emergenza di nuovi paesi produttori. Per di più mancavano capitali che potessero sostenere le trasformazioni tecniche, per l’attrattiva esercitata dalla speculazione finanziaria. promemoria_NUMEROUNO


Belvedere Fogliense (ex Montelevecchie)

Rio Salso, San Martino

Case Bernardi, la Peschiera

Padiglione, Pian del Bruscolo

FONTI E TRACCE Pagine 17 - 19: Catasto Gregoriano, prima metĂ del XIX secolo. Mappe di Tavullia e delle sue attuali frazioni (Archivio di Stato di Pesaro). FotograďŹ e: pagina 17, Cristina Ortolani (2007); pagina 18, Leonardo Mattioli per Comune di Tavullia (2006); pagina 19, Comune di Tavullia (2007) e Cristina Ortolani (2007, 2009).

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Il senatore Stefano Jacini, dal 1881 al 1886, fu presidente della commissione d’inchiesta sulle condizioni dell’agricoltura in Italia, e pubblicò nel 1884 un voluminoso rapporto, tutt’ora noto come Inchiesta Jacini: tra gli altri rilievi, si metteva in evidenza l’incidenza negativa dell’onerosità e farraginosità del sistema fiscale. Urgeva l’istituzione di un catasto unico, geometrico-particellare, che fissasse nelle mappe tutto il territorio italiano, base del riconoscimento della rendita, con l’esatta conoscenza della situazione della proprietà, strumento per la perequazione, ma anche di orientamento per l’agricoltura. Il progetto di legge del nuovo catasto terreni fu presentato alla Camera nel 1885 dal Magliani e prevedeva la perequazione generale tra i contribuenti fondiari, da attuarsi mediante il rilevamento di tutte le proprietà direttamente a cura dello Stato, per il tramite di periti incaricati dall’Amministrazione del Catasto, con la collaborazione di Comuni e Province. Le commissioni censuarie comunali furono particolarmente impegnate nelle operazioni di delimitazione delle proprietà. La legge constava di 54 articoli e fu approvata nel 1886. La rendita fondiaria veniva determinata in base a qualità e classe e per unità di superficie. L’imposta era fissata al 7% della rendita. Atti del catasto furono: tavola censuaria, registro delle partite, matricola dei possessori, ma indubbiamente l’elemento di novità era rappresentato dalle mappe particellari. Di solito era adoperata la scala 1:2000, anche se per maggiori frazionamenti si utilizzavano le scale 1:1000 e 1:500. Per cercare di contenere i costi fu ammessa la possibilità di continuare ad avvalersi delle mappe esistenti, se ancora utilizzabili. Le disponibilità previste ammontavano infatti a 60 milioni di lire dell’epoca, ma quando tutte le operazioni furono completate, nel 1956, 70 anni dopo, la spesa sostenuta complessivamente fu di 88 miliardi di lire (tenendo conto della valuta degli anni Cinquanta del ‘900). Il lavoro svolto fu notevole, proficuo ed interagì positivamente 20

con il dibattito tecnico scientifico coevo. La Commissione Censuaria Centrale, con le sue numerose e puntuali massime, venne definendo, delineando e precisando la portata delle leggi. Sul piano squisitamente speculativo si sostituirono gli approfondimenti metodologici - alla base della nascita e sviluppo della Scuola Italiana di Estimo - ai grandi dibattiti giuridici ottocenteschi. Durante il periodo fascista il catasto italiano, primo al mondo, applicò il metodo aerofotogrammetrico alla rilevazione catastale. Nel 1931 venne pubblicato un testo unico delle leggi sul catasto terreni e due anni dopo l’ultimo regolamento attuativo che aggiornava il precedente, datato 1905. Le Direzioni Generali interessate erano due: quella delle imposte e quella del catasto. È suggestivo ipotizzare, come aspirazione e prospettiva feconda delle penetranti e puntigliose operazioni catastali, l’idea di passare da procedure di supporto a interventi di mediazione e di riequilibrio da parte dello Stato e dei poteri locali nei confronti dei vecchi mali ereditati dagli arretrati Stati preunitari (latifondo/polverizzazione fondiaria/patti colonici). A fine anni Trenta negli Uffici Tecnici Erariali venne concentrata tutta la procedura di conservazione del Nuovo Catasto Terreni, oltre a quanto rimaneva dei catasti precedenti. L’Agenzia delle Imposte deteneva solo una copia fedele degli atti aggiornati. Nel 1939 si procedette anche alla revisione generale degli estimi dei terreni, nonché all’istituzione del Nuovo Catasto Edilizio Urbano. Necessitava infatti una perequazione per il cattivo uso fatto del vecchio catasto fabbricati ed il nuovo strumento si prestava a divenire mezzo di regolamentazione dei fitti, oltre che di conoscenza economico-giuridica per il controllo del settore immobiliare. Tirando le somme di un dibattito che data dall’Unità d’Italia, a distanza di 150 anni si può dire che il catasto, nato come mero inventario di beni a fini fiscali, finisce per fornire uno stato significativo della realtà sociale ed economica del territorio. promemoria_NUMEROUNO


Esercitazioni Agrarie. 2 Accademia Agraria 1828 - 1924 un secolo di istruzione teorico- pratica esercitazioni agrarie in collaborazione con Accademia Agraria di Pesaro

NASCITA E VICENDE DELLA SCUOLA DI AGRICOLTURA PROMOSSA DALL’ACCADEMIA AGRARIA DI PESARO DI

FRANCA GAMBINI ACCADEMICO ORDINARIO

Il primo Statuto (approvato il 12 giugno 1828) indica all’articolo 3 il fine dell’Accademia Agraria, quello cioè di perfezionare e propagare l’agricoltura1, fine che si intendeva raggiungere attraverso diverse fasi: tenendo adunanze per leggere e discutere le memorie e le osservazioni dei Soci Ordinari, Corrispondenti e Onorari; facendo eseguire dai soci nei loro campi esperimenti agrari; tenendo ai fattori, coltivatori ed amatori di agraria lezioni di agricoltura teorico-pratiche; pubblicando le più importanti memorie, presentate dai soci ed anche da giovani aspiranti, dopo l’approvazione dei censori. Nel periodo dalla sua fondazione al 1924 l’attività preponderante e di maggior interesse svolta dall’Accademia, fu sicuramente quella dedicata all’insegnamento agrario; la Scuola di Agricoltura fu inaugurata il 4 maggio 1828; la direzione fu affidata al professore di agraria marchese Pietro Petrucci, affiancato dal conte Domenico Paoli per le lezioni di chimica e dal conte Giuseppe Mamiani per quelle di geologia. Le lezioni che avevano frequenza settimanale, ed erano aperte a proprietari, fattori e contadini, si tenevano in un locale adiacente agli Orti Giuli, dove il Gonfaloniere di Pesaro, conte Francesco Cassi, aveva aperto uno stabilimento Agro-Botanico. Nello stesso periodo venne realizzato un Orto Agrario, i cui ricavi avrebbero dovuto finanziare le altre attività dell’Accademia, in un terreno adiacente alle mura della città di Pesaro o meglio l’esterno delle mura concedute dalla generosità del Consiglio Comunale in beneficio dell’istituto agrario2, cioè una delle fosse della città. Il terreno, di 7.937 metri quadrati, fu affidato alla direzione di Giuseppe Mamiani e al lavoro di un custode-coltivatore, certo promemoria_NUMEROUNO

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1842. Memoria del professor Francesco Luigi Botter sul podere sperimentale Leuchtenberg. Nella pagina seguente: il frontespizio del periodico della Cattedra Ambulante di Agricoltura. A pagina 25: dal numero di Aprile - Maggio 1910 de “L’Agricoltura nel Pesarese”, l’articolo dedicato al corso tenuto ai contadini di Sant’Angelo in Lizzola, Monteciccardo, Montelabbate, Ginestreto (Archivio storico Accademia Agraria di Pesaro)

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Cittadini. Il 17 marzo 1828, dopo avere innalzato il terreno e regolato lo scorrimento delle acque, si diede inizio alla coltivazione; si seminarono asparagi, riso, finocchi, cavoli, arachidi, lattuga, poponi, granturco, e grano di qualità nostrana e siciliana per poter fare confronti di resa. Gli inizi dell’attività di insegnamento non furono facili; la Scuola non operò in maniera continuativa a causa degli eventi politici e delle vicissitudini finanziarie dell’Accademia, così come delle diverse interpretazioni che gli Accademici riservavano sulla necessità e sui destinatari dell’istruzione agraria. Va evidenziato che il dibattito accademico su chi dovessero essere i principali destinatari dell’insegnamento, se i contadini, i fattori o i proprietari, si è protratto per tutti i sessanta anni nei quali l’Accademia ha mantenuto autonomamente la direzione della Scuola di Agricoltura Pesarese. Dopo un periodo di sospensione, causato dello scioglimento della stessa Accademia (accusata di essere ritrovo di liberali), e del conseguente esilio di Petrucci, la Scuola riprese la sua attività nel 1840; attività che fu resa possibile anche grazie ad un sussidio di 500 scudi ottenuto dalla Provincia e alla concessione in uso di uno dei poderi della Casa Ducale di Leuchtenberg. Gli anni di maggior attività furono quelli successivi al 1845 che videro il rientro dall’esilio del marchese Francesco Baldassini, nominato segretario perpetuo dell’Accademia; tra l’altro si bandirono concorsi, si tennero conferenze domenicali per gli agricoltori, si fecero esposizioni di attrezzi agricoli. In questo periodo l’Accademia ottenne molta stima sia nelle Marche che all’estero, e il Governo la consultò per la risoluzione di problemi agrari ed organizzativi. Numerosi furono i professori di agronomia chiamati ad occuparsi della direzione della Scuola di Agricoltura, dopo Petrucci seguirono, Luigi Francesco Botter, Ugo Calindri, Domenico Galvani. Quest’ultimo nel 1857 venne chiamato ad insegnare agrologia nell’Università di Bologna e la Scuola Agraria di Pesaro venne affidata al professor Luigi Guidi, nato a Sant’Angelo in Lizzola, che la diresse fino al 1869 e la cui attività lasciò una profonda traccia sulla vita dell’Accademia e del territorio. Autore di numerosi scritti e memorie si era rivelato tra gli accademici più attivi; tra le altre cose, dopo l’annessione della provincia di Pesaro al Regno d’Italia ottenne dal commissario governativo Lorenzo Valerio, l’autorizzazione ad aprire un Istituto Tecnico di Meccanica e Costruzioni, inaugurato a Pesaro nel 1864, al quale ben presto venne affiancata la Scuola di Agricoltura dell’Accademia, come sezione di Agronomia e Agrimensura. Nello stesso periodo, promemoria_NUMEROUNO


ritenendo fondamentale istruire non solo i proprietari, ma anche gli agricoltori, che non trovavano spazio nell’Istituto Tecnico, si adoperò per l’istituzione di una Scuola domenicale per gli agricoltori, che venne realizzata a San Pietro in Calibano e di cui si occupò direttamente3. La stessa convinzione in merito all’istruzione dei coloni, alimentò nel Guidi l’idea di istituire, con l’aiuto del Governo, una Colonia Agraria. Nel 1874 l’Accademia smise di occuparsi della Scuola di Agraria visto che le sezioni di Agrimensura e di Agronomia erano state affidate all’Istituto Tecnico; pertanto orientò il suo interesse sulla realizzazione di un’istituzione capace di impartire nozioni più pratiche piuttosto che teoriche e per questo nel 1876 deliberò di istituire una Colonia Agraria allo scopo di istruire i giovani figli dei mezzadri alla razionale coltura dei campi… . Gli ingegneri Eugenio Sinistrario e Romolo Mengaroni4, soci accademici, presentarono il progetto del fabbricato per ospitare la Colonia; nel maggio 1876 tutto era pronto quando si presentò l’occasione di comperare, a prezzo relativamente contenuto, una splendida Villa [Caprile] nelle vicinanze

della città, che per estensione dei fabbricati e per avere annesso un podere, parte in piano e parte in colle, era particolarmente adatto all’impianto della Colonia. Nell’adunanza del consiglio del 16 giugno, l’Accademia ne deliberò l’acquisto. Negli anni che seguirono, le cure dell’Accademia furono quasi esclusivamente rivolte allo sviluppo della sua Colonia Agraria; a questo fine furono volte le attenzioni del Consiglio Direttivo, ma soprattutto del professor Costantino Grilli. L’istruzione che vi si impartiva non solo riguardava le materie agrarie, ma anche quelle di istruzione generale, giacchè saggiamente si volle che i rozzi campagnoli, insieme all’educazione agraria, ingentilissero l’animo e il cuore. L’opera del Grilli, d’intesa con l’Accademia, non si limitò alla Scuola, ma comprese anche l’organizzazione di numerose conferenze teorico-pratiche nei vari Mandamenti della Provincia; in pratica fu un precursore delle successive cattedre ambulanti. I buoni risultati ottenuti resero necessario pensare ad un maggiore sviluppo della Colonia di Caprile, ma la cronica carenza di mezzi finanziari spinse l’Accademia a rivolgersi allo Stato per l’ottenimento di un

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RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI 1 Statuto dell’Accademia Agraria, Pesaro 1828, art. 3. 2 Bollettino di scoperte e di pratiche utili all’agricoltura, in “Esercitazioni dell’Accademia Agraria di Pesaro”, Pesaro 1829, anno I, serie I, pag. 91. 3 Verbale dell’adunanza generale del 28 giugno 1869, in “Esercitazioni dell’Accademia Agraria di Pesaro”, Pesaro 1870, anno XIV, serie I e II. 4 Pio Calvori, Accademia Agraria di Pesaro. Cenni storici. Dalla fondazione ad oggi in occasione del suo primo centenario. 1828 - 1928, Pesaro 1928. 5 “L’Agricoltura nel pesarese” Periodico mensile della R. Scuola Pratica di Agricoltura con Cattedra Ambulante, dell’Accademia Agraria e del Consorzio Agrario, anno IV Numero 4-5, Pesaro, Aprile - Maggio 1910.

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sussidio stabile. La cosa fu possibile a patto che la Colonia venisse trasformata in Regia Scuola Pratica di Agricoltura, sul modello di quelle che andavano istituendosi in altre parti d’Italia; l’andamento didattico e amministrativo restarono comunque interamente affidati all’Accademia Agraria. Il decreto per la trasformazione della Colonia porta la data del 14 gennaio 1881. Ma già nel 1886 iniziò una controversia fra Accademia e Governo il quale esigeva che la Reale Scuola Pratica di Agricoltura di Pesaro, istituita con decreto speciale, si uniformasse in tutto e per tutto alle disposizioni della legge del 6 giugno 1885 n. 3141. Verso il termine del suo primo secolo di vita l’Accademia Agraria di Pesaro deve registrare la conclusione del suo impegno nei confronti della Scuola d’Agricoltura, con l’entrata in vigore del decreto del 30 dicembre 1924 n. 3214, con il quale il Governo, in seguito alla riforma Gentile, modifica radicalmente le disposizioni per le Regie Scuole Pratiche di Agricoltura per cui quella di Pesaro doveva diventare Regia Scuola Media Agraria. Secondo il decreto le spese del personale per le nuove scuole dovevano essere a carico dello Stato, quelle per i terreni, i fabbricati che costituivano l’azienda spettavano alla Provincia ove aveva sede la Scuola. Per le solite ragioni economiche l’Accademia si vide costretta a vendere alla Provincia la tenuta di Caprile. Così nell’adunanza generale del 24 agosto 1924 venne approvata dal consiglio accademico la vendita di Caprile (giudicata del valore di un milione) ad uso Scuola Media Agraria, per non meno di 300.000 lire, e ciò in considerazione del vincolo che legava l’accademia alla Scuola stessa da lei creata. L’Accademia ritenne, poi, di avere diritto ad un suo rappresentante nel Consiglio di amministrazione della Scuola, perché avendola ceduta per sole 300.000 lire aveva contribuito alla sua fondazione con 700.000 lire, mentre per avere quel diritto sarebbe stato sufficiente il contributo di 30.000 lire. Nominato il rappresentante, il Ministero ne prese atto senza osservazioni. La Cattedra Ambulante per l’Agricoltura Nel 1907, presso la Scuola pratica di agricoltura, a Caprile, incominciò a funzionare un Servizio di Cattedra Ambulante per il Mandamento di Pesaro, istituzione voluta dall’Accademia Agraria con uno specifico piano di lavoro: divulgare nozioni di agronomia, relative alla sistemazione e coltivazione dei terreni, di zootecnia, per incrementare e migliorare il bestiame allevato, attraverso conferenze e visite ad aziende e campi dimostrativi. La divulgazione veniva effettuata anche attraverso il periodico “L’Agricoltura nel pesarese”, organo delle principali istituzioni agrarie (Accademia agraria, Cattedra ambulante, Consorzio agrario, Scuola pratica di agricoltura). promemoria_NUMEROUNO


“L’Agricoltura nel pesarese” Il Giornale della Cattedra ambulante, nei suoi fascicoli, riferisce non solo sulle pratiche agricole, ma anche sulle iniziative messe in atto per promuovere l’istruzione degli agricoltori. Il numero di Aprile-Maggio del 1910 riporta in un ampio articolo di apertura i risultati del “Corso invernale d’istruzione ai coloni dei Comuni di S. Angelo in Lizzola, Montelabate, Ginestreto e Monteciccardo” tenuto dalla Cattedra Ambulante tutti i lunedì, dalle ore 10 alle ore 12, a Sant’Angelo in Lizzola. Nell’articolo si legge La scelta non poteva essere migliore in quanto che S. Angelo, che è paese eminentemente agricolo, e che rappresenta il cuore del nostro mandamento, con i suoi mercati invernali ogni lunedì richiama a se una numerosa serie di agricoltori. …Furono regolarmente iscritti n. 97 coloni dei quali n. 20 di S. Angelo in Lizzola, n. 30 di Montelabate, n. 29 di Ginestreto e n. 18 di Monteciccardo. ...Non erano i coloni di un tempo che si presentavano alla lezione od alla conferenza perché forzati dai proprietari, che si metteva-

no in fondo alla sala per sgattaiolarsela quando loro faceva comodo, ma gente tutta avida di conoscere, di apprendere, di progredire. …Uno speciale ringraziamento poi facciamo ai Sig. Marcolini, al Sig. Sallua Vincenzo ed al Sig. Venerandi che, oltre a mettere a disposizione la Sala Comunale di S. Angelo, ci furono in ogni lunedì prodighi di gentilezze e di ospitalità. ...Riportiamo l’elenco dei premiati: Comune di S. Angelo in Lizzola: 1. Allegrucci Giuseppe, 2. Romani Enrico, 3. Gambini Terenzio, 4. Giombini Giuseppe, 5. Calzolari Luigi, 6. Mancini Giuseppe, 7. Vagnini Giuseppe. Comune di Montelabate: 1. Cordella Gaetano, 2. De Angeli Vincenzo, 3. Cinotti Cesare, 4. Morelli Nazzareno, 5. Gabbianelli Eugenio, 6. Cerni Domenico, 7. Maffei Gino. Comune di Monteccicardo: 1. Costantini Guglielmo, 2. Gabrieli Serafino, 3. Ricci Luigi. Comune di Ginestreto: 1. Giacomucci Terenzio5. Ai coloni più assidui nella frequenza e di maggior profitto, oltre al certificato di frequenza veniva assegnato un premio di L. 5, l’abbonamento gratuito al giornale agricolo locale ed alcuni opuscoli di propaganda.

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1944. Il mio sipario blu Annibale Ninchi a Monte Santa Maria luoghi della memoria

PESARO, 3 GENNAIO 1944. L’AUTORITÀ GERMANICA ORDINA ALLA POPOLAZIONE DI LASCIARE LA CITTÀ. GLI SFOLLATI COMINCIANO AD AFFLUIRE VERSO LE COLLINE: TRA LORO C’È ANCHE ANNIBALE NINCHI, CHE CON LA SUA FAMIGLIA CERCA RIPARO A

MONTE SANTA MARIA

A CURA DI

Pesaro, 3 Gennaio 1944. L’autorità germanica dispone lo sgombero della popolazione della fascia costiera per una profondità di 10 km. nel termine di 48 ore. Dalla città gli sfollati affluiscono verso le colline, in cerca di riparo; gli abitanti delle campagne si mobilitano per accogliere parenti e amici, chiese e conventi offrono asilo: i francescani del Beato Sante, a Mombaroccio, ospitano tra gli altri il musicista Riccardo Zandonai. Da noi la popolazione è più che raddoppiata ed hanno occupato

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CRISTINA ORTOLANI

anche la cappella dei Caduti in cui ufficiavo io per metterci gli sfollati del porto, scrive don Giovanni Gabucci a Sant’Angelo in Lizzola, il 29 gennaio 1944. Poco distante, a Monte Santa Maria (frazione di Monteciccardo), tra gli sfollati illustri c’è anche il celebre attore Annibale Ninchi il quale, annota ancora don Gabucci, per molti mesi fu ricoverato da Peppino Nobili. Arrivò insieme con altri due pesaresi, racconta Vincenzo Sani, all’epoca bimbo di una decina d’anni: tentarono di costruire un rifugio qui, sotto le mura, ma dopo appena una giornata di lavoro cedettero alla fatica, e incaricarono del lavoro un manovale del paese. Si resero conto quasi subito però, che il rifugio era proprio in faccia ai cannoni del nemico, verso Mombaroccio, e abbandonarono tutto. Tra cimiteri di campagna e teatro all’antica italiana, dal volume di ricordi Annibale Ninchi racconta (1946) ecco il racconto di quei giorni.

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IL NASCONDIGLIO DEL SOR PEPPINO Salgo e scendo già da un’ora per questi colli marchigiani. Una casetta bianca splende in mezzo al verde, là, sulla collina che mi sta di fronte. Ho in tasca un nome: Giuseppe Nobili. Domando al primo spaccio. Ecco, là, indica il tabaccaio campestre. Quella villetta bianca? Quella. In cammino, avanti. La guerra m’ha cacciato di casa in cerca di asilo. Dopo un’altra mezz’ora, eccomi a Monte Santa Maria, di cui un poeta francese fermatosi là l’anno avanti scrisse questi versi tradotti da Gildo Passini: Quattro case una chiesa un campanile. Un prete sei famiglie una sol fede. Oche galline un forno ed un porcile. Alberi prati campi a cui si crede tanto all’avverso quanto al tempo amico. Dondolan pie blandendo le campane ogni pensiero come al tempo antico. A gara volan qui da le lontane plaghe d’Oriente, brune messaggere, rondini alate a costruire il nido d’amore rinnovato, a questo asilo, dove nascite e morti son leggere. Ronzano l’api. L’eco non ha un grido. Fortuna ancor non ha spezzato il filo. Batto alla porta della villetta. Avanti. Entro. Tre fanciulli intorno alla madia guardano una solida contadina far la sfoglia.

II padrone di casa? Il maschietto mi guarda stupito. Anche le due piccole non rispondono. Sono i vostri?, domando, indicando i fanciulli. La donna ride e continua a impastare. Rinnovo la domanda. Ho appena sedici anni e son ragazza. Abita qui il signor Giuseppe Nobili? Si, qui. E i fanciulli? Sono i suoi figli. E lui, dov’è? Non c’è, risponde il piccolo erede del signor Peppino. La mamma è a scuola, gli fanno eco le due bimbe incoraggiate. Mi volete condurre? Volentieri. E, guidato dai tre fratelli, entro nella scuola comunale ch’è lì accanto. È un vasto stanzone con molti banchi allineati. Una signora ancor giovane alta a distinta, ma già canuta, sta insegnando col metodo globale l’alfabeto illustrato a una ventina di marmocchi. I piccoli alunni vengon da tutto il circondario. Chiedo scusa per l’interruzione e domando alla maestra, per me, mia moglie e una bimba di tre anni, l’ospitalità della sua casa. Si rivolga a mio marito, risponde cortese. Dov’è? A Monteciccardo. E rivolge la punta del righello verso il colle dirimpetto. Ringrazio e saluto. La scolaresca scatta in predi a un ordine della maestra e mi fa il saluto (ahimè!) romano. Riscendo e

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risalgo per quei colli e dopo un’altra mezz’ora di cammino eccomi sulla strada che sbocca al paese. È tardi, non c’è un cane. Dalla curva sbuca una bicicletta. Faccio segno al pedalatore di fermarsi. Scende. È lei il signor Giuseppe Nobili? Son io. Mi metto al suo fianco e non lo lascio più. Il giorno dopo sono già suo ospite. Monte Santa Maria! Buon’aria, buona gente, buon umore. Il campanile suona per la chiesa, la scuola, il tempo e il camposanto. Neppur la morte è triste in quel paese. Tre alte file di cipressi circondano quel cimiterino pieno d’ombra e di uccelli. Dev’essere dolce l’ultimo sonno sotto quegli alberi, in mezzo al verde. Il sor Peppino è il riflesso parlante e sorridente di quella pace campestre. Cammina lavora e sorride. Sa far di tutto: il muratore il meccanico il cuoco il contadino il falegname il fabbro il mercante l’ortolano il podestà. È stato seminarista ma non obbedì allo zio parroco che lo voleva prete, perché non ama il celibato e vuole molti figli. Non ha ancora quarant’anni; la sua calma è proverbiale. Un ubriaco che lo detestava per invidia gli sparò di notte da una siepe. Prosit, gli rispose il sor Peppino incolume. Una sera ci fu il terremoto. Cos’è stato sor Peppino? gli gridano i vicini. Niente, il terremoto risponde, come se avesse detto: Piove, era tempo. Ma la prova della sua imperturbabilità la diede all’arrivo dei tedeschi venuti in ricognizione per piazzare i cannoni. Dio! I cannoni! A Santa Maria! Ci staranno poco, rispondeva indifferente. Infatti ci rimasero... tre mesi. Bisognava affrettarsi intanto, nascondere le migliori masserizie, tappeti argenteria vestiti biciclette biancheria. Ma dove? dove? I tedeschi rovistavano dappertutto. Niente paura. Ci avrebbe pensato lui, il sor Peppino. Quando? Il paese rigurgita ogni giorno di sfollati. Calma, avremo tempo, lasciate fare a me. E ci invita a chiuder nei bauli gli oggetti più preziosi. Quando gli domandiamo finalmente quale nascondiglio avrebbe scelto, ci risponde col miglior sorriso: al cimitero (come se avesse detto: in paradiso), nella tomba di famiglia, scavata dentro la terra dove riposano le salme dei suoi

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nonni paterni, effigiati e circondati dall’epigrafe sul marmo. Due bei vecchi sereni a soddisfatti: lui ha un gran barbone; lei, lo stesso sorriso del nipote. Siamo pronti. Tutto è in ordine per la notte scelta. Quel primo giorno di giugno è afoso anche lassù, ma la sera è mitigata da una brezza tardiva che, sale col buio, blanda ed amica. L’ombra è già densa. D’improvviso, ecco la luna. II sor Peppino non ci aveva pensato. Che importa? È al primo quarto, fa poca strada, non è molto curiosa. E s’avvia al cimitero con gli arnesi. Aspettiamo. II buio e il silenzio consacrano la loro alleanza. I grilli e le lucciole ne ricamano i patti. Qualche rana li offende. Perlustriamo il paese palpitando insieme a quel respiro notturno luminoso e canoro. Ad un tratto ci rimbalzano nel cuore i colpi secchi d’uno scalpello sul marmo: il sor Peppino sta scoperchiando i1 sepolcro. Lo sentirà tutto il paese. Mandiamo il figlio ad avvertirlo. Ecco, gia si senton delle voci, là, verso la chiesa. Sul sacrato sono sedute alcune ombre. Do il buona sera con voce stonata. Buona sera, risponde qualcuno. Dall’accento indovino chi è. Mercanti siciliani, sfollati come noi e giunti lassù chissà come e perché. Vorrei allontanarli di lì, condurli con me, distrarne l’attenzione. Impossibile. Sono stanchi e vanno a dormire. Seppelliranno anch’essi qualche cosa. Quando finalmente possiamo caricarci sulle spalle i nostri pesi è gia notte alta. Scendiamo adagio, cauti, guardinghi, pel sentiero che guida al camposanto. Il sor Peppino batte sempre. Gli interstizi tentati riaprono all’aria il respiro murato. II mio olimpico padrone di casa ha appoggiato la lampadina tascabile su una salma a smuove l’altra. La vita contende alla morte il suo riposo. Ma son precari diritti, l’altra risponde vantando i suoi eterni. II sor Peppino concilia le contendenti. Prega. Invoca le ombre dei suoi morti a proteggerlo contro quei vivi che, fra poco verranno armati per imporgli la brutalità della forza. Poi rimuove tranquillamente l’altra salma e comincia a collocare i bauli e i fagotti che abbiamo scaricato. C’è ancora molta roba da portare. Siamo agitati, turbati. Ci sembra profanazione quel manomettere i sepolcri. Nel risalire, il palpito lucente d’ogni lucciola ci sembra il folgorar d’un lampo. Quando torniamo al sepolcreto, una nuova luce livida occupa l quadrato aperto. Restiamo curvi a inchiodati sotto il peso, senza fiato. Ma il volto imperturbato del sor Peppino emerge sorridente. Ha sostituito alla lampadina elettrica, troppo abbagliante, una candela protetta da un paralume verde. Quella luce spettrale può spaventare maggiormente il vicinato. Per tutta risposta schiaccia due grossi scorpioni con le scarpe e continua a ordinare gli oggetti e i bauli che gli vengon tesi. Ma perché verso oriente si schiarisce quell’attonito cielo in cui le stelle impallidiscono già? È l’alba! Possibile? Cosi presto? Il solstizio d’estate non è lontano, le giornate son lunghe. D’improvviso echeggiano voci seguite da spari. I tedeschi! ripetiamo allarmati. lo resto dentro, - ci dice tranquillo, - per tenere ben chiusa la lastra di marmo. E scompare dietro l’epigrafe. Una pattuglia tedesca? II passo ferrato si ripercuote sul selciato che conduce alla chiesa e ci rimbalza nel petto. promemoria_NUMEROUNO


Il 25 agosto 1944, a bordo di una macchina di gran lusso, arrivano a Montemaggiore al Metauro (nei pressi di Fano) Winston Churchill e il generale Alexander (comandante dell’VIII Corpo di Armata inglese). Poche ore dopo prenderà il via l’operazione “Olive”, che porterà allo sfondamento dell’ultimo approntamento difensivo dell’esercito tedesco in Italia. Dalla valle del Metauro l’esercito alleato avanzerà verso il Foglia, attraversando anche Monteciccardo e Sant’Angelo in Lizzola. Monteciccardo, 27-28 agosto 1944 27 VIII 1944 - Campanile atterrato dal bombardamento 28 VIII - Distruzione della Chiesa, e di gran parte del paese, per cannoneggiamento e bombardamento aereo. La difesa fatta coi carri armati ...e un cannoncino ha occasionato il blocco di un carro armato inglese che fu incendiato ed i soldati che si arrendevano, tutti uccisi. Di qui l’accanito bombardamento segnalato dai due aeroplani di ricognizione, che ha portato la distruzione di Monteciccardo e Sant’Angelo. Giovanni Gabucci

Le loro voci schiaffeggiano la gran quiete che c’è intorno con l’asprezza delle consonanti barbariche. Il calcio dei fucili fraternizza coi chiodi delle loro scarpe, offendendo la terra che premono. Sono già alla fontana: bevono e ridono. Il getto dell’acqua compressa per gioco ingrossa la voce schizzando sulle monture. I loro scherzi sono inadatti all’ora e al luogo. La chiesa guarda severa. La fonte è antica e pietosa, non vuole la guerra. È abituata a dissetare altra gente, laboriosa e tranquilla. Sparano ancora, scendono, s’inseguono correndo. Cosa dicono? Nessuno di noi capisce. Eccoli al cimitero. Davanti al cancello... Sono cinque. Non ridono più. Eccone un altro. È il più alto. Che fanno? Spiano. Uno, entra. S’avvicina dove siamo. Tratteniamo il respiro. Se ci vedono, ci crederanno profanatori di tombe, ladri dei morti. Ci fucileranno senza pietà. Entrano tutti… Ma sono sette, non sei. Li vediamo bene. L’oscurità s’è diradata. Che abbiano visto la luce, lì nel sepolcro? È torturante l’attesa. Depongono a terra i fucili... si tolgono tutti l’elmetto... meno il più alto... Si fanno il segno della Santa Croce... Dio sia lodato... Pregano... Tutti... meno quello che è rimasto indietro, il più alto... Perché? Requiem aeternam..., sillaba limpidamente il primo tedesco. Dona eis, Domine, ripetono gli altri. Le stesse parole, per tutti quelli che credono, la stessa lin-

A pagina 26: Monte Santa Maria (Ritorno) e Monte Santa Maria (Prima della guerra), due sonetti trascritti probabilmente da Annibale Ninchi e dedicati nell’Aprile del 1945 a don Vittorio Baldelli, parroco di Sant’Agata di Monte Santa Maria. Sul foglio, conservato nei suoi Taccuini, don Giovanni Gabucci annota: il celebre attore, ai tempi dello sfollamento, fu per molti mesi fu ricoverato da Peppino Nobili (Archivio parrocchia di Sant’Agata, Monte Santa Maria). Nella pagina precedente: l’ingresso del cimitero di Monte Santa Maria; qui sopra: Monteciccardo visto da Monte Santa Maria (fotografie Cristina Ortolani, 2010) e, in bianco e nero, Fanti del 48° Highlanders of Canada durante l’avanzata sulla Linea Gotica verso il fiume Foglia, 28-29 agosto 1944

gua per tutti quelli che sperano, la stessa misericordia per tutti quelli che muoiono. E allora perché, perché, la guerra? Quando tornammo a Santa Maria, sapemmo perché quel soldato non s’era tolto l’elmetto, perché non pregava. Gli aguzzini di Hitler gli avevano ucciso il padre e i fratelli perché non volevano combattere contro l’Italia. Erano trentini e parlavano italiano meglio di noi. Quel poveretto non credeva più in Dio; gli era morta ogni fede. Quando li sentimmo lontani ci inginocchiammo e pregammo anche noi. Fu il signor Peppino a intonare per primo il Requiem aternam con voce pacata e riconoscente. Poi, appena usciti dal cimitero, gli dico: L’abbiamo scampata bella, eh, sor Peppino? Perché? Eh si, dico, potevamo finire maluccio. Macchè! - garantisce, - me l’avevano detto. Chi?, chiediamo stupiti. I miei morti. Con che voce?, ironizza un parente. Quella dell’anima. E sale l’erta che doveva condurre tutti al meritato riposo. L’alba tremava sull’erba, fra i rami, con tutte le foglie.

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ANNIBALE NINCHI (Bologna, 1887 - Pesaro, 1967) Conosciuto oggi soprattutto per la sua interpretazione del padre di Guido-Marcello Mastroianni ne La dolce vita di Federico Fellini, Annibale Ninchi fu uno dei più grandi attori del teatro italiano del secolo scorso. Padre di Arnaldo, anch’egli fine interprete di prosa e di cinema, cugino di Ave, fratello di Carlo (caratterista di spicco), Annibale Ninchi rappresentò con la sua figura possente la perfetta incarnazione dell’attore drammatico, e nella sua carriera, iniziata sotto l’egida di Luigi Rasi e arrivata in teatro sino alle regie di Luchino Visconti, si può leggere in controluce l’evoluzione della scena italiana della prima metà del ’900. Nato a Bologna da famiglia anconetana, Annibale Ninchi era di casa a Sant’Angelo in Lizzola, dove il fratello Carlo faceva spesso da suggeritore al Teatro “G.Perticari”, e dove l’amico Ercole Luigi Morselli (Pesaro, 1882 - Roma, 1921), santangiolese per parte di madre, si affacciava per trovare un po’ di respiro dalla malattia che lo consumava. Proprio nel Glauco di Morselli Ninchi ebbe nel 1919 uno dei suoi più grandi successi (in scena anche la piccola Ave, di soli cinque anni). Ninchi fu anche autore drammatico (tra i suoi lavori più noti è da ricordare Il poeta malandrino, del 1929), mentre tra le interpretazioni cinematografiche è da segnalare, oltre alle collaborazioni con Fellini per La dolce vita (1960) e Otto e mezzo (1963), il primo, applauditissimo kolossal italiano, Scipione l’Africano, diretto nel 1937 da Carmine Gallone. Suoi ricordi sono raccolti anche nel volume postumo Dormono, dormono, non li scocciare (Como, 1985). IL MIO SIPARIO Me lo portavo sempre dietro, anche quando non mi serviva più, il mio bel sipario di lana blu. (...) Ai margini centrali del suo bel blu cupo brillavano, vanitosissime, le mie iniziali d’oro. ...Quando l’ultima guerra bestiale e forsennata si scatenò, anche il mio sipario dovette seguire la mia sorte. Lo portai, insieme con gli ultimi avanzi dei miei superstiti costumi teatrali, a Monte Santa Maria, dove’ero sfollato con mia moglie e la mia bimba di tre anni... Il poco denaro ch’era rimasto era insufficiente alle spese giornaliere... Alcuni contadini venivano per casa a portarmi qualche provvista di farina. Quando videro che mia moglie estraeva da una cas-

sa, per riporli meglio, i più vistosi costumi di teatro, rimasero colpiti dai velluti, le sete e i broccati d’ogni colore e chiesero se per le loro donne che ormai erano nude, avesse avuto da vendere qualche stoffa un po’ meno sgargiante. Per tutta risposta mia moglie aprì il cassone dove dormiva il mio sipario... C’è da vestire l’intero paese, disse il più anziano. ...Dopo qualche mese il mio sipario ebbe l’onore di essere trasformato in tanti tagli d’abito di solida stoffa pesante di color blu cupo. Tutto il paese e il circondario era vestito allo stesso modo, dallo stesso sarto che confezionava per quei contadini tanti completi blu, a doppio petto (da Annibale Ninchi racconta, 1946).

LA NUOVA FONTANA, 1958

Nel 1958 le condutture dell’acquedotto arrivarono finalmente anche nelle campagne di Monte Santa Maria, nell’attuale Villa Ugolini. Le fotografie qui a fianco documentano quell’importante giornata, alla quale presenziò tra gli altri anche Monsignor Aurelio Ferri, canonico della Cattedrale di Pesaro, e provengono dalla raccolta della famiglia Luigi Nobili, tuttora residente nella casa colonica dove sono state scattate le fotografie. Come era d’uso a quell’epoca, commenta Luigi, lontano cugino del Sor Peppino, la festa si concluse con dei castelli di croccante, che erano preparati da Amalia Zaffini, abilissima cuoca e, insieme con il marito Luigi (Gigén de Monti), custode di Villa Monti a Monteciccardo

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Monte Santa Maria

Le prime notizie del minuscolo castello di Monte Santa Maria sono del 1233, quando parte di esso risulta appartenere alla famiglia Fabbri (gli stessi di Montefabbri, oggi frazione di Colbordolo). Citato nell’elenco dei castelli soggetti a Pesaro nel 1283, Monte Santa Maria comprendeva un territorio vasto, che si estendeva sino all’Arzilla, includendo gran parte dei mulini situati lungo il corso del torrente che separa Pesaro da Fano. Quasi immutato appare oggi, rispetto all’illustrazione che ne dà la mappa del Catasto Gregoriano (1835), l’assetto urbanistico all’interno della cerchia muraria: l’unica significativa variazione riguarda la chiesa di Sant’Agata, demolita nel 1931 perché danneggiata dai terremoti del 1916 e del 1930, e ricostruita insieme con la casa parrocchiale nel 1932 con diverso orientamento.

Monte Santa Maria, mappa del Catasto gregoriano (1835), dettaglio; sullo sfondo: Francesco Mingucci, Monte Santa Maria, dettaglio (1626). Sotto: Monte Santa Maria, 29 Maggio 1932. L’inaugurazione della chiesa di Sant’Agata (Archivio parrocchia di San Sebastiano, Monteciccardo)

29 Maggio 1932, festa di San Vincenzo. Inaugurazione della nuova chiesa costruita come la canonica dalla Santa Sede in sostituzione della vecchia dovutasi atterrare perché ruinata dal terremoto del 1916 - 1930. Intervenne Monsignor Vescovo. Cappella musicale di Pesaro, Concerto di Sant’Angelo. Illuminazione e fuochi di Paci. Giovanni Gabucci, 1932

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A destra: Monte Santa Maria in due disegni di Romolo Liverani (1851); sotto: i resti del torrione, restaurati tra il 2009 e il 2010, e la chiesa di Sant’Agata (fotografie Cristina Ortolani, 2010). In basso, a destra, un particolare della targa apposta nel Maggio scorso, in occasione dell’inaugurazione della Casa Monte Santa Maria, casa-famiglia della Comunità Papa Giovanni XXIII che nella vecchia canonica ristrutturata accoglie oggi bambini abbandonati

MONTE SANTA MARIA, 1776 La chiesa parrocchiale di Sant’Agata di Monte Santa Maria, castello e diocesi di Pesaro, è posta dentro il medesimo castello, fabricata sopra la muraglia castellana unitamente alle case della stessa... le familie che si trovano in questa parrocchia sono n. 716... non vi sono in questa (...)ad(...)a mestieri, arti, e vi è poca povertà, solo che questi parochiani hanno il mestiere di coltivare ed arare la terra. (...) Le feste di precetto vengono santificate… Discordie nelle famiglie non vi sono e né tampoco fra privati. Il luogo delle conferenze dei casi morali e le decisioni si fanno in Sant’Angelo, così per ordine; ma di qui il viaggio è lungo e [le] strade scabrose e cattive. Non vi è publica scuola in questa parocchiale di Sant’Agata. I medici, chirurghi, giudici, notari ed ufficiali publici parimenti in questa parocchiale di Sant’Agata non vi sono. Le levatrici o mammane, per le medesime questi parocchiani si servono o di quelle di Monte Cicardo o di quelle di Fontecorgnale d’Urbino. Il numero delle messe in questa parocchiale quasi in tutte le feste di precetto una sola, e quella circa al mezzo giorno. I segni poi che si chiama il populo ad ascoltar la santa messa si è due doppi, il cenno e l’avemaria colle campane. Don Francesco Maria Paolucci, rettore della parrocchia di Sant’Agata, 1776

FONTI E TRACCE Annibale Ninchi, Annibale Ninchi racconta..., Torino 1946. Giovanni Gabucci, Taccuini, Monte Santa Maria (Archivio parrocchia di San Michele Arcangelo, Montegaudio - Monteciccardo). La visita pastorale del cardinale Gennaro Antonio De Simone alla Diocesi di Pesaro (1776-1778), a cura di Guido F. Allegretti, Pesaro 2007. Città e castella (1626). Tempere di Francesco Mingucci Pesarese, Torino 1991. L’Isauro e la Foglia: Pesaro e i suoi castelli nei disegni di Romolo Liverani, Pesaro 1986. Archivio di Stato di Pesaro, Catasto gregoriano (1835). http://collectionscanada.gc.ca (29 Ottobre 2010, 12.45).

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Storie di Palazzo. 2 Montelabbate storie di palazzo

DAL CASTELLO A VIA BORGO MERCATO (OGGI VIA ROMA): APPUNTI PER UNA STORIA DELL’ANTICO PALAZZO COMUNALE DI MONTELABBATE, RECENTEMENTE RESTAURATO DI

SIMONETTA BASTIANELLI

Problema di sempre, quello dello spazio per gli uffici comunali. Era il mese di ottobre 1866, quando il Delegato straordinario inviato a Montelabbate dalla Regia Prefettura, ispezionando i locali, anzi il locale della sede municipale, rilevava: questo solo ambiente non è bastante perché vi si possano disimpegnare tutte le funzioni cui in oggi è destinato. Difatti qui si riuniscono i Consigli, qui le assemblee per le elezioni, qui è il Gabinetto del Sindaco, qui l’ufficio del Segretario e dello Scrittore, qui gli uffici dello Stato Civile e del Giudice Conciliatore, qui si ricevono le Autorità superiori allorché loro piace di portarsi in Comune. Oltre poi all’essere affatto inabile a tutti gli usi suddetti, che oggi sono inevitabili, è altresì improprio, disdicevole alla qualifica di Residenza Municipale, ed ancora mal difeso dalle acque pioventi. In vista di siffatta descrizione, il Presidente del Consiglio propone di riappropriarsi di quattro ambienti che erano stati assegnati come abitazione al medico condotto e precisamente una camera che guarda sulla strada principale, una piccola cucina e due camere che sporgono verso il Foglia. Il Comune, però, non avendo il diritto di riprendersi quei locali dal momento che l’uso degli stessi era parte dei proventi della condotta, stabilì di restituire al Dottore un corrispettivo di lire 50 annue e s’impegnò a trovare al lodato sanitario un’abitazione decente. La decisione presa d’urgenza piacque a tutti i consiglieri che per esprimere il loro voto favorevole si alzarono tutti all’istante in piedi. promemoria_NUMEROUNO

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A maggior decoro del municipio era stata quindi ampliata, e in tutta fretta, la residenza comunale tanto che il 26 dicembre di quello stesso 1866 si deliberava l’acquisto degli arredamenti, non più sufficienti per allestire i nuovi ambienti. I documenti di questi anni risultano redatti nella sede comunale del Castello. Ma quando fu trasferito il palazzo civico sull’odierna via Roma? Allo stato attuale delle ricerche possiamo dire che già nel 1893, ma forse qualche anno prima, il Comune si trovava nel Borgo: qui nell’Ufficio di segreteria comunale sito nel Borgo Mercato, nel Palazzo del Municipio al civico numero 26/A recita la formula presente negli atti amministrativi di quell’anno redatti dal segretario. E a proposito del segretario comunale, colpisce la continuità di servizio di Celestino Serafini, presente a Montelabbate dal 1830 al 1866 e che, con suo figlio, scrittore (applicato di segreteria, in realtà factotum), costituiva l’intero organico del Comune. Per la storia dell’edificio che divenne palazzo civico e rimase tale fino alla costruzione dell’attuale, nel 1982, ci si deve limitare alle poche notizie desunte dalle scarse fonti documentarie. I fogli mappali e relativi Registri

delle partite dei fabbricati di Montelabbate ci indicano la presenza, sullo stesso sito di via Borgo Mercato in cui sorse l’antico municipio, di un edificio di diversa conformazione. Ciò può significare che per l’edificazione del palazzo comunale si è intervenuti su una costruzione preesistente, col che si darebbe un senso alle parole del tecnico comunale geometra Luigi Mancini il quale nel 1937, relazionando sull’edificio comunale scrive L’edificio costruito da remoto tempo appositamente per uso Municipio. In realtà l’esigenza di un restauro si era fatta sentire già quindici anni prima, visto che l’11 maggio 1922 l’Amministrazione procedeva ad appaltare i lavori di restauro al palazzo municipale. Va detto che l’edificio fu nel tempo gentile ospite dei vari servizi al cittadino. Ecco parte della delibera del 4 febbraio 1932 - “Adattamento di un locale nel palazzo comunale per la scuola di 5a classe elementare mista” - Ritenuta la impellente necessità di creare un locale da essere adibito per la scuola di 5a classe elementare mista di nuova istituzione; ritenuto che dall’ottobre scorso la scuola stessa trovasi installata nella sala comunale nella quale, per ovvie ragioni, non può essere mantenuta; ritenuto che trovandosi il nuovo locale prescelto sempre nel Civico Palazzo, esso, opportunamente restaurato, servirà oltre che per la scuola, anche per consolidare il Palazzo stesso... Si ripresenta, implacabile, la sete di spazio: siamo nel 1934 e i locali degli uffici non rispondono più alle esigenze del Comune, cresciuto per servizi e per popolazione. La mancanza di locali idonei perpetua lo stato di difficoltà lamentato circa una razionale sistemazione del carteggio e impedisce quella

A destra: Montelabbate, via Borgo Mercato in una cartolina degli anni Ottanta del ‘900 (Archivio storico Comune di Montelabbate) e nel 2009, poco prima dell’inaugurazione dopo i restauri, avvenuta il 21 Marzo di quell’anno (fotografia Comune di Montelabbate). In alto: Saluti da Montelabbate - via Borgo Mercato, cartolina, anni Venti del ‘900 (edizioni Vittorio Stein, Venezia; Archivio storico diocesano di Pesaro, Fondo G. Gabucci)

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divisione degli uffici, tanto necessaria al regolare andamento; per cui è indilazionabile il provvedimento che dia distinte sedi all’Ufficio del Podestà, allo Archivio, alla Segreteria, allo Stato Civile, alla Direzione Didattica, al magazzino dei mobili e materiali. Il Podestà delibera, quindi, di attuare la sistemazione della sede comunale e di incaricare l’Ingegner Carlo Mariotti di Pesaro della redazione del progetto. Costui, alla fine del lungo elenco di interventi da attuarsi, scriverà: Bisogna tener presente che i lavori fatti in fabbricati vecchi, oltre presentare notevoli difficoltà tecniche hanno costo maggiore… Certi lavori, come si sa, vanno alla lunga e ancora nel ‘37 si parla di Sistemazione e riattamento di locali del fabbricato ad uso Municipio dal momento che l’edificio, adibito fino a quel momento a scuola elementare, si liberava di alcuni ambienti, grazie alla costruzione del nuovo palazzo scolastico lì accanto: …ma poiché i locali della sede municipale si trovano in pessime condizioni igieniche ed anche statiche, si è richiesto l’intervento del tecnico del Comune. Si trattava di trasferire gli uffici dal primo piano al piano rialzato, perché per esigenze scolastiche gli uffici che avevano sede al piano rialzato erano stati da tempo trasportati, con discapito di scomodità, al piano superiore ed ora si riteneva opportuno riportarli al piano rialzato, tanto più che diversi locali abbisognano di urgenti riparazioni come pavimenti, solai, soffitti... L’ambulatorio che si trovava al piano rialzato viene decentemente sistemato nel piano scantinato ed ivi troverà una sede con relativa sala d’aspetto. E finalmente, nel 1939, ecco il collaudo dei lavori alla sede comunale, che riguardarono l’ambulatorio, la sala d’aspetto, la sala dei concerti, gli uffici del podestà, del segretario e dell’applicato e la chiusura del camino dell’ufficio di Stato civile. Una relazione su una visita ispettiva dei primi anni Quaranta voluta dalla prefettura ci conferma che in seguito alla costruzione del nuovo edificio scolastico gli uffici comunali sono stati sistemati sullo stesso piano in cui trovasi ancora una stanza adibita ad archivio deposito, ingombro di carte, fascicoli e registri che bisognerebbe selezionare eliminando quelli superflui. Allora il podestà aveva il domicilio a Pesaro e si faceva vedere a Montelabbate una o due volte la settimana. Prima di essere state abbandonate a causa dello sfollamento, le stanze del palazzo sono state testimoni di un fatto che ci piace raccontare attraverso le parole del segretario comunale Pasquale Bartolomei: Io sottoscritto Segretario comunale, in assenza del Commissario prefettizio Oronzo Danese, sfollato, reputo dove-

A pagina 33: Montelabate (Pesaro). Ricordo del XX anniversario della Società Operaia Maschile e Inagurazione del vessillo della Società Operaia Femminile, cartolina (la SOMS fu fondata nel 1891; la cartolina dovrebbe quindi essere databile al 1911); Saluti da Montelabate (Pesaro) cartolina datata 6 Novembre 1917 (edizioni Alterocca, Terni; Archivio storico diocesano di Pesaro, Fondo G. Gabucci). Entrambe le cartoline riproducono la stessa fotografia, scattata prima della costruzione della scuola elementare; sotto: Montelabbate, Borgo mercato, mappa del Catasto gregoriano (1835), dettaglio. Sotto, Montelabbate, tre cartoline riferibili agli anni Trenta del ‘900 (la denominazione Via Roma fu imposta dal Regime fascista nel 1932). Le fotografie sono di Mauro Arceci, Urbino; la stampa della prima immagine dall’alto è dello Stabilimento Dalle Nogare e Armetti di Milano (Archivio storico diocesano di Pesaro, Fondo G. Gabucci e raccolta privata, Pesaro)

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IL NUOVO EDIFICIO SCOLASTICO Anche i Comuni più piccoli del Regno, grazie alla legge del 15 luglio 1906, furono messi in condizioni favorevoli per risolvere il problema dell’edilizia scolastica. L’amministrazione di Montelabbate volendo approfittare, come mille altri Comuni hanno fatto, della suddetta legge, fin dallo stesso 1906 dava incarico di redigere un progetto per le scuole limitandolo a sole due distinte aule; dopo appena due anni il Consiglio deliberava la compilazione di un identico progetto assegnandola ad altro tecnico. Ma la necessità di avere abitazioni civili adatte per il maestro e la maestra e l’aumento della media degli obbligati a frequentare le scuole - 45 per i maschi e 50 per le femmine - spingono il sindaco Cleto Tomassoli a richiedere un ulteriore progetto. Il nuovo edificio avrebbe dovuto erigersi su area di proprietà comunale lungo la via principale del paese, in posizione centrale: il fabbricato ha due ingressi distinti, uno per i maschi e l’altro per le femmine... Nei due vestiboli vi hanno gl’ingressi alle abitazioni dei Maestri che si compongono ognuno di una cucina, camera da pranzo e la latrina al piano terra, di due camere da letto con spogliatoio al primo piano... A dimostrare la necessità di provvedere subito basta un’ispezione all’attuale fabbricato adibito a scuole (1911). Il progetto approvato per “scuole uniche” nel giro di qualche anno dovette adattarsi, invece, per “scuole miste”, come da apposita disposizione dell’Autorità scolastica. E’ quindi mestiere di introdurvi delle modificazioni. Anzitutto portare gl’ingressi alle scuole sul davanti, perché se lasciati posteriormente si renderebbero necessarie 2 lunghe gradinate di 15 o più gradini, scendendo il terreno… Un ampio corridoio d’ingresso in proseguimento della strada che porta alle scuole, darebbe accesso separatamente ai due vestiboli delle scuole, col grandissimo vantaggio, di fronte all’apparente necessità di 2 ingressi esterni separati,

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della razionalità nella generale disposizione dei locali (progetto del geom. Fattori datato 20 agosto 1919). Nel 1927 si passa all’azione: è dell’11 luglio la Delibera di demolizione di uno stabile di proprietà comunale per costruzione edificio scolastico del capoluogo: ritenendo opportuno liberare l’area, sita all’entrata del Paese, che dovrà essere occupata dalla costruzione del nuovo palazzo, dallo stabile di proprietà comunale, era stato dato l’incarico al Geometra Aurelio Gennari di Pesaro di procedere alla misurazione per stabilire la spesa di demolizione. ...il Podestà delibera di demolire lo stabile che, sorgendo nell’area che dovrà essere occupata dalla costruzione del nuovo palazzo scolastico, deve essere necessariamente demolito. Nel 1928, dietro invito del Podestà, l’ingegnere Francesco Badioli in qualità di direttore dei lavori e il rappresentante della Impresa Consorzio provinciale delle Cooperative di Produzione e Lavoro di Pesaro si recano sul posto dove dovrà sorgere il nuovo edificio scolastico per tracciarlo. Ma... non tutto fila liscio, ancora! Il Podestà Angelo Bracci il 22 febbraio delibera di approvare le modificazioni apportate dall’ing. Badioli che corrispondono ai criteri nuovi e rendono più comoda e più economica la costruzione dell’edificio senza cambiarne la pianta, considerato anche che si viene ad avere un gran vano da adibirsi ad uso di palestra o per locale dopo scuola, indispensabile per contenere i numerosi scolari. Del primo agosto 1929 è il verbale di ultimazione lavori.

Comune di Montelabbate, Progetto di scuola mista a due aule e due alloggi, Modificazioni al progetto 12 Aprile 1911 e relativi lavori addizionali; prospetto e pianta del piano terreno dal progetto del geometra Filiberto Fattori (Archivio storico Comune di Montelabbate)

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roso far noto quanto segue: in seguito a verbale invito di due Guardie repubblicane che si dichiararono mandate dalla Prefettura, inviai in Gradara, all’adunanza del 24 giugno [1944], l’impiegato Gessoni Aristodemo perché munito del mezzo di trasporto. Questi, al ritorno, mi comunicò la disposizione prefettizia sull’immediato sfollamento obbligatorio di tutta la popolazione di Montelabbate. Pubblicai subito l’ordine che fu eseguito quasi da tutte le famiglie. Inoltre mi comunicò l’invito prefettizio di chiudere l’Ufficio comunale, cosa che mi ripromisi di fare appena distribuite le ultime tessere annonarie ed ultimate alcune pratiche urgenti. Se non che, un mattino, nel rientrare in Municipio, trovai questo occupato dai Militari tedeschi: stanze tutte aperte; volumi d’ogni genere in terra alla rinfusa sfasciati e stracciati; diversi grandi mobili e arredi, cancelleria, tre macchine da scrivere Olivetti, orologio, alcuni importanti registri mancanti; telefono, impianto della illuminazione spezzati. Ciò superficialmente constatato (dico superficialmente, perché alla presenza di militari tedeschi) me ne uscii senza più metter piede inutilmente in Municipio. E fu davvero così per circa tre mesi perché il segretario trasferì l’ufficio comunale di Montelabbate nel Comune di Montefelcino, nella remota località “casa Rotonda”, scelta perché quivi è contenuto il maggior numero di sfollati di Montelabbate e per la sua centralità rispetto a Farneto, luogo in cui il Commissario prefettizio avrebbe voluto portare il Comune onde sottrarlo alle offese belliche. Salutiamo qui il Borgo di Montelabbate con il suo palazzo civico, immaginando i suoi abitanti mentre a fatica, tra le ferite della guerra lasciano Casa Rotonda e tornano a far sentire le loro voci nella via principale, la strada dove tutto si affaccia e dove tutto converge: via Roma.

Montelabbate, via Roma (via Borgo Mercato) nei pressi della chiesa dei Santi Quirico e Giulitta, cartoline, anni Trenta del ‘900 (foto Mauro Arceci, Colbordolo); l’immagine in alto è stata stampata dallo Stabilimento Dalle Nogare e Armetti, Milano (Archivio storico diocesano di Pesaro, Fondo G. Gabucci)

FONTI E TRACCE Montelabbate, Archivio storicocomunale, Deliberazioni. Archivio di Stato di Pesaro, Prefettura, serie II, “Comuni” bb. 206-211; Fondo notarile di Pesaro, “Atti amministrativi”; Registro delle partite dei fabbricati di Montelabbate (vol. II).

Saluti da Montelabate (Pesaro), cartolina, anni Trenta del ‘900 (foto Quinto Candiotti; Archivio storico diocesano di Pesaro, Fondo G. Gabucci). Tutte le cartoline riprodotte in queste pagine sono state pubblicate in occasione della tappa montelabbatese del percorso espositivo della Memoteca Pian del Bruscolo Scrigni della memoria, nell’estate 2007

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Maria Teresa Badioli. La zitella curiosa voci d’archivio

PESARO E I SUOI DINTORNI (PER ESEMPIO, MONTECCHIO, MONTELABBATE, BELVEDERE FOGLIENSE...) MA ANCHE FIORI, PIANTE, SABBIE, E GLI OGGETTI PIÙ SVARIATI. TRA GOZZANO E LINNEO, LA WUNDERKAMMER DI MARIA TERESA BADIOLI DI

CRISTINA ORTOLANI

- (Drriiiiin!) - (…) - Ma lei è signora o signorina? - …(attimo di pausa, lieve sconcerto) - No perché, sa, io sono signorina e ci tengo moltissimo. Comunque, diamoci del tu, ché facciamo prima. Io sono Maria Teresa.

ED ERA QUESTO CHE AVEVA CERCATO PER GRAN PARTE DELLA SUA VITA, TRACCE

CONCRETE DELLA STORIA, OGGETTI CHE POTEVI TENERE IN MANO SENTENDO IL PESO DELLA MEMORIA, DEL TEMPO

TRASCORSO. QUALCOSA CUI AGGRAPPARSI DICENDO: GUARDATE, QUESTO

APPARTENEVA A MIO PADRE, AL PADRE DI MIO PADRE,

È UN PEZZETTO DI QUEL CHE SONO STATI. UN PEZZETTO DEL POSTO DA CUI PROVENGO.

Jon McGregor, 2006 38

Maria Teresa, la Badioli: a Pesaro, quasi un’istituzione. Per le generazioni di studenti che in oltre trent’anni ha educato al rispetto dell’ambiente, spiegando loro i segreti di piante e fiori, ma soprattutto per gli amici e i conoscenti che affollavano i suoi pomeriggi nella villetta a due passi dal mare, amatissimo, per fare due chiacchiere, per scambiarsi le ultime novità pesaresi o, sempre più spesso, pronti a ricorrere alla sua memoria in cerca di informazioni, aneddoti, verifiche sulla Pesaro del tempo che fu. Sì, perché tra le mille passioni di una vita, dallo sport alle escursioni in montagna alla filantropia, Maria Teresa Badioli (1923 - 2010) si era data, specie negli ultimi anni, alla raccolta di notizie sulla sua città, che archiviava secondo un sistema artigianale ma efficace come il più sofisticato dei database, annotandole su una serie di quaderni numerati, dove ogni pagina rimandava a un cassetto, un album di foto, una scatola di lettere. Da studiosa di scienze quale era, Maria Teresa Badioli possedeva infatti un formidabile istinto di catalogatrice, affinato dalle collezioni di sabbia, erbe, animali messe insieme nel corso di ottantasei curiosissimi anni. promemoria_NUMEROUNO


Come in un gigantesco erbario o in una Wunderkammer grande - alla lettera - quanto una casa, la sua casa, Maria Teresa Badioli conservava, in armadi stipati di scatole rigorosamente etichettate, cartoline illustrate, ritagli di giornali, frammenti di vecchi muri, fotografie, bottoni, cappelli, bambole, attestati, oggetti e documenti di ogni genere, quasi a voler trattenere un po’ di quel passato nel quale, diceva spesso, trovava ogni giorno nuovi insegnamenti. Un archivio davvero prezioso, insostituibile proprio per la modalità assolutamente originale secondo la quale le informazioni sono state raccolte e organizzate, un’intenzione che già di per sé struttura un racconto. Un racconto le cui pagine toccano spesso le terre di Pian del Bruscolo, da Montecchio, dove ha origine la famiglia del nonno materno di Maria Teresa, Adolfo Barbanti, a Talacchio, dove nel 1951 Maria Teresa tenne un corso di Economia domestica rurale, per arrivare a Montelabbate e Belvedere Fogliense, dove la ditta di costruzioni della Famiglia Badioli lavorò a più riprese. Le fotografie di queste pagine sono state raccolte nel corso di numerosi incontri con Maria Teresa Badioli, tra l’Inverno del 2008 e l’Aprile del 2010. Sul tavolo della sala déco, vicino alla poltrona dove trascorreva negli ultimi tempi le sue giornate, si accumulavano i foglietti di appunti sui quali Maria Teresa tracciava la linea da seguire nella realizzazione di uno studio dedicato proprio all’attività della Ditta Badioli - perché mio papà, con gli zii, hanno lavorato tanto per Pesaro e per i paesi qui nei dintorni, meriterebbero di essere ricordati, non credi?

Gita Assisi - Perugia, 29 Maggio 1952. Maria Teresa Badioli (in piedi, in seconda fila, terza da destra) insieme con le allieve del corso di Economia domestica rurale (raccolta Mary Ann Arduini Mulazzani, Pesaro). Le campagne già cominciavano a spopolarsi, e per frenare questa tendenza si insegnava alle ragazze come tenere la casa, come accudire gli animali, insomma, tutto ciò che poteva essere utile a una gestione della vita domestica improntata a criteri moderni e più corretti anche dal punto di vista sanitario. I corsi duravano una ventina di giorni, e mi ricordo che a Montemaggiore ho visitato e fatto ripulire tutte le stalle del paese: siccome arrivavo dalla città, ed ero l’incaricata dell’Ispettorato Agrario, insomma, quasi una personalità, mi avevano sistemato a dormire nell’unica casa dotata di un gabinetto… A Talacchio, invece, abitavo presso i signori Giacomini. All’Ispettorato Agrario, inoltre, effettuavo anche le analisi dei terreni, un’attività molto importante per l’agricoltura (Maria Teresa Badioli, Gennaio 2010).

- (Drriiiiin!) - (…) - Ma lei è signora o signorina? - …(attimo di pausa, lieve sconcerto) - No perché, sa, io sono signorina e ci tengo moltissimo. Comunque, diamoci del tu, ché facciamo prima. Io sono Maria Teresa. FONTI E TRACCE

Conversazioni con Maria Teresa Badioli, Inverno 2008 - Aprile 2010. Archivio Maria Teresa Badioli, Pesaro. Luigi Badioli, Note sulla genealogia della Famiglia Badioli e della Famiglia Barbanti, dattiloscritto. Archivio parrocchia dei Santi Quirico e Giulitta, Montelabbate. promemoria_NUMEROUNO

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A sinistra: Pesaro, 1924 circa. Due immagini di MariaTeresa Badioli all’età di un anno; sotto, da sinistra: 21 Ottobre 1938, il Brevetto di educazione fisica della Gioventù Italiana del Littorio; Pesaro, 1936. Maria Teresa Badioli insieme con la madre Emilia Barbanti; due tra gli amati cappelli di Maria Teresa Badioli: il modello di velour ornato di gros-grain bordeaux è stato realizzato dalla modista pesarese Rosina Lugli ed è databile approssimativamente alla fine degli anni Trenta del ‘900, come il ventaglio pubblicitario della stessa modisteria Lugli. Al centro della pagina: Firenze, Istituto Agrario Femminile “Giuseppina Alfieri Cavour”, 12 novembre 1951 Corso di economia domestica rurale e Monte Petrano, 1942

Pesaro, strada della Quercia Bella, 28 gennaio 1940. Maria Teresa Badioli sulla neve con un gruppo di amici; a sinistra: uno dei Quaderni dove Maria Teresa annotava notizie e fatti riguardanti Pesaro e dintorni

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Pesaro, 1912. Adolfo Barbanti e la moglie Maria Angeli Barbanti con i loro figli. Da sinistra, in piedi: Emilia (mamma di Maria Teresa Badioli), Guido, Silvia,Aurelio, Cesira; seduti: Maria Angeli, Adolfo Barbanti e la piccola Elvira; sotto: Pesaro, Biblioteca San Giovanni, 13 dicembre 2009. Maria Teresa Badioli fotografata alla presentazione del volume Pesaro, la moda e la memoria. Sullo sfondo, in trasparenza, un campione di Frastaglio, dall’Album di lavori di Emilia Barbanti, 1910 circa. Salvo diversa indicazione, tutte le immagini di queste pagine provengono dall’archivio Maria Teresa Badioli, Pesaro. In apertura, il telefono di bachelite (se lo colleghi alla linea è funzionante, ci teneva moltissimo a farlo sapere) che Maria Teresa Badioli aveva appeso al muro della sala

MARIA TERESA BADIOLI (29 Novembre 1923 - 15 Aprile 2010)

Nata a Pesaro nel 1923 da Saturno, costruttore che con la ditta di famiglia ha contribuito in maniera decisiva a dare forma alla Pesaro che tutti noi conosciamo, e da Emilia Barbanti, dei Barbanti di Montecchio (Sant’Angelo in Lizzola), dopo le elementari alla scuola “G. Perticari” Maria Teresa Badioli si diploma con ottimi voti al Liceo classico “T. Mamiani”, dove ha per insegnanti, tra gli altri, i due Scevola Mariotti (Eleonora, figlia di Scevola sr. e sorella di Scevolino - Scevola jr. - è stata tra le sue più care amiche). Nel 1942 si iscrive alla facoltà di Scienze naturali dell’Università di Bologna: la guerra ritarda il completamento degli studi, e Maria Teresa si laurea nel 1950; documenti e cimeli del suo periodo universitario sono stati donati all’archivio storico dell’Università di Bologna ed esposti, come la feluca, al bolognese Museo Europeo degli Studenti - MEUS. Subito dopo l’università, nel 1951 Maria Teresa Badioli è inviata dall’Ispettorato Agrario di Pesaro a Talacchio (Colbordolo) e Montemaggiore al Metauro, a tenere dei corsi di Economia domestica rurale, applicando quanto aveva appreso a Firenze presso l’Istituto Agrario Femminile “Giuseppina Alfieri Cavour”. Nel 1952 Maria Teresa, che ha sempre vissuto e lavorato nella sua città d’origine, comincia la sua carriera di insegnante, conclusasi dopo trentasette anni in gran parte trascorsi presso l’Istituto magistrale “E. L. Morselli” (salvo un breve intermezzo al Liceo scientifico “G. Marconi”, nei difficili anni della contestazione giovanile).

Sportiva di prim’ordine, il suo carnet, del quale era orgogliosissima, contava più di venti medaglie: da segnalare la partecipazione al Campionato di tennis femminile del settembre 1940; tra le ventiquattro discipline sportive praticate nel corso degli anni da Maria Teresa Badioli ci sono anche il tiro a segno, il tiro con l’arco e il lancio del giavellotto, che affiancano il tennis, praticato sin da giovanetta a livello agonistico nazionale, lo sci (discesa e fondo), e il pattinaggio, a rotelle, su ghiaccio e, a settantatre anni, provato anche con i roller. Un discorso a parte merita il nuoto: dal 1942 fino in tarda età, Maria Teresa Badioli fu infatti tra gli intrepidi pesaresi che sfidano il freddo con i bagni d’inverno. Era infatti solita fare il bagno al mare nel giorno del suo compleanno, il 29 Novembre, registrando la temperatura su apposite schede. Fino al 2009 Accademico ordinario dell’Accademia agraria di Pesaro, nel 1970 fu tra i fondatori del Gruppo naturalisti pesaresi, partecipando anche all’attività del Gruppo micologico pesarese; nel 1974 la troviamo tra i fondatori della sezione pesarese dell’Associazione Italiana Leucemie; infine, tra i gruppi che la videro protagonista, Maria Teresa Badioli ricordava con particolare affetto l’Azione Cattolica, della quale fui dirigente negli anni tra il 1948 e il 1958.

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La Ditta di costruzioni Badioli Luigi e Figli fu costituita a Pesaro nel 1925. Composta da Saturno, Francesco (ingegnere), Guido (geometra), Ivo (ragioniere), operò fino al 1954, anno dello scioglimento, a Pesaro e provincia (San Lorenzo in Solfinelli, Gabicce, Gradara, Mombaroccio, Fossombrone…) ma non solo: negli anni Trenta del ‘900 i Badioli lavorarono anche a Falconara, Ancona, Città di Castello, Napoli, Cagliari, Sassari, Sondrio. Nel 1937 la Ditta Badioli, che ai cantieri affiancava già la vendita di materiali per l’edilizia, ampliò il proprio campo d’azione acquistando le due fornaci per laterizi di Villa San Martino e di Cattabrighe. Tra i lavori realizzati dai Badioli nel territorio di Pian del Bruscolo spiccano il consolidamento dell’abitato di Belvedere Fogliense e Tomba (ora Tavullia), effettuato nel 1927 su commissione del Corpo Reale Genio Civile di Pesaro per un importo di L. 181.039, 95; il progetto e costruzione del campanile della Chiesa parrocchiale di Montelabbate, iniziato nell’Agosto del 1928, e la costruzione, nell’Autunno 1929, di una briglia a difesa del ponte sul Foglia presso Montecchio (importo dei lavori L. 158.858,52). Nel 1948, infine, ai Badioli fu affidata la ricostruzione case per i senza tetto a Monteciccardo. Di lavori si parlava ovviamente in casa, ma soprattutto durante il pranzo e la cena: erano il nonno e i figli che si aggiornavano vicendevolmente sull’andamento dei lavori in corso o si scambiavano opinioni o prendevano decisioni sul prosieguo dell’attività. Intorno al grande tavolo ovale [della casa di via Marsala 17, a Pesaro] fino alla morte del nonno (1933) ci si riuniva giornalmente in otto, tolte le lunghe assenze di zio Guido per i cantieri della Sardegna, dopo il 1926, ma talvolta erano presenti anche lo zio Arturo, di passaggio tra un treno e l’altro e la zia Elvira di Fano, che badava alla cucina, essendo un’ottima cuoca (da Luigi Badioli, Note sulla genealogia della Famiglia Badioli e della Famiglia Barbanti, dattiloscritto, Archivio Maria Teresa Badioli). La carta intestata della Ditta Badioli è il dettaglio di una lettera indirizzata dai Badioli a don Nazzareno Angelini, parroco di Montelabbate il 1° Gennaio 1931 (Archivio parrocchia dei Santi Quirico e Giulitta, Montelabbate).

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Montecchio (Sant’Angelo in Lizzola), 1929. Lavori di consolidamento del ponte sul fiume Foglia. Le due fotografie a sinistra appartengono a una serie di immagini montate su cartoncino marrone e accompagnate da didascalie a inchiostro di china bianco: si trattava probabilmente di una selezione destinata a comporre un portfolio fotografico dei lavori della Ditta Badioli

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Album di famiglia. Musica, maestro! Concerti e Musicanti album di famiglia

BASTEREBBE, PER DARE UN’IDEA DELLA FACCENDA, LA STORIA DI UNA SOLA DELLE BANDE DI QUEI TEMPI... LE BANDE D’ALLORA ERANO QUALCOSA DI STRAORDINARIO, E NESSUNO PUÒ IMMAGINARSELE PERCHÉ QUANDO ANCHE SI DICA CHE ERANO COMPOSTE DI TROMBE, TROMBONI, CLARINI, QUARTINI, CORNETTA E CONTRABBASSO, NON SI È DETTO UN ACCIDENTE... FACEVANO I CONTADINI E SUDAVANO A SPREMERE FUORI DALLA TERRA IL MANGIARE, MA NON SI OCCUPAVANO DI MUSICA SOLTANTO NELLA MORTA STAGIONE, QUANDO CIOÈ NEI CAMPI NON C’ERA NIENTE DA FARE. ANCHE NELLA STAGIONE DEL LAVORO DURO, OGNI GIORNO IL VECCHIO, A UN CERTO MOMENTO, SI FACEVA NEL BEL MEZZO DELLA PORTA-MORTA E DAVA FIATO ALLA CORNETTA SUONANDO L’ADUNATA. ALLORA TUTTI, DEPOSTI GLI ARNESI DI LAVORO, CORREVANO A CASA E, PRESI GLI STRUMENTI, PROVAVANO LE COMPOSIZIONI DEL VECCHIO. POI TORNAVANO NEI CAMPI A LAVORARE. QUESTA ERA UNA BANDA SPECIALE, SI CAPISCE. PERÒ ANCHE TUTTE LE ALTRE BANDE ERANO STRAORDINARIE. MA COME SI FA A SPIEGARLO A GENTE CHE NON SA BALLARE IL VALZER?*

*Giovannino Guareschi, La Banda, in L’anno di Don Camillo, Milano 1996

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Il Concerto di Sant’Angelo in Lizzola, anni Venti del ‘900 (fotografia Torcoletti, raccolta Gabriella Giampaoli, Pesaro) e, in piccolo, un figurino del 1899 per la divisa dei musicanti (Archivio storico Comune di Sant’Angelo in Lizzola). Ma nel giardino c’è un brusio insolito, giriamo lo sguardo e vediamo il corpo bandistico forte di una trentina di bravi suonatori che sotto la guida ferrea e sapiente del Maestro Bassi [Alessandro Bassi] sta pronto per un servizio sulla piazza Branca. Ora il concerto è sciolto per diverse cagioni. Era sorto cent’anni fa, precisamente nel 1847, ed ecco lo scopo nobile della sua istituzione: Ad utile ed istruzione della gioventù locale, a lustro del Paese e a decoro delle funzioni ecclesiastiche, il Municipio di Sant’Angelo ha decretato l’istituzione di un Maestro di Cappella con lo stipendio di scudi cento somministrato dal Municipio, Parroco, Capitolo e Luoghi pii. E fra i Maestri che si susseguirono ricorderò Zenone Appiotti, Valdimiro Gennari, Antonio Pavoni ed in ultimo il M° Alessandro Bassi che sente ancora viva la nostalgia di Sant’Angelo. Giovanni Gabucci, Marzo 1948

FONTI E TRACCE PER SANT’ANGELO IN LIZZOLA: Giovanni Gabucci, A casa nostra, lettura al cinema “Giovanni Branca” di Sant’Angelo in Lizzola, 13 Marzo 1948 (manoscritto,Archivio parrocchia San Michele Arcangelo, Sant’Angelo in Lizzola); Archivio storico Comune di Sant’Angelo in Lizzola: Deliberazioni; conversazione telefonica con Cesare Antonini, 21 ottobre 2010.

Nella pagina precedente: Marcie funebri, raccolta di parti per clavicorno Mib (meglio conosciuto come genis o flicorno) di Sisto Antonini, musicante della Banda di Sant’Angelo in Lizzola (Archivio storico Comune di Sant’Angelo in Lizzola) e, nell’immagine piccola, Sisto Antonini a Marcinelle (raccolta Famiglia Antonini, Sant’Angelo in Lizzola). Sin dalla costituzione, il Concerto di Sant’Angelo accolse nelle sue fila numerosi cittadini di Monteciccardo, tra i quali anche Sisto Antonini, di antica famiglia santangiolese ma da ragazzo residente a Montegaudio (frazione di Monteciccardo). Emigrato insieme con altri giovani della zona verso il Belgio, Sisto Antonini fu tra le vittime della tragedia di Marcinelle (8 Agosto 1956), alle quali “Promemoria” dedicherà uno spazio nel prossimo numero.

PER COLBORDOLO: testimonianza di mons. Giulio Sani, Estate 2003. La testimonianza, raccolta grazie alla collaborazione di Sauro Crescentini, è stata in parte pubblicata su S. Bastianelli - C. Ortolani - M. L. Ubalducci, La Banda di Colbordolo, Colbordolo 2004. PER MONTELABBATE: Archivio storico Comune di Montelabbate: Deliberazioni; Un

secolo di armonie, il Corpo bandistico “G. Rossini” di Montelabbate, 1992; testimonianza di Ottavio Tornati (raccolta Fiorino Luccardini, Montelabbate). PER TAVULLIA: Archivio storico Comune di Tavullia: Deliberazioni; “I Quaderni di Tavullia”, U come uomini, I come Immagine, Tavullia 2004; “L’Idea”, 2 Settembre 1921.

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Morciola di Colbordolo, 25 Marzo 1932. La Banda di Colbordolo al gran completo si esibisce per la Festa dell’Annunziata. (Archivio Corpo bandistico “G. Santi”, Colbordolo) Nella fotografia si riconoscono i futuri sacerdoti Giulio Sani (nel gruppo dei bimbi col cappello della Banda è il primo da destra), Mario Sacchini e Ermoli Cartoceti (a fianco di Giulio Sani, sempre da destra), il M° Giuseppe Bruttigni (in piedi vicino ai musicanti, con i baffi, il papillon e il cappello), Bentivoglio Tomassoli, Edo Ligi, Ermanno Camillini (da sinistra, a fianco del M° Bruttigni) e Ontario Camillini (il sesto da sinistra, a partire dal M° Bruttigni). Le più antiche testimonianze sul Concerto di Colbordolo (ora Corpo Bandistico “G. Santi”), restituiteci dalla memoria di generazioni di musicanti, risalgono al 1853; il primo regolamento è invece del 1898. Il 10 aprile 1930 restai orfano di madre ed il mio babbo Giovanni, avendo saputo che l’amico Giovanni Cartoceti mandava il suo piccolo Ermoli a scuola di solfeggio a Colbordolo dall’indimenticabile maestro Bruttigni, pensò di mandarci anche me. Frequentavo la IV elementare. Il maestro della banda insegnava solfeggio ed organizzava le prove nella Casa del Fascio, nei pressi della Chiesa parrocchiale. Le sue lezioni erano importanti per noi fanciulli perché scriveva con penna e calamaio, a mano, sui fogli pronti con rigo musicale, le semibrevi, le minime, le crome, le semiminime, le terzine... e i tempi di 4/4, 2/4, 3/4, 6/8. Il foglio così scritto lo asciugava con finissima sabbia che versava da un contenitore di vetro dotato di piccoli forellini attraverso i quali, poi, riponeva quella avanzata (Non erano ancora giunti in commercio le fotocopiatrici o il computer). Ci consegnava poi il foglio da portare a casa. Il maestro portava un cappello nero per riparare la sua calvizie e un paio di occhiali con lenti spesse per correggere la forte miopia. Imponeva disciplina solo con lo sguardo. (…) Dopo circa un anno di “solfeggio parlato” il maestro suggerì a ciascun alunno

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lo strumento più idoneo: a Ermoli Cartoceti consigliò il quartino, a Mario Sacchini il flauto, al sottoscritto il clarinetto in sibemolle. Una sera vidi il babbo Giovanni rientrare a casa con un astuccio nero nascosto sotto le falde del cappotto. Dentro, tagliato a metà, uno strumento musicale con tamponi lucenti, un bocchino per ancia. Era un clarinetto nuovo del prezzo di 250 lire. (…) Quando mi rivedo fanciullo di 12 anni, posto in prima fila a fianco di Mario Sacchini e altri cinquanta componenti la numerosa Banda, provo ricordi di molta gioia e amara tristezza perché il mio vestito nero era il segno di lutto prescritto fin dalla prima età per ricordare la memoria della mamma. Girovagando con gli occhi rivedo il maestro Bruttigni con abito scuro, farfallina al collo su camicia bianca, cappello in testa. Poi figure leggendarie: Bentivoglio, i fratelli Camillini, Fernando Mulazzani, Terzo Carletti, fidanzato di mia cugina Giuseppina, Dante Arduini e tanti compaesani intervenuti alla festa dell’Annunziata a Morciola; riconosco lo zio Guido Ciaroni con sulle braccia, accanto all’albero di sinistra, il piccolo figlioletto, Bruno Arceci senza cappello, i cugini Raffaelli, Amanzio, Alfredo Pacini... La Banda cittadina di Colbordolo presterà servizi anche nella piccola parrocchia di S.Eufemia dove mi trovo da oltre 40 anni. Questi i miei personali e indimenticabili ricordi (monsignor Giulio Sani, estate 2003).

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Il Corpo bandistico “G. Rossini” di Montelabbate, anni Venti - Trenta del ‘900 (raccolta Anna Capponi Donati, Sant’Angelo in Lizzola); secondo quanto riportato dalla pubblicazione Un secolo di armonie (1992), realizzata per festeggiare il centenario del complesso, la foto ritrae i bandisti alla loro prima uscita con le divise, durante una gita in Carpegna (la pubblicazione ci è stata segnalata da Stefania Bacchiani, Montelabbate). L’8 febbraio 1901 il Consiglio Comunale nomina Federico Polidori maestro della Banda, assegnandogli uno stipendio di L. 250 annue: la Presidenza, allo scopo di garantire anche al Maestro Direttore la sua posizione quantunque meschinamente retribuita, propone di nominare ufficialmente il sig. Polidori Federico a Maestro-Direttore di questo Concerto, il quale da più di due anni, ha dato prova di molta attività e capacità facendo sorgere di sana pianta una nuova istituzione che tanti vantaggi morali e materiali arreca al Paese... Il M° Polidori guidò il Concerto cittadino fino al 1927. Trascriviamo senza modifiche una testimonianza di Ottavio Tornati (1882-1984), Guardia Municipale, tra i fondatori della Banda di Montelabbate. Scritto dallo stesso Tornati su un foglio di agenda senza data, il racconto si riferisce al 1898, e ci è stato segnalato nel 2007 da Fiorino Luccardini, anch’egli musicante. Il Concerto o corpo bandistico di Montelabbate venne istituito o fondato nel mese di Marzo 1898 sotto la direzione del Maestro Polidori Federico di Mondaino con la proposta fatta da Polidori Guglielmo fratello di Federico. Il cinque Marzo ci siamo adunati ed è stata accolta la proposta di istituire anche a Montelabbate un concerto bandistico. Il giorno 7 marzo 1898 nel locale del signor Benoffi Angelo abbiamo avuto la prima lezione do re mi fa sol la si e abbiamo proposto di pagare il Maestro di tasca propria pagando 5 soldi ognuno al mese. Faccio un elenco degli aderenti a comporre il Concerto: Garattoni Geronte, Bonetti Attilio,Travaglini Egiziano, Massa Torquato, Bezziccheri Guerrino, Cerni Vincenzo, Carloni Olimpio, Marcolini Artimio, Cermaria Giuseppe, Clini Mariano, Persini (?) Primo, Persini Remo, Marioni Giuseppe, Rossi Guerrino, Persini Umberto, Polidori Guglielmo, Tornati Ottavio. Siamo usciti a suonare il giorno 1° gennaio 1899 con due marcie. La prima festa di Santa Cecilia è stata fatta il 22 novembre 1900, abbiamo suonato la svelia al mattino e a mezzo giorno ci siamo riuniti a banchetto con l’adesione di diversi cittadini. La spesa del banchetto è stata sostenuta da ogni musicante con una quota di L. 2 ciascuno.

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Il Concerto di Tomba (Tavullia) in una fotografia degli anni Venti del ‘900 (raccolta Alberta Gambini, Tavullia). Da sinistra, in alto: I fila: Emilio Federici, Quinto Ghiandoni, Pio Sarti, Giuseppe Olmeda, … Boccalini, Luigi Ghiandoni, … Galeazzi; II fila: Alessandro Ghiandoni, Tonino Cermatori, Alberto Damiani, Quinto Benelli, Domenico …, Pio Franca, Francesco Palazzi; III fila: Ferruccio Olmeda, Luigi Cermatori, Serafino Gambini, Maestro Roberto Polidori, Arpalice Omiccioli, Mario Olmeda, Alfonso Benelli; IV fila: (:...?),Vittorio Olmeda, Argante Benelli. Tomba, 19 ottobre 1902. Cinquantadue cittadini chiedono al Consiglio comunale di Tomba di provvedere a un maestro di musica per poter finalmente istituire un Concerto cittadino. Per assistere alla prima uscita pubblica del Concerto musicale di Tomba occorrerà però attendere quasi vent’anni: i bravi giovani allievi del maestro Gino Gennari riusciranno infatti a esibirsi per la prima volta solo Domenica 28 Agosto 1921, in occasione della festa di ringraziamento in onore di San Pio. A quanto risulta dagli atti consiliari, i musicanti provano dall’inizio dell’anno con il maestro Alessandro Bassi (nel Gennaio 1921 l’amministrazione comunale paga 30 lire mensili per l’affitto di una stanza per la scuola di musica); a causa di dissapori con il sindaco Giuseppe Sparacca, però, Bassi rinuncia all’incarico ed è sostituito dal pesarese Gino Gennari, che per l’incarico riceve un compenso annuo di 2.000 lire. Tra gli strumenti che il maestro richiede vi sono tamburello, piatti imitazione turchi, triangolo, un mazzuolo a doppio pomo per grancassa:

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l’acquisto è finanziato col fondo ricavato dalla vendita del grano; per festeggiare la prima prova generale i musicanti ricevettero un bicchiere di vino. La cronica mancanza di fondi mette in crisi il Concerto di Tomba che, nonostante i sacrifici dei musicanti e dell’amministrazione, è soppresso nell’Agosto del 1928. 2 Settembre 1921. Domenica si celebrò la solita festa di ringraziamento in onore di San Pio. (…) Per la circostanza prestò servizio il nostro nuovo Concerto musicale. Il quale, dobbiamo dirlo senza la minima ombra di esagerazione, superò per la prima volta che si presentò in pubblico, ogni migliore aspettativa eseguendo tutte le diverse suonate con la massima precisione e disinvoltura. Ammirammo nel nuovo corpo bandistico una sicurezza d’esecuzione e una fusione d’elementi che farebbero onore ad un concerto provetto. E di questo va resa la più ampia lode ai bravi giovani che tanto amore portano alla loro banda, e soprattutto al loro instancabile maestro Gino Gennari. Poiché tutto il merito di avere in pochi mesi dato al nostro paese un concerto che si possa con onore presentare in pubblico è di questo umile ma valoroso maestro che si è dedicato con uno slancio ed un amore senza pari alla formazione del nostro corpo bandistico. Sappiamo che egli ha altri numerosi allievi che non poté ancora presentare in pubblico ma che presto meglio formati potranno rendere il nostro concerto uno dei migliori dei dintorni. All’entusiasmo, allo spirito di sacrificio, alle fatiche enormi che egli dedica al giovane corpo bandistico siano degna ricompensa il plauso di tutto il paese e l’affetto veramente filiale che per lui nutrono i bravi giovani allievi (“L’Idea”, 2 Settembre 1921).

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8.IX.1943. Antonio Olivi ma la paura non si racconta storie di guerra in collaborazione con ISCOP - Istituto di Storia Contemporanea di Pesaro e Urbino

IL RACCONTO DELL’8 SETTEMBRE 1943 DIARIO DI ANTONIO OLIVI, UNO DEGLI INTERNATI MILITARI

E DELLA PRIGIONIA DAL

DELLA NOSTRA PROVINCIA

RESPONSABILE DELLA SEZIONE

In queste pagine: il Diario di Antonio Olivi e due immagini che lo ritraggono negli anni di guerra (raccolta Bruno Olivi, Morciola Colbordolo)

DI GIANLUCA ROSSINI MEMORIA DELLA DEPORTAZIONE DELL’ISCOP

Nel numero precedente ho cercato di introdurre un argomento poco conosciuto ai più, la vicenda degli IMI - Internati Militari Italiani. Ho presentato una lista (ancora provvisoria) di giovani militari, residenti all’epoca nei territori dei nostri comuni, che la sciagurata fuga di un re vigliacco e la terribile incompetenza dei vertici militari fecero diventare “schiavi di Hitler”. Come sempre, la storia è fatta di uomini, spesso anonimi, che meriterebbero citazioni sui libri scolastici e memoria nelle generazioni a venire per il semplice fatto di aver contribuito (nel loro piccolo o con importanti gesta) a realizzare quello che è il nostro oggi. In questo articolo voglio parlarvi di una di queste persone: Antonio Olivi, classe 1915, nato l’8 settembre (alle volte il destino è beffardo!) a San Gervasio di Fossombrone. Antonio venne ad abitare a Morciola nel 1971 insieme alla moglie e ai tre figli maschi che lo aiutarono a sistemare la casa colonica acquistata con i risparmi di una vita, da cui ricavò tre appartamenti per sé e per i figli. Antonio era un agricoltore, mestiere che ha praticato fino alla pensione e che in parte lo aiutò a superare meglio le privazioni e le difficoltà della prigionia. La sua storia è simile a molte altre: l’imbarco per l’Albania (per altri fu la Grecia o la Balcania), un periodo di relativa tranquillità in terra straniera in qualità di forza occupante, poi lo sbandamento, la prigionia ad opera degli ex alleati tedeschi, la deportazione in Germania in campi di lavoro (Stammlager o, nella forma contratta, Stalag), sofferenza, fame e botte e poi il lento e mesto rientro a casa. La caratteristica che distingue

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Antonio da tanti altri sventurati sta nel fatto di aver scritto un diario di memorie a “soli” 5 anni dalla sua chiamata alle armi, e quindi pochi anni dopo il rientro dalla prigionia. Infatti la maggior parte dei diari di ex-IMI di cui si ha conoscenza risalgono a molti anni dopo la liberazione: questo a causa della rimozione che scattò in modo automatico nelle menti di tanti di loro. In tanti vollero, infatti, cancellare (quasi mai coscientemente) la brutta avventura che avevano subito, vivendo per anni una vita piena con una specie di buco nella memoria, un vuoto che evitava loro la sofferenza del ricordo. L’importanza di aver scritto un diario a breve distanza temporale dallo svolgersi dei fatti rende i ricordi sicuramente più precisi ed esatti. Un’altra caratteristica del diario di Antonio Olivi è il tentativo di scrivere quasi in rima: quasi perché la bassa scolarizzazione che caratterizzava i ragazzi dell’epoca rende il diario difficilmente comprensibile senza una lettura attenta e riflessiva. Tuttavia, grazie anche alla puntuale ‘traduzione’ del figlio Bruno, la lettura del diario risulta piacevole, come probabilmente era nelle intenzioni di Antonio, con la volontà di raccontare fatti gravissimi e dolorosissimi in un tono leggero, scanzonato, quasi allegro alle volte. Una allegria amara, ovviamente! Cinque anni passati or sono una cartolina mi vidi arrivare e lasciando famiglia Dolente, a soldato bisogna partire, è arrivata l’ora che la Patria mi chiama e sono ordini da eseguire, con la speranza che tutto finisse e a casa poter ritornar. La prima parte del diario di Antonio tratta della sua guerra, una guerra di occupazione, giorni passati in modo leggero così come solo la giovane età può spingere ad affrontare ogni cosa. Arrivato alla nuova compagnia, che un casino al completo gia era, di tutte le razze d’Italia cenera aggregati e per terra a dormire ammucchiati, e un po’ di paglia tutta ammuffita e pidocchi quelli non senè parla: ecco la naia incomincia a pesar. Non mancano tuttavia, anche in questa prima parte del diario, i momenti di cruda (ed 50

efficacissima) descrizione delle vicende più dolorose: …ci vestiamo con pagni ghiacciati e bagnati e dalle scarpe che acqua usciva in due minuti già si partiva e in prima linea bisogna andar. ...La tormenta che era feroce i morti sotto i piedi che cera e con la neve nulla si vedeva pedate sopra bisognava dar per andar finpresto in vedetta che il nemico non ci dovessi fregar. Dal dicembre del 1940 alla cattura, Antonio passa più di due anni a guerreggiare: in questo lungo periodo riesce a ottenere solo due licenze per rivedere la famiglia. Arriva quindi l’8 settembre 1943, il giorno in cui tutti festeggiano la presunta fine della guerra e il rientro a casa, ignorando invece che quel giorno avrebbe segnato l’inizio del periodo più buio della loro vita. Arriva in fine la fine della guerra che sembrava tutto fosse finito mentre invece è incominciato la vera vita barbara, dura e crudele che è difficile poterla sopportar. Alla sera dell’8 sett. Quanto l’aradio a comunicato che Badoglio il fuoco a cessato, ora in Italia si spera di andar. (9 sett.) Alla mattina appena svegliati ci troviamo tutti circondati e con cannoni di fronte piazzati che si attendeva la decisione cedere armi - o entrare in azione. Dopo 6 ore di piena paura specialmente noi che a un comando si era, era il 1° che saltare poteva - dopo tutto quello che si era passato proprio ora bisognava morir. Poi il comando in fine a deciso le armi a loro posare, con la speranza che si diceva in Italia di rientrar. Come ben sappiamo quello che avrebbero affrontato sarebbe stato in realtà un viaggio verso la prigionia in Germania e non verso l’agognato rientro in Patria. Il viaggio per il lager di destinazione fu terribile, per Antonio come per tutti gli altri: …il mangiare ci avevano consegnato per 5 giorni di viveri a secco con coperte pastrano e tutto quanto senera fatto un saino pesante, che per portarlo restava spaccante era un problema da decifrar. Dopo 2 giorni di marcia continua coi piedi già tutti rovinati e le spalle tutte maccate mettà saino per strada costretti a lasciar per poter avanti andar. promemoria_NUMEROUNO


Antonio e i suoi compagni viaggiano per ben diciassette giorni, dal 13 al 30 settembre, in parte col treno e in parte con marce forzate. …Ogni baracca 500 ne stava, e alla sera per andare a dormire un po’ alla volta bisognava aggiustarsi, e sulle brande 2 per posto andare e per terra fitti come sardelle, e per cortello bisognava dormire… Ora prendiamo la santa giornata alla mattina alle 6 adunata e solo per darci una contata un ora in fila bisognava star. Poi alle 7 il caffè arrivava e mezzo tazzino per uno c’enera, ma il zucchero non si vedeva, e con due etti di pane e 2 grammi di marmellata e quello per tutta la S. giornata …Ma la paura non si racconta e una cosa per me inspiegabbile. …Arrivato verso le baracche era un pianto per non dire un macello fra i morti e feriti e chi mezzi addormentati tanta gente in giro attorno sparsi, chi piangeva chi urlava, chi dormiva, pezzi di carne da tutte le parti con stracci ecc… Il diario scorre così, tra bombardamenti, fame, spostamenti dalle baracche al lavoro, fino alla liberazione. …La sera stessa si sente dei colpi buoni arrivare dopo che gli apparecchi avevano fatto altro in tempo andare, da dove vengono si incomincia a pensare. Sarà gli amici che si cominciano avvicinare …la mitraglia si sente vicino cantare. Non è passato nemmeno 1 quarto d’ora ecco i carri armati al paese, ariva, e il paese incominciano a circondare, e noi fuori incominciamo andare a salutarli ridere e incontrarli, e poi tanti e tanti carri armati sono arrivati e frai quali cera quelli che parlavano pure l’italiano che erano di paternità Italiani di Bari Abruzzi ecc. (28-3-45) Liberazione. Poi l’attesa per il rientro, le soste nei campi di raccolta e, ancora, il cibo: Dopo un mese della liberazione viene ordinato di lavorare con americani per il periodo (29-4-45): di un mese intanto. Ma non lavoro continuo perché cenè andava un 30%. Ma solo che lavorando alla sera passavano viveri americani in più della normale razione, così vi era di tutto zucchero-caffèuova in polvere, farina lattea, limone, salame, pasta, pane, ecc. Antonio riuscirà infine a partire per l’Italia solo il 20 luglio 1945 e, dopo un viaggio di ventisette giorni, finalmente poserà di nuovo il piede sul suolo natio: …il 15 [agosto n.d.r.] sera la sera della Madonna siamo arrivati a Como traversando la Svizzera quella terra Maledetta, il 16 mattina arrivati in Italia già è una gran consolazione, ma nel frattempo anche una passione non potendo sapere, e vedere nell’istante pure le nostre famiglie e paesi. Come pure si scutiva continuamente gli atti compiuti dai disgraziati dell’ex esercito Doic. Antonio ebbe comunque la fortuna di tornare, di riabbracciare la moglie, di allevare tre figli, di costruire la sua casa, di vivere la sua vita. Altri giovani italiani, IMI come lui, non furono altrettanto fortunati e trovarono la morte dopo atroci sofferenze e privazioni.

Nella parte finale del Diario di Antonio vengono riportati i nomi dei suoi più stretti compagni di sventura, che qui di seguito riportiamo (così come Antonio li scrisse), nella speranza che qualcuno ne riconosca i nomi e possa contattare Bruno Olivi, il figlio di Antonio, tramite le pagine della nostra rivista: Baldini Armando, Arcevia, via Palazzo, Ancona; Bonfaldini Francesco, Costa Volpino, Bergamo; Andreucci Giù, Castelnuovo Carfagnana, Gragnagnella, Lucca; Zolfanelli Giuseppe, Sassoferrato, via Coldapri, Ancona; Cesaretti Eugenio, Montegallo, Osimo, Ancona

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1860 - 1871. IL DIARIO DI MARCO DAMIANI Tra le memorie conservate con passione da Bruno Olivi e la sua famiglia c’è, oltre al Diario di guerra di Antonio Olivi, un libretto prezioso, che incuriosisce il lettore sin dalla prima occhiata al titolo: Sventura di un giovane per il tempo di undici anni. Pubblicato nel 2007 in un’edizione limitata, riservata a pochi amici, il libretto riproduce il Diario di Marco Damiani (1841 - 1924, bisnonno di Paola, moglie di Bruno), renitente alla leva del neonato Regno d’Italia, disertore nella III guerra d’indipendenza, soldato tra il 1868 e il 1870, fino al ritorno a Ca’ Ventura di Pietralata, oggi frazione di Acqualagna, zona dove tuttora vivono alcuni suoi discendenti. Un racconto prezioso perché scritto da un contadino in un’epoca nella quale i contadini erano perlopiù analfabeti, e che ci offre dunque uno sguardo raramente documentato sugli eventi di quegli anni: Del 1859, il giorno 8 Settembre, venne atterrata detta bandiera [la bandiera pontificia] e fù inalzata questa bandiera itagliana col nome di V.E. [Vittorio Emanuele]. Il detto giovane aveva lettà di 18 anni circa. Quanto giunse a letta di 20 anni, fu iscritto nella lista di leva come tanti altri. Siccome lo saprai che nel suo paese, sotto il governo ponteficio, non usava mai leva, li pareva piuttosto forte di dover partire soldato. Ma invece fu la sua rovina. Lui si dispone renitente: durò quella vita circa 3 anni. Come nota Sergio Pretelli nella postfazione al Diario di Marco Damiani, in quegli anni la provincia di Pesaro e Urbino acquista una sua peculiarità, perché presenta il più alto numero di renitenti alla leva, ma anche il più alto numero di volontari nell’esercito italiano. Volontari probabilmente indotti a entrare nell’esercito dalla ricerca di vitto sicuro, alloggio decente, panni non

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laceri. A differenza di questi diseredati, Damiani può però contare su una famiglia che quotidianamente si inoltra nell’ombrigiosa selva dei boschi del Furlo per assicurargli il cibo necessario, mentre il ragazzo matura nei due anni di latitanza la decisione di partire per Roma, dove spera di trovare un rifugio che gli consenta di evitare l’arresto. A Roma arriverà attraverso l’Umbria (troppo pericolosa la frequentata via Flaminia): in cotesta città vi dimorò lo spazio di dieci mesi circa, dall’agosto 1863 all’aprile 1864; ancora latitante nella primavera del 1864, il 10 luglio Marco Damiani verrà arrestato nei pressi di Ca’ Ventura per un omicidio non commesso. Dimostratosi innocente, il giorno del S. Natale del 1864 è liberato, ma lo aspetta il processo per renitenza alla leva, dopo il quale, il 25 Aprile del 1865 viene destinato soldato di linea nel 61° Reggimento, e quindi parte di Ancona e prende la volta di Regio Emiglia... traversando le Romagne, il Ducato di Modena, e quindi giugnì al destino. (…) Dunque lui è soldato, ma lo fa con malo cuore, non si fa capace del melitar servezio; ma però, apoco apoco, comincia di fare amicizia con laltri compagni e così tirava avanti. Il 20 Giugno 1866 l’Italia presenta la dichiarazione di guerra all’Austria per motivo del tereno venit [veneto], giache stava sotto la bandiera ustriaca, come è di giusto che apartiene alla bandiera itagliana. Marco, che aveva sempre visuto nella gnorantità, presta fede alla diceria che litaglia dovessi perdere, e con altri suoi compagni risolvè di disertare.Tra il 1866 e il 1867 Marco vive in Tirolo e in Svizzera, con i compagni

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Giuseppe Chiatti e Pietro Grilli; in Svizzera, nei pressi di Lucerna, trovano lavoro da uno impresario itagliano, imparando un poco anche la lingua tedesca. Il giorno 19 Ottobre del 1867 si comprò un vestito imodo che poteva comparire ovunque; le notizie della famiglia si mantenevano con delle lettere; grazia il cielo la buona salute non li mancava e così stava pacifico. Dietro insistenza del Chiatti, Damiani intraprende il 27 Dicembre il viaggio verso casa (insomma, fece tanto e poi tanto che lo fece persuaso di fare ritorno); dopo una settimana i due arrivano finalmente a Pesaro, e raggiungono Torre San Tommaso, frazione di Urbino dove abitavano Maria e Filomena, le sorelle sposate di Marco: la neve era asai grosa, ma tutti due giovanotti, con bravi stivali ai piedi, caminarono lo stesso. Chiatti riparte dopo due giorni, Marco, ancora disertore, siede ritirato tutto linverno senza farsi vedere da nessuno altrochè dai prossimi parenti; il 22 Aprile 1868, in occasione delle nozze tra il principe Umberto I, figlio di Vittorio Emanuele, e la cugina Margherita di Savoia, il re concede un’amnistia ai disertori, renitenti e rafrettari, della quale gode anche Damiani. Rientrato nell’esercito nel Luglio dello stesso anno, fa il servizio come laltri soldati. Il racconto dei due anni di leva è denso di episodi drammatici, come l’esecuzione sul campo di un caporale per ribellione o le privazioni e gli stenti vissuti durante la marcia che porta il 61° Reggimento dal basso Lazio a Roma, dove il 20 Settembre del 1870 prende parte, pur senza fare fuoco, alla battaglia di Porta Pia. Stava pronto alocorenza ma non vi fu bisogno; si ritirò dentro la Villa Corcana. Del detto Regimento ne morì un soldato e sette feriti. La più scossa lebbe il 19° e il 35° Fanteria: i due Reggimenti ne lasciarono morti sul tereno una terza parte e anche di più. Pure i Bersaglieri e Artiglieria ne morì al sufficiente, benché i papalini erano asai meno dell’esercito italiano, ma sicome loro erano dentro le mura, poco ne periva. (…) Siche dopo 5 ore 50 minuti di combattimento le mura, la maggior parte, furono per terra e cosi ai papalini li convenne arrendersi. Lentrata fu a Porta Pia… O’ lettore, non puoi comprendere le bandiere che spiegarono i Romani! Dopo un periodo trascorso nella capitale, della quale Damiani descrive con meraviglia tutta ‘provinciale’ le tante bellezze (Di più vorei scrivere, ma il mio studio è poco e cosi la scienza non mi aiuta di scriverne tutto ciò che ho’ veduto), il terzo Battaglione del 61°Reggimento è destinato a Lonato, in Lombardia:

Marco Damiani (1841 - 1924). Il ritratto e la pagina del Diario di Marco Damiani provengono dal volumetto Sventura di un giovane per il tempo di undici anni, a cura di Roberto Fiorani e Sergio Pretelli (Urbania, 2007); in basso a destra: la chiesa di San Nicola a Pietralata - Acqualagna nel 2006 (fotografia Bruno Olivi). Nella pagina precedente: Passo del Furlo (anno 1870) (raccolta privata, Pesaro)

nell’Ottobre 1871 la classe 46 cominciò il disarmo è fra i quali fu compreso anche il povero sventurato Damiani Marco. Lui ringraziò il cielo di averlo conservato in buona salute, riflettendo fra lui istesso, giachè per lo spazio di undici anni circa che non può godere la pace in famiglia. Siche il giorno 5 fù disarmato ed il 17 riprese la volta della casa nativa: il suo sangue ballava nelle vene, giachè unora li pareva mille, di rivedere i suoi genitori. Dopo il suo ritorno, scrive Roberto Fiorani nella prefazione al Diario, Marco Damiani condusse la sua vita di contadino in maniera del tutto analoga a quella dei suoi vicini, dai quali fu soprannominato Marco bravo. (…). Morì in casa sua nel 1924. Le pochissime persone che ricordano di averlo conosciuto, lo descrivono come un anziano signore, dritto e asciutto, che portava gli orecchini (due piccoli cerchi, uno per lobo) e che, nei giorni di festa, si notava vicino all’altare a servire la messa (c.o.).

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Sant’Angelo in Lizzola. 4 Novembre 1860 avvenne ieri | 1

VERBALE DELLA VOTAZIONE PER L’ANNESSIONE ALLA MONARCHIA COSTITUZIONALE DEL RE VITTORIO EMANUELE Sant’Angelo in Lizzola, 4 Novembre 1860. In nome di Sua Maestà Vittorio Emanuele II. Analogamente al rispettato Decreto di S. Eccellenza il Regio Commissario Straordinario in data 21 spirato Ottobre n. 97, osservate le prescrizioni tutte del citato Regio Decreto, fra le quali la pubblicazione della Lista Elettorale di cui è risultato un n. di 440 votanti [ma Gabucci annota tra parentesi: sono 442], sotto la Presidenza della Commissione Municipale, assistita dal proprio Segretario è stata oggi 4 Novembre alle ore 9 antimeridiane aperta in apposita sala del Palazzo Comunale di Sant’Angelo la publica adunanza, e dato principio alla Votazione per l’annessione alla gloriosa Monarchia di Vittorio Emanuele II. Quindi il Sacerdote Don Francesco Canonico Felici ha data lettura al Proclama del Municipio ai suoi Concittadini in seguito di che hanno preso parte alla suddetta Votazione i seguenti Cittadini [114 su 442; segue elenco, che non riportiamo per ragioni di spazio]. Pervenute le ore 5 pomeridiane, e per conseguenza l’ora prescritta per la chiusura dell’Adunanza è stata a pubblica vista suggellata l’urna contenente i Voti, e quindi la Commissione Municipale ha dichiarata sciolta l’Adunanza medesima per riaprirla nel domani alla stessa ora, giusta il disposto del succitato Regio decreto e così sia. In calce, Giovanni Gabucci annota: Manca il risultato della votazione; sopra il numero di 442 votanti dai quali detratti i minorenni votarono soltanto 163 persone (e non tutti certamente per il sì) e se ne astennero 279. La votazione si concluse il 5 Novembre. 54

4 NOVEMBRE 1860. NELLE MARCHE SI SVOLGONO I PLEBISCITI PER L’ANNESSIONE AL REGNO D’ITALIA. L A VOTAZIONE DEL 1860 A SANT’ANGELO IN LIZZOLA , SECONDO I DOCUMENTI DELL’ARCHIVIO COMUNALE TRASCRITTI DA DON GIOVANNI GABUCCI PROCLAMA DEL MUNICIPIO La votazione alla quale foste chiamati, non ha altro scopo che di unire anche le nostre Provincie, ed il nostro Paese col rimanente d’Italia libera. Il vostro voto dunque deciderà la sorte vostra. Quel sì che deporrete nell’urna faravvi sudditi di un Re Italiano, di un Padre amoroso che altro non brama, che il bene degli sventurati suoi figli, e quai figli sleali daremmo il voto contrario per non unirsi a tal Padre, che sin d’ora ci ha date non dubbie prove di sua magnanimità collo sgravio, e diminuzione di tanti pesi che troppo gravavano i nostri miseri Popoli! Accorrete adunque e senza indugio, né vi rattenga le perfide insinuazioni che alcuni maligni cercano sussurrarvi all’orecchio; questi altro non sono, che amici della oppressione, e nemici della Patria, che tentano pervertire il popol men colto, e con ben acconci raggiri trarlo in inganno, dando ad esso ad intendere, che mentre adempie il proprio dovere di buon cittadino incorre nella più grande scomunica. (...) Non curiamo dunque i perfidi suggerimenti, ma pronti accorriamo a deporre nell’urna il nostro Sì gridando Viva la Religione,Viva Vittorio Emanuele nostro Re,Viva l’Italia Unita. S.Angelo in Lizzola, 4 Novembre 1860, la Commissione: Raffaele Guidi, Raimondo Betti, Giuseppe Alessandri, Luigi Venturi, Annibale Pascucci. Il Canonico Felici, uno degli otto sacerdoti della Diocesi di Pesaro sospesi a divinis per il loro voto a favore dell’annessione, era Maestro di Scuola e dopo la sospensione ebbe dal Municipio un sussidio di circa 60 lire. Come rileva Gabucci, Don Felici si ravvide: quando morì a soli 43 anni, stroncato dalla tisi, le sue esequie, descritte nel X Libro dei Defunti della Collegiata, furono celebrate in forma solenne.

In alto, le schede per la Votazione del 1860 conservate da Giovanni Gabucci nel Quaderno dedicato al plebiscito del 1860 (Archivio storico diocesano di Pesaro, Fondo G. Gabucci) promemoria_NUMEROUNO


Tomba, Montelevecchie. S.O.M.S., 1910 - 1926 avvenne ieri | 2

ANCHE A PIAN DEL BRUSCOLO LE SOCIETÀ OPERAIE DI MUTUO SOCCORSO SVOLGONO TRA OTTO E NOVECENTO UN IMPORTANTE RUOLO SOCIALE. DUE EPISODI RIGUARDANTI LA S.O.M.S. DI TOMBA (FONDATA NEL 1898), E QUELLA DI BELVEDERE FOGLIENSE (1910) A CURA DI

Tomba, anni Venti - Trenta del ‘900, il Cassero e la torre civica (raccolta Roberto Olmeda, Tavullia). Nella piazza del Borgo si vedono anche il Monumento ai Caduti, inaugurato il 18 Ottobre 1925, e la tettoia per il mercato, che fu ultimata tra il 1913 e il 1914. Affacciata alle mura, sulla destra dell’immagine, c’è la chiesa-oratorio del castello, appartenente alla Confraternita della Beata Vergine della Misericordia, distrutta dai bombardamenti del 1944, oggi ricordata da una piccola cella con la riproduzione dell’affresco raffigurante Cristo in croce con la Beata Vergine e San Giovanni

CRISTINA ORTOLANI

Tomba 23 aprile 1914. Domenica ebbe luogo nel nostro paese la festa della Società Operaia di Mutuo Soccorso. L’intervento del popolo, specialmente dai paesi limitrofi, è stato assai numeroso, scarso invece il numero delle rappresentanze delle Società consorelle - 9 in tutto - forse a causa del tempo, minaccioso fin dal mattino, incerto in tutta la giornata. Alle ore 9 giunse in paese il bravo concerto di San Giovanni in Marignano, che prestò servizio in tutta la giornata. Alle ore 10 ebbe luogo, nella Sala Comunale, un suntuoso rinfresco; quindi si formò il corteo, che, partendo dalla Sede Comunale, percorse la via del Borgo. Tutte le case erano pavesate. Al ritorno il corteo si riunì sotto la tettoia del mercato. Il giovane avv. Bonini di Ancona, venuto in sostituzione dell’on. Monti, fu presentato con belle parole dal nostro segretario dott. Antonio Cinti, e pronunziò un breve discorso di circostanza in favore della mutualità e della previdenza. Nel locale scolastico ebbe luogo il banchetto sociale, servito, con precisione e buon gusto, dal celebre divoratore di conti Mimo di Pesaro. Alla sera illuminazione fantastica e fuochi artificiali della nota ditta Dionigi di Meleto. Ciò che maggiormente ha attirato l’attenzione di tutti è stata la grandiosa Pesca di beneficenza di circa 10.000 premi. Nella grande sala della pesca, è stata una ressa continua. I numerosi incaricati, riuscirono a

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Saluti da Tomba di Pesaro, cartolina, anni Dieci del ‘900. La cartolina proviene dalla raccolta di don Giovanni Gabucci: sul retro reca il timbro Società di M.S. di Tomba di P. - Pesca di beneficenza, 23 aprile 1914 (Edizioni Maurizi e Cermatori; Archivio storico diocesano di Pesaro, Fondo G. Gabucci)

stento a soddisfare alle incessanti richieste di numeri e di premi. Hanno inviato doni per la circostanza: la Famiglia Reale, l’on. Monti, le Società di M.S. dei paesi vicini, tutte le numerose associazioni locali ed i più cospicui cittadini del paese. La Pesca, che si prevedeva dovesse durare tutte le domeniche di Maggio, è stata quasi esaurita. I pochi premi rimasti verranno sorteggiati domenica prossima in occasione della Festa di S. Pio. Ci congratuliamo sinceramente con tutti i promotori e organizzatori ed in modo speciale con il Dott. Cinti, il quale, con la sua attività, ha mostrato anche ai meno fiduciosi, che niente è impossibile a chi fortemente vuole. Gli utili della Pesca, permetteranno alla nostra fiorente Società, d’iscrivere parecchi soci alla Cassa Nazionale di Previdenza (“L’Idea”, 9 maggio 1914).

1938. DA TOMBA A TAVULLIA L’anno 1938 addì 12 del mese di Dicembre nel Comune di Tomba di Pesaro... il Podestà determina... è mutata la denominazione del Comune di Tomba di Pesaro in quella di Tavullia. Narra la tradizione che a scegliere il nome di Tavullia (dal fiume Tavollo, confine tra Romagna e Marche) sia stato nientemeno che Benito Mussolini in persona: comprensibilmente infastidito dal grido Duce, ti vogliamo alla Tomba!, col quale era stato accolto durante una visita alla vicina San Giovanni in Marignano, il Duce avrebbe deciso tuttoduntratto di mutare l’antipatico Tomba nel più consono Tavullia. Secondo quanto raccontatoci qualche anno fa dal maestro Giuseppe Benelli, componente la commissione chiamata a deliberare sul nuovo toponimo e primo sindaco del paese nel dopoguerra, Mussolini decise sì, ma sollecitato dalla stessa commissione che, dopo ripetute votazioni, non riusciva a trovare un accordo. Il segretario propose allora di rimettere la questione al Duce, al quale vennero sottoposti i due nomi rimasti in gara - Tavullia e San Pio in Colle - fra i cinque segnalati, per la decisione definitiva. La scelta di Mussolini cadde su Tavullia. Gli altri tre nomi in lizza erano: Benelliano Marche, Miramonti, Serra San Michele. In realtà sull’opportunità di cambiare il nome al paese si discuteva almeno dal 1921, anno in cui il sindaco Giuseppe Sparacca si rivolse a Gabriele D’Annunzio per un suggerimento. Non risulta però che il sommo vate abbia mai risposto.

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1921. DA MONTELEVECCHIE A BELVEDERE FOGLIENSE 1921, 16 settembre. Il Sindaco Giuseppe Sparacca al Ministro dell’Interno per il Governo del Re chiede a nome dell’ Amministrazione che il nome del paese di Montelevecchie venga cambiato in quello di Belvedere Fogliense. ...La denominazione è brutta..., non collegata ad un ricordo storico locale... Il paese invece è situato a circa 20 km da Pesaro su di un colle che si eleva sulla vallata del fiume Foglia nel punto in cui si aprono la parte superiore ed inferiore della medesima e offre un panorama magnifico agli occhi dell’osservatore... Con Regio Decreto 17 aprile 1922 n. 609 il re Vittorio Emanuele III autorizza il cambiamento della denominazione della frazione di Montelevecchie in quella di Belvedere Fogliense. Evocativo quanto misterioso, il toponimo Mons Vetularum (Monte delle vecchie anzi, delle vegliarde, come suggeriva Luigi Michelini Tocci), compare nel documenti sin dal 1228: secondo la leggenda le vecchie sarebbero le anziane cortigiane dei Malatesta, confinate con funzione strategica di spionaggio nella rocca, i cui ruderi furono abbattuti nel 1886. FONTI E TRACCE Archivio comunale di Tavullia, Deliberazioni. “La Provincia”, 1 ottobre 1910. “L’Idea”, 9 Maggio 1914. “L’Ora”, 17 Ottobre 1926. L.Michelini Tocci, Castelli pesaresi sulla riva sinistra del Foglia, Pesaro 1974. promemoria_NUMEROUNO


BELVEDERE FOGLIENSE, 1926 Domenica 26 settembre la S.O. di Mutuo Soccorso ha inaugurato la nuova sede costruita per le proprie adunanze e pel Dopo Lavoro, in seguito ad iniziativa del Consiglio Direttivo presieduto dal Comm. Olmeda. Il fabbricato consiste in uno splendido salone dell’ampiezza di 70 metri quadrati e di un vano sottostante, disegnato dall’ing. Rafanini Capo dell’Ufficio Tecnico Provinciale e costruito sotto la sua direzione. La spesa incontrata si aggira sulle lire 40.000, la quale in parte è stata coperta dalle elargizioni del Comm. Olmeda oltre che di altri Soci quali il Dott. Prof. Elvino Ruggeri, il Perito Balestrieri, il Comm. Busetto, il sig. Moretti Raffaele ed altri; il Comune di Tomba di Pesaro ha donato l’area, la Provincia ha autorizzato il proprio Ufficio Tecnico a redigere il progetto e dirigere l’esecuzione, i soci operai e contadini hanno prestato gratuitamente o due giornate di lavoro o due viaggi con buoi, rispettivamente. Così questa Società Operaia ha potuto avere una sede bella, che servirà per le adunanze sociali ma anche per ritrovo ricreativo ed educativo dei suoi numerosi soci. Essi vi troveranno giornali, periodici di agricoltura e libri di una biblioteca popolare. Domenica 26 vi convennero in grande numero e vi tennero un banchetto. (...) Dopo il banchetto si iniziarono le danze, che si protrassero fino a tarda ora (“L’Ora”, 17 ottobre 1926). MONTELEVECCHIE, 1910 Domenica, 18 Settembre, si inaugurò la bandiera della Società Operaia di Mutuo Soccorso, costituita fin dal 4 Aprile dell’anno corrente. Fin dalle prime ore del mattino il paese, addobbato con palloncini di varie forme, che servirono poi per l’illuminazione della sera, e con bandierine tricolori, presentava un aspetto festante. Subito dopo mezzogiorno incominciò ad affluire la popolazione dai Comuni vicini, e arrivarono le rappresentanze delle Società Operaie invitate, le quali erano ricevute nella Casa Comunale. Circa le quattro si formò il corteo, al quale parteciparono le rappresentanze, con bandiere, delle Società Operaie di Mondaino, Saludecio,Tomba, Colbordolo, Montelabate, Sant’Angelo in Lizzola, Ginestreto, Monteciccardo e Gradara, e la Società locale, al completo, composta di circa 120 soci. Il corteo percorre il paese, con alla testa la banda musicale di Mondaino, e si ferma nel punto centrale di esso. Ivi il dottor Nazzareno Olmeda [presidente del sodalizio] legge le belle lettere di adesione ricevute dalle Società di Mutuo Soccorso di Pesaro, Novilara, Candelara e Mombaroccio, le quali, per molteplici circostanze, non poterono intervenire. Poi pronunzia il discorso inaugurale (“La Provincia”, 1 ottobre 1910).

Nazzareno Olmeda (1879-1932) e la moglie Emma Ruggeri (1888-1962) (raccolta Fam. Olmeda, Pesaro). In alto, a destra: la nuova sede della S.O.M.S. di Montelevecchie, eretta nella Primavera del 1926, dai Taccuini di don Giovanni Gabucci; sopra, a sinistra: Saluti da Belvedere Fogliense, cartolina; sul retro la cartolina reca il timbro postale Belvedere Fogliense, 13.5.1925 (ed. Vittorio Stein, Venezia; Archivio storico diocesano di Pesaro, Fondo G. Gabucci)

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1912. Talacchio - Chicago Mio padre, l’Americano centolire

MARY ANN (MERIEN) ARDUINI, LA ‘SIGNORA IN ROSSO’ DEL NUMERO ZERO DI “PROMEMORIA”, CI RACCONTA LA STORIA DI SUO PADRE GIUSEPPE, PARTITO PER LA MERICA NEL 1912, AD APPENA SEDICI ANNI. UNA STORIA CHE DA TALACCHIO (COLBORDOLO), ARRIVA A CHICAGO, ILLINOIS, NEGLI ANNI DELLA GRANDE CRISI E DEL PROIBIZIONISMO RICORDI DI MARY ANN ARDUINI MULAZZANI Era l’anno 1912 quando mio padre Giuseppe Arduini, ad appena 16 anni, decise di tentare la fortuna in America, sia per trovare lavoro, sia per evitare il servizio militare. A Chicago risiedeva, da diversi anni, sua sorella Adele con la famiglia e fu proprio lei ad accoglierlo con immensa gioia non appena sbarcò nel Nuovo Mondo, con il cuore carico di speranze e la mente affollata di sogni. Trovò subito lavoro presso un’industria di dolciumi, con un salario che gli consentiva di condurre una vita abbastanza agiata. Si ambientò facilmente in quel territorio americano dove la forte emigrazione dall’Italia gli permise subito di tenere contatti molto frequenti con numerosi connazionali. Il tempo, come si suol dire, passa in fretta e nel 1928 mio padre, giunto all’età di trentaquattro anni, prese la decisione di rientrare in Italia, perché aveva maturato il desiderio di formare una famiglia e desiderava sposare una ragazza del suo paese, Talacchio. Il suo arrivo, preannunciato dai familiari, era atteso dai compaesani con una certa curiosità: rientrava l’Americano (così verrà sempre chiamato) dal lontano continente; si radunarono tutti nella piazzetta perché volevano essere presenti per accoglierlo con l’affetto che si riserva a uno di famiglia.

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Mio padre arrivò su un calesse, vestito a puntino, con i guanti bianchi che spiccavano quando agitava le mani per i saluti. Era proprio un Americano. Fra i tanti visi che gli sorridevano, in primo piano si distingueva quello di sua sorella Maria con la famiglia, che corse ad abbracciarlo con gioia commossa e lo ospitò in Via del Convento, proprio nella casa in cui mio padre era nato. Non passò molto tempo e lui aveva già fatto la sua scelta che, naturalmente, doveva essere corrisposta. S’innamorò di una giovane di nome Maria Nucci: tutti (non si sa perché) la chiamavano Lina. Era veramente bella e aveva solo diciassette anni. Anche la ragazza, che poi sarebbe diventata mia madre, si sentì attratta da quel giovane, così diverso da quelli del paese con i quali era cresciuta, e, piano piano, se ne innamorò. In breve tempo si fidanzarono e, dopo un anno, decisero di sposarsi, perché Giuseppe desiderava ritornare in America. Le nozze vennero celebrate nella Chiesa di Talacchio, dal parroco don Anacleto Vandini, il 28 Aprile 1929. Fasci di garofani bianchi (si parla di due-trecento) addobbavano l’altare e tutta la navata. Gli sposi indossavano abiti abbastanza speciali per quei tempi, poiché mio padre non aveva badato a spese per la buona riuscita della festa di nozze. I quattro testimoni furono: Primo Nucci, fratello della sposa, Augusto Ricci, nipote dello sposo, e due carissime amiche di mamma, Filomena Arduini e Tina Fraternali. Inutile dire che l’intero paese partecipò a questo evento e tutti furono invitati ai festeggiamenti che seguirono, perché Talacchio era proprio come una grande famiglia. Trascorsero la luna di miele proprio lì, nel luogo natio, in quella casa di Via del Convento che, con tanto calore, aveva accolto mio padre al suo rientro dall’America. La felicità piena dei due sposi in questo primo periodo vissuto nella casa paterna, circondati dagli affetti più cari, non durò a lungo perché, dopo pochi mesi, Giuseppe pensò che era giunto il momento di tornare negli Stati Uniti. Non riesco a capire come abbia fatto mia madre a prendere una decisione così importante: era giovanissima e inesperta, doveva fare i conti con un mondo completamente nuovo, con nuove abitudini, nuove persone, una nuova lingua. Doveva lasciare i genitori, sei fratelli e due sorelle, le amiche più care, il suo paese d’origine: insomma, tutta la sua vita. Ma le premure e l’amore del marito sicuramente l’aiutarono a superare ogni difficoltà, a cominciare dai giorni dei preparativi che precedettero la partenza. Due aneddoti si sono sempre raccontati riguardo a questo periodo.

Giuseppe Arduini e Maria Nucci nel giorno del loro matrimonio, il 28 Aprile 1929, insieme con i testimoni di nozze (raccolta Mary Ann Arduini Mulazzani, Pesaro). Nella pagina precedente: Chicago, Illinois, Anni Dieci - Trenta del ‘900

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Una sera mio padre, sapendo che di lì a poco avrebbe nuovamente salutato il suo paese, uscì di casa per passare la serata con gli amici, lasciando sola la giovane sposa. Lina si coricò tranquilla in attesa del rientro di Giuseppe ma, mentre stava per appisolarsi, cominciò a sentire strani rumori in camera, come se qualcuno armeggiasse contro la porta per entrare, o addirittura si fosse nascosto da qualche parte e tentasse di uscire. Atterrita dallo spavento, si raggomitolò sotto le coperte, madida di sudore, mentre il cuore le batteva in gola mozzandole il respiro. In queste condizioni la trovò mio padre al suo rientro, e fu proprio lui a svelare il mistero: un gatto era entrato nell’armadio e, trovandosi prigioniero, raspava contro la porta nel tentativo di aprirsi un varco verso l’esterno. Il secondo episodio è legato al momento dei saluti, poco prima della partenza. Per la circostanza mio padre aveva regalato alla sua sposa un abito molto elegante, accompagnato da un cappello, secondo la moda dell’epoca. Mentre bussavano alla porta di una famiglia amica per gli ultimi saluti, un piccione pensò bene di lasciare un “regalino” proprio sul cappellino nuovo della mamma. Forse un augurio di buona fortuna! Talacchio è ormai soltanto un nostalgico ricordo quando Giuseppe e Lina si imbarcano a Genova per attraversare l’Atlantico. Il viaggio in nave durò più di un mese e non fu facile, a quanto raccontava mia madre, che soffrì il mal di mare durante l’intera traversata. Giunsero ad Akron, nell’Ohio, dove furono ospitati dalla famiglia di un emigrato italiano, Eliseo Renzi, originario di Ascoli Piceno. La signora Anna (che i miei hanno sempre chiamato la “padrona di casa”) li accolse come fossero suoi figli, mitigando in parte il dolore del distacco dall’Italia e da tutti gli affetti, molto sentito soprattutto dalla giovane sposa. Purtroppo le cose, in America, non andavano 60

bene. Era il 1929, l’anno della grande crisi mondiale, del crollo della Borsa e del proibizionismo. Mio padre dovette adattarsi a fare piccoli lavoretti e, addirittura, finì pure in prigione per qualche giorno, perché fu scoperto a lavorare in una distilleria clandestina di grappa. Intanto la signora Anna si adoperò per insegnargli a leggere e scrivere, dal momento che non era mai andato a scuola; a mia madre, invece, che era appena un’adolescente, insegnò a diventare donna. Le insegnò anche a diventare mamma, perché era già incinta di me. A poco a poco la situazione migliorò e mio padre trovò un lavoro stabile e ben retribuito presso la nota fabbrica di pneumatici Good Year. La sicurezza economica riportò la serenità nella famigliola. Il 26 aprile 1930 nacqui io e fui circondata non solo dall’amore dei miei genitori, ma anche dalle premure e dall’affetto dei coniugi Renzi e delle loro figlie, Ida, Mary e Geraldine. Giorno dopo giorno, però, la mamma cominciava a sentire, sempre più forte, la nostalgia della famiglia e del suo paese. Un suo fratello sacerdote, don Giuseppe, che abitava con i genitori e aveva la parrocchia a Schieti di Urbino, le scriveva che avevano tutti tanto desiderio di riaverla fra loro in Italia, proponendole di venire ad allargare la famiglia vivendo tutti insieme. Dopo vari tentennamenti, molte riflessioni, diverse incertezze, mio padre, che leggeva negli occhi della moglie la malinconia e il rimpianto, prese la decisione definitiva di rientrare in Italia, anche se non fu del tutto indolore il distacco dagli Stati Uniti. Era l’anno 1935 quando toccarono di nuovo il suolo italiano, accettando l’invito dello zio prete a formare un unico nucleo familiare. Io ero una bimbetta di appena cinque anni. Però… la convivenza, si sa, non è mai facile, e non lo fu neppure per i miei genitori: mio padre, abituato da tanti anni alla sua autopromemoria_NUMEROUNO


nomia, si sentiva ospite in casa dei parenti e desiderava vivere soltanto con la sua famiglia. Così approdarono di nuovo a Talacchio, dopo un’assenza che alla mamma sembrò tanto lunga; qui, nel loro paese, presero due stanze in affitto da Fernando Mulazzani, che in futuro sarebbe diventato mio suocero. Peccato che mio padre non sia stato tanto accorto da investire il “gruzzolo” che si era riportato dall’America! Avrebbe potuto comprarsi una casa e dei terreni. Invece preferì mettere i soldi in banca e prestarli a dei privati; con gli interessi che ricavava poteva condurre una vita agiata e tranquilla. Purtroppo la crisi che investì l’Italia dopo la seconda guerra mondiale cancellò tutti i suoi sogni: si ritrovò con un mucchio di “carta straccia” e tante difficoltà da affrontare. Ebbe il coraggio, tuttavia, di rimboccarsi le maniche e riprendere a lavorare, sia come commesso nella Cooperativa di consumo, sia come barista nel Circolo ricreativo. Inoltre, insieme a mia madre, si mise a confezionare pantofole di stoffa: alte, basse, con i pon-pon, con i ricami, che poi vendeva sia agli amici del posto, sia a gente di fuori paese. All’arrivo degli Americani, nel 1944, venne assunto come interprete e questo fu per lui motivo di grande orgoglio, perché, oltre a guadagnare qualcosa, poteva sciorinare con sicurezza la sua lingua d’adozione, tanto da stupire i suoi compaesani. Durante questi anni la famiglia si era allargata con la nascita di altri quattro figli: Giancarlo (che morì, purtroppo, a 18 mesi), Gianni, Laura e Giancarla. Mio padre, come ho narrato, non ha avuto sempre la fortuna dalla sua parte; la sua natura generosa lo ha reso a volte poco perspicace e poco previdente; però ha ottenuto il suo riscatto all’interno della famiglia, dove si è mostrato sempre onesto lavoratore e dove ha seminato valori di integrità morale e rettitudine, che noi figli abbiamo custodito come sua preziosa eredità. Consapevole dell’importanza della cultura, ha permesso ai figli di studiare per raggiungere una buona sistemazione. Nonostante i momenti critici, le situazioni inaspettate, le difficoltà economiche, i miei genitori, Giuseppe e Lina, sono sempre stati una coppia molto unita: forti nell’affrontare il mare in burrasca, sorridenti e gioiosi nei periodi di acque tranquille. Quella che ho raccontato, con una certa emozione, è una storia di vita, una delle tante che si sono intrecciate nel territorio di Pian del Bruscolo, una zona che ha sperimentato l’emigrazione, con il suo carico di problemi e sofferenze, ma che ha conosciuto nel contempo anche la fedeltà di questi suoi figli, i quali, magari con molti sacrifici e molte rinunce, hanno voluto quasi sempre ritornare a casa, nella terra degli avi, dove affondavano le loro radici.

In alto: Chicago, Natale 1959. Mary, Edith e Geraldine Renzi; qui sopra: Mary Ann insieme con i suoi tre fratelli. Nella pagina precedente: Mary Ann bambina; sullo sfondo: una pagina dell’album di Mary Ann (raccolta Mary Ann Arduini Mulazzani, Pesaro)

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Vicini a voi. Montelabbate, 1961

BANCA DELL’A DRIATICO

Banca & Territorio

HA PROFONDE RADICI NEL TERRITORIO DI

PROMEMORIA. STORIA E STORIE DELLE FILIALI DI PIAN DEL BRUSCOLO

RIFERIMENTO DI

Montelabbate, 13 Maggio 1961. Nella primavera che vede il mondo appassionarsi all’avventura di Jurij Gagarin, primo uomo nello spazio, e fremere per le vicende cubane della Baia dei Porci (ma nell’aprile 1961 va segnalato almeno anche il debutto di Bob Dylan), a Montelabbate si inaugura la nuova filiale della Banca Popolare Pesarese. Ospite d’onore l’onorevole Giuseppe Pella (1902 - 1981), ministro del Bilancio nel terzo governo Fanfani nonché presidente del Comitato Italia ‘61 per il centenario dell’Unità d’Italia, accompagnato dalle autorità pesaresi, tra le quali il vescovo monsignor Carlo Borromeo, il questore e il presidente del Tribunale, e alcuni politici come il senatore Giuseppe Filippini e l’onorevole Arnaldo Forlani oltre, naturalmente, al titolare dell’agenzia Antonio Tornati. Un cortometraggio realizzato da alcuni dipendenti della Banca, abili videoamatori, documenta la giornata, ancora oggi raccontata come un evento memorabile: il 62

filmato (o piuttosto il filmino), mino prodotto dalla ‘Popolbanca film’, si apre con l’arrivo dell’onorevole Pella alla sede centrale della Banca Popolare di corso XI Settembre a Pesaro, e segue il corteo nel suo snodarsi per le rigogliose terre della Valle del Foglia Foglia, come recita la voce di Ivo Scherpiani, noto filodrammatico pesarese che fece da speaker. Le auto blu, di dimensioni assai più sobrie rispetto a quelle che siamo abituati a vedere, scortate dalla Polizia Stradale e dai Centauri Moto Benelli raggiungono da via Risara la cittadina di Montelabbate, dove si fermano di fronte alla nuova palazzina della Banca. Io mi sistemai a Montelabbate, davanti alla banca, e altri due colleghi con la cinepresa furono incaricati di riprendere il corteo alla partenza da Pesaro e lungo la strada, ricorda Guido Fabrizi, autore del filmato insieme con Nello Marchetti e Silvano Bernardi. Dopo il taglio del nastro la cinepresa si sofferma sul rinfresco, accolto con vivo compiacipromemoria_NUMEROUNO


mento dai presenti: paste, tartine, bibite presentate con garbo su vassoi d’argento e pizzi bianchi, che s’impressero nella memoria dei bambini di allora come solo i sapori possono fare. Di certo per il paese fu un vero e proprio evento, commenta Donato Mariotti, all’epoca un bimbetto di appena sei anni, oggi consigliere provinciale e segretario della Società Operaia di Mutuo Soccorso di Montelabbate: quando i miei genitori mi dissero che si andava all’inaugurazione della banca, io mi aspettavo qualcosa di simile alla fiera, con le bancarelle, gli animali... solo quando vidi le automobili entrare in paese mi resi conto che si trattava di una festa grandiosa, e fui contagiato dall’euforia generale. Non avevo mai visto tante paste tutte insieme, così grandi, diverse dal solito, e mangiai a crepapelle, proprio da non poterne più. Il buffet cominciò a metà mattinata, e si protrasse fino all’ora di pranzo: se nel filmino si vede un bambino che non si muove dal tavolo dei dolci, beh, quello sono io! In effetti avanzarono bibite e liquori che poi utilizzammo in diverse occasioni, conferma Renzo Casabianca, per trentasei anni dipendente della Banca Popolare e successivamente della Banca dell’Adriatico, vera e propria memoria storica della filiale di Montelabbate. Subito dopo la guerra [la II guerra mondiale], la banca si trovava in via Roma, quasi di fronte alla chiesa dei Santi Quirico e Giulitta; successivamente gli uffici furono trasferiti in via Marconi, dove rimasero fino al 1961, quando fu inaugurata la sede di via Raffaello Sanzio. All’inizio i dirigenti della Banca Popolare pensavano di costruire l’edificio su un terreno all’incrocio con l’attuale Montelabbatese [la Strada Statale n. 30, area attualmente occupata da un centro commerciale], che oggi diremmo all’ingresso del paese ma che cinquant’anni fa sembrava quasi periferia rispetto a via Roma. I lavori furono affidati a una Cooperativa di muratori locale, chiamata Colle dei Peschi, alla quale apparteneva anche mio padre. Quando è stata inaugurata, prosegue Renzo Casabianca, la filiale aveva solo due o tre dipendenti, e nel tempo siamo arrivati fino a dodici, certo anche grazie allo sviluppo delle industrie della Valle del Foglia. Anche il lavoro era profondamente diverso: io ero cassiere, e mi affidavano i soldi come a uno di famiglia, non di rado accadeva che i clienti, magari in anticipo o in ritardo rispetto agli orari di

In queste pagine: la copertina e due immagini dall’opuscolo Banca Popolare Pesarese. La nuova sede della agenzia di Montelabbate, 13 Maggio 1961 (raccolta privata, Pesaro).

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La sede di Montelabbate della Banca dell’Adriatico, oggi

FONTI E TRACCE Il ministro Pella inaugura la Filiale di Montelabbate della Banca Popolare Pesarese, filmato amatoriale, raccolta Guido Fabrizi, Pesaro. Banca Popolare Pesarese. La nuova sede della agenzia di Montelabbate, 13 Maggio 1961, opuscolo edito dalla stessa Banca Popolare Pesarese, Urbania, s.d.. http://www.governo.it/Governo/Governi/fanfani3.html (11 Ottobre 2010, ore12.20). Conversazione con Renzo Casabianca e Maria Luchetti, Montelabbate, 7 Ottobre 2010. Conversazione con Donato Mariotti, 12 Ottobre 2010.

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apertura, si presentassero a casa mia invece che allo sportello… Anche perché all’epoca abitavamo sopra gli uffici, interviene Maria Luchetti, moglie di Renzo. La mattina presto, per esempio, arrivavano due o tre signore da Ripe, dal Farneto [frazioni di Montelabbate], la banca era ancora chiusa, e così le invitavo a casa mia per un caffè. E poi c’erano le rapine, conclude Renzo con fare indifferente. Una volta riuscimmo anche a far arrestare i due ladri, prosegue: in un afoso pomeriggio di Agosto, il direttore e io notammo un’automobile targata Ravenna, e due giovani il cui comportamento ci parve sospetto. La segnalammo ai Carabinieri, che da tempo erano sulle tracce dei due ladruncoli e intervennero con tempestività per arrestarli. Della prima rapina, ride Maria, ricordo che i ladri chiusero Renzo e gli altri dipendenti nel bagno dell’agenzia, e io, vedendo che mio marito tardava a rientrare per il pranzo, chiesi a un signore davanti alla banca se sapesse cosa stava succedendo. Peccato che fosse il ‘palo’ della banda! A Renzo Casabianca la Banca Popolare assegnò anche un premio, per essere riuscito a nascondere la parte più consistente dei contanti durante una rapina: li avevo messi sotto il bancone, ho fatto finta di niente e fortunatamente i ladri sono scappati senza accorgersene. Se nel tempo le modalità di lavoro sono mutate, rispondendo prontamente alle esigenze di un territorio in continua evoluzione, non è cambiata per Banca dell’Adriatico la vocazione di banca di prossimità, testimoniata negli anni da un progressivo rafforzamento dell’attività nell’area dell’Unione dei Comuni di Pian del Bruscolo, della quale è tesoriere fin dalla costituzione. Una vocazione che si esprime oggi, afferma Roberto Troiani, direttore generale di Banca dell’Adriatico, attraverso servizi sempre più aderenti alle necessità degli oltre 230mila clienti, dalle famiglie agli imprenditori, i quali sanno di potersi fidare di un Istituto ben radicato sul territorio, che allo stesso tempo può contare sulla rete di rapporti internazionali di un grande Gruppo come Intesa Sanpaolo, con i suoi sportelli in tutto il mondo. La stessa attenzione che da sempre porta Banca dell’Adriatico a sostenere con convinzione iniziative sociali e culturali, anch’esse importante strumento di crescita di un territorio, in uno scambio continuo con i cittadini: una presenza costante, in grado di garantire la valorizzazione delle specificità locali, con uno sguardo aperto sul mondo e sul futuro.

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oltreconfine sguardi fuori Pian del Bruscolo

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Tra D’Annunzio e Saint-Exupéry. Americo Bertúccioli, le professeur PESARO, LIVORNO, GRÉNOBLE : AMERICO BERTÚCCIOLI,

oltreconfine | personaggi

VITA DI

PROFESSORE DI FRANCESE E GENTILUOMO DI

CRISTINA ORTOLANI

I found a correspondence, three or four letters between Mr. A Bertúccioli, the writer of the book (an older professor teaching in the city of Livorno) and a female admirer named Ghislaine in a 1937 edition of Les origines du roman maritime Français. Romantic isn’t it? (Macumbeira, 22 febbraio 2010, ore 2:42). (…) I bought three books of Bertúccioli, he was one of the first to write anthologies of French maritime works. (Bought them second hand). The three letters were hidden inside, dated march - september 1947. Bertúccioli is lamenting that he stops his research as the war has destroyed his archives (Macumbeira, 23 Febbraio 2010, ore 11:57). (…) It is with the addresses and all, so I could set off on an adventure, driving to Livorno, looking up the family of Bertúccioli, showing them the letters, etc etc. Letters were found in this book: Prof. Americo Bertúccioli, La Grande bleue. Pages de littérature maritime, avec préface de Charles le Goffic (Macumbeira, 23 Febbraio 2010, ore 12:22). (…) I found also (in another book) an enigmatic photograph of an Asian woman! (those sailors! - eyes looking upward in desperation) (Macumbeira, 23 Febbraio 2010, ore 12:26). That would make a good film, no? (Slickdpdx, 23 Febbraio 2010, ore 12:31). (…) Yes, could be a nice one too. A sailor, a professor and a beautiful Lady named Genevieve etc. Is that not how Possession by Byatt begins? (Macumbeira, 23 Febbraio 2010, ore 12:34)1.

E proprio da un film sembra uscire Americo Bertúccioli, da una di quelle pellicole dal ritmo largo di Visconti o David Lean: lo sguardo ironico e distaccato dietro le lenti ovali, ritratto con un libro in mano, con il casco coloniale o, ancora, insieme con il piccolo Amedeo, che del prozio erediterà, oltre alla penna felice, la passione per la cultura francese. Al blogger belga Macumbeira, autore dei post

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(i messaggi) riportati sopra, non sarà però necessario spingersi da Gand, la città dalla quale scrive, fino a Livorno per incontrare la famiglia Bertúccioli: gli suggeriremmo piuttosto di dirigersi verso l’Adriatico e raggiungere Pesaro, dove Americo è nato il 28 Dicembre 1879 da Francesco e Vittoria Geminiani, per poi prevedere nel suo tour una capatina a Fano, dove oggi abitano Laura Bertúccioli promemoria_NUMEROUNO


e suo marito Daniele Volpini, giovani e appassionati “raccoglitori di memorie” che di Americo conservano immagini, documenti e persino il baule che lo accompagnò durante i suoi frequenti spostamenti in giro per il mondo. All’epoca della corrispondenza con la misteriosa Ghislaine l’anziano professore ha sessantotto anni e davanti a sé una vita ancora tutta da vivere: morirà infatti a Livorno il 4 Gennaio 1973, a novantatre anni (morirà definitivamente, dovremmo dire, perché pochi anni prima Americo fu protagonista di un inspiegabile caso di morte apparente, rimanendo esanime per diverse ore, risvegliandosi poi senza nessuna - evidente - conseguenza)2. Nel 1947 il professor Bertúccioli gode di una solida reputazione di francesista, avallata da numerose traduzioni e antologie di cultura marinara ma non solo, pubblicate da editori quali Treves, Lattes, Giusti, Garzanti; tra le sue opere anche un Petit dictionnaire illustré de l’aéronautique (Piccolo dizionario illustrato di aeronautica) e un Petit dictionnaire de marine: italien-français et français-italien (Piccolo dizionario di marina), entrambi bilingui (italiano/francese, francese/italiano), a lungo utilizzati dagli studenti delle Accademie navali e aeronautiche italiane. Titolare dal 1914 dell’insegnamento della Lingua francese presso la regia Accademia navale di Livorno3, Bertúccioli ebbe il primo incarico nel 1903 presso il Liceo Musicale “G. Rossini” di Pesaro, arrivando nel 1928 a guadagnarsi una menzione sul Chi è? Dizionario degli italiani d’oggi edito da Angelo Fortunato Formìggini: Prof. di lingua e letter. Francese nell’Acc. Navale di Livorno e nell’Acc. d’Aviazione, si è specializzato nello studio della letter. marinaresca e da ultimo anche nella letter. d’aviazione. Ha tradotto in franc. opere ital. o in ital. opere franc. varie, ultimo il romanzo d’aviaz. di J. Lessel, L’equipaggio dell’aria (Milano, 1927). A Grénoble, ove passa ogni anno le sue vacanze, ha fond. d’accordo col Comit. della “Dante Alighieri”, una sc. Elem. Ital.4. La distruzione dell’archivio lamentata nelle lettere a Ghislaine è solo uno degli sgradevoli effetti del regime fasci-

Alcune delle pubblicazioni di Americo Bertúccioli; sotto: Pesaro, anni Sessanta del ‘900. Americo (al centro), insieme con il nipote Ariodante (a sinistra) e il pronipote Amedeo. Nella pagina precedente: Bertúccioli in un ritratto degli anni Trenta del ‘900 (salvo diversa indicazione, tutte le immagini di queste pagine provengono dalla raccolta di Laura Bertúccioli e Daniele Volpini, Fano)

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sta sulle vicende personali di Americo: ben più grave appare oggi il forzato esonero dal servizio subito dal professore nel maggio 1940, motivato con lo scarso rendimento dei suoi allievi, in realtà dovuto alla non appartenenza al P.N.F. [Partito Nazionale Fascista] che, come si legge nella copia del provvedimento del Ministero della Marina, collegata ad alcune recenti pubbliche manifestazioni di carattere pubblico, oggetto di esame da parte delle competenti autorità politiche, costituisce una vera e propria incompatibilità con la vostra delicata posizione di insegnante di un Istituto militare5. Non abbiamo notizia delle pubbliche manifestazioni alle quali si sarebbe lasciato andare Americo, decisamente in disaccordo con la figura composta consegnataci dalle testimonianze; sappiamo tuttavia delle lodi meritate dai suoi allievi sin dal 1903, quando Amilcare Zanella, allora direttore del Liceo musicale “G. Rossini”, attesta che il prof. Bertúccioli insegna con zelo ed intelligenza, tanto che i risultati che egli ottiene dalla sua scuola sono meritevoli d’ogni encomio6. Proprio encomi e premi costituiranno, trentasette anni dopo, l’elemento decisivo del ricorso contro il provvedimento di sospensione, presentato alla IV Sezione del Consiglio di Stato dall’avvocato Emilio Storoni7, uno dei più noti civilisti italiani dell’epoca: dal 1914 fino al giugno 1939 praticò il suo insegnamento riportando costantemente il plauso dei suoi alunni e dei suoi superiori senza che gli venisse mosso nessun appunto. (…) Tutti gli ufficiali attualmente in servizio sono stati allievi del prof. Bertúccioli. (…) Tutti hanno conservato di lui ottimo ricordo. 68

(…) Dai risultati finali di ogni anno, nei corsi del professore Bertúccioli si è avuto una media di 90 fino al 95 e al 98% di promossi a fine d’anno, mentre nelle scuole non si ottiene mai più di una media superiore del 40-45%. Ripetute prove pratiche della bontà dell’insegnamento si sono avute in occasione delle crociere e dei viaggi all’Estero fatti con gli alunni8. Fondato su ragioni assai deboli, tra le quali compare paradossalmente anche una forte miopia che vi rende di carattere sospettoso e diffidente verso gli allievi9, il provvedimento di esonero dal servizio fu infine revocato tra mille sofismi e contraddizioni, col riconoscimento di un dato di fatto, ossia l’alta percentuale dei promossi… segno sicuro dell’efficacia dell’insegnamento10. E poi, conclude pragmaticamente l’avvocato Storoni, il grado di miopia del prof. Bertúccioli non è affatto aumentato da quando fu assunto all’Accademia. Come è noto, i miopi migliorano coll’andare del tempo. Se il provvedimento e il ricorso relativi all’esonero dal servizio costituiscono il significativo spaccato di un’Italia non così distante nel tempo, le carte di Americo offrono molti altri spunti di indagine: interessante, per esempio, il consistente epistolario nel quale compaiono alcuni tra i letterati più in vista negli anni Trenta - Sessanta del ‘900, da Pierre Loti e Henri Bordeaux a Camil-

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le Mallarmé fino a Charles le Goffic, Gabriel Faure11 e tanti altri, le cui lettere, ricche di preziosi dettagli sulla scena culturale italo-francese, sono state ordinate e parzialmente tradotte da Amedeo Bertúccioli, il petit-neveaux [pronipote] che dell’illustre oncle Americo12 seguirà le orme, divenendo anch’egli studioso e insegnante di francese (un racconto di Amedeo Bertúccioli compare su questo numero di “Promemoria” a pagina 81). La speciale attitudine di Americo allo studio della lingua francese appare chiara sin dagli anni delle scuole superiori, come testimonia una dichiarazione del professor Alfredo Piergiovanni, titolare di Lingua e Letteratura francese al R. Istituto “D. Bramante” e alla R. Scuola Tecnica “G. Branca”, dove Americo si diplomò nel 189613; già dal 1900 Americo affina la propria conoscenza del francese presso l’Università di Grénoble, la cittadina del Delfinato nella quale trascorrerà gran parte delle vacanze per molti anni, e alla cui vita sociale e culturale apporterà importanti contributi, primo fra tutti la fondazione, insieme con altri colleghi, di una scuola elementare e del locale Comitato della Società “Dante Alighieri”14. Dall’Aprile 1906, anno in cui consegue con il massimo dei voti (trenta su trenta) l’abilitazione all’insegnamento della Lingua francese negli Istituti d’istruzione secondaria classica e tecnica presso l’Università di Bologna, fino al 1955, il professor Bertúccioli avvicinerà alla cultura francese centinaia di studenti, dei quali si continuerà a elogiare la preparazione. A coronamento della carriera sarà nominato, nel 1950, Officier de la Legion d’Honneur, onorificenza che si aggiunge a quelle di Ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia (1931) e di Cavaliere dell’ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro (1933)15. Conclusa la carriera d’insegnante, Americo continuerà a fare la spola tra Livorno, dove viveva in un appartamentino zeppo di libri, e Pesaro, dove trascorreva abitualmente il mese di Agosto. Chi lo ha conosciuto lo ricorda curioso, estroverso a dispetto della sua immagine seriosa, sempre attivissimo, sebbene quasi cieco negli ultimi anni, attorniato da gentili signore che collaboravano alla crescita della sezione livornese dell’Alliance Française, associazione nata per diffondere la lingua e la cultura francese nel mondo16.

Pesaro, 1943. Americo Bertúccioli con il pronipote Amedeo (fotografia Eligio Mancigotti, Pesaro). Nella pagina precedente, in alto: Casablanca, 1932. Bertúccioli in abito coloniale; in basso: Roma, 1933. Con gli allievi dell’Accademia navale, di ritorno dalla Crociera d’America

E Ghislaine? Laura è in contatto con il blogger di Gand, e vi terremo aggiornati su eventuali, futuri sviluppi del nostro ‘film’. Dissolvenza, titoli di coda, the end, almeno per ora.

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Grénoble, Aprile 1926. Scuole Italiane e Consiglio Direttivo del locale Comitato della Società “Dante Alighieri”, fondato, tra gli altri, da Americo Bertúccioli; sotto:Torino, 1866. Francesco Bertúccioli (padre di Americo), insignito della Medaglia commemorativa delle guerre combattute per l’indipendenza e l’Unità d’Italia. Nella pagina seguente: Al Prof. Bertúccioli con simpatia, Grénoble, 28.9.1923, Maria Pia Gentili; in primo piano, la Palma Accademica della Legion d’Onore e, sullo sfondo, la Nave-scuola “Amerigo Vespucci”, in un’immagine del 1953. A pagina 72: Americo Bertúccioli in un’immagine datata 25 Agosto 1940

FRANCESCO BERTÚCCIOLI (1825 - 1906)

Avanti noi avv. Luigi Mattioli Pretore del Mandamento di Pesaro… [su] richiesta del Sig. Bertúccioli Francesco… sono personalmente comparsi: Castellani Giovanni fu Vincenzo, di anni 66, nato a Faenza e domiciliato in Pesaro; Pagnini Gaetano fu Vincenzo, di anni 70, nato e domiciliato in Pesaro; Massacesi Salvatore fu Domenico, di anni 70, nato e domiciliato in Pesaro; Rossi Torquato fu Giovanni, di anni 71, nato e domiciliato in Pesaro. Noi pretore aderendo alla richiesta dei comparsi, previa seria ammonizione loro fatta sull’importanza morale del giuramento, sul vincolo religioso che i credenti con esso contraggono dinanzi a Dio, sull’obbligo di dover dire tutta la verità e sulla pena dalla Legge stabilita contro i colpevoli di falsa deposizione, li abbiamo invitati a prestare giuramento ed Essi stando in piedi ed a capo scoperto hanno giurato ripetendo le parole della formola seguente: “Giuro di dire tutta la verità, null’altro che la verità”. (…) “Possiamo con tutta scienza attestare e deporre per essere stati compagni di armi che Bertúccioli Francesco fu Francesco, di anni 74, domiciliato e residente a Pesaro ha fatto la Campagna del 1849 per l’Indipendenza e l’Unità d’Italia trovandosi alla difesa di Ancona quale milite nella Guardia Civica mobilizzata e comandata dal Capitano Conte Giulio Schiavini, e che infine non ha prestato servizio alcuno in impieghi civili e militari ai Governi restaurati” (Domanda per assegno vitalizio stabilito dalla Legge 4 Marzo 1898 n. 46) 46).

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ALCUNE PUBBLICAZIONI DI AMERICO BERTÚCCIOLI L’elenco che segue, probabilmente incompleto, è stato ricostruito attraverso una ricerca condotta sui volumi conservati nella biblioteca dello stesso Americo Bertúccioli e sui cataloghi di biblioteche e librerie antiquarie. Di ogni titolo è stata indicata, ove disponibile, la data della prima edizione. Un peu de Nomenclature et de Phraséologie a l’usage des Elèves des Conservatoires, A. Nobili, Pesaro 1906 L’ame poétique de Giovanni Pascoli. Discours commémoratif lu a l’Université de Pise par M.le Prof. F. Flamini et traduit par A. Bertuccioli, A. Nobili, Pesaro 1913 Tolstoi - Aux Kursistki - Le Pope - La fable du désarmement. Poésies de sujet russe par G. Pascoli - Traduction française et Préface, Zanichelli, Bologna 1914 Nomenclature et Phraséologie administrative-commerciale-comptable-légale, Soc. Dante Alighieri, Milano-Roma-Napoli 1915 Petit dictionnaire des termes techniques et de marine, A. Nobili, Pesaro 1916 La Grande Bleue. Pages de littérature maritime a l’usage de l’Académie navale, Fratelli Treves, Milano 1919 Petit Dictionnaire de Marine Italien-français et Français-Italien, Raffaello Giusti, Livorno 1919 Locutions Pittoresques tirées du langage des Marins, Raffaello Giusti, Livorno 1920 La littérature scientifique. Choix de lectures du XVI siecle a nos jours, Fratelli Treves, Milano 1921 Le mot et l’Image. Petit recueil de phraséologie française et de proverbes, Raffaello Giusti, Livorno 1922 Après la moisson. Livre de lecture pour les écoles secondaires supérieures d’Italie, Raffaello Giusti Livorno 1922 Per le azzurre vie del mare. Pagine scelte di scrittori e ufficiali di Marina, Fratelli Treves, Milano 1922

Petit Dictionnaire de l’aéronautique ItalienFrançais et Français-Italien, Raffaello Giusti, Livorno 1925 Victor Hugo, Le dernier jour d’un condamné - Introduzione e note, F. Le Monnier, Firenze 1926 A vol d’avion. Page de littérature française de l’aviation, Fratelli Treves, Milano 1926 Pierre Loti.Vita e opere, Fratelli Treves, Milano 1926 Joseph Kessel, L’equipaggio dell’aria - Traduzione, Fratelli Treves, Milano 1927 La Mer. Livre de lecture, de nomenclature et de traduction a l’usage des Elèves des Instituts navals, Fratelli Treves, Milano 1929 Ali nel cielo. Antologia Italiana dell’Aviazione, Libreria del Littorio, Roma Les origines du roman maritime français, Belforte, Livorno 1931 Impressioni d’Italia di Pierre Loti - Introduzione e traduzione R.Carabba, Lanciano 1931 Henry Bordeaux, La via senza ritorno - Traduzione, Fratelli Treves, Milano 1931 Italia Luminosa (La Claire Italie) di Henry Bordeaux - Traduzione, Unione Editoriale d’Italia, Roma 1936 Alphonse De Lamartine, Graziella - Introduzione, commento e note, E.L.I.T. - Editrice Libraria, Torino 1939 La grande bleue: pages de litterature maritime, con una prefazione di Charles Le Goffic, Milano, Garzanti, 1941 Amitiés Franco-Italiennes. Souvenirs Personnels sur P. De Nolhac - L. Barthou - Ch. Le Goffic de l’académie Française Chez l’auteur a Livorno.

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FONTI E TRACCE Fonti e Tracce occupano in questo articolo uno spazio più ampio del consueto. Pur rivestendo un ruolo di primo piano nella cultura novecentesca, molte delle persone con le quali fu in contatto Americo Bertúccioli sono al lettore di oggi probabilmente poco familiari: nel tentativo di fornire informazioni utili al racconto della figura di Americo, abbiamo deciso quindi di spendere qualche parola in più sul contesto nel quale visse. Ho trovato una corrispondenza, tre o quattro lettere, tra il signor A. Bertúccioli, l’autore del libro (un anziano professore che insegnava nella città di Livorno) e un’ammiratrice chiamata Ghislaine nell’edizione 1937 di Les origines du roman maritime Français. Romantico, no? (…) Ho acquistato tre libri di Bertúccioli, che fu uno dei primi a pubblicare antologie di scritti marittimi francesi (comprati di seconda mano). Le tre lettere erano nascoste all’interno, datate marzo - settembre 1947. Bertúccioli si rammarica di aver dovuto sospendere le proprie ricerche perché la guerra ha distrutto i suoi archivi. (…) Sulla lettera ci sono gli indirizzi, e così potrei cominciare un’avventura, viaggiare fino a Livorno, per cercare la famiglia Bertúccioli, mostrare loro le lettere ecc. ecc. Ho trovato le lettere in questo libro: La Grande bleue. Pages de littérature maritime, avec préface de Charles le Goffic. (…) Ho trovato anche (in un altro libro) un’enigmatica fotografia di una donna asiatica (questi marinai! Ha gli occhi rivolti in l’alto come disperata). Sarebbe un buon film, no? Sì, un buon film. Un marinaio, un professore e una bella signora chiamata Geneviéve ecc. Non è così che inizia Possessione di Antonia S. Byatt? (da http://www. librarything.com/topic/84699,Topic: Stuff you find inside books; 22 Agosto 2010, ore 12.45). 2 Lo racconta, oggi, Rina Bellomarì, moglie di Amedeo Bertúccioli e mamma di Laura (conversazione del 24 Agosto 2010, Fano). 3 Decreto del Ministro della Marina, Roma, 13 Ottobre 1914. Lo stipendio annuo è fissato in Lire 3.000, e l’incarico decorre dal 16 Ottobre 1914. Salvo diversa indicazione, tutti i documenti citati provengono dalla raccolta Laura Bertúccioli e Daniele Volpini, Fano. 4 Chi è? Dizionario degli italiani d’oggi, Roma, 1928; pag. 79. Il Chi è? reca in copertina il nome dell’editore, il modenese di origini ebraiche Angelo Fortunato Formìggini (1878 - 1938), noto per il brillante intuito di uomo di cultura, che lo portò tra l’altro alla creazione della collana I classici del ridere, quanto per la scelta di porre fine alla propria vita gettandosi dalla torre della Ghirlandina, nella sua città natale, al primo comparire delle leggi razziali. 5 Americo Bertúccioli contro il Ministero della Marina, Ricorso Allo Ecc.mo Consiglio di Stato in Sede Penale, 11 Settembre 1940; pag. 4. 6 Liceo Musicale “G. Rossini”, Pesaro, 4 Agosto 1906. Amilcare Zanella (Monticelli d’Ongina, Piacenza, 1873 - Pesaro, 1949) fu direttore del Liceo musicale “G. Rossini” (dal 1939 Conservatorio Statale) dal giugno 1905 all’ottobre 1940. 7 Emilio Storoni, avvocato civilista originario di Pergola (PU), fu eletto deputato nel 1913 nel collegio di Cagli-Pergola; rimase in Parlamento fino al 1926, anno in cui fu dichiarato decaduto dalla carica, per aver preso parte alla secessione detta dell’Aven1

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tino, attuata dagli oppositori del regime fascista dopo il delitto Matteotti. Insieme con il figlio Enzo (giornalista e politico, marito della storica Lidia Storoni Mazzolani), Emilio Storoni fu uno dei legali di Casa Savoia (http://it.wikipedia.org/wiki/Enzo_Storoni; 10 Settembre 2010, ore 15.30; Gerardo Nicolosi, I liberali e la Resistenza, in 1945-1946 Le origini della Repubblica, Catanzaro 2007, vol. II, pag. 395; tratto da: http://societageografica.it/alleoriginidellarepubblica/images/stories/primo_volume/16_nicolosi_16_nicolosi.pdf; 10 Settembre 2010, ore 15.45). 8 Americo Bertúccioli contro il Ministero della Marina, cit.; pagg. 5 - 6. 9 Ib., pag. 2. 10 Consiglio di Stato, Sezione IV, Decisione sul ricorso proposto da Bertúccioli Americo… contro il Ministero della Marina… per l’annullamento del D. M. 25 Aprile 1940. 11 Pierre Loti, pseudonimo di Louis Marie Julien Viaud (1850 - 1923): ufficiale di marina, scrittore e accademico di Francia, tra i suoi romanzi più celebri segnaliamo Pescatore d’Islanda (1886); Henri Bordeaux (1870 - 1963): scrittore e saggista, accademico di Francia; Camille Mallarmé: nipote del poeta Stéphane. Scrittrice, giornalista, traduttrice tra l’altro delle opere di Luigi Pirandello, la Mallarmé fu moglie del giornalista italiano Paolo Orano; Charles Le Goffic (1863 - 1932): poeta e uomo di lettere, accademico di Francia, ricordato oggi soprattutto per le opere dedicate al suo paese natale, la Bretagna; Gabriel Faure (1877 - 1962): da non confondere con il quasi omonimo musicista, autore di numerosi romanzi, fu amico di André Malraux.Tra gli altri corrispondenti di Americo figura anche Louis Barthou (1862 - 1934), Primo Ministro francese nel 1913 (http://en.wikipedia.org/wiki/Louis_Barthou; 25 Settembre 2010, ore 11.10). 12 Ce petit livre, dont la première édition a paru en 1908, m’est très cher parce qu’il est dédié a mon Père; parce que c’est un des mes premiers travaux fait pur l’école; parce qu’il me rappelle les premiers pas de ma longue carrière de Professeur (n’ai-je pas einsegné pendant cinquante ans - 1905-1955?) Aujourd’hui je l’offre à mon petit-neveax Amedée, qui pourra s’en servir, peutêtre, quelque fois et à qui je demande de le garder avec le plus grand soin possibile. Oncle Americo. Così recita la dedica sul volume Nomenclature et Phraséologie administrative - commerciale comptable - legale (1908), quasi un ideale ‘passaggio del testimone’ tra generazioni di studiosi della stessa famiglia. 13 La dichiarazione del professor Piergiovanni è del 1901. 14 Sempre a Grénoble, nell’anfiteatro di rue de Lycée, il 20 Luglio 1921 Americo Bertúccioli tenne una conferenza in occasione delle celebrazioni per il VI Centenario Dantesco (“Le petit dauphinois”, 24 luglio 1921). Nel 1949 fu tra coloro che pronunciarono discorsi in occasione del cinquantesimo anniversario di fondazione del Patronato per gli studenti stranieri dell’Università, sin dal Medioevo una delle più importanti di Francia, che conta oggi circa cinquantamila studenti, suddivisi in tre sedi distaccate (Université de Grenoble. Cinquantenaire de la fondation du Comité de patronage des étudiants étrangers. Allocutions prononcées par Henri Pariselle, Armand Caraccio, Maurice Gariel, Americo Bertúccioli et Edith Trayes au cours de la cérémonie du 3 septembre 1949, da http://www.amazon.fr/ Universit%C3%A9-Cinquantenaire-%C3%A9trangers-AllocutionsBertúccioli/dp/B001D6SYSU, 25 Settembre 2010, ore 12). 15 Nel 1956 Americo Bertúccioli otterrà il riconoscimento di Cavaliere della Repubblica Italiana. 16 L’Alliance Française è un’associazione nata per promuovere la cultura e la lingua francesi nel mondo. Secondo alcune testimonianze, Americo Bertúccioli fu tra i fondatori della sezione livornese, attiva fino al 2009. promemoria_NUMEROUNO


esercizi di memoria

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la memoria degli altri | 1 CONVERSAZIONI DI

Il territorio dei cinque Comuni di Pian del Bruscolo ospita circa 3.600 persone provenienti da paesi esteri, secondo una percentuale leggermente superiore al 10% del totale dei residenti, in linea con i dati nazionali e provinciali (dati forniti dai Servizi anagrafici di ciascun Comune, aggiornati al Dicembre 2009).

Valerio Cahrat (1971),

Montelabbate Valerio e sua moglie Ana sono rumeni e sono in Italia da quasi dieci anni. Lei è arrivata con un visto turistico pagato con i soldi guadagnati da lui, che in quel periodo lavorava a Cipro; lui è arrivato pochi mesi dopo e, dato che visti turistici non ne rilasciavano più, con la stessa cifra si è pagato un passaggio in nero, che significa attraversare le frontiere a piedi, camminando anche per sei ore, di notte, orientandosi grazie al profilo delle montagne, per poi ripartire in macchina. Supera così tre confini, fino a Trieste, poi Bologna. Da lì il treno lo porta a Pesaro. Lasciano a casa un bimbo di neanche tre anni.Trova lavoro quasi subito, grazie ad alcuni connazionali dopo pochi giorni è già manovale. Ovviamente in nero, ovviamente sottopagato - ma quello anche adesso: ha un contratto e uno stipendio da manovale, anche se svolge funzioni da operaio, il cui stipendio sarebbe più alto. Ma non si lamenta. Mentre mi chiarisce i dettagli di questa prima parte della sua vita in Italia, non riesco a non pensare che, appena arrivato, deve aver passato un periodo piuttosto difficile: no, la risposta è risoluta e senza la minima esitazione. Finchè si lavora... là non si fa niente. In Romania, dopo la caduta del comunismo, il libero mercato non ha portato né lavoro né possibilità, tanto che una giovane coppia accetta di allontanarsi dal proprio figlio per qualche tempo pur di dargli una prospettiva. Quando gli domando qual è il suo primo ricordo bello legato all’Italia, rispondono in coro, lui e la moglie: il 2004, quando hanno avuto i permessi di soggiorno, hanno pagato il loro primo af74

ANTONELLA POLEI

Tra i paesi più rappresentati il Marocco, l’Albania, la Romania, la Macedonia (ex Jugoslavia). Dopo Ferat Sulemani e Domenico Sbordone, incontriamo stavolta Valerio Charat, rumeno di origine, in Italia da dieci anni, e Ugo Romanello, nato a Morcone (BN), ma arrivato a Villa Betti di Monteciccardo dal Venezuela fitto da soli e hanno finalmente potuto vedere il figlio, accompagnato in Italia dai nonni. Valerio è un uomo solido e caparbio. Durante la chiacchierata ribadisce ciclicamente l’importanza che ha il lavoro nella sua vita: oltre al valore economico, fondamentale (attualmente paga il mutuo della casa in cui vive), nella sua storia essere un lavoratore, un buon lavoratore, di quelli disponibili anche per gli straordinari senza mai negarsi, riveste un altro ruolo. E proprio grazie alla dignità che gli ha sempre dato essere un lavoratore onesto, tutti i discorsi offensivi che ha sentito negli anni li ha lasciati alle spalle, perchè quello che conta è fare bene il proprio dovere, come ha insegnato al figlio, che ha dovuto sentire gli stessi discorsi; perchè a parole da una zanzara si tira fuori un cavallo, perciò è meglio lavorare, farsi gli affari propri e lasciar parlare gli altri. Così ha sempre fatto, dall’inizio, quando era ancora clandestino e non avrebbe comunque potuto dire nulla, anche se ammette di averne pensate parecchie e non proprio edificanti. Del resto Valerio frequenta prevalentemente persone italiane, con le quali condivide più interessi rispetto ai suoi connazionali; il razzismo che sta emergendo in questo periodo preferisce fingere di non vederlo, ben consapevole che non c’è bosco senza legna secca. Sa perfettamente che chi lo conosce non ha pregiudizi, degli altri non gli importa. Valerio e la famiglia tornano una volta all’anno, in estate, al paese di origine, in Transilvania, dai familiari. Nelle foto sembrano turisti. Trova che in Romania ci sia un modo di intendere e di spendere la vita molto diverso, che non condivide. Alla fine del nostro incontro io sospetto che non siano quasi più rumeni, se si può smettere di esserlo nonostante il passaporto, e penso di avere anche una prova: una volta, appena arrivati, festeggiavano il Carnevale, che in quanto ortodossi non conoscevano; adesso che il figlio è ormai cresciuto non lo festeggiano più, come quasi tutti i genitori italiani. promemoria_NUMEROUNO


ta-sessanta famiglie che arrivano da lì; si aiutano tra di loro e la vita prende a scorrere serena seguendo il ritmo dei raccolti. Ugo ha due figlie, il lavoro rende bene, la gente del posto ha iniziato a conoscerlo e a rispettarlo, a dispetto di una diffidenza iniziale superata con la gentilezza e il buon umore che tuttora Ugo non ha perso. Passano le stagioni e i vicini si ritovano nella sua corte a fare la veglia, ad ammazzare il maiale, a ballare, a suonare la fisarmonica; Ugo diventa un punto di riferimento. Quella volta si riusciva a campare con l’agricoltura. Adesso è molto più difficile, o, meglio, non è più sufficiente a mantenere delle famiglie. Nessuno tra i conoscenti di Ugo originari di Morcone è ritornato a casa, ma i loro figli, incluse le sue, fanno tutt’altro. La casa di Ugo è lungo una stradina fuori mano, in una bella valle. È bianca, con un cancello coperto di piante rampicanti e tre piccoli cagnolini di guardia. All’interno la sala da pranzo è coperta di piastrelle bianche con un bel disegno giallo. Al mio arrivo il camino è acceso, è il primo che vedo quest’anno. Tutt’intorno c’è la terra, la sua terra, quella terra che gli ha dato tanto da fare, e che continua a mantenerlo impegnato quotidianamente. Mi racconta che Morcone non era molto diverso e che, probabilmente, anche per questo c’è stata tanta emigrazione lungo questa direttrice. Sua madre faceva il pane in casa a Morcone e la moglie ha continuato a farlo per diversi anni a Villa Betti. Le figlie non lo fanno più, ma le cose sono cambiate. Se c’è nostalgia nelle sue parole, riguarda il tempo e le persone che furono e non un luogo piuttosto che un altro. Ugo sembra soddisfatto qui e in un solo momento affiorano le sue origini campane, quando mi dice a noi, le Marche, ci piacciono.

Ugo è nato a Morcone, in provincia di Benevento, il 16 aprile del 1938; è dell’Ariete. I genitori sono agricoltori, ha un fratello e due sorelle. A quindici anni a Morcone arriva una telefonata. È lo zio che abita in Venezuela, chiede che Ugo lo raggiunga per lavorare con lui. E Ugo parte, lo raggiunge e comincia a lavorare come calzolaio in fabbrica. Rimane in Venezuela dodici anni, durante i quali diventa proprietario di un negozio, a Valencia. A ventisette anni si trova a fare un bilancio della sua vita: rimanere in Venezuela, trovar moglie e stabilirsi lì, o fare i bagagli e tornare a casa. Dopo dodici anni e alcune soddisfazioni decide comunque di tornare in Italia, un po’ per nostalgia, un po’ perché non si è mai trovato completamente affine alla mentalità del posto. Nel frattempo i genitori si trasferiscono a Villa Betti, dove comprano la bella casa - nella quale tuttora Ugo vive - anche grazie al denaro che egli porta con sé dal Venezuela.Tutto questo accade nei suoi primi ventisette anni di vita. Credo valga la pena sottolineare questo punto, perchè Ugo, quando gli domando cosa ne pensa dei giovani di oggi, non dice niente, sorride disincantato: non approva. Ricominciamo la storia: Ugo ha ventisette anni, ha appena conosciuto una bella ragazza a Benevento, dove ogni mese torna per incontrarla, ma vive a Villa Betti. Qui, appena arriva, rivoluziona la vita dei genitori apportando notevoli modifiche alla casa: separa lo spazio domestico da quello degli animali ma, soprattutto, compra televisione, macchina e frigorifero. Si riporta nella campagna marchigiana un pezzetto della città straniera in cui viveva. Dopo due anni si sposa, porta la sua signora in viaggio di nozze a Campobasso per una notte e poi a Villa Betti. Arrivano su una Bianchina rossa. Quel pezzetto di Marche è una colonia di Morcone, ci sono cinquan-

Già in altri tempi si diceva la collina come avremmo detto il mare o la boscaglia. Ci tornavo la sera, quando la città si oscurava, e per me non era un luogo tra gli altri, ma un aspetto delle cose, un modo di vivere. Per esempio non vedevo differenza tra quelle colline e queste antiche dove giocai bambino... Cesare Pavese, La casa in collina

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Ugo Romanello (1938),

Monteciccardo

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capitanomiocapitano

la mia vita? un’avventura

Fernanda Gambuti DI

MISS NETTLE

per bene tutti gli scarponi, poi li riconseNon è ancora autunno, ma già i colori gnavo camera per camera. virano alla gamma del giallo quando inLa giornata di Fernanda si concludeva contriamo Fernanda Gambuti nella sua casa di Montelabbate, non lontano dal dopo mezzanotte, con le sere d’inverno passate a filare e tessere lino, canafiume Foglia. Ci accompagna Daniele pa e talvolta anche cotone, seminati, Bezziccheri, fedele testimone di storie raccolti, lasciati macerare nell’acqua del suo paese, e con Fernanda ci accolgono due dei suoi cinque figli, Lina e Montelabbate, Settembre 2010. del fiume, battuti e sfibrati prima di Romeo. Difficile riassumere in sole due Fernanda Gambuti e Daniele Bez- arrivare alla filatura, seguendo il corso ziccheri pagine le peripezie di una vita ricca di delle stagioni. Con i tessuti realizzavano colpi di scena, anche perché davvero i i vestiti per tutti, uomini e donne. Io però ricordi di Fernanda scorrono come un fiume in piena, ero sempre vestita con della roba vecchia, una giubba sforsaltando con vitalità inesausta dalla nascita a Montemag- mata, e solo per la comunione mi cucirono un abitino di gio di San Leo (sono nata il 3 Febbraio 1926, ma mi hanno ‘tela mare’ [tela di cotone industriale]. Anche le scarpe registrata il 5, perché c’erano tre metri di neve), fino all’oggi, erano di cotone, ma quello delle lenzuola, con le suole di passando per la guerra, l’esperienza nei campi di lavoro trecce di canapa arrotolate e cucite. Le ho indossate sulla tedeschi e, soprattutto, per un’infanzia trascorsa, come soglia della chiesa, poi quando la cerimonia è finita ho ridice lei, a parare le pecore e a fare la serva. messo i miei vestiti e sono tornata al pascolo. Ma andiamo con ordine. A sei anni cominciai a frequen- E il cibo? Il mangiare? Più che altro polenta, nei giorni di tare la scuola, le lezioni erano in un casolare isolato, nella festa con un pezzettino di salsiccia, e facevamo a gara per stalla, e quando pioveva il fango arrivava fino alle mutande, raggiungere la poca carne in mezzo al tagliere. Con la poa volte non tornavo neppure a casa, la maestra mi tene- lenta avanzata si preparava anche una specie di piadina, e va con sé a dormire nel lettone. Un giorno mi vennero a comunque gli avanzi si mangiavano sempre il giorno dopo. prendere per portarmi a lavorare presso una famiglia di Una volta ho rubato l’uva che si utilizzava per il pane dolMercato vecchio di Pietrarubbia [San Leo]. Badavo alle ce, la chiamavamo Bacuc’lon perché aveva gli acini grossi. pecore, mi svegliavo prestissimo per mungerle, poi le ac- Sono salita sulla mat’ra [la madia], perché i grappoli erano compagnavo al pascolo; preparavo anche il formaggio, però appesi al soffitto a seccare, l’ho nascosta nelle tasche, e un non potevo mangiarlo quasi mai, una volta il fattore me ne po’ alla volta l’ho finita tutta. regalò un pezzo perché diceva che facevo rendere bene le Fino all’età di dieci anni Fernanda lavora in campagna, bestie, ma uno dei padroni di casa me lo tolse, con il con- cambiando due volte ‘padrone’ (a noi serve ci passavano torno di due cazzottoni. Poi provvedevo ai tacchini, ai maiali, da una famiglia all’altra); con la guerra d’Abissinia, nel insomma, a tutti gli animali. 1935 i giovani partono per le colonie, e in patria restano Mi toccava anche la pulizia delle scarpe: in casa c’erano solo i vecchi: tra il 1935 e il 1936 mia madre mi consegnò una trentina di persone, e ogni mattina lavavo e ingrassavo a un uomo per farmi accompagnare a Roma. So che lo 76

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pagò con il formaggio. A Roma, però, la piccola Fernanda arriverà da sola: mi ha caricato in macchina, sa la gluptina [la gluppa, il fazzoletto a scacchi annodato agli angoli, utilizzato come rudimentale borsa], a Fabriano abbiamo preso il treno per Roma, poi io non l’ho più visto. Poco male, pensa Fernanda. A Roma mi aspetta la Tina, mia sorella, basterà scendere dal treno e tutto si sistema. In realtà Tina non ottiene dai suoi datori di lavoro il permesso per recarsi incontro alla sorellina (era l’ora di pranzo, e i signori non potevano interrompere): meno male che il controllore mi ha consegnata alla Polizia - vado per serva, gli ho detto - e con molta pazienza e un po’ di inventiva sono riusciti a ritrovare il nome della famiglia dove lavorava Tina. Finalmente Fernanda arriva a destinazione, ma in quel palazzo nobile resta per poco, giusto il tempo di accorgersi che vi abita una squilibrata - la chiamavano Gradisca - e fuggire, forzando con un coltello la serratura della stanza dove era stata rinchiusa. Finalmente Fernanda viene accolta dalla signora Adele Scarnecchia, donna di grande umanità (l’avevo conosciuta al mercato delle erbe, cercava una ragazza che l’aiutasse in casa), che nel tempo libero dalle faccende domestiche le insegna a leggere. Qualche tempo dopo l’entrata in guerra dell’Italia (10 giugno 1940), Fernanda, ormai giovanetta, torna a casa. Per ripartire però quasi subito, stavolta con il padre e la sorella Rosa, alla volta della Germania in cerca di un lavoro sicuro e - dicono i volantini propagandistici - ben pagato. La Germania di Hitler cercava infatti nell’alleata Italia mussoliniana manodopera da destinare ai campi di lavoro e all’industria bellica. Fernanda e i suoi famigliari partono con un gruppo di persone dei dintorni di Pesaro, tra i quali Primo Marcolini di Sant’Angelo in Lizzola, suo futuro marito. Appena arrivati a Oschersleben [Oschersleben - Bode, nel Nord della Germania, uno dei campi-satellite di Buchenwald, dove altre testimonianze ricordano uno zuccherificio e successivamente una fabbrica di aeroplani], ci siamo resi conto che erano tutte bugie: ci trattavano come schiavi, lavoravamo nei campi dalle sei della mattina alle sei della sera, ci davano da mangiare un dito di latte, la mattina, e la sera una scodella di minestra, se la vogliamo chiamare così, una brodaglia con qualche pezzo di patata. E una pagnotta a testa, ogni settimana. Abitavamo in una caserma, con i letti a castello. Quando però sono arrivati i prigionieri di guerra, lì ho smesso di lamentarmi. Polacchi, slavi, francesi, inglesi: li ho visti morire vicino ai miei piedi, massacrati di botte. Cercavo di dar loro da mangiare qualche avanzo, si nutrivano di bucce di patate che trovavano per terra.

Anche in mezzo alle privazioni la vivace Fernanda non si perde d’animo: io ero la più piccola, lì dentro, ed ero molto curiosa. Mi intrufolavo dappertutto, negli ultimi mesi ho visto che sotto i prati, a Oschersleben, c’era un arsenale [probabilmente Fernanda allude alla fabbrica di aerei] ma questa curiosità mi costava cara, mi hanno persino condannata a una settimana di lavori forzati, cioè, si lavorava senza mangiare. Poverini, i sorveglianti, erano ragazzi anche loro, avevano diciotto-vent’anni. Anche se i rapporti con i prigionieri di guerra erano scarsi e pericolosi, sono riuscita a stringere amicizia con un capitano, e l’ho aiutato a evadere con altre due persone. Un po’ alla volta ho nascosto sottoterra i panni per lui e due suoi amici. Non ho voluto sapere i loro nomi, ma al momento di salutarli, ho chiesto al capitano di inviarmi, se si fossero salvati, una cartolina con tre puntini. Dopo tre mesi la cartolina è arrivata, immaginate che gioia, alla distribuzione della posta! Tra il 1942 e il 1943 (qui i ricordi si fanno malcerti), comunque prima del fatidico 8 Settembre 1943, Fernanda, il padre e la sorella tornano in Italia. Insieme con loro c’è anche stavolta Primo Marcolini, con il quale Fernanda si sposa nell’Aprile del 1944, dopo un fidanzamento di circa un anno. Qui in Italia era diventato peggio che in Germania, nel ’44 c’erano i tedeschi anche da noi, e rastrellavano le campagne in cerca di uomini e donne che lavorassero per loro. Per venti giorni mi hanno mandata alla stazione di Pesaro, a riempire delle taniche di petrolio: andavo a piedi, da Montelabbate a Pesaro e ritorno, non volevo salire sui loro camion. La guerra, i bombardamenti, lo sfollamento, il ritorno al castello di Montelabbate, dove Fernanda e Primo vivevano e nei cui pressi si occupavano di un podere; nel dopoguerra, qualche momento di benessere, guadagnato anche grazie all’incarico di bidella nella scuola di via Roma, della quale Fernanda Gambuti è oggi quasi un simbolo. E l’affetto di tutti i ragazzi del paese: Fernanda li conosce per nome e loro, ormai cresciuti, le si rivolgono come a una seconda nonna. Ma ecco, lo spazio è finito, e per stavolta dobbiamo fermarci qui. Certo a rileggerlo il racconto risente dei continui colpi di scena, la vicenda ha dell’incredibile: è la stessa Fernanda a suggerirlo, sottolineando più volte che si tratta della pura e semplice verità. Sicuro che è la verita. E comunque, anche se il selvaggio West non è dietro l’angolo, ci piace pensare che anche qui da noi, come direbbe John Ford, quando la leggenda diventa realtà, vince la leggenda.

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i racconti del focolare

el Sparvengol DI

GIANLUCA CECCHINI E GIANLUCA ROSSINII

METTI, UNA SERA D’AUTUNNO, INTORNO AL FOCOLARE.

TRA REALTÀ E SOGNO,

I RACCONTI DELLE ‘VEGLIE’, POPOLATI

DI MAGICHE CREATURE COME EL SPARVENGOL

Chi come noi ha avuto la fortuna di avere dei nonni che hanno visto la guerra, che erano stati sfollati, che avevano vissuto t’là pussion [pussion = podere], insomma quei nonni che hanno vissuto la loro giovinezza o l’età adulta nel periodo che va dal 1944 al 1955 circa, nelle nostre zone, probabilmente si sarà almeno una volta sentito raccontare che una volta s’vedeva parchè i mort i n’era custodit come ogg [si vedeva, si sentiva]. Di cosa parliamo? Ma naturalmente delle credenze popolari di un tempo, di quando non c’era la televisione, si viveva nei casolari di campagna e tutti insieme si faceva la veglia, raccontando ai più piccoli storie terrificanti di visioni diaboliche e fatti incredibili. Davanti al camino, mentre la mamma e la zia cucivano o filavano, la nonna raccontava ai nipoti storie paurose ma realmente accadute a conoscenti o parenti. E così si passavano le serate, soprattutto quelle lunghe dei mesi invernali, educando allo stesso tempo i bambini a temere di ogni accadimento strano che potesse capitare loro. Tra tutti questi racconti molto diffuso era un personaggio veramente fastidioso e spaventoso: lo sparvengle o sparvengol a seconda se si risiedeva a Ripe anziché alla Tomba, a Ginestreto invece che a Montecchio. Di cosa si tratta? Di un esserino infernale, nel vero senso della parola, che veniva descritto in vari modi. Secondo mia madre (che sostiene di averlo visto da piccola!) è - o era? - un esserino tutto rosso, con i denti aguzzi e le corna 78

che sghignazzando in modo tetro saltella sulla pancia del malcapitato che si è addormentato supino. Altri lo descrivono peloso, goffo e pesante, insomma a ognuno il suo! Questo essere diabolico era il colpevole di bruschi risvegli, i cosiddetti stolzi, soprattutto per chi aveva mangiato in modo un po’ eccessivo o si era addormentato troppo presto dopo averlo fatto. Secondo il Dizionario della lingua dialettale pesarese di Marcello Martinelli lo sparvengolo (per dirla all’italiana!) non è altro che un incubo. Cioè viene così chiamato un personaggio immaginario che potremmo definire folletto, molto brutto però (ma perché, i folletti sono carini?). Invece, secondo il Dizionario dei termini pesaresi di Paolo Cappelloni il nostro non è altro che una immagine onirica, flebile ed evanescente che appare a chi si addormenta dopo aver mangiato abbondantemente…. Ovviamente ci si può credere o meno, così come si può credere o meno ad altre visioni o esseri luciferini che spesso e volentieri riempivano le storie narrate al caldo tepore del focolare; rimane comunque una esperienza tenera e indimenticabile il racconto che tanti nonni, che ora non sono più qui, ci hanno tramandato e che vale la pena ricordare. Qui di seguito potete leggere alcuni esempi di quelle storie, narrate attraverso il filtro dei nostri ricordi che ad alcuni potranno sembrare note e ad altri del tutto puerili e “sempliciotte”. Per noi che le raccontiamo sono sicuramente un dolce ricordo di persone meravigliose. (g.r.) promemoria_NUMEROUNO


Maria e la corona Ripe (Montelabbate), anni Quaranta. Una famiglia, consumata la povera cena, è riunita attorno al camino. Mentre la madre guida la recita del rosario, alternando con i quattro figli Pater, Ave e Gloria, il marito, conosciuto in paese come brava persona ma gran bestemmiatore e comunista, sta riparando gli attrezzi da lavoro sul tavolo poco discosto. Lui, il rosario non lo recita: non si fa ingannare da quei sparvengoli con la gonna. Non mette piede in una chiesa da quando si è sposato: unica e felice eccezione, anche se il secondo aggettivo lo usa solo fra sé e sé. E ha lasciato detto alla Maria e agli amici dell’osteria che il suo funerale dovrà essere accompagnato dalle bandiere rosse e magari dalla banda. Una volta o l’altra il diavolo ti verrà a prendere lo rimprovera la moglie, bonariamente, perché sa che il suo Gino, anche se non va in chiesa e non prega e va dicendo che non esiste nessuna anima se non quella del sambuco, non è un cattivo uomo e questo il Signore lo sa. Però ci sono delle volte che vorrebbe veramente che il diavolo venisse, non a prenderlo, per carità, ma solo a fargli un po’ di spavento ed è quando tira le stecche. Non credi al Signorino? - e intanto si segna come se a non credere alla Sua esistenza fosse lei - allora lascialo lì dove sta, che Lui sta tanto bene anche senza che lo nomini. La recita procede. Santa Maria, madre Dei proclamano quasi salmodiando le labbra di Maria. Già, anche lei si chiama Maria, nome dolcissimo, nome d’amore, come la Madonna del Giro e come le canta anche Gino avvicinandosi alcune sere che

Alfonso Patanazzi, San Michele arcangelo caccia Lucifero (1712), chiesa di San Lorenzo Martire, Tavullia.

ha voglia di scherzare, con la voce stridula delle beghine che la fa tanto ridere. Il fatto che lei porti il nome della Madonnina è una garanzia che nulla di brutto potrà mai capitare né a lei né alla sua famiglia. Ma ecco che l’incanto dei suoi pensieri si rompe. Una volta o l’altra il diavolo… sovrappone questo pensiero alla recita, mentre dal camino precipita con un cupo tonfo una nuvola di fuliggine che quasi spegne il ciocco. Non è una giornata di vento, eppure un triste ululato, quasi umano, si fa sempre più forte. Pronta, Maria lancia la corona sull’arola mentre le bocche si fermano in uno stupore che piano piano fa spazio alla paura. …E in secola secoloruamen riprende la Maria, sicura di avere respinto il diavolo che era venuto a spaventare o addirittura - Gesummaria! - a prendersi il suo Gino. E così i vecchi del paese ricordano ancora che la Maria, tirandogli la corona, ha mandato via il diavolo che veniva giù dal camino. (g.c.)

Sull’origine della parola sparvengol/sparvengle possiamo fare delle ipotesi che riconducono al significato di pipistrello, come testimoniano alcuni dialetti pugliesi e molisani. In alcuni dialetti della Marsica pipistrello si dice sparapingule o sparvingule. La parola ha quasi sicuramente a che fare con l’italiano sparviere, che deriva dal basso latino sparverius, che in francese dà épervier e in catalano esparver, mentre in inglese abbiamo sparrowhawk (g.c.).

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Lamp de foc Domenico, di ritorno dall’osteria, in una fredda notte d’inverno, si trova a passare dalle parti della Cerqua bella [la strada della Quercia bella che, attraverso le colline, va da Pesaro a Ginestreto]. Sta guidando un brocc [biroccio] trainato da un cavallo. La vita negli anni Trenta per un mezzadro non è facile, soprattutto per chi come lui è vedovo con tre figli piccoli e quindi, poter passare un po’ di tempo all’osteria a bere un goccetto e giocare a briscola, è per Domenico l’unico passatempo che può permettersi. A un tratto Domenico scorge in lontananza, lungo il bordo della strada, una figura scura… sembra un uomo con un mantello. La figura non è molto alta, potrebbe essere un bambino… ma no, non può essere un bambino in giro a quest’ora! Domenico è un uomo coraggioso o forse è quel rosso d’Fraton che ha bevuto che non gli fa valutare con lucidità la situazione. Due, tre passi del cavallo e… a Domenico sembra che quella figura nera si sia ingrandita! A mano a mano che el brocc si avvicina, la figura cresce sempre di più finché il cavallo, spaventato, si ferma e s’imbizzarrisce! Domenico a questo punto comincia ad avere un po’ di paura e rivolgendosi alla figura dice: co’ t’sì el diavle? A queste parole la figura, improvvisamente, diventa enorme e s’illumina come fosse incendiata da lamp de foc. Nella luce Domenico intravede una faccia orribile, sfigurata, con corna e denti aguzzi! All’improvviso poi, così come era comparsa, la figura scompare facendo ripiombare la zona della Quercia Bella di nuovo nel buio lasciando solo un forte odore di zolfo! (g.r.)

La zia scettica Mia nonna, classe 1907, era un’esperta di visioni, sparvengoli, diavoli & co. sia per esperienza diretta che per sentito dire. Lei era di Trasanni [frazione di Urbino] luogo, a sentire lei, pieno di posti dove si vedeva o si sentiva. Naturalmente non poteva non essere stata visitata innumerevoli volte dallo sparvengle (all’urbinate): era sempre molto felice di raccontarlo a tutti, ed il fatto di non averne mai subito tristi conseguenze lo attribuiva alla sua non meglio definita bontà. Mi ricordo che una volta, da me sollecitata a raccontarmi le “bugie” (così chiamavo da piccolo i suoi racconti sull’argomento), mi raccontò quanto segue. Negli anni Settanta, quando oramai si era trasferita a Pesaro da molto tempo, raccontava di queste visite a suo figlio e sua nuora che, venendo dall’appennino modenese, era del tutto estranea a questa tradizione. Mia zia ascoltava con un misto di scetticismo e di derisione i deliri di una povera vecchia superstiziosa e la sollecitava a soffermarsi sui particolari. Mia nonna la avvisava che non bisognava essere scettici e tanto meno deriderlo, perché lo sparvengolo ne ha per male e viene a fare i dispetti. Andò a finire che mia zia era così divertita da dimenarsi sulla sedia, quando ad un certo punto si sentì come una manciata di sassi lanciata contro i vetri di un abbaino che dava su un cortile che non praticava nessuno, soprattutto a quell’ora. Tutti ammutolirono tranne mia nonna che, serena ed imperturbabile, trovava evidente conforto alla sua tesi. Anni dopo, memore di questo racconto, chiesi a mia zia di spiegarmi cosa fosse veramente successo, ma lei mi rispose laconica: So solo che ho avuto una gran paura e mi intimò di cambiare subito argomento. (g.c.)

In alto: la strada della Quercia bella in inverno; al centro: il cancello in ferro battuto della cappella dei Caduti di Monteciccardo; nella pagina seguente: l’interno della chiesa di Sant’Isidoro della Serra a Sant’Angelo in Lizzola (fotografie Cristina Ortolani, 2009)

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Amedeo Bertúccioli_Sparvengol Cla sera, na sera cum c’n’è sted tantle atre, a so’ scaped sa la Rusena, mi moj. An s’po’ dì ch’la jera n’abitudin, quella d’gì a spass dop cena, mo gnanca na rarità. La jera na roba nurmel, specialment tun cla stagion ch’la va da la fén dla primavera ai prém cald dl’insted. A deggh stle rob par fè capì ch’an c’era gnent ch’pudeva fè pensè ch’la sereda la saria gida a fnì a cla via. A sem scaped, donca, tutt dó cuntent da fè dó pass préma d’gì a durmì. Quell ch’è success dop, prò de nurmel an aveva propi gnent. Un qualcò d’misterios e de tremend gireva tl’eria. A l’inpruvis, senza pudé capì cum era sucess, a m’so’ artruved daparmè a seda t’na stanza.A ‘rpensej adess, me vèn in ament ch’an c’era nisciun mobil, né grand né pcen, e anca la sedia do’ ch’a steva a l’indvineva - la javeva da essa malè, vést ch’a jera a seda! - mo a ‘n la vdeva. A so’ armast par poch daparmè: dop d’un mument, tre om i è ‘ntred tla stanza. Dó a ‘n’ò ‘rcnusciudi sciubte: i era di amigh de quant a jera fiulen, e m’pareva ch’i’n era ganbiedi par gnent da cla volta. A jò chiamedj: “Gigén! Franco! A so propi cuntent d’arvedve! Cò l’è ch’a fè maché?”. Mo la risposta ch’i m’ha dat la m’à lasced cum un bacalà. “Chi t’sì?”, i m’à dmanded. “Mo cum saria, a ‘n m’arcnuscé? A so’ Gustén!”. “Lascia gì da dì l’ fregnacc, tè an t’sì Gustén! Te dic le bugì par salvèt, mo an te servirà a gnent!”. A jò vést tun cle facc cum un marzapen d’presa in gir e d’cativeria ch’el m’à mess in tel cor ‘na gran stréna. E an c’è vlud na mucchia par capì cò le vleva dì cle parol. Tel fraintemp, anca cl’atra persona la s’è acosteda e a jò sciubte arcnusciud ma Luciano, un mi culega d’qualch tenp fa.Tutti e tre i à cminced a turturèm dapertutt el corp sa di curtlen, dle brocch e dle cigh de zigarett acesle, e mè a jarmaneva dur cum en stucfess, senza fè gnent par difendme, da quant a jera sorpres par quel ch’sucedeva. A lasceva fè, cum s’se tratassa d’qualcò ch’aveva da suceda, anca

s’a ‘n capiva parchè. Dop a jò savud (o a jò indvined) che anca quei ch’i m’aveva turtured i aveva ‘vud el medesme tratament: a ‘n so da chi, de sigur da qualcdon “piò in alt” ch’an è lori. Dop d’un po’, anca stavolta senza capì in che mod, a m’so’ artruved sla streda par gì a chesa, preocuped e sal pensir ma cum a javria ‘rtruved ma mi moj e cum a javria pudud arcuntè quell ch’m’era capited. Mentre ch’a camneva, Luciano el s’è acosted, el m’à mess na mèn sla spala e ‘l m’à saluted. “Bona sera, Gustén!”. Sorpres e anca ‘n po’ incazed par chel mod da fè, a jò dmandedj ‘na spiegazion. “Ma alora t’sì tè, e t’m’à ‘rcnusciud! Parchè an t’à fatt gnent par aiudèm? Parchè anca tè t’ma turtured?”. “A ‘n pudeva fè d’manch! – el m’a rispost sa na facia ‘vilida – A javem tropa paura, a sem terorized, a sem oblighed a cunportèc a cla via!”. An à dett gnent atre, e mè a ‘n j ò dmandedj pió gnent! A javem camned un cuncen insiem, senza dscurra, pó a c’sem lasced senza parlè, gnanca par saludèc. Sempre pensand ma quell ch’m’era sucess e cercand ‘na spiegazion ch’a ‘n pudeva truvè, a so’ arived davanti a la porta d’chèsa: a jò tired fora la chiev, a la jò infileda tla sladura e tun chel moment precis… a jò sentid la sveja ch’la suneva. (Da La bèla fjola, Pesaro 2007)

Grazie a Laura Bertúccioli e Rina Bellomarì (figlia e moglie di Amedeo), che ci hanno permesso di pubblicare questo racconto

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parole nel tempo

detti di una volta dalla

raccolta di Fausta Fratesi DI

SANDRO TONTARDINI

GAIDA, GIMNA, BIRR. E POI BGONS, CRESCIA, R AN: PAROLE E OGGETTI DAL SAPORE ANTICO NELLA SECONDA PUNTATA DEI DETTI RACCOLTI DA FAUSTA

FRATESI

UNA GAIDA (D’UVA, DI UOVA...) Il grembiule da cucina scuro, fiorato, facilmente si presta a trasformarsi in contenitore e misura per i più svariati usi. Rivolgendosi al bambino: VEN TLA GAIDA È un invito ad andare un poco sulle ginocchia della donna. E così dicendo gli si mostra il grembiule con i lembi sollevati, a mo’ di morbido approdo in cui accucciarsi. UNA GIMNA (DI GRANO, DI FAVA, DI GRANTURCO) Quanto due mani a tazza possono contenere. LA PALOTA D’IOCH L’iride più la pupilla. LA PALOTA D’L’OV Il tuorlo. È UN BIRR È una persona poco socievole, solitaria, poco ospitale. EL BIRR è il caprone. È UN STOLS Bella metafora utilizzata per dire che qualcuno è proprio brutto. [STOLS = sobbalzo, brusco sussulto]. CHIAPA LE MOSC! È detto di chi, allocco, sta inebetito a bocca aperta.

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HA FATT TUTT PEN E PESC FRIT! Costui è gaudente, scialacquone. Facilmente ha sperperato i beni familiari accumulati dai suoi vecchi.

DE CHE PARTIT SÌ? DEL PARTIT DLA PAGNOTA Per qualche poveraccio un partito vale l’altro. Il suo voto è per chi gli garantisce la sopravvivenza quotidiana.

MA PRES LA SBADIERELLA Non faccio altro che sbadigliare.

ARMANTE! Taci!

È DUR CUM UN STUCFESS Detto di un panno irrigidito dal gelo invernale. È SBATUT CUM UN CENC È sciupato, pallido, è mal ridotto come un povero cencio.

PUTENA VACA! È una interiezione: per non bestemmiare, per non offendere i cristiani… c’è chi se la prende con la povera vacca. Ai bambini, invece, si insegna a dire sempre a mo’ di interiezione: PORCA PALETA!

EN M’ARCOI MANCA SA LA CUCHIERA Sono veramente stanco, debole, debilitato.

S’È ARMULIT TUTT Si è messo tutto in ghingheri.

HA ‘NA PEL CVILA! [CVILA = civile] Ha una pelle fine e chiara: è il padrone, il benestante che vive in città e non è esposto tutto l’anno al sole dei campi e alle intemperie.

TOCCA DAI ‘NA VONTARINA Detto di una persona importante - almeno in una determinata circostanza - da trattare con moine, o da adulare per ingraziarsela.

SI CUM ‘NA CENDRAROLA Detto di chi è impolverato, un po’ accaldato e sbaffato come chi passa molto tempo ad armeggiare intorno al camino.

I PIEC A CUVÈ GIÙ IN TEL LET, LA MATINA La donna che “cova” a letto, che non si alza di buon’ora, non è una brava donna di casa.

CUCHINA, AN TOCCA GUARDÈ SOL MA LE BLESS, Tipica espressione delle donne di casa alla ragazza in età da marito, alla quale è capitato un buon partito ma non troppo avvenente.

EN C’HO MINGA LA ROGNA Esclamazione spontanea quando qualcuno stava a indebita distanza. La rogna un tempo era abbastanza diffusa e temuta, forse anche e soprattutto perché disonorevole in quanto associata a scarsa igiene.

È UN BGONS È un beone! [BGONS = bigoncia].

È UN SPERVINGLE È un folletto.

S’È ARDUT ‘NA CRESCIA Detto di un cappello schiacciato, magari finito inavvertitamente sotto il sedere di qualcuno.

ELA CUM ‘NA CUNILLA È risaputo che la coniglia è prolifica.

TOCCA GUARDÈ ANCA MA LA PAGNOTA

PISCIA CUM EL RAN Detto di una ferita da coltello o da vetro a un dito, o del sangue che esce dal naso all’improvviso. Nessun sapone, nessun detersivo o detergente eguaglia la piacevolezza tattile e odorosa del ranno. ARDUSCTE! Sbrigati!

INVIACI ANCHE TU I DETTI E I PROVERBI DELLA TUA TRADIZIONE: LI PUBBLICHEREMO SUL PROSSIMO NUMERO DELLA RIVISTA

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la memoria delle cose

macchie di vita

i quilts di Carolyn Guyer DI

CRISTINA ORTOLANI

Ogni quilt racconta una storia, e infatti nel 1995 il tradizionale copriletto mosaico statunitense è stato anche protagonista di un film dal cast all star, quasi tutto al femminile, How to make an american quilt (1995, regia di Jocelyn Moorhouse con, tra le altre,Wynona Rider,Anne Bancroft, Jean Simmons, uscito in Italia col titolo Gli anni dei ricordi: non un capolavoro, ma, secondo il Morandini, almeno garbato e gentile). Di lana come le vecchie coperte dei pionieri; di seta per le dame dell’età vittoriana, al quilt è stato riconosciuto in anni recenti lo status di espressione d’arte, e il patchwork (letteralmente: lavoro con le pezze), diffuso sotto altri nomi da tempi remoti in tutte le culture, è divenuto oggetto da museo. Musealizzazione a parte, ciò che importa qui è la forza evocativa di questi frammenti tessuti, tenuti insieme da punti ritmati e costanti come un respiro quieto. I quilts di Carolyn Guyer, artista visuale e teorica di ipertesti e nuovi media (Carolyn è Director of web development del Vassar College dello stato di New York, uno dei più prestigiosi atenei degli U.S.A.), aggiungono ai frammenti recuperati i segni prodotti dalle azioni dell’uomo: Carolyn utilizza infatti esclusivamente tele provenienti da biancheria da tavola, centrando l’attenzione sui materiali segnati dall’uso. Ho sempre immaginato le macchie sulle tovaglie come dei segni connessi alla storia delle persone. Noi quattro siamo a tavola, stiamo parlando, uno si alza per rispondere al pianto di un bambino, la tavola sobbalza, il vino si versa. Per me, io non vedo una gran differenza tra quel segno e qualcuno che deliberatamente passa sulla tela un pennello intinto nel colore. Ecco come vedo questo quilt. Una collezione di storie e tele rovinate restituite alla loro bellezza, di nuovo utili (Carolyn Guyer, 7 Luglio 2010). Sant’Angelo in Lizzola e Tavullia, Estate 2010. Carolyn Guyer e il marito Michael Joyce, come lei teorico di ipertesti e, attualmente, Associate Professor of English and Director of the Center for Electronic Learning and Teaching del Vassar College (Poughkeepsie, New York); in alto e sullo sfondo: due quilts di Carolyn Guyer, dettagli

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PESARO, 13 SETTEMBRE 1913. IL CORREDO DI CESIRA BARBANTI Letto completo - materassi, imbottita, lenzuoli, coperta bianca, 4 guanciali, federe, 2 piumini, L. 300 Lenzuoli, paia 7 a L. 20, L. 140 Coperta bianca, L. 13 Sotto - coperta, L. 7,50 Sotto - coperta di lana, L. 20 Federe di cotonina n. 12 a L. 18; n. 10 mussola L. 25 = L. 43 Asciugamani comperi 4 L. 8; di casa 18 L. 36 = L. 44 Camicie da notte n. 7 L. 35, giorno fine 6 L. 60; giorno grosse 7 L. 28; giorno grosse 17 L. 51 = L. 174 Mutande di mussolo [mussola] 6 L. 30; bianche e colorate 8 L. 24 = L. 54 Busti, 3, L. 15 Maglie di lana colorata 2, L. 4 Sottovesti bianche 6 L. 9; a maglia, L. 12 = L. 21 Sottanini di mussolo 3 L. 24; 3, L. 12; bianchi e colorati 6 L. 18 = L. 54 Fazzoletti 36 L. 10,80; battista 22, L. 3,30; di lino 6 L. 3,60 L. 17,70 Calze a mano p. 20, L. 20 Vestaglie 2 e grembiuli 2, L. 20 Parure celeste, L. 15 Mattini bianchi 3 L. 15; colorati e accappatoi 9 L. 27 = L. 42 Rovescini e coprifedere, L 25 Servizio da tavola, fatto in casa a spina; 2 tovaglie quadre, 6 tovaglioli, L. 9 Servizio da tavola compero; 1 tovaglia e 6 tovaglioli, L. 6,75 Servizio da tavola fatto in casa, canapa e cotone; tovaglia lunga e corta e 12 tovaglioli, L. 20 6 tovaglioli da tèe [sic], L. 2,10 Asciugamani da cucina 6; grembiuli da cucina 6; strofinacci 7, L. 10,80 Comò e specchiera, L. 150 Armadio, L. 50 Bauli 2, L. 38 Abito da viaggio, L. 48 Abito nero, L. 49,25 Fattura di un abito bleu pesante, L. 27 Camicetta di pizzo, bianca, L. 25 Abito vecchio - verde L. 10; bleu L. 9 = L. 19 Cappelli 2 (nuovi), L. 98 Scarpe p. 2 (nuove), L. 29 Libretto della Cassa di Risparmio, L. 100 Totale L. 2.629,10

E LA NOSTRA SINGER SUBIRÀ IMPAVIDA LA COBELLIGERANZA, L’OSCURAMENTO, IL RAZIONAMENTO, IL BOMBARDAMENTO, LO SFOLLAMENTO, LA GUERRA CIVILE E LA LIBERAZIONE. CI SEGUIRÀ FEDELISSIMA NELLA RISCOPERTA DI MILANO, DOPO AVER DURAMENTE LAVORATO CON NOI

RICOSTRUZIONE… UNICA, FRA LE COSE DELLA NOSTRA VITA, RIMASTA MIRACOLOSAMENTE GIOVANE. INCORROTTA E INCORRUTTIBILE TESTIMONE DEI NOSTRI RICORDI. PER LA

Giovannino Guareschi

QUILT (PRONUNCIA: KWILT), DAL LATINO CÙLCITA O CÙLCITRA, MATERASSO; NEL MEDIOEVO L’IMBOTTITURA INDOSSATA DAI CROCIATI SOTTO LE ARMATURE

In questa pagina: Pesaro, 13 Settembre 1913. Cesira Barbanti (dettaglio della fotografia riprodotta a pagina 41); sotto: un dettaglio della pagina Piegature, dall’Album dei lavori della sorella di Cesira, Emilia Barbanti, 1910 circa (archivio Maria Teresa Badioli, Pesaro); sullo sfondo: una cartella di campioni di seta per abiti da sposa delle Manufactures de Soieries, Lione (1870-1880), e una pagina dall’Album delle novità dei Grandi Magazzini Alle Città d’Italia, Inverno 1884 - ‘85, Milano. Campioni e catalogo provengono dall’archivio privato di una nobildonna dei dintorni di Sant’Angelo in Lizzola, che per il suo guardaroba effettuava regolari ordini a Parigi. FONTI E TRACCE Carolyn Guyer a Cristina Ortolani, 7 Luglio 2010; Giovannino Guareschi, Piazza Carlo Erba 6, il “Bertoldo”, da Alla scoperta di Milano, in Chi sogna nuovi gerani?, Rizzoli, Milano 1993; Paolo Conte, Novecento, dall’album omonimo, CGD 1992. promemoria_NUMEROUNO

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il sapore dei ricordi

la crostata della Vera

Per lunghi anni titolare di una delle due osterie di Belvedere Fogliense di Tavullia, borgo appollaiato su una collina tra Marche e Romagna, Vera Generali (1921 - 2009) ha imparato a cucinare da giovanetta, negli anni trascorsi come cameriera presso la famiglia Moscioni-Negri e al Circolo cittadino di Palazzo Gradari di Pesaro. A Belvedere - allora Montelevecchie - ha raccolto l’eredità della suocera Terza Giorgi, che avviò l’attività rifocillando i muratori impegnati nel restauro delle mura del paese (vedi pagina 42). In tempi più vicini a noi Vera è stata, sin dalla prima edizione, una delle protagoniste delle “cene in famiglia” di Belvedere Fogliense: la ricordiamo con la sua crostata di marmellata e noci (lei era della scuola della pasta frolla con il lievito, anzi, con la dose), e grazie a Lucia Giunta, che ci ha passato la ricetta della nonna.

Ingredienti ½ kg di farina 00; 150 grammi di burro; 250 grammi di zucchero; 3 uova (il tuorlo); 10 grammi di dose [lievito]; limone grattugiato [la buccia di un limone]; una bustina di vanillina; marmellata a scelta; una decina di gherigli di noce tritati Preparazione Per la pasta frolla: fare la fontana con la farina, aggiungere il burro tagliato a pezzetti (deve essere a temperatura ambiente), lo zucchero, il lievito la vanillina, la

DI

CRISTINA ORTOLANI

DALL’OSTERIA DI MONTELEVECCHIE (BELVEDERE FOGLIENSE DI TAVULLIA), LA RICETTA DELLA CROSTATA DELLA VERA , CON MARMELLATA E NOCI

buccia di limone e i tuorli d’uovo e impastare. Lasciar riposare l’impasto in frigorifero per circa mezz’ora, quindi stenderlo con il matterello. Ritagliare qualche strisciolina di pasta per la decorazione, e trasferire l’impasto restante nella teglia imburrata e infarinata. Farcire con la marmellata, guarnire con le striscioline di pasta creando un disegno a piacere, cospargere con le noci tritate grossolanamente. Cuocere in forno già caldo a 180 - 200 °C per circa mezz’ora.

In bianco e nero: Belvedere Fogliense, anni Sessanta del ‘900.Vera Generali dietro al bancone del bar-trattoria di famiglia (raccolta famiglia Italo Giunta, Belvedere Fogliense - Tavullia); a colori: Belvedere Fogliense, 2007. Vera Generali con la nipote Lucia Giunta in una fotografia scattata in occasione della II edizione della festa Un paese e cento storie

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pian del bruscolo da sfogliare

il Conventino dell’arte Dal 1988, anno in cui ne fu ultimato il restauro, il Convento di Santa Maria delle Grazie di Monteciccardo, meglio noto come ‘il Conventino’, ospita ogni anno importanti rassegne di arte contemporanea. Da Enzo Cucchi a Mario Merz, passando per Ettore Spalletti e Giulio Paolini, senza dimenticare gli artisti locali protagonisti del progetto Terra nostra e, nei primi anni, gli eventi legati all’Accademia di Belle Arti di Urbino: questi i protagonisti dell’Albo d’onore del Conventino dove, in inverno, l’arte convive felicemente con il rito antico dell’apertura della fossa del formaggio, mentre in estate si sposa a una fiera che si svolge, con rare interruzioni, almeno dal 1900 (info: www.comune.monteciccardo.pu.it; comune. monteciccardo@provincia.ps.it; tel. 0721 910586). LO SPARVENGOL AL IL

CONVENTINO DI MONTECICCARDO

Il complesso del Conventino nacque nel secolo XVI grazie al lascito del possidente Bernardino Fabbri: in viaggio da Pesaro a Monteciccardo in una notte di tempesta, Fabbri riuscì dopo molte peregrinazioni a trovare asilo presso i Serviti di Maria di Calibano (oggi Villa Fastiggi), poco fuori città. Alla sua morte Fabbri, che non aveva eredi, lasciò i suoi averi ai frati, per l’edificazione di un convento dedicato a Santa Maria delle Grazie. I lavori di costruzione iniziarono nel 1520, ma la struttura raggiunse l’assetto definitivo solo sul finire del ‘700. Soppresso definitivamente nel 1861, dopo l’Unità d’Italia, l’edificio divenne di proprietà del Comune e alla fine della I Guerra mondiale l’area adiacente alla chiesa fu adibita a cimitero. Dopo il 1944 il Conventino fu sede del Municipio, e quindi utilizzato come abitazione, fino agli anni Settanta del ‘900.

CONVENTINO Insieme con il suo tesoro, solitamente nascosto in qualche anfratto o passaggio segreto dei sotterranei del castello, ogni paese ha i suoi fantasmi, che appaiono a sorpresa preferibilmente facendo irruzione dalle crepe dei vecchi muri o sbucando all’improvviso dai cespugli. Non fa eccezione il Conventino, dove molti affermano di avere percepito strane presenze, a partire dallo spettro buongustaio che si annuncia con un appetitoso profumo di ciambellone appena sfornato, senza dimenticare il cagnolino che, almeno fino agli anni Trenta del ‘900 accompagnava i viandanti di passaggio sulla strada verso Ginestreto.

A sinistra: il chiostro del Conventino e la fossa del formaggio (fotografie Giorgio Trebbi per Comune di Monteciccardo); in alto a sinistra: Memoriale dal Convento, catalogo della mostra di Mario Merz, 2009; a destra: E. F. Londei - P. Mascia, Il Conventino e Monteciccardo, Pesaro 1995; i cataloghi delle mostre Terra nostra, 2007 e Raffaello Scianca, 2009

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mi ricordo

TRA PROUST E PEREC, QUATTRO PAGINE DI MEMORIE IN LIBERTÀ. E TU, COSA RICORDI?

Mi ricordo la mia mano piccola nella mano grande di mio nonno. ELENA BENVENUTI Bologna

Mi ricordo quando, sotto il sole spietato d’Agosto, con mia madre e la zia Augusta, si andava alla Vecchia Fonte. Una fila di donne, molte vestite di nero sotto quel sole cocente, con gli orci sinuosamente appoggiati al fianco, o regalmente tenuti sul capo sopra un serto di stracci, attendeva di attingere l’acqua. Ricordo ancora l’odore e il sapore di quell’acqua. AMBRA FRANCI Milano Mi ricordo che il primo ascensore nel quale ho messo piede aveva un piccolo marchingegno che gli consentiva il movimento, solo inserendo 10 lire e girando una leva l’ascensore prendeva vita… senza moneta, solo le scale. G. M. Pesaro

Mi ricordo i binari che si infilavano sotto il muro della Montecatini e stuzzicavano la fantasia di noi ragazzetti. Mi ricordo gli gnocchi della nonna Elena, e quanto se la prendeva se le venivano troppo molli. Mi ricordo il primo libro per cui piansi: I ragazzi della Linea Gotica. Mi ricordo lo sgomento quando bombardarono Mostar e crollò il ponte. ANTONELLA POLEI Monteciccardo 88

Mi ricordo quando da piccolo accompagnavo mia nonna e mia mamma in centro, in occasione del mercato all’ingrosso del martedì, per gli acquisti destinati al loro negozio di stoffe e confezioni. Ricordo il ‘rito’ del cappuccino al bar a metà mattina. LUCA PIERI Pesaro


Mi ricordo quando il Venerdì Santo si andava al forno del paese a ritirare le cresce di Pasqua e si mettevano sopra l’armadio della camera dei miei genitori, il grande profumo si espandeva per tutta la casa per giorni e giorni!! Grande era la festa! ACHILLE BALLERINI Montelabbate

Ricordo la dolcezza e il calore nonostante il gelo quando io e mia sorella andavamo alla ricerca di ghiaccioli (noi li chiamavamo così) che penzolavano dai cornicioni delle case e dai pollai dei contadini dei nostri vicini. EMILIA ESPOSITO Montemaggiore al Metauro

Mi ricordo quando, piccolina, aspettavo mio padre che arrivava da Pesaro con la corriera e finiva la sua corsa ad Apsella. Io salivo a Montelabbate e mi sembrava di aver fatto il giro del mondo! ANNA CAPPONI Sant’Angelo in Lizzola

Mi ricordo… a nove anni, nel ’56, la neve era più alta di me e le bestie morte nella stalla. PASQUINO C. Monteciccardo

Mi ricordo quando da piccola passavo le mie estati a Monteciccardo e il nonno Tino mi portava con lui al gioco delle bocce nel bar del paese, ancora ho vivo il suono delle bocce… MICAELA MENGACCI Monteciccardo

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Mi ricordo quando a sette anni, nel 1970, giocavo ai quattro cantoni sotto gli archi del Ponte Foglia. ROBERTA ROMANI Sant’Angelo in Lizzola

Mi ricordo la predica delle anime al cimitero di Ripe, il catafalco nero con il teschio e le preghiere in latino. GIANLUCA CECCHINI Pesaro

Mi ricordo quando portavamo i taralli a cuocere al forno e per strada li mangiavamo crudi. …e il pane appena sfornato che arrivava a casa pieno di buchi! …e la cartella dove si segnava il peso del pane per pagarlo a fine mese… altro che bancomat! ANNA MARIA P. Monteciccardo

Ricordo... quando, bambino, andavo con mia madre al fiume a risciacquare il bucato. Si caricava un grosso mastello pieno di panni su un carretto e via giù per la strada del mulino fino al fiume. Le sponde erano libere da sterpaglie e cannucce, l’acqua era limpida, pulita e... il profumo del fiume! Dopo di allora non l’ho mai più sentito, ma lo riconoscerei tra mille perchè di quel profumo, che mi inebriava, ne ho vivo il ricordo. ILIANO FRANCA Tavullia

Ricordo la gioia di mia nonna quando ho preso la patente (lei non sapeva guidare), ricordo il nonno che tornava dall’orto fischiettando, ricordo i pranzi la domenica quando ci riunivamo tutti! ALESSANDRA BENVENUTI Pesaro

INVIA I TUOI RICORDI A INFO @ MEMOTECAPIANDELBRUSCOLO.PU.IT

O POSTALI SULLA PAGINA FACEBOOK DELLA

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MEMOTECA

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Una cosa che resta enigmatica, per me come per altri, è la facilità con cui si dimenticano le impressioni provate durante una notte di bombardamenti. Già dopo pochi minuti che è finito, tutto quello che si era pensato prima è come sparito per incanto. A Lutero è bastato lo scoppio di un fulmine perché la sua vita intera ricevesse una svolta per gli anni successivi. Dov’è oggi questa “memoria”? La perdita di questa “memoria morale” - orribile parola! non è forse il motivo dello sfaldarsi di tutti i vincoli, dell’amore, del matrimonio, dell’amicizia, della fedeltà? Niente resta, niente si radica. Tutto è a breve termine, tutto ha breve respiro. Ma beni come la giustizia, la verità, la bellezza, e in generale tutte le grandi prestazioni, richiedono tempo, stabilità, “memoria”, altrimenti degenerano. Chi non è disposto a portare la responsabilità di un passato e a dare forma ad un futuro, costui è uno “smemorato”, e io non so come si possa colpire, far riflettere una persona simile. Poiché qualsiasi parola, anche se al momento è capace di fare impressione, viene poi inghiottita dalla smemoratezza. Dietrich Bonhoeffer, 1944

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hanno collaborato a questo numero Cult movies: Ninotchka di Ernst Lubitsch, a pari merito con Intrigo internazionale di Alfred Hitchcock, e The pirate di Vincente Minnelli. Cult books: Jane Austen, Orgoglio e pregiudizio; Cristina Campo, Gli imperdonabili; Francis Scott Fitzgerald, Il grande Gatsby. Un cibo: solo uno? Comunque, piadina con le erbe di campagna, latte intero, cioccolato fondente. Luogo: la luce della Provenza. Colori: quelli di Matisse. Si avvicina al racconto della memoria attraverso i libri di Giovannino Guareschi, le storie di fantasmi della nonna e le provocazioni del professor Arnaldo Picchi, con il quale si è laureata a Bologna, al DAMS Spettacolo, nel 1993. Del teatro (per il quale ha firmato dal 1984 al 2004 i costumi di diversi spettacoli RISTINA di opera lirica) le restano scatole di campioni di tessuti d’epoca, che utilizza per comporre artworks ai RTOLANI quali - dice - spera di dedicare la vecchiaia. Tra storia e storie ha curato una ventina di pubblicazioni, principalmente legate al territorio provinciale di Pesaro e Urbino, tra cui Pesaro, la moda e la memoria (2008 e 2009). Ha collaborato con la FondazioneVittorio De Sica, con saggi sui costumi nei film del grande regista. Dal 1999 scrive anche per internet, occupandosi di costume, lifestyle, teatro e cinema. Dal 1996 collabora con i Comuni dell’Unione Pian del Bruscolo per progetti e iniziative culturali sui temi della memoria locale; nel 2005 ha creato la Memoteca Pian del Bruscolo e ideato le cene in famiglia di Belvedere Fogliense (Tavullia). È nata nel 1965 a Pesaro, dove vive e lavora.

C O

Laureato in filologia greca e latina presso l’Università degli Studi di Napoli ‘Federico II’, ha conseguito successivamente presso la Scuola Speciale per Archivisti e Bibliotecari dell’Università degli Studi di Roma ‘La Sapienza’ prima il diploma di conservatore di manoscritti, poi il diploma di Archivista Paleografo, quindi il diploma di Paleografia Greca presso la Scuola Vaticana di Paleografia, Diplomatica e Archivistica. Presso l’Università degli Studi di Macerata ha conseguito il titolo di dottore di ricerca in ‘Cultura dell’età romanobarbarica’.Vincitore di concorso per archivista di Stato ricercatore storico-scientifico, dal 1999 è nei ruoli del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Dal 1 Giugno 2009 è direttore dell’Archivio di Stato di Pesaro. DE

ANTONELLO BERARDINIS

FRANCA GAMBINI

Nata a Sant’Angelo in Lizzola il 17 Febbraio 1958. Laureata in Scienze Agrarie. Sposata, con una figlia. Svolge attività di libero professionista, didattica e editoriale nel settore paesaggistico, agricolo ed ambientale. Dal Giugno 2009 è assessore del Comune di Sant’Angelo in Lizzola con deleghe alla Pubblica Istruzione, Formazione, Ambiente e Agricoltura. Segretario membro del Consiglio direttivo dell’Accademia Agraria di Pesaro, per Promemoria Franca Gambini ha curiosato negli archivi di questa prestigiosa istituzione, con la serie Esercitazioni Agrarie.

Sono nata quando Modugno vinse Sanremo con Nel blu dipinto di blu. Laureata in Lettere con tesi in Storia dell’arte e diplomata in Archivistica, Paleografia e Diplomatica. E così ho dichiarato subito i miei due grandi amori. In nome del primo ho partecipato all’organizzazione di alcune mostre, tra cui quelle a San Leo sul Valentino, il Seicento eccentrico (di cui son stata co-redattrice del catalogo per Giunti Editore) e Ciro Pavisa a Mombaroccio; ho redatto e schedato per il volume I Santuari nelle Marche, relazionato a convegni sulla scultura lignea; ho collaborato alla stesura dei testi per il video Medioevo nella Provincia di Pesaro. Ho curato schede sugli arredi di IMONETTA alcune chiese dell’urbinate e, per la De Agostini, sui Pittori marchigiani dell’800. Per l’altro amore, l’archivistica, ho anche continuato a studiare, frequentando due Master sulla Progettazione e gestione ASTIANELLI informatica dei servizi documentari e un corso universitario; ho riordinato gli archivi di vari Comuni e lavorato al censimento, commissionato da Regione e Soprintendenza, degli archivi ospedalieri e degli enti assistenziali della Provincia. La conoscenza degli archivi e la ri-conoscenza per la storia mi hanno messo sulla via delle mostre storicodocumentarie e della pubblicazione dei relativi contributi. Oggi lavoro come archivista del Comune di Pesaro.

S B

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Nato nel 1967, coniugato, 2 figli maschi. Ingegnere elettronico, mi occupo di automazione e strumentazione per impianti oil&gas. Ho una passione per la Storia, soprattutto quella che va dal 1943 al 1945 e che riguarda gli IMI (Internati Militari Italiani): faccio parte dell’ISCOP (Istituto di Storia Contemporanea di Pesaro e Urbino), nel quale seguo la sezione Memoria della deportazione. Ho una moto del 1982 (Honda Nighthawk) che non riesco mai a adoperare quanto vorrei. Mi piace viaggiare: ho viaggiato “abbastanza” per lavoro venendo a contatto con mentalità e modi di vivere tra i più vari: non mi piace viaggiare solo per divertimento o per svago ma per conoscere altri modi di vivere diversi dal mio. Credo profondamente nell’integrazione tra tutti gli uomini e nel rispetto di ogni diritto. Mi piace leggere: ho una buona biblioteca nonché alcuni volumi “antichi” (dal 1600 in poi).

GIANLUCA ROSSINI

Nata ad Akron, nell’Ohio (U.S.A.) da genitori originari di Talacchio - Colbordolo, Mary Ann (Merien) Arduini Mulazzani ha insegnato per ben quarantacinque anni nelle scuole elementari,: un’esperienza che ha raccontato sul numero zero di “Promemoria”, sollecitata da Sandro Tontardini. Appassionata di teatro, Mary Ann è anche stata vivace protagonista di una delle serate di “Promemoria”, nell’estate 2010. Per noi ha ripercorso le tracce di suo padre Giuseppe, emigrato nel 1912 verso gli Stati Uniti d’America.

MARY ANN ARDUINI MULAZZANI Amo il teatro in ogni sua forma: pedagogica, catartica, estetica, divulgativa, comica, sociale. Amo cucinare, cose buone e sane, soprattutto per gli amici; amo passare una serata intorno ad una buona tavola con davanti un bicchiere di buon rosso. Amo viaggiare, ascoltare il rumore dei posti, sentirne gli odori, stare seduta da una parte e guardare gente con abitudini diverse. Amo la musica, non tutta e non di tutti i generi, ma a quella che amo sono estremamente fedele. Amo camminare sul bagnasciuga in inverno, specie quando sono molto arrabbiata. Amo il mio cane Pedro, il mio piccolo Gioele e il suo babbo. Io sono Antonella.

ANTONELLA POLEI

Gianluca Cecchini. Laureato in Lettere classiche presso l’Università degli Studi di Urbino, insegna Materie letterarie, Latino e Greco presso il Liceo Classico “T. Mamiani” di Pesaro.

GIANLUCA CECCHINI Sandro Tontardini, 61 anni, insegnante tecnico pratico in pensione, sposato con due 2 figli. Vive a Bottega di Colbordolo. Si è sempre dimostrato attento e sensibile ai problemi di carattere culturale del proprio territorio. Collabora da tempo all’organizzazione della Mostra del Libro per Ragazzi di Morciola di Colbordolo, giunta quest’anno alla XXXIII edizione. Attualmente ricopre presso l’amministrazione comunale di Colbordolo la carica di assessore alla Cultura, Promozione del territorio e Volontariato.

SANDRO

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LA MEMOTECA PIAN DEL BRUSCOLO Da cinque anni, ormai, la Memoteca Pian del Bruscolo percorre il territorio dei Comuni dell’Unione Pian del Bruscolo, raccogliendo ricordi e testimonianze in un progetto di recupero e valorizzazione della memoria (le memorie) della comunità locale della bassa Valle del Foglia. Oltre trecento persone hanno sinora partecipato alla raccolta del materiale, con fotografie dagli album di famiglia (circa cinquemila le immagini raccolte), interviste, segnalazioni di documenti di diverso genere, dalle ricette di cucina alle lettere agli elenchi dei corredi, solo per citarne alcuni: un patrimonio ricco di minute informazioni, grazie al quale la vita quotidiana tra XIX e XX secolo si intreccia con la storia, componendo un quadro sempre più preciso delle trasformazioni avvenute nel nostro territorio. Materiale che, insieme con quello proveniente da archivi comunali, parrocchiali e altri è stato utilizzato per esposizioni, pubblicazioni, filmati, proposti al pubblico in numerose occasioni. Una parte di queste testimonianze iconografiche e documentarie è inoltre stata catalogata secondo standard internazionali e inserita sul sito web

Questa pubblicazione è realizzata grazie al sostegno di

www.memotecapiandelbruscolo.pu.it, cuore del progetto, luogo virtuale di scambio tra persone e generazioni, al quale l’Unione dei Comuni intende affiancare presto uno spazio reale. Al di là del valore di ricostruzione di un tessuto storico e sociale fatto di dettagli (la microstoria), va segnalato l’interesse che le ricerche della Memoteca hanno suscitato tra le persone coinvolte, portando giovani e anziani, bambini, nonni e “nuovi arrivati” a radunarsi, e non di rado a far festa, intorno ai loro luoghi, scoprendone (o ritrovandone) radici e identità. Una vivacità che caratterizza il lavoro della Memoteca sin dagli inizi e che ne è ormai divenuta la cifra. Come dice Moni Ovadia, che certo di queste cose se ne intende, la memoria è un progetto per il futuro: recuperare le radici significa per noi attingere alla memoria nella sua connotazione più vitale e meno nostalgica, così come emerge dalla quotidiana frequentazione di persone e luoghi dove usi e tradizioni di stampo antico coesistono senza troppi attriti con la contemporaneità.

Puoi partecipare al progetto inviandoci fotografie o riproduzioni di altri documenti, raccontando la storia della tua famiglia o le storie del tuo paese: per informazioni puoi rivolgerti all’Unione dei Comuni Pian del Bruscolo (tel. 0721 499077), scriverci all’indirizzo info@memotecapiandelbruscolo.pu.it o consultare il sito www.memotecapiandelbruscolo.pu.it. La Memoteca ha anche una pagina Facebook (Memoteca Pian del Bruscolo).

LA MEMOTECA PIAN DEL BRUSCOLO - PUBBLICAZIONI E INIZIATIVE DAL 2007 Estate 2007 > Percorso espositivo SCRIGNI DELLA MEMORIA. Sei tappe nei cinque comuni dell’Unione, in occasione di altrettanti eventi programmati dalle amministrazioni. > Partecipazione al II FESTIVAL NAZIONALE DELL’AUTOBIOGRAFIA Città e paesi in racconto di Anghiari (AR). Inverno - Primavera 2008 > CACCIA ALLE TRACCE. Collaborazione al VII Concorso letterario per piccoli scrittori: lezioni nelle 13 classi partecipanti al Concorso; visita di due classi all’Archivio Comunale di Sant’Angelo

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in Lizzola; esposizione fotografica-documentaria presentata alla 31a Mostra del Libro per Ragazzi di Colbordolo; realizzazione del volume Caccia alle tracce - L’album del concorso, presentato al PalaDionigi di Montecchio. Inverno - Primavera 2009 BRUSCOLO. ITINERARI TRA STORIA, MEMORIA E REALTÀ: volume di itinerari tematici intercomunali alla scoperta del territorio dell’Unione Pian del Bruscolo. > PIAN

DEL

> La Memoteca ha inoltre collaborato con il Comune di Sant’Angelo in Liz-

zola alle prime due edizioni del Piccolo Convegno di Storia Locale (luglio 2007 e agosto 2008) e al progetto editoriale Montecchioracconta - storie e memorie di un paese lungo la strada (2007-2009); con il Comune di Monteciccardo la Memoteca ha collaborato alla realizzazione del progetto editoriale Monteciccardo, cronache, storie, ricordi (2008-2009). Nell’Aprile 2010 l’esperienza della Memoteca Pian del Bruscolo è stata al centro della tavola rotonda Vetera componere novis, organizzata dall’Archivio di Stato di Pesaro in occasione della XII Settimana nazionale della cultura.

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> Promemoria - periodico culturale testata registrata presso il Tribunale di Pesaro, autorizzazione n. 578 del 9 Luglio 2010 > numero uno > chiuso in redazione il 27 Ottobre 2010 > direttore responsabile Cristina Ortolani > coordinamento editoriale, immagine e grafica Cristina Ortolani > hanno collaborato a questo numero Mary Ann Arduini Mulazzani, Simonetta Bastianelli, Gianluca Cecchini, Antonello de Berardinis, Franca Gambini,Antonella Polei, Gianluca Rossini, Sandro Tontardini > in copertina Alessandro Gallucci, Ritratto di contadinella rossa (1950), collezione Elio Giuliani, Pesaro; ph. Paolo Semprucci > informazioni memotecapiandelbruscolo.pu.it; info@memotecapiandelbruscolo.pu.it Unione dei Comuni “Pian del Bruscolo”, via Nazionale, 2 61022 Bottega di Colbordolo (PU) - tel. 0721 499077 unionepiandelbruscolo.pu.it; info@unionepiandelbruscolo.pu.it Cristina Ortolani, via Avogadro 39 - 61122 Pesaro cristina@cristinaortolanistudio.it > le immagini appaiono con l’autorizzazione degli aventi diritto > il materiale raccolto è stato inserito con la massima cura, tuttavia i responsabili della pubblicazione si scusa per eventuali involontarie omissioni o inesattezze nella citazione delle fonti e resta a disposizione degli aventi diritto per le immagini di cui non è stato possibile rintracciare i titolari del copyright > i testi sono rilasciati sotto la licenza Creative Commons “Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0” (http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/3.0) > la responsabilità dei contenuti dei testi è dei rispettivi autori > stampa SAT - Sant’Angelo in Lizzola (PU) la carta utilizzata per la stampa di Promemoria ha ottenuto la certificazione ambientale F.S.C. (Forest Stewardship Council), che identifica i prodotti contenenti legno proveniente da foreste gestite secondo rigorosi standard ambientali, sociali ed economici. > la Memoteca Pian del Bruscolo è un progetto realizzato con il contributo della Provincia di Pesaro e Urbino ai sensi della L.R. 75/1997 > realizzazione del portale Servizio Informativo e Statistico - Provincia di Pesaro e Urbino, progettazione della banca dati Michele Catozzi > coordinamento organizzativo Vincenza Lilli - Unione dei Comuni Pian del Bruscolo Memoteca Pian del Bruscolo e “Promemoria” concept+image Cristina Ortolani

> per i documenti, racconti, le fotografie, la pazienza grazie a: Archivio storico diocesano di Pesaro; Parrocchia di Sant’Agata, Monte Santa Maria - Monteciccardo, Parrocchia di San Lorenzo Martire, Tavullia; Parrocchia di San Michele Arcangelo, Sant’Angelo in Lizzola; Parrocchia di San Michele Arcangelo, Montegaudio - Monteciccardo; Parrocchia dei Santi Quirico e Giulitta, Montelabbate; Parrocchia di San Sebastiano, Monteciccardo; Archivio di Stato di Pesaro; Archivio storico comunale di Montelabbate; Archivio storico comunale di Sant’Angelo in Lizzola; Archivio storico comunale di Tavullia; Accademia Agraria di Pesaro; ISCOP - Pesaro, Corpo bandistico “G. Santi”, Colbordolo; Corpo bandistico “G. Rossini”, Montelabbate grazie ai collaboratori della Memoteca e di Promemoria agli amministratori e al personale dell’Unione dei Comuni Pian del Bruscolo e dei Comuni di Colbordolo, Monteciccardo, Montelabbate, Sant’Angelo in Lizzola e Tavullia e a Enrico Angeli, Montecchio - Sant’Angelo in Lizzola; Famiglia Cesare Antonini, Sant’Angelo in Lizzola;Antonella e la Comunità di Bose, Magnano (BI); Maria Teresa Badioli (1923 - 2010); Stefania Bacchiani, Morciola - Colbordolo;Achille Ballerini, Montelabbate; Rina Bellomarì, Laura Bertúccioli e Daniele Volpini, Pesaro; Alessandra Benvenuti, Pesaro; Elena Benvenuti, Bologna; Francesco Bernardini, Montecchio - Sant’Angelo in Lizzola; Daniele Bezziccheri, Montelabbate; Franco Bezziccheri, Montecchio - Sant’Angelo in Lizzola; Gabriele Bonazzoli, Monteciccardo; FamigliaValerio Cahrat, Montelabbate; Grazia Calegari, Pesaro; Pasquino C.,Villa Betti - Monteciccardo; Anna Capponi Donati, Sant’Angelo in Lizzola; Renzo Casabianca e Maria Luchetti, Montelabbate; don Marzio Ciacci - Montelabbate; don Giuseppe Cenci, Monteciccardo; Riccardo Corbelli, Pesaro; don Igino Corsini, Pesaro; Raffaella Corsini Ortolani e Giorgio Ortolani, Pesaro; Sauro Crescentini, Colbordolo; Alberto Cudini, Montecchio - Sant’Angelo in Lizzola; Luciano Dolcini, Pesaro; Emilia Esposito, Montemaggiore al Metauro; Guido Fabrizi, Pesaro; Gabriele Falciasecca, Pesaro; Iliano Franca, Case Bernardi - Tavullia; Alberta Gambini e Famiglia Gambini, Tavullia; Fernanda Gambuti Marcolini e la sua Famiglia, Montelabbate; Patrizia Geminiani, Pesaro; Vera Generali (1921 - 2009); Gabriella Giampaoli, Pesaro; Gabriele Giorgi, Pesaro; don Enrico Giorgini, Sant’Angelo in Lizzola, Elio Giuliani, Pesaro; Famiglia Italo Giunta, Belvedere Fogliense - Tavullia; Famiglia Nazzareno Guidi, Montecchio - Sant’Angelo in Lizzola; Luca Lucarini, Morciola - Colbordolo; Fiorino Luccardini, Montelabbate; Rita Luccardini, Pesaro; Agla Marcucci Gattini, Pesaro; Famiglia Angelo Marchi, Peglio; Giovanni Marcucci, Montelabbate; Donato Mariotti, Montelabbate; don Raffaele Mazzoli, Pesaro; Micaela Mengacci, Monteciccardo; G. M., Pesaro; Giuliana Nobili, Pesaro; Famiglia Luigi Nobili,Villa Ugolini - Monteciccardo; Famiglia Bruno Olivi, Morciola - Colbordolo; Vinicio Olivieri, Montecchio - Sant’Angelo in Lizzola; Giancarlo Olmeda e Famiglia Olmeda, Pesaro; Roberto Olmeda,Tavullia; Simona Ortolani e Walter Vannini, Pesaro; Giannino Pentucci, Pesaro; Giuliana Pieretti, Pesaro; Luca Pieri, Pesaro; Matteo Ricci, Pesaro;Anna Maria P., Monteciccardo; Famiglia Ugo Romanello,Villa Betti - Monteciccardo; Roberta Romani, Montecchio - Sant’Angelo in Lizzola; Gabriella Sanchini Cambrini, Pesaro; Famiglia Vincenzo Sani, Monte Santa Maria - Monteciccardo; Famiglia Carlo Salucci, Sant’Angelo in Lizzola; Paolo Semprucci, Pesaro; Paola Solforati, Sant’Angelo in Lizzola; Giorgio Trebbi, Pesaro; Ugo Tresi, Montelabbate

PROMEMORIA - COME COLLABORARE La collaborazione a Promemoria è aperta a tutti ed è a titolo gratuito. Gli elaborati dovranno essere originali e inediti, e dovranno riguardare tematiche d’interesse della rivista: memoria locale, memorie personali, personaggi del territorio dell’Unione Pian del Bruscolo o di zone limitrofe ecc.; per altri temi consigliamo di contattare comunque la redazione, che valuterà ogni proposta. È possibile anche segnalare persone da intervistare o storie da raccontare ai nostri collaboratori. La pubblicazione dei contributi avviene a discrezione della redazione, che si riserva di apportare tagli e/o modifiche, rispettando il senso e la sostanza dei testi.

I testi inviati devono essere accompagnati da nome e cognome dell’autore, luogo e anno di nascita, recapiti (compresi cellulare e indirizzo email), professione o qualifica. Saranno valutate tuttavia le richieste di pubblicazione sotto pseudonimo. La rivista sarà pubblicata anche in versione digitale sul sito della Memoteca Pian del Bruscolo; alcuni contributi potranno essere pubblicati, con il relativo materiale iconografico, anche in forma di pagine del sito. Per tutti i dettagli consultare il sito www. memotecapiandelbruscolo.pu.it. o scrivere a info@memotecapiandelbruscolo.pu.it.

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ďŹ nito di stampare nel Novembre 2010 da SAT s.r.l. - Montecchio (PU)


NUMEROUNO

Promemoria - storie e figure della Memoteca Pian del Bruscolo, numero 1  

Storie, colori, ricordi del territorio - Pesaro e dintorni

Promemoria - storie e figure della Memoteca Pian del Bruscolo, numero 1  

Storie, colori, ricordi del territorio - Pesaro e dintorni

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