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Renzo Badiale


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Nel vortice del tempo Un racconto di

Renzo Badiale

Proprietà letteraria riservata di Renzo Badiale Edito da Nost Munfrà (www.nost-munfrà.it) nel 2018 3


Prefazione Quando l’amico Renzo Badiale in quel di Co’ dla fin a Cantavenna mi ha chiesto di leggere il suo scritto, non immaginavo di trovarmi di fronte a un racconto bello e avvincente ambientato nelle nostre contrade. I fatti, pur essendo immaginari, sono comunque calati in una realtà medievale realistica che fa tornare il lettore indietro nel tempo di qualche secolo. La lettura contiene tutti gli ingredienti per coinvolgere chi si vuol cimentare nella sua lettura e riesce a farsi leggere quasi d’un sol fiato dall’inizio alla fine. Un pizzico di fantasia, una storia d’amore, un po’ di suspense, il tutto calato nel nostro territorio, fra le nostre colline, il Po, la pianura, le frazioni del nostro comune e anche qualche riferimento naturalmente del tutto casuale a persone e luoghi del nostro tempo. E’ un bel modo per coinvolgere il lettore facendolo viaggiare nel tempo e aiutandolo a immaginare com’era o come poteva essere la vita nei nostri paesi qualche secolo fa. Il Renzo è noto a tutti come valente fotografo e non a caso nel racconto l’autore utilizza l’immagine e la fotografia come strumento per meravigliare e convincere le persone che incontra nel suo viaggio a ritroso nel tempo, così facendo per un momento sottrae alla indifferenza e alla banalità le tecnologie a cui oggi non facciamo più caso. Altra tecnologia ci consente oggi di proporre quest’opera “fatta tutta in casa” dal testo all’impaginazione alla pubblicazione; in tempi in cui per qualunque bisogno ci si deve rivolgere a specialisti o addetti ai lavori, pubblicare un libro in proprio è certamente qualcosa di cui c’è da andar fieri. E’ un altro caso in cui le nuove tecnologie consentono di liberare al creatività dei singoli verso la creazione di una coscienza e conoscenza collettiva e diffusa che costituisce un vero e proprio salto di qualità rispetto alla conoscenza gestita dagli addetti ai lavori. L’augurio è che il nostro scrittore si cimenti ancora in altri racconti anche perché l’esperienza matura e si accresce ad ogni prova e se il buon giorno si vede dal mattino… Ma l’augurio più caldo è che tanti altri monferrini lo imitino, Nost Munfrà è naturalmente a disposizione di tutti coloro che ci proveranno. buona lettura l’editore Nost Munfrà Enzo Gino

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Premesse Proverò a raccontarvi questa storia, tanto incredibile e assurda da rendere persino difficile trovare le parole per descriverla… Ah…! Prima di iniziare però, volevo dirvi che quello che vi apprestate a leggere è quasi tutto frutto della mia fantasia. Alcune cose esistono veramente: i luoghi dove è ambientato il racconto ad esempio, i resti del fortilizio pure, sono là, nascosti nel bosco di robinie e ortiche. Se volete inerpicarvi su per la collina come farà Lorenzo, se leggerete più avanti lo conoscerete, potete benissimo farlo e andare a darci un’occhiata di persona, vi ritroverete immersi nel verde e nel silenzio e magari vi procurerà giovamento. Se sarete fortunati potreste anche imbattervi nel verso di un falco che vola in alto sopra la vostra testa, oppure nel galoppo di un cavallo il cui nitrito si perde nell’eco dentro la valle sottostante. Io li ho sentiti. Oppure potreste imbattervi… nel vortice, allora sarebbe il massimo. I personaggi, a parte il cognome dei Miroglio, che rappresenta un casato esistito veramente e che ha dato il nome al castello, sono tutti immaginari. La figura del nobile Pietro è frutto della mia fantasia. La storia che parla dell’incendio del castello da parte dei villici del luogo sembra sia vera, ne ha parlato pure il solerte viaggiatore Giuseppe Niccolini nel suo “A zonzo per il Monferrato”, se lo trovate in libreria vi consiglio di comprarlo, se siete del posto, ma sembra che sia irreperibile. Mi raccomando, tralasciate di comprare invece un certo vecchio libro con la copertina rosso scuro, quello, se vi adocchia, si farà acquistare di sicuro e diventerà pericoloso portarselo a casa. Tornando alla mia fantastica storia ho voluto attribuire al ricetto un’apparenza estetica più maestosa di quella che in effetti poteva essere ai suoi tempi, ho voluto assegnare a Pietro una dimora degna del suo titolo nobiliare di conte. Si dice che l’edificio non fosse come il vicino castello di Gabiano e di Camino, manieri imponenti, di cui certamente avrete sentito parlare. Per chi non li conoscesse basterà ricercarli su internet e magari farci un giretto con Google Earth, vi farete così un’idea di dove è ambientato questo racconto così contrario alla logica. l’autore Renzo Badiale

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utto iniziò in una calda notte d’agosto, quelle notti in cui l’afa non ti fa respirare e boccheggi come un pesce fuori dall’acqua. Lorenzo e Francesca avevano scelto di trascorrere qualche ora con gli occhi al cielo a contare le stelle cadenti. Era la notte di San Lorenzo, e per terminare in bellezza il giorno dell’onomastico di lui, avevano deciso di trascorrere in solitudine le prime ore della famosa notte sulla sommità di una collina del basso Monferrato: bella occasione anche per respirare un eventuale refolo d’aria fresca. Famosa per la sua posizione panoramica, l’altura, che si erge sulla strada che porta verso Camino è lontana dalle zone abitate ed è priva d’inquinamento da illuminazione, si presta perfettamente alla visione del cielo notturno. Sulla sua sommità si ammirano non solo le miriadi di stelle che punteggiano la volta celeste, ma anche le luci tremolanti dei paesi che coronano le colline e la pianura sottostante. L’umidità e l’afa erano mitigate a tratti da qualche alito di vento che proveniva su dalla valle dove tranquillamente scorre il Po. Qualche verso d’animale notturno accompagnava l’attesa e il frinire dei grilli colorava quegli attimi di pace e solitudine. Tale era l’incanto e l’attenzione che i due ragazzi riversavano sull’immenso firmamento che le parole sembravano inutili: restavano muti, mano nella mano ad osservare gli astri, le costellazioni e tutte le bellezze che il buon Dio aveva creato. Ogni tanto, qualche scia luminosa attraversava il cielo destando il loro stupore e facendo sì che le loro mani si stringessero saldamente, confermando ancor di più il loro profondo legame. - Ho espresso il mio desiderio! - disse la ragazza seguendo una scia più luminosa delle altre che percorreva un lembo di cielo. - E quale sarebbe, se non sono indiscreto? - chiese Lorenzo attirandola verso di sé. - Lo dovresti immaginare! - gli rispose la ragazza ricambiando l’abbraccio e baciandolo candidamente sulla guancia. Si erano seduti sul prato di trifoglio, su di un plaid scolorito, recuperato dall’auto parcheggiata a poca distanza da loro; aspettavano pazienti, stretti, uno 6

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accanto all’altra. Man mano che il tempo passava le scie luminose aumentavano, decine di stelle filanti solcavano il cielo notturno in direzioni diverse. - Vedi, Francesca - disse il ragazzo - la terra, in questo momento sta attraversando una zona interessata da miliardi di granelli di polvere dispersi da una cometa, non chiedermi quale perché non lo ricordo. Questi granelli, entrando nell’atmosfera terrestre si surriscaldano incendiandosi, usando parole povere, rendendosi visibili ai nostri occhi - Come sei istruito, Lorenzo! - gli disse la ragazza sorridendo. Lorenzo ebbe un sussulto. - Che hai? che succede? - esclamò Francesca spaventandosi - Guarda laggiù quel bagliore! - gli indicò il ragazzo puntando il dito verso ovest, eccitandosi per lo strano fenomeno che si stava manifestando in lontananza davanti ai loro occhi. - Ma non dirmi che tra le stelle cadenti c’era un meteorite… oh cavolo! esclamò Lorenzo allarmandosi. Francesca guardò rimanendo allibita dal chiarore che illuminava la notte: lontano dal loro punto d’osservazione un gigantesco incendio divampava nei boschi tra le querce e i castagni secolari. Intorno a loro si fece un grande silenzio, smisero di frinire i grilli e gracidare le rane, sembrò che in quel momento il mondo avesse smesso di girare e tutto si fosse fermato. - Mio Dio! prende fuoco il bosco! laggiù c’è Varengo! - strillò la ragazza spaventata accostando la mano davanti alla bocca come per soffocare un grido che gli saliva dalla gola. Prese il braccio di Lorenzo e lo strinse forte contro di sé. - Corro a prendere il binocolo che ho nel cruscotto della macchina! In pochi attimi il ragazzo fu di ritorno e accostandosi alla sua donna si mise ad osservare sconvolto e trepidante nello strumento ottico. - Sì! Francesca, sono fiamme che avvolgono la collina di Varengo. Buon Dio! Speriamo che non stiano procurando danni alle persone! - così dicendo passò il binocolo alla ragazza che tremando incominciò ad osservare. - Ma... Lorenzo! hai visto bene? da quelle parti non mi risulta che ci fosse un castello! A parte dei ruderi di un antico ricetto - Un castello? fammi vedere! - esclamò Lorenzo aggrottando la fronte. - E’ vero! è un castello quello che sta bruciando, per la miseria, ma che castello potrà mai essere che da quelle parti non ce ne sono! Gabiano è più spostato alla nostra destra, è in direzione della chiesa di Cantavenna 7


Scrutò attentamente cercando di orizzontarsi ma la posizione indicava senza ombra di dubbio la zona di Varengo: si intravedeva benissimo la sagoma illuminata della vicina parrocchiale. - Lorenzo? mi si sta accapponando la pelle! mi vengono in mente alcune storie! - esclamò con voce flebile Francesca abbassando il binocolo. - I racconti degli abitanti del luogo dicono che, in momenti particolari, la collina sulla quale anticamente esisteva il castello dei Miroglio sembra prendere fuoco. I ruderi ne sono la testimonianza Lorenzo si scostò per osservarla in volto - Ma che dici Francesca? mica crederai a quelle stupidaggini? Così dicendo i due ragazzi continuarono ad osservare il luogo, dal quale, fino a qualche attimo prima, si vedevano i bagliori delle fiamme. Cercarono ancora allibiti, ma dell’incendio non c’era più nessuna traccia. La zona che poco prima era illuminata a giorno dalle altissime lingue di fuoco, ora, era buia, immersa nella tranquilla e luminosa notte stellata di San Lorenzo.

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assò qualche mese e ormai l’accaduto era quasi dimenticato. Nel mattino di uno splendido sabato agli inizi di aprile, un’anziana signora, vicina di casa di Francesca e Lorenzo, si presentò nel loro cortile ondeggiando sui piedi malfermi. Si sistemò accuratamente i capelli canuti passandovi sopra la mano libera, l’altra, afferrava saldamente un bastone da passeggio. - Lorenzo… Francesca… - chiamò con voce stentorea - disturbo? - domandò facendo capolino dal cancello che dava sul giardino brulicante di colori primaverili. - Venga pure signora Amalia, cosa possiamo fare per lei? - disse Lorenzo uscendo sull’uscio sorridendo alla vecchietta - siamo arrivati da Milano da poco e ci stiamo sistemando, si accomodi, stiamo facendo il caffè, se vuole favorire - No, grazie ragazzi, molto gentili, ma il caffè non lo bevo già da molto tempo rispose la donna avvicinandosi a Lorenzo allungandogli la mano destra con calore. - Scusatemi tanto se vi disturbo già di primo mattino ma, dato che so che voi leggete molto, io avrei diversi libri del mio defunto marito che in casa mia, visto che io non so che farmene, occupano solo tanto spazio che vorrei usare per altre cose. Se venite a prenderveli mi fareste solo un immenso piacere. Voi sapete che il mio povero Oreste leggeva tanto. Ho tanti libri di storia e filosofia che potrebbero interessarvi, visto che a voi piace questo genere di letture. Poi, prima di darli a qualcun altro preferisco darli a voi, mio marito ci teneva tanto - Uuh... Bene, signora Amalia! - esclamò Lorenzo entusiasta. - Sapesse quante volte ne abbiamo parlato io e Oreste dei suoi libri. Tra i tanti ce ne sono proprio di quelli che stiamo cercando, sono introvabili anche nei mercatini - Che bello, grazie di cuore! - il ragazzo felicissimo chiamò Francesca che uscì subito nel cortile inondato dal sole.

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- Tutto vero quello che ho sentito? i libri di Oreste? - esclamò la ragazza avvicinandosi alla vecchietta abbracciandola con affetto - Lorenzo mi parlava spesso di quei libri, li abbiamo cercati da ogni parte, ma senza esito - Sono felice di regalarveli! - esclamò Amalia - mio marito me lo diceva sempre: quando non ci sarò più, daglieli a Lorenzo e Francesca. Sarebbe tanto contento di sapere che li avete voi, sapeva della vostra passione per la storia. Noi abbiamo un parente prossimo, ma prima che arrivi a mettere il becco è meglio che ve li veniate a prendere Lorenzo guardò Francesca e quasi all’unisono dissero: - Veniamo subito! - Bene! - rispose Amalia - andiamo! prendete una carriola perché ce ne sono tanti e di pesanti Non se lo fecero dire due volte, Lorenzo corse in garage, prese la macchina che aveva appena scaricato e si portò a pochi metri di distanza, due manovre ed erano nel cortile della vecchietta. Riempirono il baule felici come due bambini a Natale, soffermandosi ogni tanto a leggerne i titoli e gli autori e ad osservarne le belle copertine patinate. Libri di filosofia e di storia, alcuni rilegati in pelle e a prima vista, pubblicazioni datate. - Questo è il suo regalo. Vi stimava moltissimo, poverino! I ragazzi si guardarono commossi, abbracciarono la donna che ormai aveva le lacrime agli occhi. - Signora Amalia, grazie! i suoi libri sono qua vicino a lei, tutte le volte che vorrà, se le verrà voglia di leggerne qualcuno sono a sua disposizione. Faccia conto che siano ancora a casa sua - Oh... certo, lo so! - rispose commossa asciugandosi gli occhi umidi con un fazzolettino. - Sono felice che li abbiate voi, ma quanto a leggerli, non ho mai preso in mano un libro in vita mia! Si misero a ridere. - Signora Amalia, siamo in debito con lei! - esclamò Francesca. - Venga a cena da noi qualche sera, ne saremmo molto felici. Trascorreremo un po' di tempo assieme, visto che ora è da sola, le farà piacere - Grazie, verrò di sicuro, chiamatemi quando volete Si salutarono. - Lorenzo, se non sapevi come passare la serata, ora sai che cosa fare. Dobbiamo solo fare spazio sulla libreria perché è già stracolma - osservò France10


sca sfogliando un volume a caso. - Guarda, guarda! - esclamò la ragazza tenendo tra le mani un libro dalla lucida copertina - abbiamo una “ Storia di Varengo” molto interessante. Vediamo se dice qualcosa sul castello dei Miroglio Lorenzo si avvicinò incuriosito. - Beh... dai! adesso aspetta, lo leggeremo assieme stasera dopo cena con più calma! Cenarono in fretta, la curiosità verso i libri era tale da fargli passare l’appetito. Francesca si sbrigò nelle faccende domestiche mentre Lorenzo già sfogliava avidamente il libro su Varengo in carta patinata cercando i capitoli più interessanti e spulciando qua e là. - Ecco, Francesca, qui c’è qualcosa che ti potrebbe interessare, stai attenta, ascolta! - disse Lorenzo, richiamando l’attenzione della ragazza che nel frattempo, avendo finito e si era seduta accanto a lui sul divano. - Dice proprio che, a poca distanza dall’abitato di Varengo, nel versante nordovest ci sono i resti di un ricetto, un fortino dei conti Miroglio. Qualcuno asserisce che fosse addirittura un castello, non abbiamo notizie certe come vedi. Cosa affascinante è la leggenda che narra di un certo signore di Moncestino che dovendo sposare una bella fanciulla della famiglia Visconti, avesse chiesto il permesso al signore di Varengo di passare sul suo territorio. Prevedendo che tale signore avrebbe preteso di diritto ciò che si praticava sulle spose dei loro sudditi, chiese, ed ottenne con giuramento, che ciò non sarebbe accaduto. Praticamente si parla di “ius primae noctis” Lorenzo smise di leggere e osservò Francesca che gli stava accanto e gli rivolgeva un sorrisetto malizioso. - Guarda un po' cosa pretendevano allora questi furbetti di signorotti! - disse la ragazza ricambiando l’occhiata. - Dai, continua! - aggiunse, dandogli un casto bacio e mettendosi più comoda sul divano; tirò su le gambe, avvolte in una tuta ginnica blu che metteva in risalto la bellezza del suo corpo. - Niente, il signore di Varengo gli concedeva il permesso di passare libero, giurando che non avrebbe toccato la sua consorte. Cosa che invece non fece, perché, quando gli sposi passarono nelle vicinanze del paese, fece rapire la sposina e se la portò a letto - Vatti a fidare! - esclamò Francesca. 11


- Comunque, per farla breve, il signore di Moncestino si fece riportare la sposa e si celebrarono le nozze come se non fosse successo nulla. Invitò persino lo spergiuro di Varengo, ma non gliela fece passare liscia: mentre festeggiavano, nottetempo, un gruppo di contadini inviati da Moncestino appiccarono il fuoco al castello che venne in parte bruciato Smise di leggere e osservò la sua ragazza negli occhi - Mi immagino di essere nei panni dello sposo, io questo conte lo avrei avvelenato mentre banchettava disse Lorenzo chiudendo i pugni e arrossendo in viso come se la cosa fosse realmente successa a lui e aggiunse - Ti viene in mente qualcosa in merito all’incendio? - La notte delle stelle cadenti, è vero! l’incendio del bosco! - rispose la ragazza sentendo un brivido lungo la schiena. - Dopo questo fatto, sembra che altri castelli abbiano subito la stessa sorte, la popolazione si era stancata di questo diritto del signorotto locale di andare a letto con la sposa prima del marito. Non riporta altro! - disse Lorenzo sfogliando il libro - Nulla in merito alle leggende che si raccontano in giro... Sfogliarono ancora il libro, curiosando sui vari periodi storici del paese senza soffermarsi più di tanto, quando, posando il volume sullo scaffale fra i tanti nuovi libri arrivati, ne videro uno che pochi minuti prima era passato inosservato. Era consunto, aveva una copertina di cuoio rosso scuro macchiata dal tempo, l’odore della muffa arrivava al naso con violenza, pizzicando la gola. - Strano, Lorenzo, prima non lo abbiamo visto, giurerei che non c’era. Ma da dove è saltato fuori? - disse la ragazza sorpresa. - Uhm... Si! si è materializzato ora, in questo momento... Francesca, cominciamo con le tue fantasie? semplicemente non lo abbiamo notato! - rispose Lorenzo sogghignando. - Vediamo un po' - il ragazzo aprì delicatamente il libro, molte pagine nel tempo si erano appiccicate tra di loro e si rischiava di rovinarne la consistenza e la comprensibilità delle frasi. - Casa editrice: “homo sapiens” di Milano, milleottocentonovantasette Distolse lo sguardo dal libro per osservare Francesca che attentissima gli aveva gettato un braccio al collo. - Vai avanti, mai sentita nominare questa casa editrice! - disse la ragazza corrugando la fronte. - Peccato che il nome dell’autore non si legga più, abbiamo un Gir… per 12


quanto riguarda il nome e due lettere del cognome: So... comunque non ha importanza. Il titolo invece fa proprio al caso nostro: RACCONTI FANTASTICI , è tutto un programma Lorenzo ritornò a guardare Francesca negli occhi, osservando il corrugamento della sua fronte e l’attenzione che poneva verso lo strano libro. - Guarda Francesca, parla proprio degli avvenimenti strani che sono successi nei paesi qua vicino a noi L’attenzione di Lorenzo era diventata quasi palpabile. - Streghe a Chioalengo, il vortice di Varengo, Sessana e la casa dei fantasmi. Accidenti! ce n’è per tutti i gusti! - Il vortice di Varengo? che sarà mai? - esclamò Francesca avvicinandosi per vedere meglio - … ma che odore, mamma mia, ma da dove arriverà mai questo libro? - aggiunse la ragazza turandosi il naso. - Leggi Lorenzo, cosa dice? questo mi incuriosisce molto… ma senti che odore? - ripeté Francesca - deve essere rimasto chiuso moltissimi anni in qualche cantina ad ammuffire Si schiarì la gola dal solletico che gli produceva l’odore di muffa che il vecchio libro emanava. L’odore acre era aumentato a dismisura, tanto che, anche Lorenzo sentì il bisogno di tossire mentre sfogliava le pagine ingiallite e macchiate dall’ossidazione della cellulosa. - A non molta distanza dai ruderi del castello dei Miroglio, a due passi dal paese di Varengo… - iniziò a leggere, interrompendosi, cercando di completare le frasi dalle quali mancavano diverse lettere - … indipendentemente dalla stagione, si crea, in casi eccezionali e rari, uno strano vortice che perdura per brevi lassi di tempo. Gli esperti interpellati per risolvere lo strano fenomeno conclusero che si trattasse di uno scontro di masse d’aria provenienti dalla valle sottostante e che, per cause inspiegabili, venendo a contatto, genererebbero degli spostamenti d’aria creando lo strano vortice. Si racconta che un contadino del posto sarebbe stato testimone di un fatto terribile: il suo cane lupo che sempre lo seguiva ovunque andasse, sarebbe stato risucchiato da quella strana tromba d’aria, sparendo fisicamente: scomparve nel vortice tra la polvere e le foglie che il vento aveva sollevato. L’uomo lo cercò disperatamente per tutta la zona ma del cane nessuna traccia. Non lo trovò più! Lorenzo guardò la sua ragazza senza parlare, poi, come destandosi da un breve attimo di assopimento continuò nella lettura. Francesca si strinse al suo uomo 13


accentuando l’attenzione. - Francesca! - esclamò Lorenzo che vide l’espressione della sua donna cambiare: - Sono storie! non farti suggestionare. Ok? - Continua a leggere! non ti preoccupare! - lo supplicò la ragazza. - Beh! come vedi abbiamo delle pagine rovinate e incollate tra di loro… ho paura che se faccio più forza rischio di rovinarle e a questo libro io ci tengo. Ha qualcosa di indefinibile! a parte la muffa! - Vediamo se parla anche questo della sposa violata dal signorotto di Varengo... - disse Francesca che ormai aveva preso a cuore l’argomento. Si raggomitolò accanto a Lorenzo come una gattina. I due sfogliarono con cura meticolosa le pagine, fino a quando, ad un certo punto, si trovarono di fronte a delle pagine in bianco, lasciate intonse, come se l’autore non avesse più avuto parole per finire l’argomento che stava trattando. Lorenzo contò le pagine ingiallite, prive di scrittura - Proprio strano questo volume! sei pagine lasciate in bianco alla fine del capitolo sullo strano vortice… mah! lo avrà voluto l’autore d’accordo con il tipografo? - esclamò meravigliato. - Lasciato incompleto! chissà perché? - si domandò Francesca aggrottando la fronte mentre si accarezzava il mento. Rimasero in silenzio per qualche attimo, pensierosi. Girarono lentamente altre pagine, il libro continuava ad emanare il suo odore sempre più forte e, sfogliandolo, piano piano arrivarono alla fine. Sulla storia degli sposini, il volume non riportava nulla. La mancanza della storia sul castello dei Miroglio e del suo incendio li turbava di più che la domanda del perché ci fossero quelle pagine lasciate in bianco. Lorenzo e Francesca sfogliarono ancora a ritroso, delicatamente, le pagine passavano con i loro racconti curiosi sui quali sarebbero tornati in altri momenti, e arrivarono ancora lì, dove le pagine continuavano ed essere bianche ma non erano più sei come prima, bensì cinque, sulla sesta vi era raffigurato un cavaliere medioevale armato di spada, con un cavallo nero sullo sfondo ed un falco appollaiato sulla sua mano destra protetta da un guanto, la didascalia, alla base di una cornice cesellata diceva in lettere incomplete e quasi del tutto consumate : Gio..n.i .ir.g.i. L’immagine in bianco nero era sbiadita e ingiallita dal tempo. - Ma Lorenzo? guarda attentamente! - disse allarmata Francesca guardando in viso il suo uomo - ma questo sei tu! il tuo sosia! cavoli come ti assomiglia! 14


- Prima non l’abbiamo vista questa figura? possibile che ci sia sfuggita? - aggiunse la ragazza che cominciava ad impaurirsi. - Forse la pagina era incollata all’altra? - gli rispose senza convinzione il ragazzo. - Conta le pagine! perbacco! ne avevamo contate sei bianche ed ora sono cinque. La sesta ora è occupata da questa immagine! da dove è saltata fuori? - Era incollata! Francesca, magari ora che lo abbiamo sfogliato le pagine cominciano ad asciugare… si scollano… che vuoi che ti dica? Osservò minuziosamente l’immagine in bianco nero: un disegno eseguito nei minimi particolari in cui il cavaliere guardava chi osservava e sorrideva, la mano sinistra appoggiava sull’elsa di una bellissima spada e la destra occupata a tenere un fantastico falco pronto a spiccare il volo verso una preda immaginaria. - Mi stai trasmettendo le tue fantasie! e poi... non trovo che mi assomigli! beh... oddio… un po' sì, mi assomiglia! - Senti! Lorenzo! questa muffa sta agendo da droga… mi è venuto sonno! esclamò Francesca tra gli sbadigli. - Beh!.. mettiamo questo libro sul davanzale della finestra, prenderà un po' d’aria e magari l’odore di muffa se ne andrà via. Lo leggeremo domani! ora siamo suggestionati dalle letture Lorenzo si alzò dal divano, si avvicinò alla finestra e pose il libro aperto sulla superficie di marmo accanto al battente dischiuso. - Che dici allora! andiamo a dormire? - domandò il ragazzo guardando con desiderio la sua donna - sarà meglio iniziare discorsi più piacevoli, basta vecchi libri… per stasera! Francesca contraccambiò l’occhiata e con un cenno d’intesa si presero per mano e salirono le scale verso la camera da letto. Un colpo di vento, intanto, si insinuava dalla finestra aperta e alcune pagine del misterioso libro ammuffito si aprirono e girarono, fermandosi aperte sul capitolo che parlava del vortice che ogni tanto, per cause ancora misteriose, si manifestava… a due passi dai resti del castello dei Miroglio.

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ronto! Francesca? mi senti? - la voce al cellulare andava e veniva. - Ciao, ti sento male, Lorenzo! - rispose la ragazza, spostandosi per la stanza cercando un punto di ricezione migliore, in collina la comunicazione non era mai stata al massimo della tecnologia. Si accostò alla finestra, sperando che la linea non cadesse come spesso succede. - Senti, io oggi pomeriggio non ho nulla da fare, che ne dici se andiamo a vederci i ruderi del castello dei Miroglio? se aspettiamo ancora un po' arriverà l’autunno e non potremo più andarci, quel sentiero oltre che ripido diventerà un fiume di fango - domandò alla fidanzata sperando in un suo assenso. - Senti, Lorenzo, ma tu ora dove sei? - chiese la ragazza. - Sono al maneggio ma torno per pranzo, poi nel pomeriggio faccio un salto fino a Varengo - Io sono dai miei e pranzo con loro - disse Francesca - e già che sono in giro vado poi direttamente dal dentista; io oggi non posso proprio, te l’avevo detto due giorni fa che poi quello mi chiude per le ferie Rimase un po’ deluso, lo sapeva, ma aveva voluto provarci - Già, scusami, l’avevo scordato, ti offendi se oggi pomeriggio ci vado da solo? - gli domandò - Rimanda a domani, che ti costa? così potrò venirci pure io! - gli rispose un po’ risentita. - No! domani non posso io, ho una lezione di scherma e non posso mancare assolutamente - si mise a sedere, il cellulare crepitava. - Beh... senti, allora vacci solo tu, che vuoi che ti dica, poi mi racconterai, mi dispiace un pochino perché mi sarebbe piaciuto venire con te, le storie che circolano su quel castello mi hanno sempre incuriosito. Ma non hai paura di andarci da solo? - gli chiese Francesca, cercando di scoraggiarlo. Lorenzo aggrottò la fronte, pensò a quali pericoli avrebbe mai potuto andare incontro salendo lassù. Pensò alla notte di San Lorenzo di qualche tempo prima e al misterioso incendio, alle visioni che certe persone dicono di essere state testimoni: qualcuno diceva di aver visto un cavallo nero correre al galoppo per i prati del luogo per poi sparire nel nulla come inghiottito dalla nebbia; altre,

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giurano di aver visto un falco volare alto nel cielo come se cercasse qualcosa o qualcuno per poi svanire nell’azzurro, dentro ad una nuvola. Si racconta di una zona, a poca distanza dai resti del castello, nella quale si manifestano strane correnti d’aria che smuovono le cime degli alberi, e di un mulinello, un vortice che solleva polvere e foglie spaventando i contadini del posto che per caso transitano da quelle parti. Pensò al vecchio libro che trovarono per caso tra i tanti regalati dalla vicina di casa, che parla dello strano fenomeno, e degli studi sulle cause che non hanno mai portato a nulla, se non alla convinzione che tutto sia dovuto a correnti d’aria di clima diverso che si insinuano nelle gole e nelle depressioni del terreno. Passò qualche attimo poi si riprese - Assolutamente no! di cosa dovrei avere paura? di ciò che si racconta in merito alle stranezze del posto? Il campo si abbassò e per alcuni secondi non si sentì più nulla. Poi, tra una scarica e l’altra Francesca rispose - Che mi dici, Lorenzo, del libro che abbiamo trovato tra quelli che ci regalò Amalia? che riporta esattamente le cose che la gente del posto va raccontando? ne abbiamo parlato infinite volte. Fai attenzione a non farti rapire dal vortice! - gli disse scherzando ma con un principio di pelle d’oca. - Sì, ci ho appena pensato Francesca! ma andiamo, una donna intelligente come te che crede in queste cose, dai! - Altra cosa importante… - si premurò di ricordargli la ragazza - … stai attento che il cellulare non prende da quelle parti, sai bene che troviamo difficoltà a comunicare qui che siamo abbastanza scoperti… lassù sarai isolato e non vorrei che ti succedesse qualcosa… se avessi bisogno d’aiuto nessuno ti sentirebbe Il cellulare emise ancora scariche fastidiose. - Francesca, i contadini del luogo come fanno? guarda che non vado in Amazzonia, stai tranquilla che non succederà nulla. Andrò via presto, alle due, così prima di sera sarò a casa. Dai, vieni! - gli chiese ancora pieno di speranza. - No! ti ho detto che non posso! questo maledetto dente mi perseguita e se non lo curo finirà che lo dovrò togliere - gli gridò nelle orecchie, facendogli allontanare l’apparecchio. - Francesca, sai bene che tu mi piaceresti anche con la dentiera - la fece sorridere per un attimo. - Piuttosto, ricordati di prendere la macchina fotografica, così scatti qualche 17


foto, possono sempre servire per il nostro archivio, e se puoi, gira anche qualche video, ok? e prendi una batteria di scorta. Prenditi il binocolo, potrebbe servire pure quello - Sì, già messo tutto nello zainetto, allora ciao, ci vediamo stasera prima di cena. Ti amo! Lorenzo chiuse la comunicazione e mise il cellulare in carica. Stavano finendo le ferie e il mese d’agosto se n’era quasi volato via. Aveva ancora due giorni di tranquillità, per modo di dire; i cavalli e la scherma gli assorbivano parte del tempo libero. Il pomeriggio lo avrebbe comunque dedicato al tanto agognato castello dei Miroglio con i suoi misteri. Pensava spesso, per ragioni sconosciute, alla storia della ragazza “stuprata” dal signore del posto. Sentiva dentro di sé qualcosa che gli diceva di andarci ma gli dispiaceva lasciare a casa Francesca. La sua bella Francesca: una ragazza innamorata di storia esattamente come lui. Abitavano entrambi a Milano, ma solo lei era lombarda, lui era nato a Gabiano da genitori che si erano poi trasferiti, per esigenze di lavoro, nel capoluogo lombardo. Si godevano la casa lasciata in eredità dai nonni di Lorenzo: una bella cascina ristrutturata ad abitazione civile su di un colle che dominava la valle Cerrina. In Monferrato trascorrevano i fine settimana e le ferie, in agosto, quando la biblioteca nella quale lavora Lorenzo e l’ufficio di Francesca chiudevano. Avevano da divertirsi con rocche, castelli, abbazie… e leggende varie. Ripensò all’occasione nella quale aveva avuto modo di conoscerla: Francesca aveva partecipato qualche anno prima ad una conferenza interessantissima sul tema dei cambiamenti climatici. A dire il vero, questo tema interessava più a lei, lui partecipò per curiosità. Accanto a lui prese posto Francesca, e Lorenzo si interessò più a lei che a quello che veniva dibattuto quella sera. In un momento di intervallo riuscì ad “attaccare bottone” e mentendo, le disse che il tema sul clima interessava pure a lui moltissimo. Ebbe l’opportunità così di conoscerla e di invitarla per un caffè dopo la chiusura del dibattito. Accidenti, com’era bella. Trovò strano che avesse accettato l’invito. Si misero a discutere sulle problematiche locali, sulla storia medioevale monferrina: la cavalcata di Aleramo e la sua tomba nell’abbazia di Grazzano, i castelli di Gabiano, Camino, Moncestino e… i resti del castello dei Miroglio con la storia della sposa violata dal signore locale e così via.

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ranzò con il pensiero di quello che avrebbe fatto nel primo pomeriggio e alle raccomandazioni di Francesca in merito ai pericoli del luogo. Balle, pensò, nel duemilasedici credere a queste scemenze. Personalmente, da quella sera delle stelle cadenti con l’incendio del bosco, Lorenzo e Francesca non videro più nulla. Nel loro girovagare notturno in cerca di pace e di tranquillità sostavano spesso in quella zona, aspettando di vedere se il fatto sarebbe successo ancora una volta: ma non si ripeté. Finiva sempre che nell’attesa, facessero l’amore in auto, come due ragazzini, e l’unico fuoco che ardeva era quello della loro passione. Poi, fosse anche successo, non se ne sarebbero neppure curati tanto erano presi dal… fuoco dei loro giochi amorosi. E vennero così le due del pomeriggio, Lorenzo non voleva partire tardi perché la zona era raggiungibile a piedi. Ancora un’occhiata all’equipaggiamento e via, finalmente verso l’avventura pomeridiana. Il Monferrato gli presentò subito le credenziali, era meraviglioso, ed in particolare il Basso Monferrato che termina di netto sul corso del Po, Lorenzo non era mai sazio della sua bellezza. Una vista stupenda della pianura sottostante gli sfuggiva via dal finestrino di lato. Lui e Francesca, da anni amanti di fotografia, si perdevano spesso tra gli innumerevoli paesaggi e scattavano immagini stupende per arricchire il comune archivio fotografico. Una distesa immensa di risaie gli passavano sotto gli occhi attenti, e le immaginava allagate, a rimandare i colori del cielo e a far sembrare, i paesi della pianura, isole in mezzo ad un’immaginaria laguna. La selva di Trino appariva sinistra, una striscia nera di alberi: era ciò che rimaneva di una oscura foresta che, prima della venuta dei frati cistercensi che la disboscarono, si estendeva fino alle porte della città viscontea di Vercelli inghiottendo nel profondo della vegetazione viandanti e fuorilegge. Il Po, l’antico Eridano, dall’alto sembrava un luminoso serpente che lambiva la collina, l’occhio lo accompagnava dalla fortezza di Verrua fino a nascondersi dietro la collina della Rocca delle Donne. L’auto percorse strade tortuose arrivando in pianura alla Piagera. Girò a sinistra e imboccò la strada per Vallegio-

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liti, un placido paesino che si insinua addormentato tra le colline di un verde smeraldo. Prese una stradina a sinistra, costeggiante una chiesetta, e dopo un breve percorso, una freccia segnaletica gli indicava il sentiero verso i ruderi del castello dei Miroglio. Pensò a Francesca e alla sua voglia di accompagnarlo, ci teneva, e ora quasi gli dispiaceva che non ci fosse. Bene, si disse, sono arrivato. Parcheggiò l’auto in una piazzola vicino al bordo della strada asfaltata facendo attenzione affinché non desse fastidio al passaggio dei mezzi dei contadini locali e chiuse tutto meticolosamente. Si fermò ancora un attimo per osservare dal basso il sentiero che si inerpicava su per la collina che aveva di fronte, costeggiato da piante di acacia, lo vedeva salire, fino a perdersi oltre una curva e immergersi nella folta vegetazione. Attraversò la stretta strada asfaltata e imboccò il sentiero erboso, fortunatamente, non aveva piovuto da tempo e il terreno era asciutto ma pieno di solchi lasciati dai mezzi agricoli, l’erba non era molto alta e ricordò le raccomandazioni di Francesca: attenzione, che ci possono essere le vipere. Un leggero venticello si alzò portandogli sollievo. Si fermò un attimo girandosi a guardare la sua auto che ora era lontana, in fondo, nella piazzola. Si sentiva in forma e le gambe rispondevano agili al comando, era abbastanza allenato essendo un tipo sportivo: la scherma lo teneva agile sulle gambe. Saliva lentamente immerso nel silenzio, rotto solamente dal cinguettio dei passeri e dal gracchiare dei corvi, ma, tra il canto di tanti uccelli, uno, in particolare, lo fece fermare a tendere l’orecchio: Lorenzo alzò gli occhi al cielo e notò un falco che con il suo stridere ripetuto lo affascinò e lo ammaliò, non gli poteva togliere gli occhi di dosso. Lo splendido volatile roteava altissimo, volava nell’azzurro offuscato dall’afa di quel caldissimo pomeriggio estivo, disegnando cerchi concentrici e cambiando quota repentinamente. Poi, all’improvviso, come gli era apparso, il falco sparì. Lorenzo lo cercò in preda ad una nostalgia strana che lo prendeva al cuore, sentiva che qualcosa lo legava al rapace, forse era l’amore che nutriva per la natura e gli animali, non poteva che essere questo, pensò. Che altro poteva mai essere? distolse gli occhi dal cielo, ormai il falco era sparito, chissà dove. Un rintocco di campana portato dalla leggera brezza lo riportò alla realtà. Sudava e il caldo era sempre più intenso, l’escursione termica dall’interno dell’auto, al clima caldo e umido dell’esterno, aveva avuto il suo effetto, non 20


certo salutare. Continuò a salire l’erto sentiero verso i ruderi di cui, per ora, non se ne vedeva l’ombra. Non c’erano altre vie per arrivare al sito, se non quella che da Varengo scendeva verso valle. - Sì, forse ho sbagliato - disse tra sé, a non prendere quella, sarebbe stata tutta in discesa, ma andava bene lo stesso. Lorenzo procedeva con calma osservando la natura che lo circondava. Tornò con la mente a Francesca e gli venne voglia di prendere il cellulare per chiamarla: - ecco, come previsto, nessun campo - era come se lo avesse lasciato a casa, questa era una delle paure della sua fidanzata. Si fermò un poco, aveva il fiatone e nella breve pausa estrasse la fotocamera dallo zainetto. Per ora, nessun rudere, nessun muro, attorno a lui boschi di querce e castagni. Erano le quattordici e quaranta, ma non aveva fretta, gli bastava arrivare a casa per cena. Sentì lontano un cane che abbaiava, il rumore di un trattore gli diceva che il posto non era del tutto fuori dal mondo. Osservò attentamente alla sua sinistra ma, per il momento, nessun rudere in vista; dal lato opposto, la collina si gettava a dirupo in basso tra il groviglio del bosco. Il luogo era incolto, gli abitanti gradualmente avevano abbandonato le colture; non c’era più il ricambio generazionale. Salì ansimando, ma ora, gli sembrò di intravedere una massa nera in mezzo alla vegetazione: ecco, pensò, forse era arrivato ai resti del maniero e decise di girare un video selezionandone la modalità sulla fotocamera. Si avvicinò e rammentò i racconti degli abitanti del luogo e il grande incendio nella famosa notte di San Lorenzo: no, non si vedevano segni d’incendio, solo edera che si arrampicava sui tronchi dei faggi e delle querce soffocandole nelle loro spire come serpenti. Le vipere, rammentò, aveva gli stivali alti da equitazione e il bastone e si rincuorò. Inquadrò nel mirino la zona ed iniziò a filmare, ma qualcosa non andava, non nella fotocamera, bensì dentro di sé. Cominciò a spaventarsi e sentì il panico aumentare, giurava a sé stesso di aver sentito un nitrito e il galoppo di un cavallo in lontananza perdersi fievolmente giù per la vallata. Gli venne la pelle d’oca. - Che mi succede? - si trovò ad esclamare ad alta voce. Aveva una strana sensazione, qualcosa che gli pesava sullo stomaco e gli metteva un po’ di nausea: non sarà mica un infarto pensò, la fatica della salita? la preoccupazione per il cellulare che non aveva campo? non seppe più che pensare. 21


La paura e il desiderio di scappare si fecero sempre più forti, ma che figura avrebbe mai fatto? che avrebbe raccontato a Francesca? stava pensando a queste cose quando all’improvviso si alzò dal nulla un soffio di vento che scosse le cime degli alberi e le foglie di un vicino canneto. Stranamente, le foglie, nel loro stormire sembrava parlassero e chiamassero bisbigliando sommessamente: - Giooovanni… Giooovanni - sembrava ripetessero questo nome frusciando. Percepiva chiaramente il nome: Giovanni. Ma chi era questo Giovanni? non conosceva nessun Giovanni. Non può essere, si disse reprimendo il panico: autosuggestione, non può che essere quella. In un baleno il clima cambiò, repentinamente. Non era possibile, non poteva cambiare il clima a quel modo: eravamo in agosto con trenta gradi e ora sembrava pieno autunno. Inquadrò la scena con la fotocamera tremando di paura senza smettere mai di filmare pur sapendo che rischiava il mosso. Un vento freddo gli soffiò contro, come se la natura volesse impedirgli di proseguire, poi, un vortice scuro alzò foglie e polvere che lo investirono avvolgendolo nelle sue spirali. Sentì un forte odore di fumo che gli impediva di respirare, e tutto intorno a lui divenne confuso, annebbiato. - Maledizione ma che sta succedendo? - esclamò sgomento. Perse l’equilibrio e cadde tra l’erba alta e le sterpaglie rivedendo in un flash il volto bello di Francesca che gli sorrideva. Perse la nozione del tempo, i muscoli del suo corpo non risposero più a nessun comando e si sentì catapultare nel buio assoluto in un tunnel nero e senza fine.

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prì gli occhi lentamente, la vista era offuscata e non riusciva a mettere a fuoco tutto ciò che aveva intorno. La forte luce del sole lo abbacinava e la testa gli doleva terribilmente, un dolore insopportabile. Era supino sull’erba alta e si ritrovò ad osservare le cime degli alberi, gli dava fastidio qualcosa che aveva sotto la schiena e si mise con fatica a sedere. Una strana borsa nera era appesa alla sua schiena; a terra vide un oggetto color argento con uno strano occhio di vetro ed un bastone. Faceva un caldo tremendo e l’afa era insopportabile, tutto intorno si udiva un gran frinire di cicale. Il dolore al capo non accennava a diminuire, ma lui, chi era? non ricordava assolutamente nulla. Non sapeva chi fosse, cosa facesse in quel luogo, e quel luogo dov’era? Era completamente smarrito e svuotato nella mente. Faticò a rizzarsi in piedi e traballando si portò in mezzo al sentiero, si guardò tutto intorno terrorizzato cercando di orizzontarsi, cercando di ricordare qualcosa, ma nulla. Nella mente era buio assoluto. S’incamminò barcollando come un ubriaco, oltrepassando una curva della strada in terra battuta, e rimase allibito per quello che gli si parò davanti agli occhi: incredibilmente davanti a sé vide un castello medioevale con il ponte levatoio abbassato e gli stendardi che garrivano al vento sulle torri merlate. Sgranò gli occhi, una fitta lancinante gli attraversò il capo facendolo gemere di dolore. Si portò le mani sul volto e rimase fermo a massaggiarsi gli occhi e le tempie. Si stava quasi rilassando, quando lo scalpitio di zoccoli lo fece trasalire, la sua mente e la sua vista erano ancora annebbiate ma distinse benissimo quattro cavalli neri che gli venivano incontro al galoppo tanto che fu costretto a scansarsi di lato per non essere travolto. Terminarono la corsa proprio di fronte a lui; un cavallo s’impennò e nitrì come per mettergli paura, già, paura, come se in quel momento non ne avesse già abbastanza. Un cavaliere imponente che doveva essere il capo gli gridò qualcosa che subito non capì, era ancora intontito, indossava una cappa nera come gli altri tre che

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lo affiancavano. Tre brutti ceffi di cui uno con una benda nell’occhio e la bocca sdentata. - Giovanni! perdio! - gli gridò dietro arrabbiato: - Finalmente ti abbiamo trovato. Ma dove ti eri cacciato che ti abbiamo cercato per tutta la notte? sei stato alla Stamberga del Drago e ti sei ubriacato, vero? stavolta ci sarai andato sul pesante, con quel buon vino che servono in quell’osteria Il cavallo scalpitava sbuffando e gli altri tre uomini ridevano divertiti, uno stormo di cornacchie si alzò in volo gracchiando, sembravano rallegrarsi per l’evento accaduto. - Sei ridicolo Giovanni, non puoi farti vedere ubriaco a quel modo, sembri un volgarissimo servo, meriteresti che ti facessi arrestare per qualche giorno, anche se sei mio nipote; così andresti a fare compagnia a quel bracconiere che abbiamo nella cella sotto la torre Gli uomini che scortavano il gigante si guardarono senza smettere di ridere. Rimbambito e come ipnotizzato non riusciva neppure a parlare, anche se non avrebbe potuto dire nulla perché, lui, non sapeva nulla. - Giovanni? io mi chiamo Giovanni? - pensò disperatamente. - Senti, ragazzo… - gli tuonò l’uomo con gli occhi fuori dalle orbite faticando a trattenere fermo lo stallone - … torna a casa e dormici sopra per un po’, stasera ci vedremo a cena e non ti permettere mai più; se ti vuoi ubriacare lo farai all’interno del castello, ed ora vai a toglierti quegli abiti ridicoli che ti trovi addosso. Vai da Matilde che sarà in pena per te, aveva paura che ti avessero rapito gli amici del bracconiere di Camino per chiedere il riscatto Il morello era inquieto e nitrì. - Matilde era in pena per me? chi è Matilde? - si domandò prendendosi il capo fra le mani. I quattro cavalieri girarono le loro cavalcature e al piccolo trotto oltrepassarono il ponte levatoio che si lamentò scricchiolando sotto il loro peso. Rimase ancora per un po’ fermo sul sentiero: che fare? certo che il gran mal di testa che si trovava poteva benissimo essere causato veramente da una colossale bevuta. Non ricordava assolutamente nulla. Esisteva una taverna da quelle parti? si guardò in giro spaesato. Raccolse il bastone e l’oggetto che non sapeva proprio che cosa fosse e lo osservò attentamente, mai vista cosa simile. Quante domande si pose - Sono pazzo, sicuramente sto per impazzire pensò Entrò nel castello attraversando il ponte levatoio come vide fare agli uomini che lo avevano preceduto e si trovò in un ampio cortile. 24


- E ora? - pensò disorientato come non lo era mai stato in vita sua. Vita sua? ma quale vita? non ricordava che ne avesse avuta una. Il mondo nel quale si trovava gli era del tutto estraneo, provò vertigini e la testa continuava a dolere. Osservò tutto intorno a sé, non ricordava il castello. Era bello comunque, anche se non proprio grande: il pozzo centrale, il maschio alto e imponente che lo sovrastava con la sua mole, le scuderie in fondo al cortile con i quattro cavalli ancora ansanti e un ragazzo, allampanato, che lo osservava ridendo mentre toglieva le selle ai cavalli. Due armigeri alla porta alzarono la testa per guardarlo, sonnecchiavano aggrappati all’asta della picca, uno, sforzandosi, alzò la mano in un cenno di saluto; quindi, lo conoscevano - Mi conoscono - si disse. Loro mi conoscono e io non so chi sono. Il ragazzo magro gli si avvicinò con il sorriso sulle labbra e alzando la voce tutto contento esclamò, asciugandosi il sudore dalla fronte con il palmo di una mano - Giovanni, finalmente! ma dove diavolo eri finito? ieri a mezzogiorno eravamo nella taverna di Varengo a festeggiare la nascita del primogenito di Alfio. Eravamo alticci, questo è vero, ma non a sufficienza per giustificare questa tua sparizione. Se ti ricordi, ero venuto via prima per preparare i cavalli per Pietro e i suoi uomini che sarebbero usciti di pattuglia nei boschi Passarono attimi di silenzio, poi il ragazzo magro continuò - Ma dove sei stato per tutta la notte? non credo che tu abbia una donna senza che io lo sappia. Ci raccontiamo sempre tutto! dimmi la verità, con chi hai dormito stanotte? con la faccia che ti ritrovi avrai scopato come un caprone Giovanni lo guardava imbambolato e pallido senza parlare. - Per la miseria, Giovanni, che ti succede? non sembri nemmeno tu! ma, come ti sei vestito? non ho mai visto nulla di simile, per non parlare della strana bisaccia e di quell’oggetto che non capisco cos’è! e i capelli? così corti? ma che hai fatto? e gli stivali... ma guarda che stivali ridicoli ti sei messo! ma da dove arrivano? Lo stalliere era sbigottito e l’osservava dalla testa ai piedi. Gli girò attorno strabiliato. - Io non ricordo nulla! - rispose Giovanni sempre più stordito - Non so chi sei tu e non conosco il posto dove mi trovo - Ah! allora sei proprio fuori di testa, qualcuno ti ha fatto la fattura, sicuramente, non ci sono altre spiegazioni. Solo un maleficio può aver causato tutto questo 25


Un breve attimo di silenzio, poi lo stalliere gli gridò il suo nome come per risvegliarlo dallo strano dormiveglia in cui versava - Io mi chiamo Umberto! io sono il tuo amico Umberto, maledizione! mica mi stai prendendo per i fondelli? Passarono ancora attimi di silenzio mentre Giovanni lo guardava tacendo e con lo sguardo vagava nel vuoto. - Non ci posso credere! questa è veramente grossa! - sbraitava Umberto incredulo. - Sono sicuro che questo è malocchio, non so perché ma non ci sono spiegazioni, non saresti il primo da queste parti. Ti ricordi di Bernardo, il calzolaio? ecco, era uguale uguale a te! solo che lui dopo due mesi non è ancora rinsavito, speriamo non succeda pure a te! Giovanni si scosse e trovò la forza di parlare - Dove abito, Umberto? l’uomo, il cavaliere, mi ha detto che ho un alloggio, una casa… dov’è? mi ha nominato Matilde, chi sarebbe? - Aspettami un attimo che porto dentro i cavalli e ti accompagno, magari vedendo la tua casa ti ricorderai chi sei Lo smilzo portò i cavalli nelle scuderie e lo raggiunse subito dicendogli di seguirlo. Giovanni si era sforzato di ricordare, osservava attentamente ogni angolo del castello ma non vide nulla che gli facesse venire in mente qualcosa. Lui, in quel posto, non c’era mai stato. Quel luogo era nuovo per lui. - Ecco, vedi quella casa? - gli disse Umberto indicandogli un edificio a due piani con le mura in mattoni e sassi di fiume vicino al corpo di guardia - quella è la tua casa, non ti ricordi, vero? beh! spero proprio che dopo una bella dormita tornerai il Giovanni di prima - Lo spero proprio! - disse il giovane seguendolo in preda allo smarrimento. Attraversarono il cortile lastricato di grosse pietre costeggiando il pozzo e arrivarono ai piedi di una scala che conduceva alla massiccia porta in legno scuro della casa. Umberto salì i gradini e usando il batacchio assestò violentemente tre o quattro colpi sul battente. - Ora vedrai chi è Matilde! - gli disse Umberto - è molto anziana, poveretta, ma è sveglia e furba come una volpe - aggiunse, battendo ancora una volta il batacchio sull’uscio - ieri sera era in pena per te, normalmente sei a casa per la cena e non vedendoti tornare si è molto preoccupata. Penso che la notte scorsa non abbia dormito per nulla 26


Passò qualche attimo di silenzio, poi uno strisciare di piedi li avvisò dell’arrivo della serva che, come si affacciò sull’uscio della porta si fece il segno della croce ed esclamò, alzando gli occhi al cielo - Giovanni! sia ringraziata la Madonna! ma che cosa è successo? sapevo che era uscito insieme ad Umberto e Alfio ma poi non l’ho più vista rientrare. Avevo paura che gli fosse successo qualcosa, invece, grazie al cielo eccola qua! ma, come si è vestito? di chi sono questi strani indumenti? - esclamò Matilde allontanandosi un poco da Giovanni per vederlo a figura intera e reprimendo con la mano sulla bocca un’esclamazione di stupore che gli stava sfuggendo. - Matilde, il nostro Giovanni deve essere stato vittima di un maleficio, ne sono sicuro. Ci sono strane losche figure che girano in questi giorni da queste parti - disse Umberto. La donna si rifece il segno della croce ed esclamò, ricoprendosi il viso con le mani rugose - Madre Santissima! cosa mi dici mai? Umberto; ma tu perché lo hai lasciato da solo? Lo stalliere la guardò allargando le braccia - Matilde, Giovanni sa benissimo difendersi da solo. Io mi sono allontanato dalla festa perché dovevo occuparmi dei cavalli del conte, lei sa bene che Pietro non gradisce ritardi - Ma, entrate, non state sulla porta, avanti, venite! - li invitò la vecchietta scostandosi per lasciarli passare - Oh no! grazie, Matilde! - disse Umberto - dovete scusarmi tanto ma io devo andare, ho un bel po’ di lavoro da terminare. I miei cavalli mi aspettano - Umberto salutò congedandosi e si allontanò verso le stalle e la calura pomeridiana. La vecchia donna osservò pensierosa il giovane che aveva davanti a sé - Ma, Giovanni: che cos’è questa storia del maleficio? - gli domandò. - Io non ne so nulla. So solo che mi sono trovato davanti al castello senza sapere come ci sono arrivato e senza sapere neppure chi sono e da dove vengo rispose Giovanni sempre più sgomento. - Venga, figliolo mio, l’accompagno nella sua stanza, spero che gli torni presto la memoria se no, dovremo interpellare una fattucchiera La donna si incamminò verso uno scalone che si intravedeva in fondo alla sala. Il giovane si osservò attorno smarrito: un grande camino faceva mostra di sé contro la parete più lunga e degli arazzi policromi adornavano le pareti, un tavolo scuro in legno di quercia occupava il centro della sala contornato da sedie rivestite di velluto rosso sgualcito con le alte spalliere. 27

strizza


- Matilde, vero? ho sentito il ragazzo che la chiamava così! - chiese alla donna mentre la seguiva adagio salendo al piano superiore. - Si! Matilde, la sua anziana serva e… mamma, oserei dire - rispose la vecchietta con il fiatone, arrancando sui gradini in pietra della scala - Sono al suo servizio da quando è nato, mio caro Giovanni… assurdo che non lo ricordi! - Matilde, potete raccontarmi tutto quello che volete, io sono completamente vuoto. Non ricordo assolutamente nulla di nulla. Speriamo non mi succeda come Bernardo, il calzolaio - Allora si ricorda qualcosa! - esclamò sorpresa la donna. - Lo so perché me lo ha appena detto Umberto, lo stalliere - disse Giovanni, e aggiunse guardandosi intorno - Ma, ditemi… Matilde: chi sarebbero i miei genitori? sono vivi entrambi? abitano qui? Gli occhi della donna brillarono nella penombra. Fece un lungo respiro per prendere fiato, poi iniziò con la voce sommessa - Ragazzo mio! la notte scorsa non ho potuto dormire tanto ero in pena per lei. Mi creavo nella mente strani presagi. Temevo che l’avessero presa i bracconieri che spesso vengono nei nostri boschi a cacciare il cervo e il cinghiale. Una settimana fa, Pietro, suo zio, ispezionando il territorio, si è imbattuto in due uomini che si aggiravano per il bosco a caccia di frodo. Sono riusciti a catturarne solo uno: quello che era sceso dalla sua cavalcatura per mirare meglio ad un grosso cervo che se ne stava brucando l’erba tranquillamente a pochi passi da lui. L’altro, che era rimasto a cavallo è riuscito a fuggire, lo hanno inseguito senza riuscire a prenderlo. Adesso, l’uomo che hanno catturato si trova nella prigione sotto la torre. Abbiamo una legge severa contro i bracconieri e il destino di quel giovane è quello di essere appeso alla forca che abbiamo in cortile, con il conte non si scherza. Del resto, tutti i nobili della zona sono inflessibili esattamente come lui nell’esigere l’osservanza dei regolamenti. I bracconieri conoscono le leggi, ma tentano, se va bene, va bene se no, sperano sempre in cuor loro di riuscire a fuggire Dopo pochi attimi di silenzio la donna continuò rispondendo alla domanda di Giovanni - Chi erano i suoi genitori? suo padre si chiamava Andrea ed era il fratello di Pietro. I due si assomigliavano così tanto che venivano scambiati per gemelli. Avvenne che, tra le persone di servizio ci fosse una bella ragazza di nome Adelaide. Suo padre se ne innamorò e tra i due nacque un bellissimo rapporto sfociato con la sua nascita. La sua povera matrigna, Elena, moglie di 28


Andrea, essendo sterile, l’accettò senza ripensamenti, anzi, ringraziò il buon Dio che gli aveva fatto questo bellissimo dono: avrebbero avuto un erede maschio anche se illegittimo - Matilde si strofinò il naso con il dorso della mano Adelaide però dovette essere allontanata dal castello, e infatti, dopo poco tempo, la videro salire su di un carro carico delle sue poche cose e partire per il monastero di Rocca delle Donne, come mi disse in seguito padre Alfonso, scortata da alcuni armigeri - gli occhi della vecchietta iniziarono ad inumidirsi e il mento a tremare lievemente - Morì due anni fa, Giovanni. Frate Alfonso ci portò la brutta notizia dopo una visita al convento. Dissero che morì con il desiderio di vederla almeno una volta, ma non fu possibile Giovanni ascoltò il racconto in silenzio, le domande che si poneva erano infinite. Stava ascoltando una storia che per lui era nuova, non ricordava nulla di tutto questo. - Adesso venga, l’accompagno in camera sua così potrà lavarsi e togliersi questi vestiti ridicoli. Non ricorda proprio nulla Giovanni? questa è la sua casa dove ha sempre vissuto fino ieri - disse Matilde aprendo una pesante porta massiccia di legno scuro. - No! sto vivendo questi attimi come se fossi in un incubo, spero di svegliarmi al più presto perché sto veramente male. Spero di non uscirne pazzo! - Questa è la stanza dove vissero i suoi genitori - gli disse la donna indicandogli la camera da letto. Osservò pieno di meraviglia per le dimensioni della stanza e per i mobili che l’arredavano. - Vissero? mio padre e la mia matrigna allora sono morti entrambi? - chiese a Matilde. La donna lo guardò e iniziò a raccontare quasi rifuggendo i ricordi - Si ammalarono, Giovanni, a qualche mese di distanza l’uno dall’altra. Cominciarono con febbri altissime. Furono chiamati dei bravi medici, o ritenuti tali, ma nessuno di loro riuscì a trovare un rimedio efficace. Provarono con salassi e vari intrugli senza nessun risultato e si spensero come candele. Fu allora che Pietro mi chiamò e mi ordinò di prendermi cura di lei. Lui non si è mai sposato, pur sapendo di aver bisogno di un erede maschio per questo lei Giovanni succederà al conte Si interruppe per un attimo e abbassando la voce sussurrò - Pietro ha sempre goduto delle donne degli altri - disse l’anziana riuscendo a sorridere riprendendosi dall’effetto dei ricordi. 29


nota

Rimase un po' in silenzio poi Matilde riprese - Beh... ora sarà meglio che si sistemi, oltre quella porta che vede in fondo alla stanza ci sono delle brocche e dei secchi pieni d’acqua e un mastello, veda di farsi un buon bagno, e qui dentro… - aggiunse la serva avvicinandosi ad una grande cassa con il coperchio cesellato - … ci sono tutte le cose che usava suo padre quando era in vita, cose alle quali teneva moltissimo - continuò, avvicinandosi a dei grossi armadi - qua dentro invece ci sono degli abiti, questi che indossa chissà mai da dove vengono, faranno parte del maleficio che le hanno lanciato, io li brucerei fossi in lei. Qualche strega da queste parti ci deve essere di sicuro, ho sentito raccontare storie di streghe che abiterebbero a Chioalengo in un gruppo di catapecchie, sotto a delle piante di noce non molto lontano da qui. Pensai ad un maleficio persino quando si ammalarono i suoi genitori. Beh! Adesso si riposi. Dopo il tramonto sentirà la campana della cappella suonare e sarà l’ora della cena. Io sono al piano di sotto, se non la sento alzarsi la chiamerò. A più tardi, Giovanni, e speriamo che gli torni la memoria in fretta - così dicendo, Matilde, trascinando i piedi uscì dalla stanza e il giovane rimase da solo con le sue paure. Si guardò attorno per familiarizzare con l’ambiente e solo allora ricordò la borsa che aveva con sé. La prese e l’appoggiò sul letto a baldacchino che occupava buona parte della stanza. Faceva un caldo insopportabile e l’afa rendeva l’aria quasi irrespirabile. Svuotò la borsa sul letto e ne fuoriuscirono degli oggetti che non aveva mai visto: uno era di una lega che non conosceva e con una finestrella di vetro scuro con dei bottoni numerati. Una giacca, di un tessuto strano, con un sistema di chiusura sul davanti che valutò portentoso. Poi, l’altro oggetto che aveva vicino a sé e al bastone - che diavoleria sarà? - si chiese. Una scatola argentata con un occhio di vetro e dei bottoni anch’essi con delle scritte incomprensibili: pla., una lettera che non capiva cosa fosse, poi off, e on, latino non lo era di sicuro, che voleva dire? distolse l’attenzione da quegli oggetti misteriosi e si guardò attorno. Doveva essere pomeriggio inoltrato considerando la luce e la posizione del sole. Vide una porta finestra e l’aprì, affacciandosi, rimase meravigliato dal panorama che vide: una distesa di colline verdeggianti che si perdevano all’orizzonte tra la foschia. In lontananza vide un villaggio - sarà Varengo? - pensò, il posto dove si sarebbe ubriacato alla taverna? rientrò nella stanza e la sua attenzione cadde su di un oggetto che mandava riflessi dalla parete: non aveva notato lo specchio che rifletteva la sua immagine. Beh... se quello sono io, e lo spec30


chio non mente, pensò, non sono per nulla un brutto uomo. Si avvicinò e si guardò attentamente girandosi a destra e a sinistra - Dovrei avere sui trenta, trentacinque anni; ho fatto dei progressi con le informazioni che riguardano la mia persona - pensò - riuscirò piano piano ad aggiungere altri tasselli a questo mosaico? - in qualche modo doveva uscirne fuori. Nascose la borsa con i suoi aggeggi in mezzo agli abiti nell’armadio. Adesso, si trattava di scegliere come vestirsi, avrebbe dovuto chiedere a Matilde. Meno male che gli abiti erano stati riposti in modo ordinato e non trovò problemi per gli accostamenti. Ne scelse uno, sperando bene: un paio di brache rossicce, una larga camicia di lino, una sorta di giacca abbottonata sul davanti e lunga fino ai fianchi. Tolse il completo dall’armadio e lo preparò su di una sedia che vide accanto al letto. - Ed ora laviamoci alla meno peggio - si disse, avviandosi allo stanzino dove avrebbe trovato acqua e mastello. Spogliandosi ricominciò a domandarsi - da dove verranno mai questi indumenti così diversi da quelli che avrebbe indossato di lì a poco? - la sua mente rinunciò a rimuginare. Mise i vestiti appena tolti nell’armadio accanto alla borsa e si lavò. L’acqua era fresca e gli diede sollievo, quasi sperava che al suo contatto gli tornasse la memoria. Strano, pensò, normalmente dopo una ubriacatura qualche strascico dovrebbe rimanere: lingua spessa, ma lui non l’aveva, mal di testa: quello per il momento se n’era andato. Si sdraiò sul letto coprendosi con un lenzuolo profumato di pulito e cominciò a sentire il caldo e la pelle umida. Chiuse gli occhi e si addormentò quasi all’istante, e se non sapeva nulla di sé stesso, ora ne sapeva ancora meno. Sognò: immagini strane e indefinite gli passarono davanti agli occhi e cominciò ad agitarsi nel sonno: vide un fiume in piena e degli uomini che arrancavano con l’acqua fino al ginocchio, un buco nero gli si era aperto all’improvviso davanti ai piedi e vi precipitò dentro senza un grido, sentì di essere caduto in acqua senza distinguere nulla, dal fondo dell’abisso percepì con chiarezza una voce di donna che chiedeva disperatamente aiuto chiamando terrorizzata un certo Lorenzo. - Lorenzo aiutami! sono Francesca... salva il mio amore! - gridava disperatamente la voce di una donna che lui sentiva di conoscere. Giovanni si destò di colpo, madido di sudore. - Lorenzo? - si domandò ad alta voce - ma chi era Lorenzo? 31


- Francesca? ma che stava mai succedendo? - si mise a sedere sul letto cercando di pensare, di ricordare qualcosa. Nulla! Ricordava solo quello che gli avevano raccontato da quando era approdato in quello strano posto. Ora, però, al suo turbamento si erano aggiunti anche quei due nomi: Francesca che stranamente sentiva di conoscere e d’amare, e quel nome d’uomo, Lorenzo, che non sapeva chi fosse. Quella richiesta d’aiuto, poi, gli martellava nella testa. Si rinfrescò con l’acqua sperando di ridestarsi ma il fresco liquido gli diede solo un leggero beneficio. Lentamente cercò di riprendersi e provò ad indossare i suoi abiti nuovi: gli indumenti intimi, le brache rossicce, la camicia di lino e la giacca blu scuro abbottonata sul davanti. Trovò una cintura larga, di cuoio marrone, e un paio di stivaletti bassi, anch’essi in pelle marrone come la cintura. Si specchiò ancora una volta e si passò le dita nei capelli, aveva la barba lunga ma non importava, ricordava che tutti gli uomini che aveva visto fino a quel momento avevano la barba e si accettò così, come si vedeva, del resto non poteva fare altro. I vestiti gli andavano a pennello. Stava cominciato ad imbrunire e la penombra nella casa si era rafforzata, i pochi candelabri accesi rischiaravano a malapena i gradini della scala che percorse, discendendo al piano inferiore. - Matilde - chiamò, entrando nella sala che ora era illuminata a sufficienza da vederne con chiarezza l’arredamento. Sui grossi candelabri i ceri ardevano e l’ambiente era gradevolmente fresco. - Giovanni, vedo che ora il suo aspetto è migliorato di molto... - gli disse la donna uscendo da una porta laterale al camino - … è ritornato ad essere il Giovanni di sempre? sono tornati i ricordi? - gli domandò la serva piena di speranza - Tutto come prima Matilde, non ricordo nulla e mi sto preoccupando seriamente - rispose avvicinandosi. - Volevo domandarle, Matilde, mi sa dire se conosce una donna di nome Francesca e un uomo di nome Lorenzo? La donna si sforzò nel ricordare, si accarezzò il mento ripetendo i nomi a voce alta; passò qualche secondo, poi rispose - Non conosco nessuna donna e nessun uomo con questi nomi. Potrebbero essere degli amici che ora non ricorda, magari potrebbe essere la sua ragazza e l’uomo un suo amico. A me comunque non risulta, non ho mai sentito nominare questi due nomi. Lei ed Umberto andate sovente alla taverna in paese. Ora, perdendo la memoria non se li ricorda più. Ma perché mi chiede se li conosco? - domandò Matilde incuriosita. 32


- Ho fatto uno strano sogno pieno di incubi - disse Giovanni mentre veniva colpito da una inspiegabile nostalgia. - I sogni a volte sono come la realtà e quando ti risvegli per un po’ te li porti nella mente - disse la donna chinando il capo poi, continuò, cambiando discorso - Presumo che non si ricordi dove sia la sala dei ricevimenti, vero Giovanni? - Infatti non lo ricordo! - rispose il giovane allargando le braccia - In fondo al cortile, Giovanni, noterà un arco molto ampio. Davanti a sé vedrà una scala di marmo, salga, in cima troverà la sala dei ricevimenti dove cenerà con suo zio e altre persone che avrà modo di conoscere, a meno che, vedendole non se le ricordi. Ora vada, a Pietro non piace aspettare, a domani Giovanni, io sarò già a dormire ma ora conosce la casa e la strada per arrivarci Passò un attimo e la donna aggiunse, fermando Giovanni che si era già avviato verso l’uscita - Suo zio è un tipo burbero, stia attento a non contraddirlo, fa in fretta ad arrabbiarsi. Forse è per questo che non si è mai sposato. E’ esattamente l’opposto di suo padre, Giovanni. E ora vada, sennò farà tardi Il giovane uscì nel cortile, ormai il sole era tramontato e la sua luce rosata illuminava ancora il castello e le sue torri. Osservò le guardie sul cammino di ronda che lentamente percorrevano annoiate il perimetro del maniero soffermandosi ogni tanto a guardare giù dagli spalti verso le colline che dominavano il panorama che gradatamente andava oscurandosi nell’imminente arrivo della sera. Ad un lato del cortile vide per caso un palco di legno che non aveva notato prima: una forca, con il suo cappio che dondolava alla leggera brezza che in quel momento si era alzata insinuandosi dalla porta centrale. Immaginò di vedere il bracconiere prigioniero sotto la torre penzolare con gli occhi fuori dalle orbite e i pantaloni bagnati dalla sua urina. Al pensiero di ciò, un brivido gli percorse la schiena attenuando il caldo umido della sera. Un soldato lo chiamò, distogliendo la sua attenzione che si era posata sullo strumento di morte - Signore! Umberto, il ragazzo delle scuderie, mi ha detto di dirle che dopo cena lo aspettasse vicino al pozzo. Avrebbe delle cose importanti da dirgli - gli disse l’armigero, - Grazie! soldato - rispose Giovanni riprendendosi dalla sinistra visione. Oltrepassò il portale e salì con passo veloce la lunga scala già illuminata da una serie di torce. Ai lati della porta, due teste di cervo lo osservarono contem33


poraneamente allo sguardo vigile di una guardia che, come lo vide, si pose di lato salutandolo con un goffo inchino. Il giovane ricambiò il saluto, forse più goffamente di lui, ed entrò sicuro nella sala mascherando l’imbarazzo che lo assalì. Aveva lo stomaco in subbuglio e il volto paonazzo, non sapeva come comportarsi e si costrinse a guardare negli occhi l’uomo che aveva davanti a sé. Si sentì le budella torcersi nella pancia. - Ecco qua, il nostro Giovanni! - esclamò l’uomo che aveva conosciuto nel primo pomeriggio sul sentiero che portava al castello. Era molto alto, di portamento nobile, degno dell’importanza che rivestiva. Aveva una folta capigliatura nera spruzzata di bianco e la barba corvina. Attorno al tavolo, seduti su seggiole foderate di cuoio scuro c’erano tre uomini, tra i quali un frate, che lo guardavano sorridendo senza parlare. Il signore si schiarì la voce richiamando l’attenzione dei presenti che, presunse Giovanni, forse erano al corrente della sua difficile situazione di smemorato. Passò un attimo di silenzio nel quale Pietro sembrava cercare le parole, poi, osservando i presenti, disse - Signori, sarò breve. Voglio riassumere i fatti dei quali siete già tutti al corrente e che mi preoccupano non poco: mio nipote Giovanni è tornato oggi pomeriggio, ventiquattro ore dopo essere uscito insieme al suo amico stalliere per andare a festeggiare la nascita del figlio di Alfio alla taverna del paese. Ieri a mezzogiorno, Umberto è dovuto tornare alle stalle per preparare i cavalli per una battuta di caccia al cinghiale a Moncestino, lasciando quindi Giovanni a divertirsi alla taverna con i parenti di Alfio. Finita la festa, di Giovanni se ne sono perse le tracce. Tutti erano tornati a casa, meno lui - Il gigante lo guardò serio e perplesso - Appena rientrato dalla caccia abbiamo trovato Matilde al corpo di guardia tutta preoccupata: il signorino qui presente non era ancora tornato. Ovvio che la preoccupazione era tanta. Abbiamo pensato subito alla vendetta degli amici del bracconiere conosciuti giorni fa. Lo hanno preso, ci siamo detti, considerando che ne abbiamo uno in cella, quelli lo hanno preso in ostaggio. Comunque, visto che non eravamo neppure scesi da cavallo, siamo ritornati sui nostri passi in cerca del disperso. Ci siamo separati cercandolo ai quattro venti senza esito per tutta la notte. Oggi a mezzogiorno ci siamo ritrovati nel posto convenuto, ma di Giovanni neppure l’ombra. Sulla strada del ritorno pensavamo già di ripartire alla sua ricerca in altri luoghi, quando, sul sentiero, a pochi passi da qui, abbiamo notato un uomo in abbigliamento strano e traballante sulle gambe come se fosse 34


ubriaco fradicio. Era il presente giovanotto: mio nipote. Se da un lato ero felice, dall’altro ero infuriato, non potevo vedere mio nipote in quello stato Lo zio, o il signore che dice di esserlo, lo guardò severamente e aggiunse esaminandolo bene - Giovanni è tornato fisicamente, ma con la testa è come se si fosse perso; e vi dirò di più: mi sembra anche un pochino invecchiato. Dimmi, Giovanni, ti ricordi qualcosa? Il gigante lo guardava e aspettava la sua risposta. Giovanni provò vergogna e arrossendo rispose - No, signore, non ricordo assolutamente nulla! - Pietro si guardò intorno osservando le facce dei presenti, serie e pensierose - Avete capito cosa succede? secondo me si tratta di un malocchio, non può essere altrimenti. Un giovanotto sano, non può, nel giro di poche ore perdere la memoria in questo modo. Vero padre Alfonso? voi che siete una persona istruita, ditemi: si può ipso facto perdere la memoria? Il frate cistercense scosse il capo accennando un sì, e disse - Certo, Pietro, si può. Non ne conosciamo i meccanismi ma per quello che ne so non sarebbe la prima volta che succede. Alcuni soggetti riacquistano la memoria spontaneamente dopo un lasso di tempo più o meno breve. L’esorcismo non c’entra. Gli indemoniati sono tutt’altra cosa Giovanni ascoltava senza intervenire, scrutando i volti dei presenti che lui non ricordava di avere mai visto prima. Pietro lo guardò e gli chiese - Giovanni, da quando ti abbiamo trovato sul sentiero e fino ad ora, tutto quello che hai visto e sentito te lo ricordi? Giovanni lo guardò e rispose - Sì, ricordo tutto perfettamente! Pietro sospirò, accarezzandosi la folta barba - Bene, questo proverebbe che la tua memoria funziona perfettamente. Allora cerca di rammentare tutto ciò che vedi e tutto ciò che senti, impara i nomi dei tuoi amici e dei luoghi nei quali vivi. Per quello che riguarda il passato, piano piano te lo racconteremo noi. Umberto, lo stalliere, è il tuo più caro amico e con lui ricorderai tutto. Sappi solamente che, quando io non ci sarò più, il castello e le terre intorno saranno tua proprietà perché tu sei il mio successore, anche se bastardo, ti abbiamo allevato come un Miroglio Giovanni ascoltò con la massima attenzione, calandosi sempre più nella sua nuova realtà. - Sono Giovanni Miroglio... - si disse ripetendolo più volte nella mente - … e sono pure un nobile - Rammenta bene, allora! - esclamò Pietro presentandogli gli uomini seduti al 35


tavolo - I signori qui presenti sono: il cappellano padre Alfonso da Lucedio, Guido, il comandante degli armigeri, il contabile Ruffino, il sottoposto Fosco lo conoscerai domani alle esercitazioni, ora è al corpo di guardia al ponte levatoio e non è potuto venire Nel presentarglieli gli uomini fecero un cenno con il capo e un leggero inchino. Si sentì il suono della campana provenire ovattato dall’esterno. Il desco già apparecchiato per cinque persone era illuminato da candelabri e dal soffitto, altri due lampadari, pendevano illuminati da dozzine di candele. - La cena è pronta signore! - esclamò un servo entrando da una porta al lato della sala. - Bene, servite pure! - comandò Pietro annuendo. Seguirono diverse portate, che Giovanni gradì con appetito: molta selvaggina e vino a volontà. - Stai attento Giovanni a non bere molto, questo vino è ancora più forte di quello della locanda! - lo guardarono tutti e tutti risero alla battuta. Dopo alcuni attimi di silenzio, rotti solamente dal rumore delle posate sui piatti di metallo, il signore alzò lo sguardo, e osservando i presenti continuò il discorso interrotto poco prima - Come vi dicevo, ieri a mezzogiorno, io e Guido, con altri due uomini, siamo andati a caccia nei boschi di Enrico a Moncestino. Lui e il figlio si sono uniti a noi e abbiamo cacciato in compagnia fino a sera. Approfittando del momento, Enrico, è esordito con una richiesta: mi ha chiesto di fornirgli una decina di armati per andare incontro ad una colonna proveniente da Vercelli che scorta una giovane donna della famiglia Visconti: la futura sposa di suo figlio Edoardo. Se non erro, mi sembra di ricordare che tal fanciulla si chiami Francesca Nell’udire quel nome, Giovanni, fece un salto sulla sedia rischiando di soffocare con il cibo che aveva in bocca. Francesca, quel nome ritornava nel suo cervello con la forza di un maglio, - il sogno - pensò Giovanni - sarà una coincidenza? una premonizione? I quattro commensali notarono la sua mossa e si guardarono incuriositi - La conosci? - gli chiese Pietro, pulendosi la barba con il tovagliolo e corrugando la fronte - No! signore, temo di no. Però, durante il sonno di qualche ora fa ho fatto un sogno, e in quello strano sogno ho udito nominare questo nome: Francesca, che combinazione, eh? - rispose Giovanni, guardando i presenti uno ad uno - Ci mancava pure questa! - esclamò Pietro - Non solo smemorato, adesso pure 36


veggente! I tre uomini risero di gusto, ma smisero immediatamente quando videro che Giovanni li guardava corrucciato. - Avrai modo di conoscerla, Giovanni! anche perché ho accettato di aiutare Enrico. Mi dicono che è una gran bella figliola questa Francesca Pietro mentre parlava osservava il frate che abbassò lo sguardo verso il piatto pieno di cibo facendo finta di non aver capito. - Tu Giovanni andrai con la scorta. Ci sarà pure Umberto, il ragazzo delle scuderie, il sergente Fosco e una decina di soldati che faranno parte del drappello armato. Oltrepasserete parte della foresta di Trino, non è il caso che vi indichi la strada, Umberto e il sergente la conoscono a menadito. Sulla riva del Po troverete Edoardo che si unirà a voi fino a destinazione e ritorno; vuole venire con voi a tutti i costi e porterà con sé alcuni dei suoi uomini. Il convoglio trasporterà la dote della ragazza, ecco il perché della richiesta d’aiuto da parte di Enrico: attraversare il bosco è rischioso con il Faina che gironzola in libertà, e quindi, useremo il carro corazzato che abbiamo sotto la tettoia e che giace inutilizzato da un po’ di tempo L’uomo si appoggiò all’alta spalliera della sedia e continuò chiudendo per un poco gli occhi - Il carro che feci realizzare due anni fa dai miei artigiani e che usammo per la caccia a quel balordo: ci mancò poco che lo prendessimo e il sergente Fosco che comandava la spedizione ne sa qualcosa. L’avevamo in pugno, ma dalla sua parte quel bandito aveva il bosco con i suoi nascondigli e ci sfuggì per un pelo... - rimase in silenzio a pensare, poi osservò gli uomini che aveva davanti a sé e riprese - ...se non succedono imprevisti dovreste cavarvela in tre giorni. Non piove da molto e il terreno asciutto vi faciliterà il viaggio Pietro osservò i commensali - Speriamo che quel balordo… - disse Guido, il capo degli armigeri - ...non sia sul vostro percorso e che abbia altro da fare. Quel maledetto trinese scorrazza in lungo e in largo con la sua banda già da un po’ di tempo, dovremmo veramente riorganizzare una spedizione per toglierlo di mezzo una volta per tutte. Uccide per rapina i viandanti e cattura i signori per chiederne il riscatto. Vorrei tanto impiccarlo con le mie mani, ah… cosa non darei per vederlo penzolare a quella forca che abbiamo in cortile! Pietro annuì - Già, sarebbe bello! - disse - Probabile che la useremo con l’uomo che abbiamo nelle segrete, abbiamo aspettato fin troppo, considerando che 37


lo abbiamo acciuffato con le pive nel sacco. Sarà veramente un parente con i signori di Camino? mah! nessuno per ora si è fatto avanti per reclamarlo, lui ha giurato di esserlo, ma chi non cercherebbe di aggrapparsi a qualsiasi cosa pur di salvarsi la pelle Sorseggiò il vino che aveva nel boccale tralasciando il discorso del bracconiere per riprenderlo sul brigante del bosco di Trino - Dobbiamo deciderci a catturarlo quanto prima, quell’animale è pericoloso e la nostra colonna potrebbe attirarlo come il miele per gli orsi. Dovrete stare molto attenti, ma con il carro che abbiamo ideato apposta per viaggiare nella foresta, dovreste stare abbastanza tranquilli. Certo che, se non avessimo delle donne al seguito si potrebbe approfittare per acchiapparlo, che ne dici Guido? Il capo delle guardie lo guardò perplesso - No! non possiamo mettere in pericolo la sposa di Edoardo, dobbiamo solo portare a termine la missione come d’accordo, difendendoci solo in caso di un attacco. Reagiremo solo se costretti, non possiamo mettere a repentaglio delle vite umane. Dovremmo poi giustificarci con la famiglia Visconti, meglio starcene tranquilli Il capo delle guardie terminò la frase guardando una serva molto carina che gli serviva il vino. Pietro osservò i presenti e continuò spiegando i dettagli della missione - Dovrete arrivare all’abbazia di Lucedio, la scorta proveniente da Vercelli dovrebbe già essere lì ad aspettarvi. L’abate Uberto è confratello di padre Alfonso per vostra conoscenza - disse Pietro, osservando il frate che annuiva - Padre Alfonso vi scriverà due righe di presentazione caso mai ne avreste bisogno per essere ricevuti. Vi converrà passare la notte al sicuro nell’abbazia. Bene! Domani avrete tutto il tempo per preparare il necessario per il viaggio Diede una manata sull’ appoggiamano della sedia e continuò osservando Guido che con lo sguardo corteggiava la serva. - Guido! - Lo richiamò Pietro schiarendosi la gola per attirare la sua attenzione - Non lesinare con le armi, organizza affinché alle prime luci dell’alba tutti gli armigeri che faranno parte del drappello siano schierati per una esercitazione. Un ripasso ogni tanto fa bene. Per fortuna che da queste parti le armi le usiamo solo per la caccia. Recupera il carro sotto la tettoia, una bella ripulita e un po’ di grasso lo rimetterà in carreggiata - Sbadigliò mostrando i denti candidi nonostante l’età. - Bene! - disse - Finiamo la cena, sono stanco, oggi è stata una giornata pesante! - continuarono il resto del pasto in silenzio e terminarono brindando al 38


successo della missione con il buon vino delle vigne del castello. Pietro si scusò e si alzò imitato da tutti i presenti, chiamò con un gesto il capo dei servi e gli bisbigliò qualcosa all’orecchio; il servo annuì e guardò una giovane ragazza che, immediatamente, uscì dalla sala prendendo la via dell’appartamento nobiliare. Il conte tornò con lo sguardo sui commensali - Io mi ritiro, vogliate scusarmi ma sono stanchissimo, ci vediamo domani - Gli uomini si guardarono sorridendo sotto i baffi e il frate abbassò lo sguardo, facendo finta di non avere capito. Pietro uscì dalla sala speditamente, nessuno avrebbe mai detto che fosse stanchissimo. Anche Giovanni si congedò, salutò i presenti e si incamminò alla porta che dava sulla scala, scese velocemente i gradini di marmo ridestando la guardia che si era assopita, appoggiandosi all’asta della picca.

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a notte era magnifica e calda, piccoli insetti svolazzavano a distanza di sicurezza dalle torce che ardevano ai lati del grande portale. Sentì nitrire in lontananza verso gli stallaggi e si ricordò di Umberto. L’afa non accennava a diminuire, con l’umidità della sera sembrava aver preso vigore. - Giovanni! - si sentì chiamare, e vide, seduto su di una panca di legno accanto al pozzo lo stalliere che lo stava aspettando. Il cortile era illuminato a giorno da una splendida luna piena e lunghe ombre nere si proiettavano sul selciato sconnesso, - Umberto! - gli rispose Giovanni avvicinandosi a passi lesti. Lo spilungone lo inquadrò dalla testa ai piedi - Beh! vestito da cristiano stai decisamente meglio, non sembri più lo strano figuro di prima - gli fece segno di sedersi accanto a lui e gli indicò la seduta della panca - Hai riconosciuto chi c’era a cena? - No, Umberto, non ho mai visto quelle persone prima d’ora. Non credo comunque all’ubriacatura, come non credo al maleficio. Non so proprio cosa pensare - Passarono attimi di silenzio, a poca distanza da loro tre soldati di guardia parlottavano e ridevano. - Ti dedicherò qualche minuto, Umberto, poi me ne andrò a casa ad esaminare gli strani oggetti che ho trovato nella borsa prima di andare a cena, sono convinto che la soluzione del mistero sia collegata a loro - lo spilungone lo ascoltò con attenzione appoggiando la schiena alla parete del pozzo - Giovanni... senti, io ti devo confidare una cosa! - aveva abbassato la voce e si guardava intorno come se avesse avuto paura di farsi sentire da qualcuno. Fece cenno a Giovanni di avvicinarsi. - Senti, Giovanni, io ho udito nelle stalle tuo zio che confabulava con Guido il capo degli armigeri; mi sono nascosto a pochi passi da loro e ho sentito tutto chiaramente - Umberto aspettò a parlare come se cercasse le parole adatte: - Il conte… diceva a Guido che gli sarebbe piaciuto rapire la giovane promessa sposa di Edoardo per godersela in una notte… d’amore, prima che venisse portata a Moncestino per le nozze! -

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- Che cooosa? spiegati meglio! - esclamò stupito Giovanni, - Sì, ecco… in pratica... il conte, vorrebbe andare a letto con la donna di Edoardo prima che questo se la sposi. Ho sentito che, al ritorno da Lucedio, come arriveremo sulla riva del Po, ci sarà Guido con alcuni soldati ad aspettarci e pretenderà che gli consegniamo la figliola per portarla al castello. Vorrei proprio che non fosse vero ma ho sentito forte e chiaro, lo chiamano lo ius primae noctis, o qualcosa del genere. Spetterebbe di diritto al signore del luogo praticarlo sulle spose dei loro sudditi ma ciò si usava farlo molto tempo fa e con le donne del popolino, con le serve, non certo con una nobile donzella di casa Visconti, ma ti rendi conto? - Sì! già, e noi gliela consegneremmo senza fare nulla, ma è assurdo! Umberto… io qualcosa di simile l’ho già sentito però... da qualche parte, ma non ricordo bene - esclamò Giovanni assentandosi per pensare. Gli venne in mente l’incubo che aveva avuto durante il sonno di qualche ora prima, che comunque non aveva nulla a che fare con questo fatto. - Che hai Giovanni? non stai bene? - chiese Umberto vedendo l’amico turbarsi - Prima di andare a cena, Umberto… - iniziò Giovanni - … mi sono addormentato profondamente e ho sognato: una voce di donna chiedeva aiuto e stranamente, quella donna si chiamava Francesca come la sposa di Edoardo. Ho ancora la sua voce che mi risuona nella testa! gridava aiuto singhiozzando ma non ho capito perché lo invocava. Ho sognato tanta acqua e tante persone immerse fino al ginocchio che cercavano di camminare ma la corrente li portava via. Poi sono caduto dentro un buco… ma non ricordo bene. La donna gridava di salvare... il suo amore. Che vorrà dire? Lo stalliere lo ascoltava impressionato da quello che stava sentendo. - Giovanni… sarà una premonizione? - esclamò Umberto - Ma il bello è che l’aiuto non lo chiedeva a me, Umberto, lo chiedeva a un tale di nome Lorenzo! - osservò Giovanni - Io, Lorenzo, non so chi è! - disse ancora Giovanni guardando in volto l’amico che lo ascoltava con gli occhi spalancati. - Una donna di nome Francesca che grida di aiutarla… coincide con quello che sta per succedere. La donna di Edoardo si chiama Francesca e sta correndo il pericolo di essere rapita e violata Il verso di una civetta che prendeva il volo dall’albero accanto alla chiesetta li fece voltare. I due si guardarono. Giovanni attese un attimo e continuò con il suo ragionamento - Ma non centra nulla con il sogno dell’acqua, della corren41


te impetuosa che porta via delle persone. Il buco che mi inghiotte… salvare il suo amore diceva. Forse significa salvarla dalle grinfie di mio zio. Ecco, forse si spiega in quel modo! I sogni a volte sono indecifrabili! - non seppero più che dire e restarono muti e pensierosi. - Un uomo come Pietro, se non lo avessi sentito io con le mie orecchie non ci crederei manco mi appendessero a quella forca! - riprese Umberto rompendo il silenzio. Guardò verso il palco di legno che si ergeva in fondo al cortile Pretendere di scoparsi la futura sposa di un nostro amico tra l’altro. E come reagirà Edoardo? Ah… se lo sapesse! - Giovanni taceva. Lo spilungone lo guardava - Collaborare con tuo zio? Ma scherziamo? Del resto, se ci mettiamo contro il conte quello ci uccide. Sembra uno stinco di santo, ma se lo prendi dalla parte sbagliata cambia completamente persona. Dobbiamo studiare qualcosa, anche se non so cosa. So solamente che il padre di Edoardo, Enrico, deve a tuo zio una fortuna, un mare di denaro e forse della terra, non so di preciso. Giovanni: Enrico non è nella posizione di potersi opporre al volere di Pietro. Gli è talmente debitore che non si può ribellare all’assurda richiesta. Non voglio pensare che Enrico sia d’accordo con Pietro per farsi fare uno sconto sul dovuto; sarebbe proprio una vigliaccata. Edo si rivolterebbe contro suo padre, sai che storia ne uscirebbe Giovanni si alzò dalla panca amareggiato e preoccupato. Troppi pensieri lo rodevano - Umberto! Scusami! vado a casa, devo vedere bene quegli oggetti che ho nella borsa poi ti dirò se sono arrivato ad una conclusione. Credo proprio che grazie a loro metterò in chiaro questa situazione così assurda. Là dentro ci sono degli oggetti strani e altre cose che devo esaminare - Va bene, a domani, ricorda però che devi alzarti presto. Devi essere arzillo per l’esercitazione - si raccomandò salutando l’amico. - Io resto ancora a godermi un po’ di fresco e a farmi mangiare dalle zanzare - Ma?! - esclamò Giovanni fermandosi e girandosi verso lo smilzo. - Non pensi che se lo viene a sapere il Visconti quello non si arrabbi un pochino? - Un pochino? certo! che si arrabbierebbe, ci manderebbe la sua famosa cavalleria per farci le feste, l’ho già detto prima, sicuramente, spero che il conte cambi idea. La ragazza è di nobile famiglia, non una semplice serva. Tuo zio va in cerca di guai seri. Si è bevuto il cervello. Quello gli da fuoco al castello, prima però, inaugurerebbe la forca che non è ancora stata usata 42


Giovanni annuì e alzò lo sguardo verso la finestra del conte - In questo momento di serve se ne sta già facendo una! l’ha scelta nel mucchio subito dopo cena! - disse con un mezzo sorriso. - Sì! succede quasi ogni notte! beato lui! però con una serva è lecito - gli rispose Umberto annuendo con un sorriso. - Vado! penseremo a qualcosa! Giovanni si allontanò sulla strada di casa, oltrepassò la soglia chiudendo la pesante porta alle sue spalle con il grosso catenaccio che cigolò. La casa era immersa nel più profondo silenzio, Matilde sicuramente dormiva. Alcuni ceri erano spenti ma, i pochi rimasti accesi, illuminavano tremolanti e fiocchi quel tanto che bastava per vedere la scala che portava al piano superiore. Era eccitato e non vedeva l’ora di recuperare la borsa che aveva riposto nell’armadio tra i vestiti. Entrò nella stanza cercando di fare il meno rumore possibile, aprì le ante pesanti del mobile e la recuperò posandola sul letto. Cominciò ad aprire le tasche delle quali la borsa era fornita e recuperò gli oggetti da esaminare: trovò tre piccole chiavi unite tra loro da uno strano gancio metallico. Le tasche, notò, erano chiuse con un sistema intelligente: le riaprì e le richiuse più volte interessandosi allo strano sistema di chiusura. Quale mago o fattucchiera avrebbe mai potuto ideare quello strano meccanismo. Le tende della porta finestra che aveva aperto ondeggiarono pigramente per la brezza notturna e un poco d’aria fresca irruppe mitigando l’afa opprimente che persisteva, anche se era notte fonda. C’era tanta umidità nell’aria e sudava, i vestiti gli tenevano un caldo insopportabile. La luce della luna si insinuava nella stanza ad ogni movimento dei tendaggi; decise di togliersi i vestiti e rimase a torso nudo indossando solamente le mutande, ecco, ora si stava molto meglio. Continuò a rovistare nella borsa e trovò altri oggetti strani: in una tasca interna, un contenitore di pelle lo incuriosì più degli altri, si apriva in due parti e ...delle monete caddero a terra producendo un suono metallico a contatto con il pavimento di marmo, una rotolò sotto il letto ma riuscì a recuperarla. La rigirò tra le mani osservandola attentamente alla luce di una candela: un euro, lesse, e vide una data: duemilaundici. Gli caddero le braccia rimanendo esterrefatto, non può essere, si disse. Posò la moneta sul letto e continuò a frugare, piccoli fogli di una carta colorata che non avevano nulla a che vedere con la carta pergamena portavano la scritta: cinquanta euro; euro, sicuramente erano monete. Era agitatissimo e continuò con frenesia a violare quella strana borsa nera. Esplorò ancora minuziosamente 43


l’interno e trovò qualcosa che lo fece sussultare. Si trovò in mano una specie di libricino che si apriva, rivelando un volto colorato che riconobbe benissimo, pensò di svenire. Un volto, che appena lo osservò al chiarore delle candele gli fece quasi perdere le forze tanto che gli cadde per terra. Ma, quel volto è il mio! Gridò ad alta voce raccogliendolo e avvicinandolo alla luce dei ceri: sono proprio io, osservò sbalordito, possibile? C’era scritto qualcosa sul quel libricino: Lorenzo Belviso, sì, Lorenzo Belviso. - Lorenzo? - gridò ad alta voce ponendosi la mano libera davanti alla bocca per soffocare le parole - Lorenzo! quello del sogno? - si domandò tremante. Allora pensò che se quella immagine gli apparteneva, quello era il suo nome Lorenzo Belviso. Dio mio! Questa volta divento matto veramente - pensò. Non ci capiva più nulla. Sperò di risvegliarsi al più presto perché quello era un incubo. Chi sono allora io per favore? Giovanni Miroglio, oppure Lorenzo Belviso? Ma l’incubo, era appena iniziato. Giovanni percorreva la stanza in lungo e in largo, desiderava ci fosse anche Umberto ad infondergli coraggio, ora aveva paura. Si sentiva un naufrago in mezzo ad un mare in tempesta. Posò gli occhi sul pavimento e si accorse che vi era un’altra immagine, piccola, ma ben definita: il volto di una bella ragazza. La raccolse tremando e la osservò attentamente, la ragazza gli ricordava qualcuno, girò l’immaginetta leggendo sul retro: al mio amore, Francesca. Il gelo, non sentì più il caldo, non sentì più l’afa di quella notte incredibile. Gli assalirono le vertigini e sentì il bisogno di respirare profondamente. Si precipitò verso la porta che dava sul balcone, la brezza notturna lo richiamò alla realtà: realtà, ma questo è tutto reale, non può essere un sogno. Guardò la luna che brillava in un cielo stellato e le colline che si perdevano a vista d’occhio all’orizzonte, l’abbaiare di un cane, il frinire dei grilli e il tenue lumicino delle lucciole. - E’ tutto vero! - esclamò - Questa è realtà, ma allora? - rientrò nella stanza sempre più turbato. Riprese tra le mani l’immagine della bellissima ragazza. Non era un dipinto, i colori erano reali, sembrava vera e lo guardava sorridendo. Era straordinariamente bella. Rigirò ancora l’immagine e rilesse la frase: al mio amore, Francesca. Francesca, questo nome lo stava ossessionando. La Francesca del sogno, Francesca, la ragazza che dovrà sposare Edoardo, ed ora, la Francesca di questa immagine. Se quel volto, che gli assomigliava tremendamente, apparteneva a Lorenzo Belviso, voleva dire che Francesca aveva a che fare con Lorenzo. Quindi se Lorenzo era lui, quella donna gli rappresentava 44


qualcosa. La borsa era sempre stata al suo fianco quando lo avevano raccolto sul sentiero che porta al castello, quindi, gli appartiene. Rimaneva sempre, comunque, la domanda - che sarà successo? - Si ricordò che in quella specie di libretto, accanto all’immagine che gli rassomiglia c’erano scritte tante altre parole. Riprese, reprimendo la forte emozione che ormai si era impossessata di lui, il libricino, e a fatica lesse, scandendo le parole ad alta voce in modo da sembrargli la cosa più reale: carta d’identità. Rimase pensieroso, che vorrà dire? Identità, che identifica una persona, pensò. Poi lesse il resto: LORENZO BELVISO NATO A GABIANO, dove sarà? e continuò, impossibilitato a fermare il tremore della mano: 14 OTTOBRE 1980. - Dio mio! ma questo è tutto uno scherzo; ma ora, in che anno saremo? - desiderò ancora che ci fosse con lui Umberto, erano emozioni troppo forti da affrontare da solo. - Gabiano? - ripeté tra sé - dove sarà Gabiano? Quante domante gli rimbalzavano nella mente aumentando il suo stato confusionale. Si sentì stanchissimo, le gambe cedevano, era spossato. Per ora bastava. Rimise tutto nella borsa nera, nascondendola in mezzo ai vestiti nell’armadio. Per oggi ne aveva abbastanza e doveva essere tardissimo. Si gettò a peso morto sul grande letto a baldacchino e gli venne in mente la Francesca che avrebbero scortato e l’intenzione di Pietro di portarsela a letto prima che si sposasse. Lorenzo! aiutami… ti prego!.. salva il mio amore..! - l’invocazione d’aiuto gli esplose nel cervello ma gli mancarono le forze per continuare a pensare a qualcosa, chiuse gli occhi e piombò in un sonno profondo: le forti emozioni lo avevano sfinito.

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iovanni! Giovanni! - una voce lontana lo chiamava per nome. - Si alzi, Giovanni, che è ora! - la voce di Matilde oltrepassava flebile la porta massiccia. Aveva dormito tutta la notte profondamente, un sonno senza sogni; ed ecco che si era risvegliato… ma con l’invocazione d’aiuto nella testa - Lorenzo! Aiutami… ti prego!... Salva il mio amore! - ed ora forse Lorenzo era lui? a lui era diretta l’invocazione d’aiuto? Si osservò attorno, i raggi del primo sole illuminavano la stanza, era ancora in quella realtà che non conosceva e non sentiva sua. Aveva accumulato tanti indizi in più ma non erano abbastanza, doveva assolutamente portare a termine il controllo minuzioso sugli oggetti della borsa: era lì la soluzione dei suoi guai. Dopo un’abbondante colazione servita dall’anziana e solerte Matilde, Giovanni uscì per andare alle stalle come convenuto la sera prima con Umberto. Lo trovò mentre strigliava un poderoso cavallo nero, che appena lo vide, si agitò sbuffando e nitrendo, agitò la testa e iniziò a raspare a terra con lo zoccolo agitando la lunga coda. - Vedi Giovanni? ti ha riconosciuto, non è smemorato come te! Umberto sorrise, mentre Giovanni si avvicinava cautamente all’animale. Giovanni rimase a bocca aperta per lo stupore: il morello era di una eleganza mozzafiato. - Non so come, ma mi sembra di capirne un pochino di cavalli, sicuramente è un purosangue di razza araba, vero Umberto? - Sì, proprio così, te lo regalò il conte qualche anno fa. Si chiama Zero! - rispose Umberto accarezzando la criniera del magnifico esemplare. Giovanni si avvicinò tranquillamente al cavallo che lo guardò, continuava a grattare a terra con lo zoccolo; si avvicinò col muso e lo annusò con le grandi narici, ma lo stallone nitrì e si impennò, quasi a strappare la briglia dalle mani di Umberto che lo tratteneva a fatica. - Buono Zero! che ti succede? buono, per la miseria! - gridò lo stalliere cercando di calmarlo. - Non mi riconosci più? - gli gridò Giovanni preoccupato. Lo accarezzò notan-

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do la bellissima macchia bianca a forma di stella che aveva sulla fronte. Zero sbuffò e nitrì ancora, ma gradatamente si calmò diventando sempre più mansueto. Nitrì ancora ed emise uno sbuffo. - Trovo strano questo comportamento Giovanni, avrà annusato il malocchio che ti porti addosso? chissà, magari gli animali lo recepiscono meglio degli umani, sembra quasi che non ti riconosca Posò la striglia e guardò Giovanni - Mi devi dire qualcosa? - chiese Umberto notando la perplessità di Giovanni. - No! nulla! Umberto, non ti preoccupare - gli rispose Giovanni sconcertato, avendo capito che Zero non lo riconosceva dall’odore. - Bene! Oggi pomeriggio faremo una cavalcata, andremo fino alla contea di Edoardo a Moncestino, così ti farò vedere le bellezze della zona e riprenderai confidenza con Zero - disse lo stalliere, che dopo un attimo di silenzio, come folgorato da un’idea improvvisa, esclamò - … e se avvisassimo Enrico e il figlio di quello che sta tramando Pietro? - Non sono sicuro se facciamo bene o male! - rispose Giovanni e aggiunse - Se glielo diciamo si scatena il finimondo. Il conte vorrà sapere chi è stato ad avvisarli e immagino quello che potrebbe succedere. Dannazione ho già tanti problemi e ci mancava pure questo. Dobbiamo pensare ad una soluzione! Passarono alcuni attimi di silenzio. - Ci pensi? che casino? - osservò Giovanni. - Non diciamo nulla per ora! aspettiamo, e nel frattempo ci penseremo, certo che non voglio essere complice - Ah! neppure io! - esclamò Umberto, pulendosi le mani con uno straccio che aveva appeso alla cintura. - Ora seguimi, andiamo in armeria da Alfio. Stamattina dobbiamo esercitarci con le armi Si avviarono attraversando il perimetro delle stalle, Umberto davanti e Giovanni dietro che osservava tutto ciò che lo circondava. Non ricordava nulla del posto in cui era capitato, tutto era nuovo per lui. Il sole, intanto, stava facendo capolino dal muro di cinta ed era già feroce, si preannunciava ancora una giornata rovente già dalle prime ore del mattino. Osservò un fienile stracolmo di paglia e dei servi che armeggiavano attorno ad un carro con scale e forconi, mentre un gruppo di tortore, disturbate dalla loro presenza, si alzò in volo andando a posarsi in alto tra i merli delle torri. Videro un fabbro che dalla forgia estrae47


va del ferro rovente e con le pinze lo afferrava e lo immergeva nell’acqua creando nuvole di vapore. Nonostante l’ora mattutina, il castello era già in pieno fermento e i servi intenti alle loro mansioni al loro passaggio alzavano lo sguardo e salutavano inchinandosi. Umberto notò l’interesse di Giovanni e sorridendo gli disse - Operosi, i tuoi sudditi, vero conte? Il giovane lo guardò senza commentare ma ricambiando il sorriso - Io, un conte - pensò. Camminarono ancora per un breve tratto poi, Giovanni, si avvide della torre est del castello dove, sotto una grande quercia, seduto su di uno sgabello, un armigero sembrava facesse la guardia a qualcosa. Si fermò di colpo e chiese ad Umberto che lo precedeva di qualche passo - Voglio vedere le prigioni e il bracconiere che vi soggiorna Umberto si fermò storcendo il naso - Non credo che tuo zio lo approverebbe, io ne farei a meno - gli rispose. - e se te lo chiede gli dici che l’ho voluto io. Gli dici che non ricordavo dove fossero le prigioni e che faccia potesse avere un bracconiere. Coraggio! andiamo da quel soldato che si gode l’ombra e facciamoci accompagnare. Voglio solo soddisfare la mia curiosità Accelerarono il passo verso la torre est, verso l’armigero che sonnecchiava; come vide Giovanni si alzò di scatto facendo cadere il rudimentale sedile - Messer Giovanni! - scattò impettito il soldato - Cosa posso fare per voi? - Ispezione alle prigioni, apri e accompagnami alle celle! - ordinò Giovanni serio e autoritario. La guardia senza esitare estrasse un mazzo di chiavi dalla scarsella della sopravveste e l’infilò nella serratura della pesante porta ornata di grossi chiodi dalle teste appuntite. Il pesante battente ruotò sui cardini cigolando e una folata di umidità e odore acre di muffa investì i tre uomini che si apprestavano a scendere gli scalini consunti di una scala in pietra. Alcune torce illuminavano fiocamente l’ambiente dalle pareti inzuppate d’acqua. - Fate attenzione al soffitto che qui è molto basso Due topi squittirono scappando alla vista degli intrusi. I due giovani abbassarono il capo ed entrarono in un lungo corridoio dove, lateralmente, videro pesanti grate di ferro dalle quali si poteva controllare l’interno delle celle. Su di un fatiscente letto con la paglia che fungeva da materasso un uomo era coricato nel48


la penombra. A terra, tra la paglia, un pitale di terra cotta e una ciotola con avanzi di brodaglia. La guardia alzò la torcia per illuminare meglio l’interno della cella e l’uomo balzò in piedi, per poi avvicinarsi alla grossa grata di ferro. Si aggrappò al ferro arrugginito uscendo dalla penombra, rivelando il volto emaciato di un giovane ragazzo. Aveva i capelli ricci e biondi, sporchi come i vestiti che indossava. Giovanni provò una pietà indicibile e guardò allibito Umberto che abbassò gli occhi a terra - Credimi! - disse lo stalliere - Abbiamo vissuto fino ad ora in questo castello ma mai ero venuto qua sotto. Non posso credere che il conte abbia potuto abbassarsi a tanto. Non avrei mai immaginato che per del bracconaggio si arrivasse a punire una persona in tal modo - Come ti chiami? - domandò Giovanni al prigioniero. - Ettore! - esclamò con un filo di voce aggrappandosi all’inferriata della cella. - Sono cugino dello Scarampi di Camino che spero mi vendichi. Mi hanno accusato di bracconaggio perché senza accorgermene sono uscito dal mio territorio. Poche decine di metri e sto rischiando di finire impiccato. Il mio amico è riuscito a fuggire perché era a cavallo… mi vendicheranno, maledetto conte Pietro - si lasciò andare in un pianto dirotto appoggiando la fronte sul dorso della mano che stringeva il ferro arrugginito della grata. Giovanni ed Umberto si guardarono impietositi senza parlare. - E non ti sei accorto che sconfinavi? non conosci il luogo? - domandò Giovanni. - No! signore, era la prima volta che cacciavo in questi boschi. Il mio amico che mi accompagnava è di Mombello e mi aveva invitato a cacciare nel suo territorio. Ho sconfinato senza accorgermene, ero attratto da un cervo reale che comunque non ho colpito - rispose il ragazzo tra i singhiozzi. - Bravo stronzo il tuo amico! - esclamò Umberto inserendosi nel discorso. - Il conte Pietro non mi crede, sono cugino degli Scarampi di Camino - Dei cinghiali sul carro che mi dici? - chiese Giovanni. - Quelli li avevamo uccisi nel territorio di Mombello ma non ho potuto dimostrarlo - Bella grana per te! - osservò lo stalliere. - Andiamo via di qua! voglio respirare aria pura! - disse Giovanni guardando l’armigero. Diede un ultimo sguardo al giovane che continuava a piangere coprendosi il volto con le mani. Salirono veloci la scala che li portava alla luce 49


del sole, all’aria che anche se torrida già dal primo mattino non era paragonabile a quella putrida del sotterraneo. - Dobbiamo fare qualcosa per quel ragazzo - osservò Giovanni seguendo a lunghi passi Umberto verso l’armeria. - Non bastava la ragazza di Edoardo, adesso pure il giovane Scarampi - gli rispose Umberto e aggiunse - Veloci che siamo in ritardo Arrivarono ad uno stabile in pietra, dove due corazze stazionavano inerti ai lati della porta indicando mute, ai due, che erano arrivati in armeria. Umberto entrò per primo, seguito da Giovanni che rimase affascinato dalla quantità di armi che giacevano lucenti in quel grande magazzino. Su di un bancone di legno le spade erano allineate accanto ad archi e balestre, elmi a celata, a barbuta, scudi ed usberghi, mazze d’arme e svariate armi da lancio giacevano in bella evidenza su speciali sostegni di legno. I metalli abbagliavano colpiti dai raggi del sole che filtravano dall’unica finestra. Alfio era intento a lucidare uno spadone a due mani e Fosco, accanto a lui, impugnava una balestra e ne controllava l’efficienza. Si salutarono e si sentì nell’aria aleggiare l’imbarazzo. Umberto chiese ai due se erano al corrente dell’amnesia in cui versava Giovanni. - Sì! - rispose Alfio alzando lo sguardo dalla spada. - Ieri sera è passato Guido e mi ha avvertito della tua perdita di memoria. Mi dispiace tanto Giovanni! E’ una brutta situazione! spero non sia stato il vino dell’oste della Stamberga perché mi sento in colpa, lui è una persona seria e ci ha sempre serviti con roba di prima qualità - Grazie, Alfio, stai tranquillo, tu non centri nulla, però adesso non ne parliamo più, basta con questa storia! - disse Giovanni poggiandogli la mano su di una spalla. Intervenne Fosco - Bene ragazzi, siamo in ritardo, sbrighiamoci. Alfio, coraggio, carichiamo le armi che abbiamo preparato e andiamo. La guarnigione dovrebbe già essere schierata per l’esercitazione Umberto scelse due spade, una per lui e una per Giovanni, poi si avviarono con il sergente e l’armiere con un carretto carico di armi verso lo spiazzo erboso antistante il ponte levatoio. Passarono così buona parte della mattinata a tirar di spada: affondi, finte e stoccate. Il clangore dei ferri che battevano l’uno contro l’altro era assordante. Giovanni fece coppia con Umberto che rispondeva ai suoi attacchi con grande abi50


lità, i due amici si trovarono bene, in sintonia. Giovanni non trovò difficoltà e gli sembrò di aver usato la spada da sempre anzi, mise in difficoltà Umberto che rimase sorpreso per la sua abilità di spadaccino. - Se cavalchi come tiri di spada sei un vero campione - gli gridò Umberto menando fendenti e affondi. - Ehi! Amico, ma come tieni la spada? - osservò il magro stalliere che notò Giovanni impugnare la spada con la mano sinistra - Da quando in qua sei mancino? non mi risulta! - E che ne so, Umberto!… non mi ricordo! - rispose Giovanni scansando un affondo. Si misero a ridere della battuta e ripresero a schermare con rinnovata lena. Fosco e i soldati continuarono imperterriti nell’addestramento, chi con la spada e chi con l’arco o la balestra. Il caldo non dava tregua e molti di loro si liberarono di elmi ed usberghi. Fosco, in via eccezionale chiuse un occhio e li lasciò fare. Dopo svariati esercizi, Giovanni e Umberto stanchi e affaticati tornarono alle stalle contenti delle loro prestazioni. Lungo il percorso, Umberto, provò a domandare - Scoperto qualcosa ieri sera? hai esaminato i tuoi aggeggi strani che avevi con te quando ti hanno trovato sul sentiero? Giovanni ci pensò su un poco prima di rispondere - Ho guardato tutto attentamente, sì, Umberto, ma mi prendo ancora un po’ di tempo prima di trarne una conclusione. Non ti dico nulla ancora, dico solo che quegli oggetti strani non sono opera di stregoni. Non c’entrano le fatture e le streghe, sono leghe di metallo che non ho mai visto. Poi, sì, qualcosa che vorrei vedessi pure tu: c’è sicuramente ma… non so che pensare, ci sono cose inspiegabili. Dovremo vederle assieme e… Non finì il ragionamento perché vide da lontano arrivare il sergente. Lo osservarono, arrivava dal corpo di guardia a passi veloci e cadenzati. Una sopravveste lunga fino al polpaccio lasciava intravedere una cotta in maglie metalliche. La mano sinistra appoggiata sull’elsa della spada che penzolava dal cinturone. Era alto di statura, con barba e capelli rossicci che gli scendevano a lambire le spalle quadrate. Una cicatrice sulla fronte ricordava un avvenimento bellicoso di chissà quale campagna - Buongiorno, giovanotti! fatta l’esercitazione? - Buongiorno sergente! - risposero i due amici - Sì! L’abbiamo fatta, devo dire che Giovanni ad usare la spada non ha scordato nulla, anzi! - disse Umberto 51


guardando l’amico con ammirazione. Guido si congratulò con il giovane e tagliò corto - Bene! allora andiamo a vedere le condizioni della nostra macchina da guerra. Ho un po’ di fretta, vogliate scusarmi! tra non molto dovrò uscire ancora I due seguirono il cavaliere sotto la tettoia che affiancava la scuderia. Un grande carro era parcheggiato, sommariamente protetto da teli da tenda e assi di legno, nel tempo si era trasformato in rifugio per piccioni e altri volatili. Un gatto fuggì spaventato. Guido girò attorno al mezzo esaminandolo con cura, spostando teli e assi aiutato dai due. Controllò gli assali e le ruote, la condizione del legno e dei chiodi. Smuovendo le assi si alzò qualche nuvola di polvere che Guido scacciò agitando una mano e trattenendo il respiro - Fate uscire questo carro da qui sotto - disse ai due ragazzi - e riportatelo al suo aspetto originale, non è malmesso ma va ripulito e ingrassato per bene. Questo è un carro speciale, può facilmente contenere cinque o sei uomini più le armi e le vettovaglie, vi sarà utile da riparo per eventuali imboscate. Umberto, qua ci vogliono al tiro quattro cavalli, mi raccomando, i quattro palafreni più robusti. Come noterete i fianchi sono protetti da lastre di ferro impossibili da penetrare da frecce o altri oggetti appuntiti. Le fiancate volendo si possono alzare aumentando così l’area sotto la quale ripararsi anche da eventuale pioggia. I nostri artigiani hanno ideato questo gioiellino suscitando l’invidia delle nostre contee vicine. Pietro ne è entusiasta. Il Faina lo sarà un po’ meno, almeno spero Il sergente diede un’attenta e ultima occhiata al mezzo, appoggiò la mano sull’elsa e disse - Me ne torno al corpo di guardia, tra poco usciremo ancora. Il conte è instancabile, non scenderebbe mai da cavallo. Umberto, sella quattro cavalli e conducili al ponte levatoio e guarda il mio, forse ha un ferro da sistemare, mi sembrava che zoppicasse un po’ da una zampa anteriore Fece dietro front e se ne ritornò da dove era venuto. Si sentì un nitrito prolungato provenire dalle scuderie. - Zero ti chiama, ha sentito la tua presenza, quello è un animale straordinario Umberto condusse il cavallo di Guido accanto agli attrezzi da maniscalco. - Oggi pomeriggio ci faremo una cavalcata per i boschi così si sfogherà un poco, soffre troppo a stare al chiuso Armeggiò sui ferri del cavallo, con una mano alzò la zampa all’animale e controllò lo zoccolo, tolse i vecchi chiodi con una grossa pinza e li sostituì con chiodi nuovi. Un’occhiata agli altri ferri e constatando che tutto era a posto dis52


se - Ecco qua! Fatto, dai! aiutami a sellare i cavalli così ti verrà in mente come si fa. Non credere che, essendo un nobile, tu debba cavartela senza fare nulla! Umberto gli sorrise, afferrò una sella in cuoio dal suo supporto e la buttò in groppa ad un baio che non si mosse. Giovanni lo aiutò diligentemente a sistemare le cinghie e le briglie. Prepararono i cavalli in silenzio, poi il giovane stalliere iniziò a parlare - Dopo questi ultimi avvenimenti, tuo zio mi è scaduto un bel po’. Il ragazzo lasciato in prigione senza un interrogatorio come si deve, e che forse finirà impiccato per non aver cacciato un accidente di niente sul suo territorio, quello che sta per fare a Francesca, la donna di Umberto, per valersi su Enrico per dei debiti; ecco, sì, dopo questo non lo riconosco più. Potrebbe avere tutte le donne che vuole e invece… Si interruppe sentendo montare un certo nervosismo. Strinse con forza la cinghia del sottopancia che ferma la sella con tutta la forza che aveva, tanto da far nitrire il cavallo. Il nitrito lo fece rientrare in sé, accarezzò la fronte dell’animale per farsi perdonare e si calmò - Aspettami qua! torno subito! - disse Umberto. Prese per le redini i cavalli e li condusse alla porta principale. Giovanni rimasto solo approfittò del momento ed entrò nella scuderia. Zero nitrì dondolando la testa; il caldo in quella stalla era insopportabile. - Bravo, Zero! siamo amici, vero? - gli sussurrò accarezzandolo. Zero questa volta non si mosse. Il suo mantello nero e lucido emanava riflessi di colore blu nella penombra della scuderia. Lo annusò e rimase quieto. - Oggi faremo un giro per i boschi della contea, sei contento? ci conosceremo meglio - gli disse sfiorandogli con la mano la macchia bianca a forma di stella che portava sulla fronte. Si sentirono in lontananza cavalli nitrire e scalpitare, poi, un rumore di zoccoli sul ponte levatoio: era un drappello di cavalieri che usciva dal castello a pattugliare i boschi. Poco dopo Umberto arrivò, grosse gocce di sudore gli imperlavano la fronte, l’aria era umida e irrespirabile. - Sono usciti di nuovo! - disse con una punta d’invidia - Tutto il giorno a sorvegliare i boschi, deve essere snervante! però si divertono, cambierei subito con il mio lavoro, sempre qua a strigliare e pulire, dì, li invidio un pochino. Beh! coraggio! - esclamò Umberto afferrando una scopa di saggina - Diamoci da fare se no oggi non ce la faremo ad uscire Giovanni seguì l’amico ed eseguì tutto ciò che gli diceva di fare come un co53


munissimo servo. Con l’aiuto di due inservienti e un cavallo da tiro, trainarono all’esterno il grosso carro, che si mosse abbastanza facilmente nonostante il tanto tempo di inutilizzo. Con scope e secchiate d’acqua lo riportarono all’antico splendore, ne oliarono e ingrassarono i mozzi, misero in efficienza le paratie metalliche che la ruggine aveva bloccato nei cardini impedendo di sollevarsi. Caricarono le vettovaglie, le coperte e le armi e tutto ciò che avevano bisogno per l’imminente viaggio nel bosco di Trino. Passarono il resto della mattinata indaffarati nei preparativi. Umberto si rivelò una persona affabile e spiritosa, spesso faceva ridere Giovanni con le sue battute distraendolo dai suoi pensieri. - Oggi vedrai Edoardo - disse mentre caricava un barile d’acqua - Dammi una mano, coraggio! questo pesa! - Giovanni ubbidì senza fiatare, si alzò, e aiutò l’amico. - E’ un bravo ragazzo, Edo - disse Umberto, fissando la botte con dei cunei di legno sul pavimento del carro - forse un pochino ingenuo, che crede a tutto quello che gli raccontano. Sapesse mai quello che sta per succedergli, ucciderebbe tuo zio, tanto è innamorato di Francesca Giovanni lo ascoltava tacendo, si era seduto sul timone del carro e si godeva l’ombra che esso proiettava sul selciato del cortile. Pensava al sogno - Lorenzo… aiutami, ti prego … - le parole d’aiuto gli risuonavano spesso nella testa. Osservava tutto attorno a lui, l’amico Umberto, il castello - e se fosse un sogno? se stessi sognando? se tutto ciò non esistesse realmente? - Si destò di soprassalto dal torpore udendo le parole di Umberto che gli arrivavano da lontano e aumentavano d’intensità - Non lo vedo proprio nella veste dell’uomo sposato - stava dicendo Umberto - mi domando come avranno fatto a combinare questo matrimonio. So che suo padre aveva trascorso gran parte della sua vita alla corte dei Visconti a Vercelli. Povero Edoardo, non vorrei proprio essere nei suoi panni. Come prenderà la cosa? Farsi sverginare la moglie da un altro uomo non è mica tanto bello. Se fosse la mia donna lo ucciderei Umberto aspettò un poco poi continuò con una battuta che fece ridere Giovanni - Sempre che ci riesca! Si guardarono sorridendo insieme. - Il conte ha già i suoi anni, è allenato perché si fa le serve, però non si sa mai - Giovanni si avvicinò al suo cavallo nero e lo accarezzò - Beh! dai, penseremo 54


a qualcosa. Prepara Zero per oggi pomeriggio, vediamo se mi ricordo come si fa a cavalcare - disse Giovanni - ci rivediamo tra non molto qui nelle stalle, a dopo! - diede una pacca sulla spalla al ragazzo e uscì incamminandosi verso casa. Dopo un pranzo frugale, servito dalla solerte Matilde, Giovanni salì al piano superiore, pungolato dalla curiosità di vedere il contenuto del grande baule dal coperchio cesellato. Non era chiuso a chiave e il coperchio, in legno di quercia, era assai pesante. Rimase da subito abbagliato dalla bellezza di una spada che gli si parò davanti agli occhi. Il fodero metallico era intarsiato da una varietà di ricami straordinari che richiamavano la vita di caccia: uccelli, daini e cinghiali; e un grosso falco con la preda fra gli artigli. Rimase folgorato: stranamente il falco non aveva tra gli artigli un animale bensì un uomo, e lo stava artigliando, le ali spiegate. - E’ la spada di suo padre, Giovanni! - esclamò la serva entrando nella stanza senza fare rumore, facendolo sobbalzare - Lei quella spada la sta già usando, non ricorda ancora nulla, vero figliolo? - Giovanni sospirò scuotendo il capo. Prese l’arma che scintillava di riflessi argentati e ne scrutò interessato gli intarsi - Ma, il falco? pazzesco quello che sta facendo! - Sì, il falco riprodotto sulla spada ora non c’è più, era di suo padre ed era addestrato a cacciare i bracconieri. Come vede, nell’incisione ha tra gli artigli un uomo. Il malcapitato non aveva via di scampo, il falco lo maciullava con gli artigli strappandogli prima gli occhi e poi devastandogli il volto, al resto ci pensavano i soldati una volta catturato. Ora Guido ne sta addestrando uno giovane: Astore, che non sembra da meno del suo predecessore. Si è affezionato a lei, come del resto il suo cavallo. Giovanni, lei ha due amici inseparabili. Il sergente è un abile addestratore ma, Astore, sembra che prediliga stare con lei Giovanni la ascoltava in silenzio, possibile non ricordarsi di nulla? pensò tra sè. L’anziana continuò - In questa cassa ci sono le cose che usa quotidianamente nelle sue uscite a cavallo Guardava e ascoltava attentamente, ma il giovane era affascinato dalla spada: osservò l’elsa, anch’essa cesellata da chissà quale abile artigiano e la sguainò dal fodero senza la minima resistenza. L’impugnatura calzava perfettamente nella sua mano, sembrava fatta su misura per lui. La soppesò e gli parve leggerissima, brillò rilucente nella penombra della stanza gettando riflessi alle pare55


ti. La osservò e la rigirò tra le mani, non avrebbe voluto più riporla, ma la infilò estasiato nel suo fodero. L’anziana donna aggrottò la fronte: si era accorta che Giovanni impugnava l’arma con la mano sinistra e rimase perplessa, non disse nulla, ma la cosa le parve molto strana. Giovanni non era mancino. - E questo guanto? - chiese alla vecchia mentre rovistava tra gli oggetti - E’ il guanto che usava suo padre quando usciva con il falco riprodotto sul fodero della spada. Oggi lo usa lei, quando va a caccia con Astore Continuò a curiosare tra le tante cose che lui non aveva mai visto: trovò una cotta di maglia e un pugnale, una cappa, un farsetto, che indossò, su consiglio di Matilde, sopra la camicia. - Giovanni, si prenda anche il pugnale, non si sa mai - disse la vecchietta con determinazione. Lui la guardò con fare interrogativo, prese il pugnale e se lo infilò nella cintura. - Volevo informarla, Giovanni - disse Matilde, fermando il giovane che se ne stava andando - io ho una sorella un po' più giovane di me che abita nel villaggio di Varengo. Vive da sola, e una o due volte alla settimana vado a trovarla per passare qualche momento insieme. Tra poco uscirò, volevo dirglielo, e andrò a casa sua, quindi stasera io non ci sarò ma rientrerò domani mattina all’alba, prima che voi partiate con la scorta - Bene Matilde! ci vediamo domani mattina, allora - sorrise alla serva ed uscì nel cortile dove lo accolse la calura e l’afa pomeridiana. Il sole era alto nel cielo, si stava meglio in casa, pensò, incamminandosi verso le stalle. Il silenzio del primo pomeriggio era rotto solamente dal frinire delle cicale e dal rumore dei suoi passi nel cortile, non fosse che, sul ponte levatoio due armati si godevano l’ombra fresca, si sarebbe potuto credere che il castello fosse disabitato. Senza volerlo, calpestò l’ombra della corda, che con il suo cappio veniva proiettata sul selciato, e provò un lungo brivido giù per la schiena. Pensò al bracconiere, imprigionato nella segreta sotto la torre. Guardò in alto gli spalti sulle mura: le sentinelle passeggiavano pigre sfidando i raggi del sole. Umberto, era già all’opera quando arrivò, aveva sellato i cavalli e li tratteneva a fatica per le briglie facendolo sudare. - Meno male che sei arrivato! Giovanni! - esclamò lo spilungone trafelato Questi non resistono più. Coraggio! datti una mossa che non riesco più a trattenerli Giovanni fu colto di sorpresa ma, lesto, si avvicinò a Zero e infilò il piede nella 56


staffa, si aggrappò all’arcione e montò in sella. Il cavallo lo facilitò nell’impresa e non si mosse, aspettò che infilasse l’altro piede nella staffa e solo allora si agitò impaziente. Nitrì e scodinzolò sbuffando - Buono, Zero! - gli disse, afferrandolo per le briglia. - Stammi dietro, andiamo! - gridò Umberto a Giovanni dando di sprone. Zero eseguì un giro su sé stesso nitrendo e partì al trotto inseguendo Umberto e il suo destriero. Oltrepassarono il ponte con un fracasso incredibile. L’aria che arrivava sul volto dei cavalieri era gradevole, anche se, alternati, arrivavano soffocanti sbuffi di calore. Imboccarono il largo sentiero in discesa, lo stesso dal quale Giovanni era arrivato il giorno prima al castello. Umberto non se ne rese conto, procedeva veloce distaccandoli, sparendo oltre la curva nascosta tra gli alberi. Zero era un fulmine e correva giù dal sentiero criniera al vento. Ma Giovanni, ad un tratto sentì che qualcosa non andava, lo percepiva dai movimenti di Zero che da poco si erano fatti esitanti. - Zero! che succede? - gridò al cavallo che rallentò il passo e si fermò quasi di colpo, non voleva più continuare e tentava di disarcionarlo mentre nitriva. - Coraggio, bello! andiamo che perdiamo Umberto! ma che ti prende? - gli gridò il giovane dando di sprone. Zero non ubbidiva e aveva paura di qualcosa, s’impennò, alzò gli zoccoli anteriori e non ci fu verso di farlo continuare. Fu allora che Giovanni, sbarrando gli occhi terrorizzato, si accorse che davanti a loro un vortice di polvere e foglie si stava formando velocemente, ingrossandosi sempre di più: divenne nero come la pece puntando diritto verso di loro. Un odore di fumo acre li soffocava mentre gli alberi attorno a loro iniziarono a piegarsi sotto l’impeto di un vento che, nel giro di pochi attimi, si fece freddo come d’inverno. - Accidenti! che sta succedendo? - gridò Giovanni preso da uno spavento incredibile. Lo stallone arretrò nitrendo, scartò di lato imbizzarrendosi quasi da disarcionare il cavaliere. Giovanni si tenne saldo in sella, spronò il morello che riprese la strada al galoppo portandolo lontano da quel luogo, inseguendo Umberto sul sentiero in discesa verso la valle sottostante. Lo trovarono più avanti, fermo sulla strada ad attenderli. - Giovanni! hai problemi con Zero? - gli chiese allarmandosi, notando il volto cereo dell’amico. - No! con Zero no, ma hai visto che vortice strano? 57


- Vortice? io non ho visto nulla! nessun vortice - Accidenti… - si domandò - … con una giornata simile non possono formarsi vortici così, correnti d’aria fredda, com’è possibile? - Su, coraggio, andiamo, non è successo nulla, non ci pensare, andiamo! - disse Umberto, spronando il suo cavallo e scendendo lungo la strada tra i boschi. Giovanni lo seguì affiancandolo, immergendosi nella frescura della foresta di querce. Qualche servo indaffarato alzò il capo e li salutò asciugandosi il sudore con il dorso della mano. Intercalarono l’andatura dal trotto al galoppo. Umberto gli mostrava le sue proprietà: i terreni, i prati, i boschi, il laghetto, dove i servi prelevano l’acqua per innaffiare i campi e abbeverare gli armenti e dove, ogni tanto, a detta del giovane stalliere, andavano a farsi il bagno quando la canicola diventava insopportabile. - Guarda! Giovanni! - Umberto gli indicò un gruppo di cavalieri che si avvicinava al galoppo tra la polvere della strada - E’ la nostra pattuglia che rientra Umberto fermò il sauro e si affiancò a Giovanni. I cavalli nitrirono e la polvere si addensò avvolgendoli. - Tutto bene? qui? - disse ad alta voce Guido per sovrastare il rumore degli zoccoli dei cavalli che lo seguivano. - Tutto bene! sergente, stiamo facendo un giro per le terre e i boschi, Giovanni non ne ricorda la sua bellezza e la sua vastità - gli rispose Umberto, mentre Giovanni accennava un sì con il capo sfoderando un sorriso forzato. - Niente bracconieri! - esordì il sergente - tutto tranquillo! il nostro prigioniero dovrà starsene da solo pure oggi. Beh, sarà per un’altra volta, noi torniamo al castello. Se andate verso Gabiano vi imbatterete in Pietro, dovrebbe essere ancora in giro da quelle parti Il sergente notò la sorpresa sul volto di Giovanni: il nome di Gabiano gli aveva provocato un sussulto. - Gabiano! avete detto? - gli chiese Giovanni increspando la fronte - Gabiano, sì, adesso scendendo a valle Umberto glielo indicherà, se ne vedrà il castello Così dicendo, Guido, alzò lo sguardo verso il cielo sereno segnato solo dalla foschia, si tolse un guanto e infilandosi ad arte due dita in bocca emise un fischio lacerante: un punto nero immerso nell’azzurro scese a picco prendendo la forma di un falco stupendo. Con uno spiegamento d’ali si avvicinò a Giovanni cercando un punto d’atterraggio ma, non trovandolo, si posò incerto sul guanto di Guido. 58


- Difficile sfuggire agli artigli di Astore! - esclamò il sergente accarezzandogli le piume del capo. Appollaiato sul guanto, Astore era immobile e puntava Giovanni, il magnetismo dei suoi occhi lo ipnotizzarono tanto che ne distolse lo sguardo a fatica. - Bene! andiamo! - gridò Guido rivolgendosi ai suoi cavalieri - Torniamo a corte, qui abbiamo finito per ora! Spronarono i destrieri e in un attimo ritornarono nella polvere della strada di casa che gli inghiottì. Umberto guardò Giovanni, con un cenno del capo gli fece cenno di continuare a seguirlo e galopparono verso la pianura osservando campi e boschi: il paesaggio era stupendo, peccato la foschia che non permetteva di vedere lontano, ma il castello di Gabiano fortunatamente si vedeva. Emerse tra le colline, turrito ed elegante tra l’aria rarefatta dalla calura agostana. Mentalmente, Giovanni, rivide quel piccolo libretto di due pagine che aveva nella borsa nascosta - nato a Gabiano, il quattordici ottobre millenovecentoottanta - c’era scritto. Guardò Umberto che gli cavalcava a fianco - Umberto! in che anno siamo? - domandò ad alta voce per farsi udire. - Milletrecentocinquanta! perché me lo chiedi? - rispose Umberto aggrottando la fronte. - Niente! così, non ti ricordi più che ho perso la memoria? - si domandò - ma come può essere? Gli venne da vomitare, lo stomaco in rivolta. Riuscì a nascondere il disagio e proseguirono con i cavalli al trotto tra il verde smeraldo dei campi e il canto degli uccelli. - Ecco, Giovanni! - gli disse Umberto - qui finisce il tuo territorio, oltre, iniziano le terre di Enrico di Moncestino. Pensavo, comunque, che faremo meglio a tornare a casa, non vorrei stancare inutilmente i cavalli, domani mattina dovremo partire all’alba e sarà meglio che siano riposati. Edoardo lo incontreremo domani sulla riva del Po e sarà meglio non dire nulla della faccenda, voglia Dio che io abbia capito male - Hai ragione Umberto! facciamo così come dici - Tornarono verso il castello, Giovanni aveva visto parte della sua contea, doveva esserne felice, invece, era sempre più turbato e preoccupato per l’incredibile storia che si ingarbugliava sempre di più. All’altezza del luogo in cui si era verificato il vortice Giovanni si tenne alla larga, aveva paura che si manifestasse ancora quello strano fenomeno. Oltrepassarono il luogo senza che succedesse nulla e si infilarono al ga59


loppo sul ponte levatoio con un rumore tremendo di zoccoli: la passeggiata era finita. Raggiunsero le stalle e scesero dalle loro cavalcature, era tardo pomeriggio ma ancora presto per ritirarsi per la cena, non andando a Moncestino avevano tempo a disposizione. - Senti, Umberto - disse Giovanni avvicinandosi all’amico che si apprestava ad alleggerire i cavalli dalla bardatura - perché appena finito qui, non andiamo a casa mia a vedere gli oggetti che ho nella borsa? Matilde non c’è, non voglio che sappia nulla di questa storia. Già è stata male per la mia perdita di memoria, poveraccia - Si fermò un attimo a pensare, poi continuò - Preferisco che ci sia anche tu perché là dentro, ci sono cose sconvolgenti! ecco perché tergiversavo quando me lo hai chiesto Umberto lo guardò trasalendo - Che hai detto che c’è, la dentro? cose sconvolgenti? - Sì, Umberto, ho detto così, ma sarai tu a vederle con i tuoi occhi; finisci qui e andiamo. Con te avrò più coraggio! Portarono i cavalli nei loro recinti e si incamminarono verso la casa di Giovanni. Salirono lesti la scala che li portava verso la camera da letto. L’assenza di Matilde era provvidenziale. - Immagino che tu conosca la casa, vero? Umberto? - Certo che sì, ci giocavamo da ragazzini qua dentro, specialmente d’inverno quando fuori faceva freddo - Accomodati, che prendo la borsa! Umberto sedette su di una sedia accanto ad uno scrittoio mentre Giovanni prendeva, nascosta fra gli abiti del grosso armadio, la strana borsa nera che aveva con sé quando approdò in quello strano luogo. Si avvicinò allo scrittoio e ne svuotò il contenuto. Anche questa volta una moneta cadde sul pavimento e rotolò accanto ai piedi di Umberto che si chinò a raccoglierla. - Preparati, Umberto, a vedere cose stranissime che ti lasceranno sbalordito. Tu sei capace a leggere e quindi mi sarai di aiuto Lo stalliere prese la moneta rigirandosela tra le dita e rimase esterrefatto per quello che vi leggeva. Si guardarono, Umberto aveva gli occhi sbarrati. Giovanni prese il libricino a due pagine e gli fece vedere l’immagine impressa. La moneta gli sfuggi dalle dita, ricadde a terra e ritornò di nuovo rotolando tra i piedi di Umberto, paralizzato dallo stupore. 60


- Ma quello sei tu! - esclamò impallidendo. - Sembra di sì, e leggi il nome! - Lorenzo Belviso - Umberto balbettò, il suo viso era un cencio - e sei nato a Gabiano nel millenovecento ottanta? Si era alzato dalla sedia quando prese la moneta, ma ora la cercò per risedersi di nuovo. Le gambe cedevano e non lo reggevano più. - Rimani seduto! Umberto perché ne vedrai delle altre! - Giovanni prese un piccolo foglietto di carta rettangolare, dove era raffigurata l’immagine di una bella ragazza e gliela mise davanti agli occhi sempre più increduli e sbarrati Guarda la ragazza e gira il foglio Umberto ubbidì e andò a sommare altre emozioni a quelle che già lo devastavano - Francesca! - esclamò - AL MIO AMORE, FRANCESCA! - ripeté girandosi di scatto ad osservare in volto di Giovanni che senza parlare annuiva. - Questa Francesca, sarebbe quindi la tua donna? - Sembrerebbe di sì - ammise Giovanni - c’è tanta di quella roba da uscirne pazzi. Non so più che pensare, cosa ne dici? Umberto?- Dammi una sberla perché qui siamo in un incubo! - Vorrei tanto, Umberto, che fosse un incubo, ma è tutto vero - Tu allora, non sei Giovanni? - Temo proprio di no amico mio! - Ecco perché Zero si era imbizzarrito. Lui l’aveva capito dall’odore! - esclamò Umberto. Ci fu un lungo silenzio rotto a tratti da un canto di tortore che proveniva da una torre vicina. - Dio mio, ma come può essere vero tutto questo? - si disperò Umberto massaggiandosi le tempie con le dita di entrambe le mani. - Non sei Giovanni Miroglio! - tornò a ripetere Umberto. - Questa storia è ancora peggiore della fattura, della stregoneria. Quelle cose si possono per lo meno combattere, ma queste? che storie sono mai queste? - Ecco perché ero indeciso se dirtelo o restare zitto - disse Giovanni, e aggiunse - Rimane ora una domanda importantissima tra tutte quelle già importanti: il vero Giovanni che fine avrà fatto? I due si guardarono a lungo senza parlare. Giovanni ruppe il silenzio - Umberto, facciamoci coraggio e vediamo se riusciamo ad uscire da questo brutto sogno. Dobbiamo ancora scoprire cosa nascondono questi altri oggetti, credimi che ho timore a farlo da solo. Ho biso61


gno che mi aiuti, almeno con la tua presenza Ci fu ancora un lungo silenzio, poi Umberto sospirò - Va bene, procediamo. Sono d’accordo con te che questi… cosi… non c’entrano nulla con le streghe e i sortilegi - Ti ringrazio Umberto, sapevo che mi avresti aiutato. Sei un ragazzo intelligente Avevano davanti agli occhi tutti gli oggetti, ma quello che più attirò la loro attenzione era la scatoletta di metallo argentato: aveva da un lato un occhio di vetro e dall’altro uno specchio nero, dove, riflessa su di esso si intravedeva l’immagine di chi guardava. Giovanni rigirò tra le mani l’oggetto e provò a premerne i pulsanti, erano tanti, su di essi c’erano delle scritte in una strana lingua, lettere e numeri. Ne premette qualcuno a caso e non successe nulla, spostò una levetta e di scatto gettò l’oggetto lontano da sé: aveva fatto uno strano rumore e si spaventarono a morte - Per la miseria! che succede? - disse a voce alta. Umberto fece un salto all’indietro per allontanarsi. Con cautela Giovanni si avvicinò per riprendere lo strano marchingegno ma aveva paura delle conseguenze. Lo afferrò e notò che non succedeva nulla, c’era solamente una piccola luce di colore verde. Toccò un tasto e lo specchio, dove poco prima si rifletteva il suo viso, si illuminò di colpo. Terrorizzato lo gettò ancora una volta lontano da sé. Si rifece coraggio e lo riprese obbligandosi a trattenerlo tra le mani. Pigiò vari bottoni e s’illuminò ancora, poi si spense e si riaccese, all’improvviso dallo specchio apparvero delle figure. - Mio Dio! ma… che sta succedendo? - esclamò Giovanni tremando d’eccitazione. Lo stalliere era muto dalla paura e dallo stupore, dallo specchio le immagini presero forma e si mossero, erano colorate e… parlavano. - Che diavoleria è mai questa? - una bella ragazza apparve, gli sorrise e mandò un bacio, poi, si girò e corse verso un mare d’acqua azzurra, se ne scorgevano le onde in lontananza. Si tuffò nell’acqua e dopo alcune bracciate scomparve tra i flutti riemergendone poco dopo. Ritornò verso di lui e rimase incantato, non solo per la bellezza della donna ma ancora di più per il suo abbigliamento: aveva una fascia di stoffa che nascondeva il seno e un paio di mutandine succinte, era bellissima. Giovanni avvicinò la strana scatola argentata per udire meglio - Francesca! brava! nuoti come un pesce e pensare che avevi paura dell’acqua e di annega62


re - si sentì pronunciare dalla voce di un uomo. - Francesca… questa è la ragazza del ritratto! - esclamò Giovanni attonito con il cuore che batteva impazzito. - Sì! È la ragazza del ritratto, guarda! - disse Umberto, che nel frattempo aveva preso il piccolo foglio di carta e lo avvicinava all’immagine che si muoveva dentro allo strano oggetto. - E’ la stessa persona! - confermò Giovanni tremante. Poi, successe la cosa che li sconvolse del tutto: apparve di colpo, era l’immagine di un uomo. - Giovanni! sei tu… per la miseria, sei proprio tu! - esclamò lo stalliere afferrando le mani dell’amico che stringevano l’oggetto argentato. Rimasero così, tutti e due con le mani che afferravano la scatoletta metallica misteriosa. Stavano osservando le figure che si muovevano, belle colorate, quando ad un tratto cambiò tutto: videro degli alberi che si agitavano con le fronde colpite da un vento fortissimo, videro un turbine di polvere che veniva verso lo specchio dove loro guardavano, un vortice di fumo, un mulinello che aumentava sempre di più. Poi d’improvviso, tutto traballò e si sfocò, finendo. Lo specchio ritornò nero, riflettendo il volto di Giovanni che ci guardava dentro impaurito. - E’ il vortice che ho visto oggi, è lo stesso identico vortice che si è formato sulla strada mentre uscivamo con i cavalli, Umberto, rammenti, mi hai chiesto se avevo problemi con Zero quando siamo rimasti indietro sulla strada e ti sei fermato ad aspettarci. Quel vortice stava per carpire me e il mio cavallo. Grazie a Zero, che si imbizzarrì, siamo riusciti a fuggire raggiungendoti - Sì, ti ho visto arrivare pallido come uno straccio ma io, sinceramente, non ho visto nulla, eppure sono passato di lì prima di te - Dovrò trovare il coraggio di tornare sul posto dov’è avvenuto il fenomeno, devo capire che sta succedendo. Non posso andare avanti così, devo capire, Umberto. Lo devo anche per te. Sono io la causa di questa situazione. Io adesso avrei due identità… maledizione che casino! - Giovanni guardava in faccia l’amico mentre alcune gocce di sudore gli scendevano dalla fronte. - Vieni con me? Umberto, ti prego, affrontare da solo questo mistero ho paura di non farcela! Umberto assentì con un movimento del capo, poi disse - Come posso lasciarti da solo, questa storia ha preso dentro anche me, ora ne faccio parte anch’io, 63


anche perché vorrei tanto sapere che fine ha fatto Giovanni… accidenti a te… stai sconvolgendo pure la mia vita! - rispose spossato dagli eventi. - Non è colpa mia Umberto, mi dispiace tanto! - disse Giovanni tergiversando un poco, rimise gli oggetti al loro posto nella borsa e la nascose tra gli abiti nell’armadio. - Penso che la perdita di memoria sia da associare a quello strano fenomeno, Umberto, quello strano vortice - disse pensoso Giovanni - Usciamo un attimo, vieni, qui dentro fa caldo! Umberto si alzò dalla sedia, una boccata d’aria gli avrebbe solo giovato. Uscirono sul balcone e respirarono profondamente, l’aria umida della sera li rinvigorì. - Perché tutto questo? perché questo incubo assurdo? - si domandò Giovanni osservando il panorama che cominciava a tingersi di rosso: si vedeva lontano la valle oltre il Po, coperta dalla foresta che avrebbero affrontato l’indomani. Stavano per allontanarsi dal balcone, quando, a poca distanza da loro, appollaiato sul bordo della finestra, nascosto da un grande vaso di fiori, un maestoso uccello li stava fissando con occhi magnetici e rotondi. Fermo, immobile, osservava i due amici come un gargoyle scolpito sul marmo. - Astore? - gridò Umberto, mentre il rapace, con uno scatto e un battito d’ali, si alzava in volo verso il cielo che iniziava ad oscurarsi. - Perché, scappare così? - domandò Giovanni quasi dispiaciuto. - Avrà capito che non sei il vero Giovanni. Si è comportato come Zero! - rispose Umberto allargando le braccia. - Adesso basta Umberto, ne ho abbastanza di passare per tonto, stasera, io voglio uscire dal castello e andare a vedere dove si forma quel misterioso vortice, perché è da lì che nascono i miei problemi, ne sono convinto. Quel… congegno, quell’oggetto che non so come definire ce lo ha rivelato. L’ho visto con i miei occhi quello strano vortice… io ci vado stanotte! - E io ti accompagno! - esclamò Umberto senza perplessità. - Ti ringrazio, amico. Vedrai che ritroveremo il vero Giovanni, non ti preoccupare Giovanni gli appoggiò un braccio sulla spalla in segno di gratitudine. Si avvicinò alla scrivania e si mise a riflettere sul da farsi, e gli venne un’idea: sullo scrittoio vide una penna d’oca e un calamaio, il necessario per scrivere due righe su di un foglio di pergamena. 64


- Che stai facendo? - domandò Umberto. - Voglio scrivere un breve riassunto di quello che ho vissuto fino ad ora, cioè da quando sono capitato qua da voi, mi tornerà utile nel caso di una nuova perdita d’identità. Non vorrei peggiorare ancora di più la mia situazione Si mise a sedere con un senso di apprensione e inquietudine per quello che si apprestava a scrivere e più che altro a compiere. Prese un foglio di pergamena e intingendo la penna d’oca nell’inchiostro iniziò a scrivere, cercando di elencare più dettagli possibili: nomi, luoghi, chi poteva essere lui, senza dimenticarsi del vortice. Umberto pazientemente gli sedeva accanto e leggeva ciò che Giovanni scriveva, senza interromperlo. Alla fine, soffiò sulla pergamena per far asciugare in fretta l’inchiostro e si alzò dalla sedia. Osservò la sua immagine riflessa nello specchio appeso alla parete - Ma chi sarò mai? Giovanni Miroglio o Lorenzo Belviso? - pensò tra sé, ignorando per un attimo l’amico. Infilò la pergamena sotto la camicia: doveva essere sicuro di non smarrirla in caso di riperdita di memoria, la sentiva sulla pelle, i bottoni erano ben chiusi, sì, era al sicuro. Si infilò il pugnale nella cintura. - Umberto! Io sono pronto; tu hai qualcuno che ti aspetta a casa? - chiese al ragazzo che lo guardava pensieroso. - No, io vivo solo, nessun problema in quel senso - Meglio così, Umberto. Ascolta, usciremo dalla porta principale come se andassimo in giro a farci una passeggiata. Imboccheremo il sentiero che abbiamo percorso qualche ora fa fino ad arrivare sul posto dove spero tanto che si manifesti ancora lo strano fenomeno. Ti nasconderai tra gli alberi e mi aspetterai. Spero che tutto vada bene, mi raccomando, osserva tutto quello che succede perché poi mi dirai quello che hai visto, non andartene per nessuna ragione, mi raccomando! Umberto lo guardò e annuì - Stai tranquillo Lorenzo! non so più come ti devo chiamare, maledizione - Chiamami ancora Giovanni per un po’, poi vedremo. Non dobbiamo rivelare a nessuno quello che sta succedendo. Chiamami Giovanni e dimenticati di Lorenzo, si sapesse in giro questa storia ti lascio immaginare cosa succederebbe Diede ancora una controllata alla pergamena sotto la camicia. - Ed ora andiamo, comincia a fare buio... per fortuna! Si avviarono scendendo le scale nella penombra con il rumore dei loro passi che echeggiava nel salone deserto. Giovanni aprì il battente della pesante porta 65


d’ingresso che cigolò e uscirono richiudendolo lentamente alle loro spalle. Si incamminarono parlottando verso la porta centrale che dava sul ponte levatoio. - Bella serata messer Giovanni, ciao Umberto! - li allertò un armigero di guardia: - A quest’ora della sera si sta veramente bene, ah, potessi anch’io togliermi questa cotta e questo elmo e invece, ne ho ancora per due ore buone - Dici bene soldato! ma lo vuole il dovere! - gli rispose Giovanni. - Non abbassare mai la guardia, la sicurezza del castello è nelle tue mani Alcune lucciole danzavano nella prima oscurità accompagnando il frinire dei grilli in quella bella serata di quel caldo e afoso mese d’agosto. - Sì! signor conte! stia tranquillo! - esclamò l’armigero stringendo l’asta della picca. - Bravo! continua così, ci vediamo tra non molto Uscirono sul ponte levatoio incamminandosi verso il punto che, al solo pensarci, lo terrorizzava. Umberto invece, lo strano fenomeno lo aveva visto solo materializzarsi sullo specchio dello strano strumento; era impaziente di costatarlo dal vivo e in prima persona. Camminava accanto a Giovanni senza dire nulla. Si lasciarono il maniero alle spalle, la luce delle torce sulla porta d’ingresso si affievoliva man mano che si allontanavano sul sentiero in discesa. Oltrepassarono la curva e piombarono nella penombra. Qualche insetto volava indisturbato ma il frinire dei grilli cessò di colpo, e si fece uno strano silenzio, un silenzio profondo ed irreale: tutta la natura era in attesa e la paura incominciava ad aumentare, e con essa, la voglia di fuggire si impossessò dei due amici. - Umberto, nasconditi dietro la siepe e osserva, mi raccomando! Il ragazzo delle stalle ubbidì. Fece appena in tempo a raggiungere il posto di osservazione che tutto ad un tratto sentì i rami e le foglie sugli alberi vicini agitarsi rumoreggiando, percepì un odore acre di fumo che si insinuava nelle narici, irrespirabile. Il vento aumentò di intensità. Vide Giovanni irrigidirsi nell’attesa paralizzato dalla paura, e si fece freddo, in un attimo si formò il vortice, un mulinello di polvere che si ingrossava sempre più risucchiando foglie e tutto ciò che vi era intorno, compreso Giovanni, che sparì tra le spire di quel gorgo irreale. Giovanni non gridò e Umberto riuscì a trattenersi dal soccorrere l’amico che, in un attimo, era svanito nel nulla contornato da un’aura azzurrognola. Poi, tutto intorno, ritornò come prima, come se nulla fosse successo; la natura

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riprese a vivere con il canto dei grilli e il danzare delle lucciole sotto una splendida luna che da poco aveva fatto capolino dietro ad una nuvola. Ma di Giovanni non vi era piĂš traccia.

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orenzo si riprese lentamente, trovandosi supino tra le erbe e le ortiche: - Come ho fatto a cadere? - si domandò osservandosi intorno stringendo gli occhi a fessura per il sole violento che gli sbatteva sul viso i suoi raggi bollenti. Faceva un caldo pazzesco e il frinire delle cicale era assordante. - E questo? - La mano si era posata per caso sul pugnale che pendeva alla sua cintura. - Ma come sono vestito? che è questa pagliacciata? - parlava a voce alta come un folle e si guardò in torno disorientato, non c’era anima viva, era solo. A pochi passi da lui i resti di un antico muro dormivano tra le sterpaglie e l’edera rampicante. - Ma che storia è mai questa? - si domandò a voce alta - Qualcuno mi ha giocato un brutto scherzo! deve essere proprio così, e la mia roba? la mia fotocamera? il mio zainetto con tutti i documenti? il cellulare? le chiavi dell’auto? che fine hanno fatto? cristo santo tutto rubato? Si riguardò attorno smarrito, si toccò, osservò i suoi vestiti e iniziò a tremare preso dal panico. Si convinse sempre più di essere stato vittima di uno scherzo, qualcuno, mentre si era assopito, gli aveva cambiato i vestiti e preso le sue cose. - Ma non ricordo di essermi appisolato! - si disse Lorenzo spaventato e impossibilitato a fermare il tremore del suo corpo - Forse - pensò - sarò caduto o svenuto per un calo di zuccheri: il caldo forse. e adesso? - Pensò - che faccio? non posso chiamare Francesca; povera Francesca, che dirà mai? Gli balenò un sospetto - Vuoi vedere che qua c’è lo zampino proprio di Francesca? le storielle del castello, la passione per il medioevo. Un accordo con qualche amico buontempone e zacchete, il gioco era fatto! Si mise a sedere su di un sasso, era sfinito: troppe emozioni tutte assieme. L’afa gli toglieva il respiro e il sole del primo pomeriggio gli cuoceva il cervello. Nella posizione che aveva assunto da seduto sentì che qualcosa gli dava fasti-

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dio sotto la camicia, tolse il farsetto e sbottonò alcuni bottoni: una pergamena. Aggrottò la fronte e la svolse - Qua - pensò - ci sono sicuramente le scuse di Francesca e dei nostri amici con le informazioni per recuperare la mia roba Gli venne quasi da ridere mentre svolgeva la pergamena stendendola alla meglio per leggere. Lesse attentamente: una scrittura quasi infantile gli stava rivelando cose impossibili. - No! Ma come si può credere a queste cose? Non percepì più il calore del sole che gli bruciava la testa, anzi, giurò a sé stesso che sentiva accapponarsi la pelle mentre leggeva tali assurdità. Quello che leggeva non poteva essere vero e in sé covava la speranza di vedere da un momento all’altro spuntare da dietro i cespugli Francesca con i loro amici ridenti a crepapelle per la burla originale. Rimase seduto, anche perché non aveva la forza di alzarsi tanta era l’emozione che provava. La tremarella non accennava a diminuire. Storia incredibilmente pazzesca se fosse vera. - Io - disse a sè stesso - avrei una doppia vita: Lorenzo Belviso, quello che sono ora nel reale e Giovanni Miroglio, l’uomo che vive nel passato e che tornerà a rivivere se tornerò dall’altra parte. Il vortice… ma allora è tutto vero! rammentò il vecchio libro donato dalla vicina. Il vortice sarebbe un passaggio spazio-temporale oltrepassando il quale si può ritornare indietro nel tempo. Che storia! pensò Lorenzo, lo sapesse Francesca direbbe che sono impazzito. Roba da Stephen King, ragionava e meditava. Comprese che quando oltrepassava quella soglia dimenticava tutto, e che, quindi, si era scritto il promemoria che si era infilato al sicuro sotto la camicia. Il problema ora, era quello di trovare una penna per scrivere i nuovi appunti. La sua auto era troppo lontana e non aveva le chiavi per aprirla. Stava pensando di raggiungere Varengo che era a due passi quando sentì il rumore di un mezzo che saliva su dal sentiero: un fuoristrada, arrancava tra i sassi e il terriccio alzando nuvole di polvere. Lorenzo ebbe un tuffo al cuore, in sé ancora sperava di vedere arrivare gli amici con la sua amata Francesca che si sbellicavano dalle risa, invece - Salve! bisogno d’aiuto amico? - gli chiese dal finestrino abbassato un guardiacaccia osservandolo dalla testa ai piedi. - Non faccia caso al mio abbigliamento signore! - gli disse Lorenzo come per scusarsi - Stiamo scattando fotografie per una rivista storica, ci interessano i 69


ruderi del castello. Il mio collega è laggiù, oltre la collina, che esegue delle riprese L’uomo lo guardò sorridendo bevendosi la bugia, poi, scrutandolo interessato all’abbigliamento che Giovanni sfoggiava disse - Certo che con questo caldo insopportabile non so come fa a stare vestito con quegli abiti - Beh, fatte le foto me ne libererò subito! - esclamò Lorenzo con un sorriso forzato, poi, avvicinandosi al finestrino chiese - Mi scusi signore, non avrebbe per caso una penna da lasciarmi? dovrei prendere appunti e l’ho dimenticata nella mia auto giù a valle - Ah sì, l’ho vista parcheggiata - rispose il guardiacaccia rovistando nel cassettino sotto il cruscotto - Ecco qua la penna, giovanotto, la tenga pure! - E’ molto gentile! - lo ringraziò Lorenzo. - Si figuri! ma, se mi dice il nome della rivista me la compro! quando pensa ci sia il servizio che state facendo? - gli domandò interessato il guardiacaccia osservando il bellissimo pugnale che gli pendeva dal cinturone. - Vita medioevale, il prossimo numero di settembre - gli rispose, buttando un nome a caso senza sapere se esisteva o meno una testata simile. Poi, Giovanni, provò a chiedere ancora - Per favore abbia pazienza, mi dica anche l’ora perché non ho l’orologio L’uomo osservò il quadrante dell’orologio - Sono esattamente le quindici e quaranta! La risposta lo raggelò. Come poteva essersi fermato il tempo? come poteva aver vissuto tutto ciò che la pergamena gli descriveva? passò un lungo attimo di silenzio, poi, il guardiacaccia, lo richiamò alla realtà accelerando il suo mezzo sul sentiero scosceso e allungando il braccio fuori dal finestrino in cenno di saluto, lasciando Giovanni sconcertato in mezzo alla via polverosa sotto il sole cocente. Si riebbe lentamente, incredulo per tutto quello che gli stava succedendo, ma si fece coraggio, distese il foglio di pergamena su di un masso vicino e iniziò a scrivere. Scrisse dati che gli sarebbero serviti quando si sarebbe ritrovato nel passato: il suo nome, che confermò essere Lorenzo Belviso, che era al corrente di avere smarrito le chiavi dell’automobile, il cellulare, la fotocamera. Di vivere nel duemilasedici e di amare una bella donna di nome Francesca. Scrisse del passaggio spazio temporale generato dal vortice. Informò con parole semplici Giovanni Miroglio che cos’era la fotocamera, scrisse che a batteria scarica non 70


avrebbe più funzionato, scrisse che il cellulare non sarebbe servito a nulla in quel tempo. Scrisse che Lorenzo Belviso sapeva dell’esistenza di Giovanni Miroglio e che le due persone sono un’unica persona. Giovanni capirà, ne era sicuro. Il frinire intenso delle cicale lo richiamarono alla realtà. Si alzò in piedi infilando per bene la pergamena sotto la camicia, pensò che era un peccato non avere altro da portare con sé: magari Francesca, se avesse potuto. Si guardò intorno ancora una volta, guardò i resti del maniero, gli aridi muri abbandonati nel bel mezzo della vegetazione. Cercò l’esatta posizione nella quale si era ritrovato pochi minuti prima, bocconi a terra. Attese con ansia, ed ecco: la folata di vento arrivò, mosse i cespugli e le piante intorno a lui. Sentì freddo, un freddo gelido che annunciava il vortice portando polvere e fumo denso; non sentì più nulla e fu inghiottito nel buio più assoluto.

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ra notte fonda quando Lorenzo si ritrovò steso a terra: doveva aver perso coscienza. La vista gradatamente si era fatta nitida e sopra di lui vide un cielo pieno di stelle. Si mise a sedere a fatica e si sentì toccare sulla schiena, il cuore gli sobbalzò nel petto e si girò di scatto trattenendo un grido - Umberto! - esclamò Lorenzo - Sono tornato! meno male! sai, è tutto come pensavo. Il vortice è una porta spazio-temporale tramite la quale posso tornare indietro e avanti nel tempo. Questa volta però… - si interruppe nel parlare, accorgendosi di ciò che gli stava succedendo - Non so perché ma riesco a ricordare tutto, ho tutto chiaro in testa, Umberto. La pergamena non mi serve più, quindi. So esattamente da dove vengo e come mi chiamo. Visto? lo smemorato Giovanni non esiste più! Lorenzo si rimise in piedi barcollando, aggrappandosi al braccio di Umberto che lo aiutava a rialzarsi. - Dimmi amico mio, che hai visto? raccontami, perché sono tremendamente in ansia! - chiese Lorenzo impaziente: ora non era più da solo ad affrontare la strana situazione, si sentiva incoraggiato dal fatto che accanto a sé aveva un testimone e non si sarebbe più sentito un pazzo. Il giovane stalliere, che si trovava in uno stato di agitazione, iniziò a descrivere con voce tremante ciò che aveva visto - Tutto ad un tratto, Lorenzo, si è alzato un vento strano che proveniva su dalla valle - la voce di Umberto tremava per la forte emozione - Ho visto alzarsi un turbine di polvere che portava con sè foglie e fumo; in un baleno ti ha avvolto nelle sue spire; mi sono spaventato a morte; ti ho visto sparire in una strana nuvola azzurrognola inghiottito nel nulla; dopo che sei sparito il vento si è calmato e il turbine dissolto e tutto è tornato normale, come se nulla fosse successo Il giovane stalliere si fermò per prendere fiato, poi, continuò - Sono passate almeno due ore dalla tua sparizione Lorenzo, tu mi devi spiegare un mucchio di cose. Mi sono nascosto dietro ad una siepe e meno male che è notte fonda, altrimenti avrebbe potuto passare qualcuno Lorenzo lo ascoltava attentamente - Il guardiacaccia! - esordì, guardando Um-

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berto negli occhi. - Il guardiacaccia? chi è ? - chiese lo stalliere increspando la fronte. - Quando mi sono ritrovato dall’altra parte, Umberto, nel mio tempo, voglio dire, ho incontrato un uomo; un uomo che controllava il territorio come Guido fa con i suoi armigeri - Da solo? - chiese Umberto. - Sì, da solo, poi ti spiegherò come fa - rispose Lorenzo, infilando le mani in tasca traendone una penna a sfera - Vedi, Umberto, ho chiesto al guardiacaccia che ora era, e lui, osservando il suo orologio da polso mi ha detto: le quindici e quaranta Il ragazzo delle stalle lo guardava senza capire. - Ah già, scusami, poi ti spiegherò cosa è un orologio. Ho da farti vedere tantissime cose che ti lasceranno sbalordito. Vedi questa che ho in mano? È una penna e serve appunto per scrivere Prese una mano ad Umberto e strofinò su di essa la punta a sfera tracciando una breve riga d’inchiostro blu. Umberto ritrasse la mano spaventato. - No! tranquillo! - Lorenzo estrasse la pergamena da sotto la camicia e scrisse alcune parole a caso. Umberto l’osservò sbalordito. - Ti ho fatto conoscere due cosette al volo, amico mio. Ora, per fare il punto della situazione: ho capito che di qua il tempo passa normalmente mentre nel mio tempo, nel mondo dal quale provengo, il tempo rimane fermo. Io posso restarmene di qua finché ne ho voglia; però... Smise di parlare toccandosi la barba - Qui invecchio, e se ritardo molto a ritornarmene a casa si noterà la differenza. Francesca questo lo noterà subito - Francesca della pergamena che hai nella borsa, intendi? - Sì Umberto, proprio lei, la mia fidanzata… la mia donna, ecco, forse capisci meglio se la chiamo così. La donna che non rischia di essere stuprata dal signorotto locale, e che, per combinazione si chiama Francesca come la futura moglie di Edoardo Lorenzo si fermò a pensare un poco, poi riprese - Devi sapere Umberto che nella mia epoca, nel futuro nel quale vivo - Che stai dicendo, Lorenzo, non ti capisco! - lo interruppe Umberto - futuro? che roba è ? - Adesso è il presente, Umberto, quello che verrà è il futuro - il ragazzo cerca73


va di seguire la logica del discorso. - Io, Umberto, vengo dal futuro. So che per te è difficile da capire, ma sei intelligente e usando parole semplici capirai. Seicentosessanta anni separano il tuo mondo dal mio, Umberto, e in questo lasso di tempo il progresso è andato avanti, un po' adagio e un po’ riprendendosi. L’uomo ha fatto tantissime scoperte. Capisco che quello che ti sto dicendo ti spaventa, ma del resto spaventa pure me, anzi, mi terrorizza. Ma non parliamo di questo, lo faremo al più presto, te lo prometto. Volevo dirti alcune cose importantissime che non so neppure io da quali cominciare Lorenzo si fermò a pensare. Umberto attendeva, impaziente, con bocca e occhi spalancati; ogni tanto deglutiva e sembrava volesse inghiottire qualcosa. - Io e la mia Francesca... - iniziò a dire Lorenzo - non siamo ancora sposati ma spero lo faremo presto - smise di parlare avendo capito di aver detto un’idiozia. - Presto! - esclamò sorridendo alla battuta. - Scusa, Umberto, se va bene lo faremo tra seicentosessanta anni. Comunque, ora siamo fidanzati, così si dice da noi. In ogni caso, ecco, brevemente: siamo tutti e due appassionati di storia e quindi possediamo moltissimi libri sull’argomento. Tra questi volumi ne abbiamo due che parlano della storia del luogo, questo luogo intendo Il giovane lo osservava silenzioso e attento. - Una storia, descritta su uno dei due libri racconta il fatto della ragazza stuprata dal signorotto locale. Il fatto successe realmente qui a Varengo, così narra il libro: dice che il signore del posto, da subito, permettesse il transito sulle sue terre del corteo che scortava la futura sposa, giurando che non si sarebbe avvalso del diritto di giacere con quest’ultima prima di suo marito. Ciò allora si definiva: lo ius primae noctis. Il signore invece non mantenne il giuramento e fece rapire la sposina facendosela portare sul suo letto. Subito, sembrava che il povero sposino avesse messo il cuore in pace sorvolando sull’accaduto, invece, dentro di sè covava la vendetta che lo rodeva. Finì che di notte, lo sposo, che era di Moncestino, mentre tutti banchettavano e festeggiavano le nozze, mandò un gruppo di contadini del posto ad appiccare il fuoco al castello per vendicarsi dell’affronto subito. Dice la storia che tra gli invitati ci fosse pure il signorotto spergiuro, che osservò inerme lo spettacolo del suo maniero che bruciava 74


Umberto sgranò gli occhi - Quindi quello che ho udito nelle stalle è esattamente quello che succederà? - chiese il ragazzo spaventato. - Beh! Umberto, almeno così dice il libro e noi due dobbiamo impedirlo. Sempre che si possa cambiare la storia! - affermò Lorenzo. - Hai sentito bene Umberto, la storia lo conferma e il grido di aiuto che mi è arrivato dal sogno non voglio passi inascoltato. Sembra che io sia qua per fare in modo che ciò non succeda, e quindi, tu mi aiuterai. Sarà pure un caso, ma il fatto che la sposa di Edoardo si chiami Francesca mi stimola ad aiutarla ancora di più Lorenzo guardò Umberto, gli appoggiò una mano sulla spalla: -Andremo fino in fondo, assieme, vero amico mio? - Puoi esserne certo, ormai ci sono dentro! - lo rassicurò il ragazzo osservando il maniero e rattristandosi. - Questo castello, secondo il tuo libro, dovrebbe bruciare? - chiese, tornando ad osservare Lorenzo negli occhi. - Secondo la storia sì, ma noi due dovremo trovare il modo che ciò non avvenga impedendo che il conte metta le mani su Francesca Tacquero pensosi e rabbuiati. In lontananza pervenne l’abbaiare di un cane. Rimasero in silenzio per un po’, poi, dopo un lungo sospiro il giovane stalliere si riprese - Beh! Giovanni, ora ti chiamerò di nuovo così, sarà meglio che ritorniamo al castello, avremo tempo per mettere in chiaro questo mistero durante il viaggio che inizieremo domani, spero che il ponte levatoio sia ancora abbassato se no dovremo passare la notte all’aperto e sarebbe un guaio - Senti Umberto, non devi parlare con nessuno di questa storia, va bene? Dobbiamo fare come se nulla fosse successo. Ok? Il ragazzo lo guardò interrogativamente: - Ok? - domandò. - Oh, scusami Umberto, da noi ok significa va bene! - Ah! - esclamò il giovane - Ok! ho capito! - disse sorridendo. Erano abituati al buio e videro benissimo il sentiero che li riportava al castello, anche la luna, ora libera dalla foschia li aiutò nel breve percorso. Il ponte levatoio venne loro incontro illuminato dalle torce contornate da falene e da miriadi di piccoli insetti. Un armigero di guardia li vide arrivare e andò loro incontro imponendogli di fermarsi - Alt! devo riconoscervi, portatevi vicino alla luce! Ordinò il soldato imperiosamente abbassando la picca in segno di offesa. - Sono Giovanni, il tuo signore e lo stalliere Umberto 75


- Oh! Certo, mi scusi messer Giovanni, ho appena dato il cambio alla guardia la quale mi ha avvisato della vostra uscita - Il turno è di due ore, vero? - chiese Giovanni. - Sì, signore, due ore I due amici si guardarono senza parlare. - Buonanotte! - salutò Giovanni senza aggiungere altro e si incamminò con Umberto ognuno verso la propria abitazione.

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artolo Demichelis, si chiamava, detto il Faina. Da diversi anni si aggirava per il bosco di Trino in lungo e in largo con un gruppo di sbandati. Nessuno, ancora, era riuscito a catturarlo, anche se, diverse spedizioni furono organizzate per dargli la caccia. Da Trino ed altri paesi limitrofi vennero inviati nella foresta diversi gruppi armati al solo scopo di eliminare la pericolosa banda di masnadieri, che faceva come gli pareva, tanto, dalla sua parte aveva la foresta che la preservava dai pericoli; non si sa come, ma il Demichelis riuscì sempre a farla franca, guadagnandosi il soprannome di Faina. Appena percepiva un pericolo, Bartolo e la sua banda, si inoltrava tra gli alberi e la fitta vegetazione facendo perdere le tracce. Aveva una grande passione: rapinare i viandanti e catturare i ricchi che osavano passare dalle sue parti, per poi chiederne il riscatto. Ci fu un periodo nel quale sembrava avesse messo un po’ di giudizio lavorando instancabilmente alla rocca di Verrua, quando, il Vescovo di Casale Monferrato ne finanziò la fortificazione. Fu in quel luogo che conobbe uno ad uno i componenti della sua futura banda: gente della sua risma, soggetti da osteria, ladruncoli da quattro soldi, avventurieri senza scrupoli. Fu a Verrua che si procurò la cicatrice che gli deturpava il volto dallo zigomo destro alla base del mento: un litigio tra manovali ubriachi, si intromise, e ne uscì con il viso sanguinante e l’allontanamento dal luogo di lavoro. Se ne andò bestemmiando, ma portò con sè un gruppo di canaglie dando vita alla famigerata banda. Da quel giorno fecero della foresta la loro casa cambiando spesso la loro posizione per non essere individuati; ponendo vedette sugli alberi a ridosso delle vie più frequentate e comunicando tra loro con segnali luminosi. Restavano in attesa, osservando le vie di comunicazione che attraversavano la zona boschiva dalla riva sinistra del Po fino al limitare dell’abbazia di Lucedio, il Demichelis all’abbazia non si avvicinava più di tanto perché, nonostante tutto, era un timorato di Dio. La banda era composta da una ventina di uomini. Si erano addestrati bene all’uso delle armi da lancio: balestre e archi, affinché non ci fosse il contatto ravvicinato con il nemico. Bartolo era di statura media, un po’ tarchia-

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to, con un tic all’occhio destro che marcava ancora di più la cicatrice sulla guancia. Aveva la voce baritonale e cantava abbastanza bene, cosa che faceva spesso: usava canticchiare una vecchia canzoncina imparata da bambino, una litania che ripeteva spesso facendola precedere ai momenti di collera; chi lo conosceva bene sapeva che, appena intonava la canzone, era meglio stargli alla larga per evitare guai. Bartolo Demichelis pensava spesso tra sé che prima o poi la sua avventura rocambolesca sarebbe finita, qualcuno l’avrebbe acciuffato e appeso con un cappio al collo. Due anni prima c’era andato vicino quando Pietro Miroglio organizzò una spedizione per eliminarlo. Pietro, aveva fatto approntare un carro speciale dai suoi falegnami e fabbri, un grande carro trainato da quattro cavalli; corazzato con lamine di ferro e con l’interno imbottito di soldati armati di micidiali balestre. Inoltrarsi nella foresta, scoperti, anche se protetti da corazze, sarebbe stato imprudente, quindi, Pietro con l’idea del carro divenne famoso. A Bartolo non sfuggiva nulla, anche se viveva nel bosco era sempre al corrente di tutto: le locande della zona erano frequentate da spie che riportavano, sotto compenso, tutto ciò che sentivano e vedevano. Esisteva una locanda nella contea di Gabiano situata sulla via che portava al guado sul Po, dove le spie del Faina erano di casa. In posizione strategica, la locanda riceveva avventori di tutte le risme da diverse contee: Gabiano, Varengo, Moncestino, e dalla vicina rocca di Verrua dove Bartolo era ancora conosciuto. Per denaro c’era gente senza scrupoli che avrebbe venduto pure la madre. Grazie alle spie, il Faina, venne a sapere della scorta armata che sarebbe andata incontro ad una nobildonna proveniente da Vercelli: la futura sposa di Edoardo di Moncestino. Quale occasione migliore per rimpinguare le casse vuote. L’unica cosa che lo frenava erano i componenti della scorta: gli uomini di Pietro Miroglio con il loro carro corazzato, sarebbe andato guardingo e con i piedi di piombo. All’alba di quel caldo mattino, Bartolo e la sua banda, si erano accampati non molto lontano dal guado sul Po, in attesa del transito della piccola colonna. Era incerto su come muoversi e iniziò, comunque, con il piazzare alcuni uomini dotati di buona vista sugli alberi, nascosti tra le fronde, ordinando loro di limitarsi solamente ad osservare i movimenti e a riportare notizie. Albeggiava. Il cielo si schiariva ad est annunciando ancora una giornata afosa e canicolare. Un nuovo giorno in quella dimensione, ora che Lorenzo e Umberto sapevano la verità era tutto diverso. 78


Dieci soldati erano allineati in cortile, Alfio aveva provveduto ad armarli e a far loro indossare gli usberghi. Tutti erano armati di spada; altre armi, scudi ed elmi erano custoditi sul carro. Matilde aveva provveduto personalmente alla vestizione di Giovanni, da buona serva quale era, aveva seguito l’avvenimento con l’attenzione di uno scudiero: ciò che indossò Giovanni proveniva tutto dal baule, e in particolare la splendida spada che ora brillava a tratti sotto i raggi del primo sole. Zero, scalpitava impaziente e nitriva a tratti sotto la sua pesante gualdrappa disturbando padre Alfonso che nella vicina cappella celebrava la Messa, anche una tortora, dall’alto della torre più vicina tubava indifferente. Alcune donne, mogli, figlie e altri servi presenti, sommessamente pregavano all’ombra sul sagrato. Pietro era a fianco di Giovanni, assorto in chissà quali pensieri, era ritto in piedi e in altezza superava il giovane di una testa. Dal fondo della cappella pervenne agli astanti la flebile voce di padre Alfonso che dava termine alla breve funzione. - Benedicat vos omnipotens Deus… Tutti si inginocchiarono facendo il segno della croce e qualcosa tintinnò, forse un’arma contro qualcosa di metallico. - Bene! - esclamò Pietro rompendo il silenzio dominando su tutti i presenti con la sua mole - che Dio vi protegga nel viaggio. Il sergente Fosco sa il fatto suo e vi riporterà tutti a casa sani e salvi. Ho promesso ad Enrico che scorteremo la futura sposa di suo figlio al di qua del Po, proteggendola da ogni pericolo e so che voi lo farete ad ogni condizione Giovanni e Umberto si guardarono negli occhi alzando le sopracciglia. - Ricordatevi che il castello in vostra assenza rimarrà con metà delle sue forze e quindi quasi del tutto sguarnito, pertanto, prima tornerete e meglio sarà Osservò attentamente tutti i suoi uomini schierati nel cortile poi, con la sua voce baritonale tuonò: - Andate! e che Dio sia con voi! Il sergente guardò il suo piccolo esercito e gridò per farsi sentire: - I cinque fanti salgano sul carro, i cavalieri in sella! I soldati eseguirono lesti gli ordini e in breve la colonna fu pronta ad iniziare il suo viaggio. - Hai visto per caso Astore svolazzare da queste parti? - chiese Giovanni ad Umberto, mentre poneva il piede sulla staffa e saliva in groppa a Zero. - No! non l’ho visto, perché? - Perché sarei felice se ci seguisse, due occhi dall’alto vedono orizzonti più 79


ampi dei nostri - Stai tranquillo che sa lui cosa deve fare, sicuramente ci ha preceduto e già ci controlla. Ne sono sicuro - ribadì lo stalliere osservando il cielo offuscato dall’afa. - A proposito! - Chiese Umberto abbassando la voce - Hai messo la borsa dei misteri sul carro? Giovanni lo guardò sorridendo accennando un sì con il capo. Fosco, il sergente, avanzò impettito con il suo cavallo al passo, era già sudato, grosse gocce di sudore gli colavano giù dalla fronte, alzò la mano sinistra e gridò girandosi sulla sella per osservare meglio il piccolo drappello - Colonna!... avantiiiii! La piccola colonna si mosse lentamente, una ruota del carro si lamentò cigolando per la lunga inattività e si avviarono così verso la porta carraia, uscendo dal castello lungo la strada in discesa che li avrebbe portati giù nella valle. La strada era la stessa che Giovanni aveva percorso con Umberto qualche ora prima: il sentiero dove si manifestava il vortice dal quale, ora, si guardarono bene di tenersi alla larga. Il carro avanzava lentamente, era dotato di un freno che agiva sulle ruote posteriori che veniva usato per affrontare le strade in discesa, era azionato dal conducente a cassetta; senza questo importante dispositivo il carro avrebbe travolto i cavalli al tiro causando una strage. Le paratie laterali, rivestite di lamine di ferro, erano alzate affinché chi stava all’interno potesse godere dell’aria esterna, che quel giorno era già calda considerando l’orario mattutino. Procedevano lenti parlando fra di loro del più e del meno. Il sergente apriva il drappello e concedeva il rilassamento alla truppa, c’era già il caldo che opprimeva, e tanto bastava. La disciplina, l’avrebbe applicata a tempo opportuno, pensava tra sé. Era il bosco, con le sue insidie, quello che lo preoccupava di più, ma non disse mai nulla per non preoccupare anzitempo i suoi soldati. Gli venne in mente il momento in cui due anni prima per poco non catturava quel balordo di Bartolo: andò male, e ne uscì con un pugno di mosche e la frattura di una costola che in certi momenti gli doleva, e questi erano i momenti giusti, vista la cappa di umidità che regnava da giorni sulla zona. - Caldo! eh? ragazzi? - disse, tergendosi la fronte dal sudore con la manica di tela grezza e smettendo di pensare al Faina e ai suoi sporchi banditi. - Pensate a come sarà tra qualche ora, a mezzogiorno, queste cotte di ferro 80


non sono certo un refrigerio. Sappiate però, che potrebbero servire quando saremo nel bosco, quindi, teniamocele e soffriamo Il refrigerio lo regalava di tanto in tanto qualche quercia che con la sua provvidenziale ombra impediva ai raggi del sole di infrangersi sulle corazze. Ogni tanto, tra il tamburellare degli zoccoli e il cigolio del carro, partiva, nonostante tutto, qualche risata: il morale era alto tra gli armigeri, finalmente si usciva dalle mura di quel castello interrompendo la monotonia dei lunghi giorni estivi. Si procedeva lentamente, ogni tanto qualche cavallo nitriva e dagli alberi vicini, alcune cornacchie rispondevano, felici di veder soffrire dei cristiani sotto i raggi cocenti del sole. Umberto richiamò l’attenzione di Fosco - Sergente! tra poco arriveremo alla fonte di Diana, sarebbe meglio che ci fermassimo un momento, dopo non ci sarà più nemmeno una fontanella a pagarla monete d’oro - Oh! certamente ragazzo mio, sicuro che ci fermeremo, sarà impossibile non sentirne il richiamo con questo caldo maledetto! E fu così che tra gli alberi, da una parete in tufo, una sorgente d’acqua cristallina apparve zampillante. Le sue fresche acque allegramente si gettavano in un fosso sottostante, attirando come le sirene di Ulisse, da chissà quanto tempo, i viandanti che gli transitavano accanto. Si fermarono e si rinfrescarono; quell’acqua era miracolosa e per alcuni attimi fece loro dimenticare la canicola. Qualche battuta, qualche risata e via, sotto il sole implacabile, indifferenti ad aver disturbato una coppia di cervi che si avvicinava per abbeverarsi. Arrivarono in pianura e l’andatura aumentò, i quattro palafreni abituati al tiro pesante muovevano il carro senza il minimo sforzo; ora il sentiero era diventato strada permettendo di avanzare veloci. Una squadra di servi si occupava già da anni al mantenimento della via, che oltre a portare alle varie contee portava diritta verso il guado sul Po. - Bella la nostra terra! vero Giovanni? - disse Umberto con i capelli che svolazzavano a un venticello miracoloso che proveniva su dalla valle e che per qualche attimo infuse negli uomini una gradevole frescura. Giovanni non sentì la domanda: era assorto nei suoi pensieri. Si lasciava andare seguendo il passo del suo cavallo e la mente era lontana. Si guardò attorno e si accorse quasi per caso che stavano transitando nel luogo dove aveva l’auto parcheggiata. Il luogo non era cambiato molto, a parte ovviamente la strada che nel suo tempo era asfaltata. Misericordia, che storia assurda sto vivendo, 81


pensò. Trasalì, alla seconda domanda di Umberto: - Giovanni? bella la contea! vero? - Eh? … ah! sì, certo! bellissima! - gli rispose Giovanni, ridestandosi per un attimo dal torpore nel quale era caduto, infatti, non durò molto la sua attenzione, dopo poco, altri pensieri lo assalirono nuovamente. Una lepre, spaventata dal rumore della colonna lo riportò alla realtà, la osservò mentre attraversava veloce la strada continuando la sua corsa verso un campo e sparendo in un fosso. - Guardate! in cielo, lassù! sopra le cime degli alberi! Astore! - gridò un armigero che procedeva a cavallo dietro al carro, puntando l’indice verso l’azzurro. - Guardate! è Astore Zero nitrì festoso scodinzolando con la sua lunga coda nera. Il meraviglioso volatile emerse dalla foschia, si tuffò a capofitto e risalì girando intorno formando invisibili cerchi nell’aria cocente. Poi, in un baleno, il rapace saettò quasi a volo radente sfiorando il drappello, per poi innalzarsi sfrecciando verso il cielo. Giovanni ritornato completamente alla realtà, guardò Umberto, ed esclamò esultante - Hai visto? - Che ti avevo detto? - gli rispose Umberto che non era per nulla sorpreso, osservava incantato il falco nelle sue evoluzioni aeree. Tutto procedeva bene, incontrarono dei servi che lavoravano nei campi, un carro trainato da buoi. Un cerbiatto li osservò e fuggì spaventato nel bosco; il cigolio delle ruote, il tamburellare degli zoccoli sul terreno e il tintinnare metallico di qualcosa che sbatteva sopra al carro erano gli unici rumori che rompevano il silenzio in quella campagna verdeggiante e desolata. Implacabili, i raggi del sole li colpivano e dovettero fermarsi più di una volta sotto gli alberi per regalarsi un breve ristoro. - Coraggio! manca poco al Po. Una volta attraversato avremo solo ombra, finalmente! - esclamò il sergente con il volto chiazzato dai morsi delle zanzare. Ogni tanto il carro aveva un sobbalzo, al suolo cominciavano ad apparire i sassi del fiume. Maledicendo gli insetti e bagnandosi con la saliva i rossi bubboni, Fosco esordì - In estate, i servi addetti alle manutenzioni delle strade, vengono a controllare il guado per renderlo attraversabile. In questa zona il letto del fiume ha solo della ghiaia sottile ed è quasi asciutto in questa stagione, a meno che, non fac82


cia qualche temporale. Cosa che quest’anno sembra un miraggio Si passò una mano sulla fronte imperlata di sudore e inveì contro gli eventi climatici - Ma voi, vi ricordate di un altro anno così caldo? io no davvero, neppure una goccia di pioggia, maledetto. Proprio in agosto, doveva farsi mandare la sposina? non poteva aspettare ancora un mesetto quel salame di Edoardo? - Eccolo, laggiù! sergente! - gridò un soldato d’avanguardia indicando un gruppo di cavalieri fermi sotto l’ombra di un tiglio. - Dovrebbe essere Edoardo con i suoi uomini, nomini il diavolo e ne spuntano le corna - sbraitò il sergente. - Eccolo! il nostro sposino! - esclamò Umberto ridendo, guardando Edoardo avvicinarsi al trotto sul suo destriero bardato, - come faremo mai senza di te Edo? Sei proprio sicuro di quello che stai facendo? - Salve! ragazzi, che piacere vedervi. Vi sembrerà strano ma di quella ragazza sono innamorato perso, e voi lo dovreste sapere. Spero solo che sia rimasta bella come quando l’ho conosciuta tempo fa. Aspettavamo tanto questo momento e finalmente, potremo mettere in pratica quello che ci siamo scritti fino a pochi giorni fa - rispose Edoardo tirando le briglia al cavallo che con colpi di coda allontanava sciami di insetti. Giovanni stava accanto ad Umberto e non diceva nulla, mosse solo il capo in un cenno di saluto che Edoardo contraccambiò con un sorriso; pensava a quello che il giovane di Moncestino avrebbe dovuto affrontare di lì a poco. Edoardo era un ragazzo giovane e sveglio, capelli bruni e riccioluti, con grandi occhi scuri, felice di intraprendere il viaggio per riabbracciare la sua donna e condursela a casa per sposarla. Mai l’aveva sfiorata con un dito, neppure baciata se non castamente qualche volta che la sua dama di compagnia si assentava per brevi attimi: ora avrebbe coronato il suo sogno, i loro sogni, e non vedeva l’ora. Il sergente osservava pensieroso dalla riva erbosa il largo guado del fiume che di lì a poco avrebbero affrontato; non c’era molto da scegliere, il percorso era contrassegnato da pali in legno conficcati nel letto del fiume e tinteggiati di rosso. - Edoardo, quelli sono i tuoi uomini? - chiese Fosco, indicando sei cavalieri all’ombra di un albero. - Sì sergente, siamo solo in sei, non disponiamo di tanti uomini. Altri dieci sono rimasti a presidiare il castello 83


- Bene! direi che siamo persino in troppi. Venti uomini per scortare una donna! Mah! al solo vederci il Faina se la dovrebbe dare a gambe levate, se ha sale in zucca quel maledetto trinese - esclamò Fosco scendendo dalla sua cavalcatura e raddrizzandosi poi sulle reni per dar sollievo alla schiena. - Signori! tutti a terra, compresi gli uomini sul carro, dobbiamo alleggerire il mezzo e i cavalli Scesero dai corsieri tra l’erba della sponda; uccelli acquatici si alzarono in volo sfiorando il letto sassoso del fiume, il caldo era insopportabile, come le zanzare che punzecchiavano i volti e le altre parti scoperte del corpo: chi si copriva soffriva il caldo, al contrario ci pensavano i tafani. Quale delle due maniere si scegliesse si sarebbe comunque sofferto. - Avanti piano, gente, gli uomini che erano sul carro si dispongano uno per ogni ruota, controllate bene che le ruote non incontrino grossi sassi o buche profonde. Coraggio! avanti! Il grosso carro avanzò piano tra i ciottoli e la sabbia. Qualcuno spingeva, qualcuno bestemmiava sommessamente quando poneva il piede su di un sasso levigato e reso viscido dai muschi. - Maledizione! - sbraitò un armigero sprofondando in una buca fino alla cintura sollevando una risata generale. - Ridete! ridete, bastardi! che state lì a guardare? datemi una mano ad uscire da qui! - Aroldo! - alzò la voce un soldato vicino, allungandogli la mano - ti invidiamo tutti, ma che ti lamenti? Un po’ di frescura ti farà solo bene! La piccola colonna si avvicinava lentamente alla meta. - Pensavo peggio! - disse Umberto, tenendo le briglie del suo cavallo e camminando con accortezza. Procedevano in fila indiana, due armigeri precedevano il carro indicando all’uomo a cassetta eventuali ostacoli difficili. Attraversarono il letto del fiume senza incidenti, e finalmente, arrivarono sulla riva opposta. In realtà, trovarono più difficoltà a lottare contro gli insetti che a guadare il fiume. Fosco era soddisfatto e si rilassò, ma non durò molto, perché un altro problema lo tormentò - Siamo fuori dalla contea di Gabiano! - disse ad alta voce per farsi udire - adesso dobbiamo stare molto attenti, inizia la zona pericolosa. Il Faina dovrebbe essere da queste parti e quindi, non rilassatevi. Osservatevi attorno, aprendo occhi ed orecchi, attenti ai cespugli e attenti alle cime degli alberi, e speriamo bene! 84


Osservarono l’intricata vegetazione nella quale avrebbero dovuto immergersi, le piante d’alto fusto si protendevano verso il cielo e nel cielo, tra l’azzurro slavato dall’afa, Giovanni scorse Astore che imperterrito li seguiva stridendo e volando in ampi cerchi concentrici. Stava quasi per abbassare lo sguardo, quando notò, tra le foglie di un grande olmo, a molta distanza da loro, qualcosa che luccicava al sole di mezzogiorno. - Sergente! - disse, richiamando l’attenzione di Fosco. - Qualcuno ci sta spiando tra le foglie di quell’olmo, là in fondo, faccia finta di niente. Da dove sono io si nota bene, ecco, in questo momento il riflesso aumenta. Sicuramente un’arma metallica, una spada, un pugnale, un corpetto, o un segnale Fosco si avvicinò a Giovanni e con indifferenza guardò verso il luogo indicatogli. - Non ditemi che il Faina ci ha già adocchiati, accidenti a lui! Si guardarono preoccupati. - Stiamo all’erta! - raccomandò il sergente ponendo d’istinto la mano sull’elsa della spada. - Non penso che per ora possiamo interessarlo. Dovremo stare molto attenti al ritorno, quando avremo la ragazza e tutto il seguito. Del resto, siamo qui per questo. Vero Edoardo? - Parole sante! sergente - esclamò il ragazzo scrutando la zona da dove continuavano a provenire fievoli bagliori. - E se andassimo a vedere? il tempo che quello impiega a scendere dall’albero dovrebbe essere sufficiente per arrivargli addosso! - No, il terreno non lo permette, Edoardo - rispose il sergente indicando la riva del fiume invasa da ostacoli naturali, grossi sassi e tronchi rinsecchiti portati dalla corrente del fiume. - Quello potrebbe anche essere un segnale che avvisa il Faina della nostra presenza. Stiamo all’erta ragazzi, non abbassiamo la guardia Fosco si avvicinò al carro e ordinò all’armiere di turno di consegnare gli elmi e gli scudi. - Indossate gli elmi, so che è antipatico darvi questo ordine, ma fatelo per la vostra incolumità, meglio soffrire un po’ di caldo che essere trapassati da una freccia, e alzate gli scudi, figlioli. E voi, sul carro, tenete le balestre cariche e pronte per ogni evenienza, quel gran figlio di buona donna non lo manderà a 85


dire se intenderà attaccarci, meglio stare in guardia Seguitarono veloci, inoltrandosi nel bosco. Il sentiero era largo e consentiva al carro un’andatura abbastanza confortevole. I cavalieri erano in fila per due e tenevano gli occhi aperti osservando tra le cime degli alberi e i cespugli di rovi: il luogo più probabile in cui si poteva nascondere qualche malintenzionato pronto a tendere un’imboscata. I cavalli avanzavano al passo sul sentiero erboso, le bardature tintinnavano sommandosi ai rumori della fauna del bosco. Giovanni, accarezzava la criniera del suo destriero cercando di rifuggire i pensieri che lo tormentavano. Procedevano cauti come se, da un momento all’altro, avessero dovuto incontrare il demonio. Nessuno fiatava, tutti si tenevano all’erta pronti a rispondere ad un eventuale attacco. Poi, ad un tratto, il bosco tacque di colpo, un urlo echeggiò lontano, tra la folta vegetazione, perdendosi in un’eco sempre più smorzato. Tutti lo sentirono e la colonna si fermò, persino i cavalli si agitarono inquieti e nitrirono. - Avete udito tutti? - si allarmò il sergente agitandosi sulla sella osservandosi intorno. Di riflesso, aveva sguainato la spada. - Chi mai avrà urlato a questo modo? - esclamò, guardandosi attorno con gli occhi sbarrati e i nervi tesi allo spasimo. - Alta la guardia cavalieri! su gli scudi! - gridò Fosco. Erano impauriti, intenti ad osservare il luogo con scudi in alto e la mano sulla spada. I destrieri nitrirono e fu un’impresa trattenerli fermi, i balestrieri sul carro avevano le armi pronte al tiro, i nervi a fior di pelle, udito e vista al massimo del consentito. Passarono attimi di tensione, ogni occhio era puntato sulla vegetazione circostante e sulle cime degli alberi. La storia insegna che persino il più grande esercito, come quello romano, a Teutoburgo, nelle foreste della Germania, non aveva dato il meglio di sé, anzi. E questo il sergente lo sapeva bene avendo provato due anni prima a sfidare la piccola marmaglia di ladruncoli. - Alla prossima radura faremo una tappa per mangiare qualcosa e rilassarci un poco, siamo tutti abbastanza nervosi - esordì il sergente. - Ancora un poco e ci dovrebbe essere uno spiazzo fatto apposta per noi al lato del sentiero; infatti, eccolo! - esclamò Fosco, alzandosi sulle staffe e indicando una radura che si apriva davanti a loro tra la vegetazione. - Gerardo, prenditi cinque uomini e mettili di guardia, non si deve avvicinare 86


nessuno - ordinò ad un subalterno che eseguì l’ordine all’istante. - Non ci fermeremo molto, non ho assolutamente idea del tempo che impiegheremo ad arrivare a Lucedio a questa velocità. Non manca molto comunque Bivaccarono all’ombra di alcuni alberi, tutto intorno era un cinguettare d’uccelli e un gracchiare di corvi. A terra, si vedevano i resti di fuochi spenti di altri bivacchi, cenere e tracce di cavalli. Giovanni si sedette su di un tronco d’albero accanto ad altri soldati, aveva la mente occupata dalla fantastica avventura che stava vivendo, non era di buona compagnia. Vicino a lui Umberto mangiava con avidità un tozzo di pane e formaggio offertogli dall’armigero incaricato alla mensa. Si erano dimenticati dell’urlo che li aveva allarmati e si erano rilassati, liberandosi dagli elmi e godendo dell’aria fresca che gli accarezzava il viso. All’ombra della quercia si asciugarono dal sudore. Giovanni mangiucchiava, quando, d’improvviso, l’amico stalliere trasalì - Guarda Giovanni! hai visito! Astore ha qualcosa nel becco? per tutti i fulmini del cielo, ma che cosa? Urlò Umberto sputando il cibo che stava masticando. Giovanni non fece in tempo a girarsi, sentì un battito d’ali sfiorargli la testa e uno spostamento d’aria che gli fece svolazzare i capelli e quello che vide lo fece sobbalzare e sbarrare gli occhi dal terrore. - Astore! ma che hai nel becco? sei coperto di sangue! che ti è successo perdio? Il falco gli si posò accanto sul tronco d’albero e gli gettò ai piedi ciò che teneva stretto nel becco: un occhio umano avvolto in una poltiglia sanguinolenta. A Giovanni venne voglia di vomitare, le piume sul petto erano lorde di sangue e capì quasi subito quello che aveva combinato Astore: l’uomo sull’albero, non avrebbe più mandato segnali a nessuno. Guardò Umberto, pallido come un cencio e schifato da quell’organo che stava a terra accanto ai suoi piedi e che pareva lo guardasse. Fosco accorse con altri armigeri e rimasero sconvolti dalla visione. - E adesso? Astore ha aizzato le vespe, come reagirà quel bastardo? - disse il sergente allontanando con un bastone quell’organo sanguinolento. - Ha fatto da solo quello che avremmo dovuto fare noi, un bandito in meno! disse Umberto. Giovanni allungò una mano e accarezzò il volatile sfiorandogli le piume del capo con le dita, l’unica parte non sporcata dal sangue della sua vittima. Astore si abbassò accoccolandosi accanto al padrone. 87


- Sai, Giovanni! - disse Umberto abbassando la voce ancora scosso dall’accaduto - Astore è ancora giovane ma ha già eguagliato le gesta del suo predecessore che è raffigurato sul fodero della tua spada Si fermò a parlare guardando se attorno c’era qualcuno che avesse potuto udire ciò che stava dicendo - Non so se ha senso questo discorso, visto che tu ormai hai scoperto chi sei, ma per tua informazione te lo voglio dire lo stesso, anche perché fin quando non avremo trovato il vero Giovanni continuerai ad esserlo tu, quindi devi essere a conoscenza di tutto Smise ancora per poco, poi continuò - L’autore del magnifico intarsio che hai sul fodero della tua spada si chiamava Eusebio, lavorò per tuo zio qualche anno e poi se ne andò in Francia dove se ne persero le tracce. Il coperchio della cassapanca che hai nella tua stanza fu lui a scolpirlo, e quello, tuo padre non lo vide mai Giovanni ascoltava attentamente gettando occhiate a Zero che mangiava la sua biada all’ombra di una grossa robinia. Zero e Astore, due animali che gli erano entrati nel cuore come amici fedelissimi, come avrebbe mai potuto separarsene alla fine della incredibile storia? Gli arrivò da lontano la voce del sergente - Coraggio, uomini, a cavallo, ricomponiamo la colonna e ripartiamo. Ci vorrà qualche tempo prima che il Faina si accorga della perdita di un uomo, sempre che sia uno dei suoi. Dobbiamo raggiungere l’abbazia prima del crepuscolo. Ricomponiamo la colonna, coraggio, diamoci da fare! Il bosco si infittì e il sentiero si restrinse, a stento il grosso carro riusciva a transitare tra gli alberi che costeggiavano il percorso, grosse buche ostacolavano l’avanzare del mezzo mettendo a dura prova gli assi delle ruote e la forza dei quattro palafreni. - Piano, se si rompe una ruota siamo nei guai, non ne abbiamo un’altra di ricambio - urlò l’uomo a cassetta dalla sua garitta corazzata. - Mandiamo avanti qualcuno a controllare se il sentiero è così malandato ancora per molto - disse Fosco. - No sergente! a che servirebbe? - osservò Umberto contrariandolo - Sarebbe meglio che restassimo tutti uniti. Tanto avanti dobbiamo andarci in ogni caso - Si! hai ragione, Umberto. Andiamo avanti piano e stiamo attenti! - rispose il sergente. Astore, nel frattempo, si era alzato in volo, aveva spiegato le ali ed era salito 88


alto nel cielo in un batter di ciglia, ed ora, controllava con la sua vista acuta la foresta verdeggiante sotto di sé. Sembrava che tutto procedesse al meglio, quando, Zero nitrì e si fermò, eseguì un giro su sé stesso e ritornò a nitrire alzando le zampe anteriori come faceva sempre quando annusava il pericolo. Giovanni si aggrappò saldamente all’arcione per non cadere. - C’è qualcosa che lo spaventa, ha annusato un pericolo! - esclamò a voce bassa Umberto, mentre il sergente, che aveva notato il movimento, si avvicinava per controllare ciò che stava accadendo. La freccia era partita fendendo l’aria, andando a conficcandosi sullo scudo di Umberto che, fortunatamente teneva alzato. Si alzarono in volo alcuni corvi che si erano appollaiati sui rami di alcuni alberi vicini. Nello svolgersi di un secondo Giovanni diede di sprone a Zero che partì veloce verso la zona del sottobosco dalla quale era partito il dardo. In un attimo furono addosso all’energumeno, che, non facendo in tempo a caricare la balestra estrasse la spada e lo affrontò; Zero si impennò e nitrì assalendo il tizio che indietreggiò cadendo sulla schiena goffamente, cercò di rialzarsi ma la sua stazza gli impediva i movimenti; Giovanni gli fu addosso in un baleno, sfoderò la sua spada che scintillò cozzando contro la lama del ribaldo che si arrese all’istante. Tre armigeri gli furono immediatamente addosso, immobilizzandolo. - Legatelo! - ordinò Fosco, aveva appena sfoderato la sua spada ed ora la puntava alla gola dell’uomo a terra. - Caricatelo sul carro, il bastardo! lo interrogheremo strada facendo L’energumeno si divincolò, ma una volta legato e caricato sul carro non si mosse più. Alcuni calci lo raggiunsero alle reni e urlò di dolore dibattendosi. - L’avete in consegna voi del carro, non fatevelo scappare. Se appartiene alla banda del Faina ci dirà che cosa ha in mente di fare, quel tagliagole di un trinese Intanto, nel bosco, a qualche centinaio di metri dal drappello, la banda del Faina si era riunita per fare il punto della situazione. - Maledetto imbecille! - imprecò Bartolo, dando un calcio a delle picche appoggiate ad un tronco per sfogarsi dalla rabbia. - Doveva solamente starsene sotto la pianta, a capire quello che gli diceva quel poveraccio del Rosso per poi riferirmi le mosse di Fosco, invece, ha voluto fare l’eroe, quel coglione. Ora si è fatto acciuffare e magari spiffererà tutto al sergente 89


Si erano accampati alle prime luci dell’alba e avevano già perso due uomini: uno caduto dall’albero, dal quale spiava le mosse del piccolo drappello armato, l’altro, fatto prigioniero dallo stesso. Bartolo Demichelis era infuriato come non lo era mai stato - Almeno, avete recuperato il corpo del Rosso? - disse furente, con gli occhi fuori dalle orbite dall’ira. - Sì, Faina! - balbettò un ceffo tarchiato a qualche metro da lui. - Ho visto tutto, Faina - continuò l’uomo balbettando, aveva il volto butterato dal vaiolo che copriva con una lunga barbaccia nera. - Ho visto tutto perché ero a pochi passi da loro; ero appena arrivato quando ho notato il Rosso dibattersi e urlare sopra l’albero dove si era appostato di vedetta. Ho visto un grande uccello che lo artigliava sulla testa, Faina, un uccello spaventoso che lo beccava sugli occhi e il poveretto, che non poteva fare nulla dimenava le braccia urlando, a un certo punto l’ho visto cadere, finendo sul prato ai piedi di Aroldo terrorizzato. Aroldo e il Rosso erano molto amici, subito rimase impietrito ad osservare la scena senza fare nulla, poi è partito di corsa con la balestra carica verso i soldati sul sentiero. Gli ho urlato di non fare cazzate ma non mi ha ascoltato Bartolo lo ascoltava, paonazzo in viso - E’ stato quel falco maledetto che ho già avuto modo di conoscere, e adesso, che facciamo? - esclamò. - Adesso sanno che siamo qui per loro, addio sorpresa. Faremo cilecca come due anni fa, quando sul più bello arrivarono gli sbirri da Trino a dare man forte a Fosco e ai suoi, e noi riuscimmo a fuggire tra i sentieri della foresta inseguiti dal falco che tentava di arpionarci con i suoi artigli. Maledizione, tutto per colpa di quel tonto di Aroldo Bartolo Demichelis salì sul tronco di un albero caduto e richiamò a se la banda di fuorilegge - Ascoltate gentaglia, leviamo le tende senza farci vedere e andiamo ad imboscarci. Ormai sanno della nostra presenza. Agiremo come avevamo pensato di fare, quando saranno sulla via del ritorno; allora avranno con loro la dote della baldracca vercellese. Ceppo, prenditi il Tedesco assieme e seguili nell’ombra, senza farvi vedere dal rapace, riportatemi le mosse che compiono. Non fate gli eroi perché dovreste poi vedervela con me, chiaro? I due compari scattarono sull’attenti e assentirono in silenzio. Detto questo, saltò giù dal tronco con agilità - Date sepoltura al Rosso e andiamocene via da qui, anche se Aroldo darà la nostra posizione, qui non ci troveranno più di sicuro 90


Ceppo e il Tedesco andarono ad inoltrarsi nel profondo del bosco, cercando di intercettare la scorta che intanto procedeva lenta verso la meta.

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ra i cigolii del carro e il tamburellare degli zoccoli sul sentiero la scorta armata procedeva lenta e guardinga, nessuno parlava ma tutti si guardavano intorno, attenti, con gli scudi alti, in difesa. Tutto era tranquillo, intorno si sentiva il cinguettio degli uccelli e il gracchiare di qualche corvo. Il mormorare di un ruscello, che costeggiava in quel punto la strada, richiamò l’attenzione dei soldati che dal caldo, sotto il metallo delle corazze e degli usberghi, davano quasi di testa. - Coraggio ragazzi! penso che tra poco saremo fuori pericolo e potremo liberarci dagli elmi - disse Fosco che si era portato avanti con due uomini in avanguardia, uno dei quali, teneva alto lo stendardo con le insegne dei Miroglio: un artiglio di falco su fondo azzurro, che in quel momento era floscio per mancanza di un provvidenziale alito di vento. - Su! animo! ragazzi, siamo a Montarolo, e quando saremo in cima alla salita si vedrà l’abbazia di Santa Maria di Lucedio. Finalmente siamo fuori dalla foresta! - esultò il sergente per farsi udire da tutti. Infatti arrivati sulla cima il panorama si aprì su di una fertile vallata verdeggiante di risaie. A nord, la corona delle Alpi si estendeva all’orizzonte, e a sud, le colline del Monferrato regalavano la vista dei castelli di Camino e di Gabiano che, tra la folta vegetazione spiccavano con le loro torri maestose. - Facciamo una breve tappa qui, all’ombra di queste ultime piante! - ordinò il sergente che grondava dal sudore - Prima di arrivare a Lucedio voglio interrogare il prigioniero Fermò il suo cavallo accanto al carro e ne discese, legandolo poi ad un anello fissato alla parete di ferro. Si tolse l’elmo, dicendo agli armigeri che facessero lo stesso, in quel luogo allo scoperto ormai non vi era più pericolo. Afferrò le maniglie di salita sul retro del carro e si infilò all’interno di esso, dove, in un angolo, il bandito Aroldo se ne stava sdraiato e legato appoggiato alla parete di legno. Il sergente, estrasse il pugnale e glielo puntò alla gola, facendogli sentire la punta sulla carne

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- Come ti chiami? - gli chiese Fosco, severo, abbassandosi su di un ginocchio per arrivargli all’altezza della faccia. - Mi chiamo Aroldo e mi dispiace di non essere riuscito ad uccidere il vostro cavaliere - rispose armandosi di coraggio il prigioniero. Un calcio lo raggiunse al basso ventre facendolo strillare e raggomitolarsi su sè stesso. - Io invece, se credi di fare il galletto ti infilzo come un pollo allo spiedo, guarda un po'! - gli rispose minaccioso il sergente premendogli il pugnale sulla gola. Una goccia di sangue imbrattò la sudicia camicia che indossava. Gli armigeri sul carro si gustavano il fuori programma e non tenevano più nella pelle incitando il sergente alle maniere forti. - Dimmi, canaglia, che ha in mente di fare il tuo capo e dove intenderà agire? dimmelo se no ti sgozzo quanto è vero che io mi chiamo Fosco - Ti posso solo dire… Fosco, che di preciso non lo so, so solamente che l’intenzione del Faina è quella di assalire la scorta al ritorno, quando avrete con voi la ricca sposina Nel frattempo Edoardo era salito sul carro riuscendo a sentire l’ultima parte del discorso. Si avvicinò al prigioniero, che intanto cominciava ad aver paura, e gli diede un calcio facendolo gridare dal dolore - Mi piacerebbe sapere da chi ricevete tutte queste informazioni, lo sai, tu, brutto schifoso? Non lo lasciò rispondere perché gli rifilò ancora un calcio sul costato facendogli mancare il respiro. - Io non so nulla! - riuscì a farfugliare il losco individuo accartocciandosi su sè stesso e lamentandosi per il dolore - Solo Bartolo sa queste cose perché, periodicamente, si incontra sulla riva del Po con dei tizi che arrivano dalle vostre parti. Hanno il volto coperto da dei cappucci neri e non penso che neppure il Faina sappia chi sono. Li paga, secondo l’importanza delle informazioni che gli rivelano, è la verità, credetemi! - disse tremante, osservando i presenti con volto implorante pietà. - Che ne facciamo, Fosco, di questo imbecille? lo impicchiamo subito? - chiese Edoardo impaziente, serrando i pugni. - No Edoardo, lo portiamo con noi all’abbazia, lo faremo consegnare agli sbirri di Trino che passeranno a controllare il territorio. Penso che abbia detto la verità, lasciamolo alla giustizia Scesero dal carro e si avvicinarono ai cavalli, quando, furono attirati dai nitriti e dal rumore di destrieri al galoppo che si avvicinavano sulla strada polverosa. 93


Erano preceduti da un cavaliere portabandiera con le insegne della signoria viscontea. Le armature scintillanti abbagliavano al sole pomeridiano. Fermarono la corsa davanti a Fosco e i suoi uomini, inseguiti da una nuvola di polvere che in breve si posò. Il portabandiera si mise di lato e il cavaliere che seguiva si avvicinò al sergente sfoggiando un caloroso sorriso - Fosco! quanto tempo è passato? - esclamò il cavaliere calmando il morello sudato. - Ma guarda chi si vede! Sir Lodovico! ne è passata d’acqua sotto i ponti - Mi fa piacere rivederti, Fosco! - esclamò il cavaliere scendendo dal corsiero bianco e abbracciando il sergente che calorosamente ricambiò la stretta. Lodovico si tolse l’elmo e tergendosi il sudore con la manica squadrò per bene il sergente. - Non sei cambiato per niente - osservò Lodovico, più alto di Fosco e con le spalle quadrate da uomo allenato dalle mille imprese, la barba spruzzata di bianco e i lunghi capelli. - Neppure tu, amico mio! - gli rispose il sergente felice di aver ritrovato un vecchio compagno d’arme. - Rammenti, quel febbraio del trentanove alla battaglia di Parabiago? - gli chiese Fosco con il sorriso sulle labbra. - Me la ricordo eccome! come posso dimenticare. Mi salvasti la vita allungandomi una picca quando ero caduto nel fiume, la corazza mi avrebbe portato a fondo e sarei annegato caro Fosco Il sergente lo osservò compiaciuto e dopo un attimo di silenzio disse - Sempre fedele ai Visconti, vedo! - Sempre! ormai sarà così fino alla fine dei miei giorni. Alla nostra età non c’è molto da fare i galletti come un tempo, amico mio. Abbiamo combattuto molte battaglie sotto queste insegne - rispose il cavaliere osservando il vessillo visconteo immobile per la mancanza di vento. Si era creato un assembramento di cavalieri che si presentavano e fraternizzavano tra loro. Già qualcuno confrontava la propria armatura, o la propria arma, con quelle degli armati viscontei. - Edoardo! - esclamò Sir Lodovico notando il giovane accanto a Giovanni e Umberto. - Messer Lodovico, non avrei mai immaginato di vederla, mi fa piacere, dopo tanto tempo - Ormai sei diventato un cavaliere a tutti gli effetti, tuo padre sarà fiero di te, e 94


ancora di più ora che sposerai Francesca una nobildonna Visconti. E’ un bel salto di qualità per il tuo casato - Ne sono fiero, Sir Lodovico, ma sono ancora più felice perché io amo Francesca fin da quando eravamo bambini Sir Lodovico gli pose una mano sulla spalla - Lo so figliolo, ne siamo felici tutti - gli disse sorridendo osservando gli occhi lucidi di Edoardo. Poi, Lodovico, dandosi uno scossone e tornando ad altro argomento aggiunse: - Siamo appena arrivati all’abbazia, ed essendo in anticipo sul previsto, sapendo dei pericoli che nasconde il bosco ho voluto venirvi incontro a sincerarmi della vostra incolumità. Madonna Francesca e le sue dame sono alloggiate nelle stanze della foresteria. L’abate Uberto è una persona squisita, ci ha accolti a braccia aperte e con molte attenzioni, l’unica cosa che si raccomanda è il contegno e che vengano lasciare fuori le armi dal luogo sacro. Per quanto riguarda il posto in cui passare la notte ci ha concesso il permesso di usare una tettoia situata al lato nordest dell’abbazia. Abbiamo fieno per i cavalli e la paglia da usare come giaciglio per noi e i nostri armigeri. Ci staremo tutti abbastanza comodamente - Molto bene! - disse Fosco sorridente. Poi, indicando Giovanni e Umberto li presentò al cavaliere visconteo. - Lodovico, qui abbiamo Giovanni, figlio del conte Pietro Miroglio e il suo fido e inseparabile amico Umberto - i cavalieri si strinsero la mano con vigore. - Bene! Allora! possiamo andare? - disse il sergente rimettendosi l’elmo - Direi di sì! - gli rispose messer Lodovico. Diedero l’ordine ai propri uomini che montarono in sella riprendendo la marcia. Si misero in movimento con la meta ormai prossima che si intravedeva in fondo al rettilineo polveroso. L’abbazia sorgeva tra le risaie, le prime colture che stavano prendendo posto alla rigogliosa vegetazione; in mezzo ai fossi e il gracidare delle rane l’edificio appariva offuscato dall’umidità del meriggio. Grosse libellule volteggiavano a frotte, incuranti della polvere alzata dalla scorta, che ora, sommandosi cavalieri con cavalieri formava un gruppo d’armati di tutto rispetto. Sir Lodovico, affiancato da Fosco, galoppava davanti a tutti, preceduti solamente dai due portabandiera con gli stendardi che ora avevano ripresero a garrire, mostrando le nobili insegne. Giovanni affiancava Umberto, seguiti da Edoardo, impaziente di stringere a sè la sua futura sposina. 95


In breve la colonna arrivò nella vasta spianata di fronte a Santa Maria di Lucedio, dalle cui mura si ergeva, proteso verso il cielo, il grande campanile a pianta ottagonale. L’abate Uberto, un vegliardo con barba e lunghi capelli bianchi, dal volto scarno e sorridente, li aspettava davanti al portale, spalancato per la rara occasione. - La pace sia con voi, fratelli cavalieri, vi attendevo con ansia e pregavo per voi affinché arrivaste qui indenni. Vedo con soddisfazione che tutto è andato bene, è un periodo che quella foresta è piena di pericoli, ringraziando Dio i birri di Trino la tengono sott’occhio ma non possono certo essere presenti in ogni angolo Fosco scese dal suo cavallo e si avvicinò all’abate accennando un inchino - Reverendissimo padre, le porgo i saluti del conte Pietro Miroglio e di padre Alfonso - Come stanno? spero bene! - chiese il frate con un sorriso radioso. - Sì, stanno benissimo, solo qualche acciacco dovuto all’età - rispose il sergente inchinandosi dando la mano destra al frate. Poi continuò dicendo - Padre Alfonso mi ha scritto una breve lettera di presentazione ma vedo che non ce n’è bisogno io, comunque, ve la consegno, ci sono pure i saluti del conte oltre a quelli del suo confratello Il sergente gli porse la pergamena che il frate infilò sotto la tonaca - La leggerò più tardi e me la terrò tra i documenti importanti - A proposito della foresta e della sua pericolosità - disse il sergente divenendo serio di colpo - Sul nostro carro, abbiamo un prigioniero. Un briccone della banda del Faina che vorremmo lasciarvi in custodia fino a quando non arriveranno gli sbirri da Trino. Possiamo lasciarvelo? avete un locale da poterlo tenere sotto chiave? - Certamente, sergente! - rispose il frate - Abbiamo una cella libera, munita di lucchetto. Era di un nostro caro confratello morto alcuni giorni fa. Sarò ben lieto di custodire quest’uomo fino alla consegna ai birri. Domani, se non erro, dovrebbero passare dall’abbazia, come vi dissi, il territorio è controllato assiduamente Poi, non reggendo alla curiosità domandò - Come mai? un prigioniero? quindi è successo qualcosa nell’attraversare la selva? - Sì padre, purtroppo siamo stati assaliti da questo tizio e temiamo molto per la nostra incolumità sulla via del ritorno. Quest’uomo fa parte della banda e non 96


nascondo di essere preoccupato per la nobildonna che scorteremo. Bartolo Demichelis lo conosco troppo bene, non ci farà passare sapendo dell’importanza del bene prezioso che scorteremo Sir Lodovico a poca distanza ascoltava e intervenne quasi subito - Fosco, immaginavo già da quando sono partito che sarebbe successo qualcosa, ti dirò, sono già d’accordo con il mio signore che, nel sentore di pericolo, non saremmo tornati indietro lasciandovi soli ad affrontare questo bandito, considerando madonna Francesca Tutti ascoltavano attentamente e il cavaliere continuò - i vostri uomini, uniti ai nostri venti, formeranno un drappello che farebbe paura a chiunque, considerando il fatto che, con me, senza nulla togliere ai vostri, ci sono il fior fiore della cavalleria viscontea. Tu conosci il loro valore, Fosco Fosco annuì più volte con il capo. - Siamo usciti dal palazzo già preparati, come se dovessimo andare in battaglia, quindi il Faina, se ha un po’ di cervello se ne starà buono nella sua tana. Comunque, signori, dopo cena ne parleremo e prepareremo un piano - soggiunse Sir Lodovico. - Bene, messeri - esclamò l’abate - è l’ora del vespro e tra non molto anche di cena; sarei felice se Sir Lodovico, voi sergente e il figlio del conte Pietro, con il futuro sposo della nobildonna Francesca, partecipaste al nostro umile pasto serale - Sarà un onore per noi, reverendissimo padre - disse Fosco presentandogli i cavalieri e indicandoglieli con la mano - Giovanni Miroglio figlio del conte Pietro, Edoardo figlio di Enrico di Moncestino, il futuro sposo di Francesca L’abate li osservò attentamente con il suo viso bonario - Avevo intuito, lieto di conoscervi messeri. Sistematevi con comodo, sarò lieto di accogliervi disarmati, entro le mura della nostra santa abbazia - Venerabile padre! - disse Edoardo vincendo la timidezza - quando potrò salutare la mia futura sposa Francesca? L’ansia mi crea apprensione - Ti capisco, figliolo, posa le armi e presentati da fra Celestino in foresteria. Digli che ti mando io. Sarà lieto di annunciarti alla sua dama di compagnia - Grazie reverendissimo padre - esclamò eccitato e rosso in viso il giovane Edoardo. - Bene padre, noi allora andiamo a sistemarci sotto la tettoia e poi ci troveremo in refettorio - disse Fosco invitando i suoi cavalieri ad accomiatarsi. 97


- Ah! Dimenticavo, padre, il prigioniero! - esclamò il sergente battendosi una mano sulla fronte - voi due - ordinò a due armigeri a pochi passi da loro - fate scendere il prigioniero e conducetelo dove vi indicherà l’abate - Ci vediamo in refettorio - disse l’abate Uberto allontanandosi oltre il portale con gli armigeri e il bandito in catene. Umberto si prese cura dei cavalli e li condusse per le briglie in un angolo sotto la tettoia assieme a tutti gli altri; tolse loro le selle e li abbeverò, c’era lì, a pochi passi da loro, una fontanella che zampillava un’acqua fresca e cristallina riempiendo un abbeveratoio di pietra. - L’abate ha invitato solo noi tre a cena - disse Giovanni avvicinandosi ad Umberto. - Beh! mi sembra giusto, sei tu il signore, non io. Io sono il tuo servo, il tuo scudiero - Ma quale servo! non dire così, sarai il mio servo agli occhi di tutti ma per me sai bene che non è assolutamente così. Dimentichi che io sono Lorenzo e che abbiamo un compito da risolvere insieme - Non ti preoccupare Lor... Giovanni, tranquillo! ci troveremo dopo cena e parleremo sul da farsi Giovanni lo guardò - ok, va bene! - disse Giovanni sorridendogli. - ok! - rispose il giovane felice di ricordare il senso della locuzione. - Senti! Umberto... - domandò Giovanni - ma tu pensi che il sergente Fosco non sappia nulla sul fatto che dopo il guado ci sarà Guido ad aspettarci per farsi consegnare Francesca? - Non credo, sono sicuro che è allo scuro di tutto, non avrebbe accettato neppure dietro lauto compenso Giovanni lo guardò dubbioso, osservò Zero che si abbeverava e disse - Mi starebbe a cuore vedere Francesca, mi stavo chiedendo che faccia avrà questa ragazza vercellese che mi implora nei miei incubi di aiutarla; e perché mai dentro di me sento questa forza incontrollabile che mi spinge a farlo. Dopo la lettura del mio libro dove descrive quello che accadrà, ho sempre provato pena per questa ragazza e il suo sposo Umberto stava a sentire. - Andiamo un attimo sul carro, abbiamo tempo ancora qualche minuto poi raggiungerò Ludovico e Fosco per la cena Salirono sul carro parcheggiato a pochi passi da loro, il conducente aveva stac98


cato i quattro poderosi cavalli per condurli con gli altri nell’angolo approntato sotto la tettoia. Giovanni prese la borsa dal suo baule e aprì la cerniera che emise uno zip prolungato - Vedi, Umberto, che sistema di chiusura usiamo noi? Lo stalliere alzò le sopracciglia - Mi spiegherai a suo tempo tantissime cose disse avvicinandosi a Giovanni che frugava all’interno del suo zainetto. - Gli oggetti che ho con me qua dentro sono frutto della tecnica che in un lontano futuro agevolerà le genti. Stai attento, questa che vedi si chiama fotocamera ed è quella che hai già visto in camera mia. L’oggetto dal quale abbiamo visto la mia Francesca, hai visto me, e abbiamo capito qualcosa sul vortice Giovanni afferrò l’apparecchio e portandoselo all’occhio inquadrò l’amico e scattò. La fotocamera emise un lampo di luce accecante che abbagliò Umberto facendolo quasi paralizzare dalla paura. - Calma Umberto! non è successo nulla, beh... sì, qualcosa è successo! devi solo guardare qua, sul monitor Il ragazzo si avvicinò ma era quasi accecato dalla forte luce emessa dalla macchina fotografica, una palla nera gli impediva la visuale. - Aspetta un attimo che la tua vista si abitui alla luce naturale Umberto si sentiva in balia del volere di Giovanni. - Fidati di me, non avere paura Umberto, sono tuo amico come lo è Giovanni. Guarda ora! Gli mise il monitor davanti agli occhi in modo che vedesse bene - Sono io, si sono io, come quando mi vedo allo specchio. Ma come hai fatto? - Io non ho fatto nulla, ha fatto tutto questo attrezzo che si chiama fotocamera. Nel mio tempo si usa come un… pittore, sì, un pittore che ti fa un ritratto all’istante. Vedi, con la fotocamera puoi copiare all’istante tutto quello che vuoi. Vedi il tuo elmo appoggiato sullo sgabello? Giovanni puntò l’apparecchio verso l’elmo di Umberto, partì il flash facendolo spaventare ancora un’altra volta. Gli fece rivedere il monitor e lo stalliere fu contento di vedere il suo elmo, bello e lucido sullo sgabello. - Hai visto cosa abbiamo nel futuro, Umberto? Il ragazzo guardò Giovanni e inaspettatamente chiese una cosa che lo sbilanciò - Ma, Giovanni! quello vero. Come faremo a riportarlo a casa? - Bella domanda! come faremo? non lo so Umberto, dobbiamo scoprire prima dov’è finito. Sospetto sia stato rapito dai signori di Camino per scambiarlo 99


con il ragazzo che sta in carcere sotto la torre e… Fu interrotto da una voce allarmata che giungeva dall’esterno del carro - Messer Giovanni! - si sentì chiamare - Abbiamo visto un bagliore dentro al carro, ha bisogno di aiuto? Giovanni si affacciò alla porta del mezzo blindato - No soldato, tranquillo! I raggi del sole devono aver colpito la corazza che stavo facendo vedere al mio scudiero - L’armigero se ne andò scusandosi. Giovanni si avvicinò ad Umberto con un mezzo sorriso, afferrò il braccio del giovane amico stringendolo forte in segno d’affetto, poi continuò - Ascolta, io adesso vado in refettorio con Fosco e gli altri due, ti affido la mia borsa, mi raccomando, magari lasciala ancora nascosta nel mio baule. La verrai a prendere quando ci riuniremo sotto la tettoia per discutere le fasi del rientro. Gli oggetti e la tua testimonianza convalideranno la storia che andremo a raccontare ai nostri amici cavalieri, sperando di non venire accusati di stregoneria Umberto sbiancò. -Aaaah! Umberto, scherzo! per male che vada ti porto con me nel duemilasedici - Ma vai a farti benedire! - esclamò Umberto - ma guarda in quale pasticcio mi hai cacciato! Giovanni se ne andò, e se veramente non fossero stati creduti? no! le prove c’erano, eccome! scese veloce la scaletta del carro e si incamminò verso l’abbazia senza accorgersi che, a pochi metri da lui, appollaiato su di uno steccato, Astore, lo fissava con i suoi grandi occhi magnetici e lo accompagnava con lo sguardo verso il grande portale del sacro edificio. Edoardo si recò nella foresteria, era agitato, il cuore gli martellava nel petto come un maglio. Ormai erano anni che non vedeva più Francesca, ed ora, il momento era arrivato. Erano cresciuti insieme alla corte dei Visconti, a Vercelli, dove suo padre svolgeva il non facile compito di consigliere di sua signoria. Dopo la separazione forzata, i due ragazzi, che si piacevano da sempre, si erano tenuti in contatto con interminabili lettere che si facevano recapitare puntualmente adoperando qualsiasi mezzo a loro disposizione. Edoardo cercò il frate che gli aveva indicato l’abate, e lo trovò, seduto ad un tavolo intento a scrivere su di una pergamena con una penna d’oca. - Frate Celestino? - chiese il ragazzo con la voce spezzata dall’emozione. - Sì, ragazzo, sono io, ti posso aiutare? 100


- L’abate Uberto mi ha detto di chiedere di lei, sono Edoardo, il figlio del conte Enrico di Moncestino. Sono al seguito della scorta che accompagnerà madonna Francesca: sono il suo futuro sposo e ci terrei vederla al più presto, se mi potesse annunciare, le sarei veramente grato Il frate alzò lo sguardo dalla pergamena e sorrise al ragazzo - Ah! bene, il futuro sposo della giovane Visconti, bene. Attendi un attimo che vado ad annunciarti alla sua assistente. Sei arrivato in tempo, siamo al vespro e tra poco sarà ora di cena. La nostra regola ci impone di cenare quando c’è ancora la luce del sole - Grazie padre. Mi basta vederla anche per poco! - farfugliò Edoardo trepidante e sudato con il cuore che martellava. Fra Celestino si alzò e si allontanò a passo lento nel lungo corridoio sparendo nella semioscurità, dalla quale, dopo poco, pervenne un rumore d’uscio che sbatteva e un’eco di voci sommesse. Passi veloci e un fruscio di vesti strascicate si avvicinavano a Edoardo, che molle sulle gambe, attendeva il momento tanto atteso. - Mio caro Edoardo! - esclamò la dama di compagnia a braccia aperte. - Gertrude! Carissima, come sono lieto di rivederla - si abbracciarono affettuosamente al centro della stanza, sotto gli occhi di frate Celestino che nel frattempo era giunto a tergo della grassa assistente. - Fatti vedere, figliolo caro, ma come ti sei fatto bello, alto, assomigli tutto a tuo padre - disse la donna, osservandolo dalla testa ai piedi. - Quanto tempo è passato dall’ultima volta che ci siamo visti? eri ancora un ragazzino quando eri a corte a Vercelli con i tuoi genitori. Tua madre, sta bene? - Sì Gertrude, sta benissimo grazie, ma Francesca dov’è che non tengo più dall’emozione? non vedevo l’ora di arrivare per vederla - esclamò il giovane agitato, guardando sopra le spalle della donna verso il lungo corridoio. - Arriverà subito, ragazzo mio, e resterai incantato per la sua bellezza. Si sta cambiando d’abito per la cena; noi ceneremo in foresteria, non possiamo venire con gli uomini nel refettorio E tenendo le mani del ragazzo tra le sue continuò - Sembra ieri che passeggiavate nei giardini del palazzo e io vi ammiravo da lontano senza essere vista. Sono contenta che il mio signore abbia acconsentito alle nozze, come sono contenta che vi sposerete a Moncestino, fuori dai fasti di palazzo 101


Un’eco di passi e un fruscio di vestiti l’interruppe, richiamando l’attenzione dei due che si girarono verso la giovane ragazza che emergeva dal fondo del corridoio. Un bellissimo abito in broccato azzurro dalla scollatura contenuta e dalle lunghissime maniche che lambivano il pavimento, vestiva un corpo perfettamente modellato; i capelli neri, sciolti, scendevano lunghi sulle spalle coronando un visino delizioso con due magnifici occhi neri. Francesca si diresse senza indugio incontro a Edoardo con un sorriso smagliante che lo lasciarono senza parole, e senza parlare, si strinsero, sotto gli occhi del frate e della serva che li osservavano compiaciuti. - Edoardo! - sussurrò la ragazza, staccandosi dal lungo abbraccio - desideravo da tempo questo momento e finalmente è arrivato - Sì, Francesca, sono giorni che ci penso e sapendo che ti avrei rivista non resistevo più. Sei bellissima, ancor più di quando ci siamo separati tempo fa La ragazza lo guardò in viso e poi lo baciò castamente sulle guance. Frate Celestino intervenne, dando fine all’idillio appena iniziato. - Ora, se mi volete scusare vorrei dirvi di accomodarvi nei rispettivi refettori, è ora di cena. La nostra regola prevede di cenare quando il sole è ancora alto Si inchinò lievemente indicando loro la via delle mense. - A presto! - esclamò Edoardo baciando la mano della sua ragazza. Si sorrisero. - Ormai, ci siamo ritrovati! - gli rispose Francesca, seguendo la sua dama di compagnia verso la foresteria.

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’ora dedicata alla cena passò in fretta e venne compieta, l’ultimo momento di preghiera della giornata. Per i quattro cavalieri fu un mezzo sacrificio, anche se apprezzarono l’ospitalità dell’abate. La cena a base di legumi e formaggi non era certo confrontabile con le opulente cene servite a palazzo ma, giocoforza, dovettero accontentarsi; non era neppure il luogo dove poter discorrere e preparare i piani per il giorno seguente. Si accomiatarono, lasciando l’abate e i confratelli all’incombenza delle ultime preghiere, che per un monaco, significavano anche il ritiro nella sua cella per trascorrere le poche ore notturne. Uscirono dall’abbazia che il sole era ancora alto e rosso a ovest. Il caldo non si era attenuato e il gracidare delle rane accompagnava il tintinnio degli speroni dei quattro cavalieri. Si incamminarono parlottando e ridendo verso il ricovero dove alloggiavano gli uomini del drappello con i loro cavalli. Sir Ludovico e il sergente Fosco trovarono il tempo di ricordare le loro gesta eroiche, nelle battaglie combattute fianco a fianco in gioventù, attirando l’attenzione e l’ammirazione di Giovanni e Edoardo. I soldati, seduti sulla paglia e su tronchi d’albero mangiavano pane e formaggio bevendo il vino del castello dei Miroglio. Si raccontavano storie mentre alcuni giocavano a dadi. - Tutto a posto? - chiese Fosco al suo sottoposto che stava sorseggiando qualcosa da un piccolo contenitore in pelle di capra. - Sì sergente, abbiamo sentinelle a tutti gli angoli del campo quindi possiamo stare tranquilli. Saranno sostituiti al prossimo cambio dai soldati di Sir Ludovico - Perfetto! Il cavaliere visconteo indicò un angolo appartato sotto la tettoia - Andiamo ad accomodarci là in fondo su quei tronchi Si sedettero di fronte su dei ceppi trovati sulla legnaia vicina e ai quattro cavalieri si aggiunse Umberto, il giovane garzone di stalla, nonché scudiero, che con sé portava una strana borsa nera che non passò inosservata. Una leggera brezza si era alzata dalla campagna circostante portando con sé umidità e un

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nugolo di zanzare, le rane, intanto, avevano aumentato il loro gracidare. Lontano, tra il riso ancora verdeggiante, disturbati dalla presenza degli uomini, un gruppo di aironi cenerini si era alzato in volo, scegliendo un punto più lontano e sicuro nelle risaie. - Allora! - cominciò a parlare Fosco rivolgendosi agli astanti - vogliamo decidere come procedere domani? come attraverseremo questo maledetto bosco con quel criminale che ci sta attendendo e che non vede l’ora di appropriarsi del lauto bottino? - Se mi permettete, signori! - disse Giovanni alzando la mano e dando un’occhiata d’intesa ad Umberto - vorrei dire una cosa molto importante: tanto importante da far passare il problema Faina e la sua banda in secondo piano I tre lo guardarono incuriositi. Edoardo smise di farsi vento accentuando l’attenzione a ciò che Giovanni stava per dire. - E cosa ci sarebbe di più importante del Faina in questo momento, Giovanni? - chiese il sergente guardando il giovane dritto negli occhi. - Ecco, Fosco! non è facile e non so da dove cominciare! - Giovanni tacque, si concentrò e chiamò accanto a se Umberto. Il ragazzo si alzò dal suo tronco d’albero e gli si avvicinò stringendo a sé la borsa nera quasi timoroso che gli altri la vedessero. - Per favore, state bene attenti! confido nella vostra comprensione perché quello che andrò a raccontarvi ha dell’incredibile e rischio di essere tacciato di stregoneria. Il nostro giovane Umberto sa già tutto quindi dovrò convincere voi tre, cavalieri: messer Lodovico, sergente Fosco, Edoardo Giovanni li guardò mentre li nominava e li vide seri e attenti, molto preoccupati. Fece un cenno ad Umberto e disse - Apri la borsa e cominciamo a raccontare ai nostri prodi cavalieri questa storia incredibile - Giovanni guardò attentamente i tre uomini ai quali far digerire quella storia impossibile e fantastica. Zero da lontano si agitava, diede due o tre colpi di coda e nitrì, alzando e abbassando la testa. In un punto non molto lontano, Astore, si era adagiato su di un palo conficcato per terra e osservava i cinque cavalieri con i suoi grandi occhi rotondi, pareva volesse udire con le proprie orecchie il racconto straordinario che il suo padrone andava a raccontare.

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eppo e il Tedesco, i due uomini più intelligenti della banda del Faina avevano seguito di nascosto il drappello armato che viaggiava a passo lesto attraverso gli ultimi scampoli di foresta. Dovevano stare all’erta perché erano consapevoli che, sopra le loro teste, aleggiava un pericolo: uno splendido volatile dalla vista acutissima. Gli avesse mai notati, Astore, dall’alto del suo volteggiare, avrebbero potuto recitare, se le sapevano, le loro ultime preghiere. Era recente l’incidente occorso al loro compare: davanti ai loro occhi avevano ancora la maschera di sangue del poveretto caduto dall’alto dell’albero su cui era salito per spiare la piccola colonna armata sulla strada per Lucedio. Il falco, con i suoi aguzzi artigli l’aveva sfigurato fino a renderlo irriconoscibile, un’orbita vuota, l’altra con ancora l’occhio a penzoloni, il resto del volto deturpato dai solchi sanguinolenti lasciati dagli artigli. - Accidenti! Ceppo! - imprecò il Tedesco - non stiamo così all’aperto, quella bestiaccia ci noterà e non torneremo più al campo. Io ho una moglie che mi aspetta - Ancora qualche metro e saremo a portata di vista. Dobbiamo assolutamente portare a casa delle informazioni, il Faina ci massacrerà se andiamo a casa senza notizie utili Un gruppo di aironi cenerini, disturbati dagli intrusi, si alzò in volo con un battito d’ali che parve incredibilmente amplificato dalla suggestione nella quale versavano i due fuorilegge. - Maledetti! Uccelli di merda, che casino piantano su, fermati Ceppo, stiamo giù, per l’amor del cielo che il falco ci vede. Se ci individua siamo perduti, attireremo anche l’attenzione degli armigeri. Perdio! Imprecò disperatamente il Tedesco. Fece qualche passo incespicando in una radice che affiorava dal terreno, poi, sbalordito da ciò che vedeva esclamò quasi gridando - Ma quanti sono? laggiù c’è un esercito intero! oh no, non sono pane per i nostri denti Ceppo, scappiamo via subito e in fretta! - Ma parla piano figlio di buona donna! sssssst... stai zitto! Imprecò Ceppo ponendo l’indice a contatto del suo naso aquilino butterato.

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Strinse gli occhi a fessura per vederci meglio; aveva spostato davanti a sé alcuni rami che gli davano fastidio e con gli occhi di lince che la natura gli aveva regalato vide distintamente sotto la tettoia: soldati dappertutto. Gruppi seduti, intenti a rifocillarsi, altri in piedi che parlottavano. Aveva notato anche la grande quantità di destrieri dei quali alcuni ancora bardati. Il vessillo della cavalleria viscontea sventolava sotto refoli di vento che, per grazia di qualcuno, si era alzato a mitigare l’afa che ristagnava portandosi via nugoli di moscerini. - Si sono congiunti i due drappelli e ci saranno poco meno di trenta uomini, sono troppi per noi. Sono armati fino ai denti, in pieno assetto di guerra. Fanno parte della cavalleria viscontea. Lasciamo perdere e torniamocene a casa, abbiamo visto anche troppo. Io non voglio morire impiccato - Ma quegli uomini, quelli di Vercelli, intendo, accompagneranno pure loro la sposa attraverso il bosco? - provò a domandare sottovoce il Tedesco. - Ne sono sicuro, da come sono bardati io dico di sì. Lo conoscono pure loro il nostro capo e quindi non lasceranno Fosco da solo ad attraversare il bosco gli rispose Ceppo. - E’ meglio che tagliamo l’angolo, siamo stati fin troppo allo scoperto. Il Faina si incazzerà maledettamente per l’occasione persa ma è meglio che ce ne stiamo buoni. Scateneremmo una guerra, sarà per un’altra volta. Abbiamo già gli sbirri di Trino che ci danno la caccia, dai, andiamo! Un po’ strisciando e un poco abbassandosi dietro i cespugli, i due uomini del Faina raggiunsero il bosco. A passo veloce arrivarono ansanti dal Bartolo Demichelis che, sentendo il racconto dei due uomini più furbi della banda, decise di starsene buono e di aspettare prede più alla sua portata. Mai stuzzicare i calabroni, pensò. Levarono le tende, per il momento, scegliendo altri scenari e altre vittime incamminandosi con la sua cricca sulla via dei boschi di Cigliano e Moncrivello.

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e prime ombre della sera calavano ormai sulle vecchie mura dell’antica abbazia. Il sole era tramontato, lasciando in cielo nuvole purpuree che si specchiavano tremolanti sui fossi che costeggiavano le verdi risaie. Tutto intorno era un mondo brulicante di insetti e volatili non ancora sazi di voli e richiami. Lorenzo aveva spiegato ai cavalieri increduli tutti i particolari di quella situazione così strana: ad individui come lui, provenienti da un mondo moderno nel quale il sapere e le scoperte erano all’ordine del giorno sarebbe stato molto facile spiegarle, ma con loro, indietro ancora di settecento anni tutto era assai più complicato. La scoperta dell’America era ancora da venire, per dirne una, Leonardo da Vinci era ancora perso nel nulla. Il materiale che aveva nella borsa e la preziosa testimonianza di Umberto, che da ragazzo intelligente qual era, gli teneva spalla aiutandolo nei momenti di crisi, provavano che ciò che stava raccontando era tutto vero. Almeno, in cuor suo lo sperava. Correva un grosso rischio e ne era consapevole; non voleva di certo coinvolgere il povero Umberto. - Quindi! - aveva detto Sir Lodovico, che fra tutti sembrava il più sveglio e il più istruito - tu non saresti Giovanni ma Lorenzo! Gli occhi del cavaliere visconteo sembravano voler sondare i suoi pensieri. - Sì, messere! - esclamò Lorenzo per l’ennesima volta. - E saresti qua per aiutare nobildonna Francesca a non cadere nel… letto del signorotto Pietro! - Esattamente, messer Lodovico, come vi ho già spiegato poc’anzi. Io non faccio altro che sognare quasi tutte le notti questa povera ragazza che non vedo mai in volto ma di cui sento chiaramente l’invocazione d’aiuto Edoardo era fuori di sé e stentava a trattenere l’ira, era rosso in volto: immaginare la sua Francesca nelle braccia del vecchio Pietro gli faceva torcere le budella. Non riuscì a trattenersi e diede un calcio a una fascina di legna che aveva a portata… di piede, richiamando l’attenzione di alcuni soldati che stazionavano a poca distanza.

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- E saresti arrivato fin qui da noi attraverso un vortice? - continuò Ludovico osservando le facce degli interlocutori che osservavano increduli. Zero, da lontano, raspava a terra con gli zoccoli e sbuffava, agitandosi. - Non fosse che qui abbiamo un valido testimone, veramente correresti il rischio di passare per stregone - continuò Lodovico guardando il magro stalliere pallido come un cencio. - L’ho visto con i miei occhi signore - ammise Umberto quasi tremando - l’ho visto sparire nel vortice avvolto da una luce azzurra e ritornare dopo circa due ore nel punto stesso dove si era posto prima di involarsi… I cavalieri lo ascoltavano in silenzio lanciandosi occhiate. Lorenzo aveva mostrato il materiale che aveva nel suo zainetto: dalla carta d’identità, al cellulare. Aveva spiegato loro il funzionamento degli oggetti e sembrava che, come Umberto quella notte, capissero tutto al volo e accettassero senza ombra di dubbio tutto quello che Lorenzo gli mostrava. - Vedete signori! - spiegò Lorenzo con parole più semplici possibile - questi oggetti, nel mio tempo, sono indispensabili; dovranno passare centinaia di anni prima che vengano inventati… Si fermò di colpo ricordandosi di una cosa. - Ho con me un oggetto che prima avevo dimenticato perché chiuso in una tasca laterale della mia… bisaccia Umberto osservò Lorenzo corrugando la fronte: - Questo non lo avevi visto neppure tu Umberto! - aprì la cerniera della tasca e ne trasse un binocolo. Lo regolò mettendo a fuoco sugli alberi della foresta, regolò la distanza interpupillare cercando di indovinare a caso quella di Sir Lodovico. - Prenda questo oggetto e faccia come ha visto fare a me! se lo ponga davanti agli occhi - disse rivolgendosi al cavaliere vercellese che l’osservava con la massima attenzione - guardi dentro… al binocolo, Lodovico, e lo punti verso quella macchia di alberi là in fondo Sir Ludovico eseguì alla lettera quello che Lorenzo gli aveva detto di fare - Misericordia! - esclamò esterrefatto il cavaliere - gli alberi… sono qua a due passi. Vedo persino un corvo appollaiato tra i rami! Venne tentato quasi di prendere il volatile ponendo la mano libera di fronte alle lenti anteriori. - Guarda Fosco! che meraviglia! - strillò Lodovico allungando l’oggetto al ser108


gente che, dopo aver posto gli occhi alle lenti, a momenti cadeva dallo stupore. - Questo oggetto si chiama binocolo e come capirete da soli serve in tantissime situazioni. Serve per individuare il nemico durante una battaglia, per osservare la selvaggina senza essere visti. E questi sono solo due dei moltissimi esempi di come usarlo I presenti erano allibiti e ammutoliti dallo stupore e si passarono l’oggetto l’uno con l’altro. - Signori, questa noi la chiamiamo tecnologia, non stregoneria. Certo, dovranno passare tantissimi anni, voi non ci sarete più, ma tutto questo un giorno farà parte della vita di tutti i giorni, come del resto la balestra, l’arma che usate oggi nel vostro tempo, la spada, e tutti quegli oggetti che oggi avete anche voi. Tutti oggetti che fanno parte della tecnologia, sono cose inventate dall’uomo, non è stregoneria. Nessun mago in questo tempo immaginerebbe oggetti simili... I tre cavalieri annuirono con il capo, stavano uscendo gradatamente dal disorientamento che li aveva attanagliati: piano piano con l’arringa di Lorenzo erano tornati al reale, erano tornati padroni dei loro sensi restando però muti e pensierosi. Non era per nulla facile accettare gli strani eventi. Non molto lontano da loro, gli armigeri, ignari di quello che succedeva ai loro comandanti continuavano a raccontarsi storie e a giocarsi parte della paga ai dadi. Lorenzo si guardò attorno soddisfatto, era riuscito a convincerli. Anche Umberto finalmente si era rilassato: la paura di essere accusato di collaborare con uno stregone stava scemando. Per Lorenzo però, restava ancora una cosa da fare: mostrare a Edoardo la fotografia della sua Francesca. - Ma questa è la mia Francesca! - esclamò Edoardo vedendo l’immagine che gli sorrideva da quello strano foglio di carta. - Lo immaginavo… me lo sentivo! - disse sgomento Lorenzo. - Questa è la mia ragazza, che guarda caso si chiama pure lei Francesca! ed è simile alla tua - aggiunse Lorenzo rabbrividendo e sentendo la pelle accapponarsi come se una secchiata d’acqua gelida l’investisse lungo la schiena. - Reincarnazione! - esclamò Lorenzo senza esitare vincendo lo sbigottimento. - La tua donna, Edoardo, si reincarnerà nel mio tempo e diventerà… la mia donna 109


- Adesso basta! - urlò Edoardo richiamando l’attenzione di alcuni armigeri - Anche tu ti ci metti? prima Pietro che se la vuole scopare, adesso tu che mi dici che sarà la tua donna in un lontanissimo futuro! mo basta! mi avete rotto le scatole Sir Lodovico e Fosco si guardarono sorridendo sotto i baffi. Lorenzo cercò di calmare Edoardo - Amico mio! - gli disse ponendogli una mano sulla spalla - Io sono qua per la tua Francesca, sono qua per onorare le richieste di aiuto che la ragazza invoca nei miei incubi notturni. Mi chiama per nome. Non ti preoccupare, io la mia ce l’ho e la tua non te la toccherò con un dito. Poi, se si reincarnerà tra settecento anni, che ti interessa, chissà mai tu dove sarai! Io sono tranquillo che ci sarò, reso l’idea? Edoardo gli si avvicinò a pugni chiusi e Lorenzo fu costretto ad indietreggiare. - Calmatevi! ragazzi! - esclamò Fosco separandoli. - Stento a credere! - disse poi il sergente, asciugandosi grosse gocce di sudore che gli scendevano dalla fronte - che il nostro signore voglia violare la donna di Edoardo! - Questo - intervenne Umberto - l’ho sentito dire con le mie orecchie dal nostro signore a Guido senza essere visto. Ero nelle stalle e senza volerlo ho ascoltato tutto; quindi conferma quello che va dicendo Lorenzo - Non glielo permetteremo! - risposero all’unisono i cavalieri alzandosi in piedi. - Fosco! - disse Sir Lodovico rivolgendosi al sergente - con la mia cavalleria vi scorterò fino alla riva del Po, poi vedremo, non deve succedere nulla alla ragazza. Del resto, come potrei tornare a Vercelli sapendo di quello che sta per succedere a madonna Francesca. Manderò un messaggero a corte che avvisi il mio signore del nostro ritardato rientro - Bene! amico mio, passeremo anche indenni dal bosco perché non credo che quel ruba galline da quattro soldi abbia il coraggio di fronteggiare la tua cavalleria Rimase un attimo in silenzio, poi soddisfatto aggiunse - Ah!.. come mi sento più tranquillo sapendoti al mio fianco come una volta! - si guardarono sorridendo stringendosi la mano. - Signori! - esclamò Lorenzo richiamando l’attenzione mettendo le mani nella borsa ed estraendone la fotocamera - dobbiamo immortalare questo momento, mettetevi vicini e sorridete! 110


Si guardarono in viso interrogandosi. - Prego! avvicinatevi, fate come se un pittore vi volesse ritrarre… in un baleno! vai anche tu Umberto Appoggiò l’apparecchio su di un tronco vicino, inquadrò il gruppetto e inserì l’autoscatto. Si aggiunse velocemente ai quattro cavalieri e attese il flash che dopo qualche secondo scattò. Un armigero guardò in alto ed esclamò entusiasta - Coraggio ragazzi! mi sa che stasera farà un bel temporale e rinfrescherà un pochino! Lorenzo sorrise, prese la fotocamera e si avvicinò ai quattro cavalieri tenendo il monitor in bella vista. Si guardarono in volto esterrefatti e impossibilitati a parlare tale era lo stupore. Mai visto cosa simile: sul monitor luminoso era apparsa come per incanto l’immagine del gruppo. - Questa si chiama fotografia, praticamente un dipinto fatto al volo. Ve ne farò avere una copia a testa Si ripresero dallo stupore uno per volta, il primo a farlo fu Sir Lodovico - Sei fortunato che hai tutti questi marchingegni e la testimonianza del tuo scudiero, altrimenti mi sentirei obbligato ad arrestarti mio caro Lorenzo! - disse il cavaliere sorridendo, dimostrando di scherzare dandogli una pacca sulla spalla. - A corte a Vercelli, abbiamo una biblioteca immensa di libri di valore inestimabile nella quale trascorro molto tempo ad istruirmi. Hai trovato facile convincermi sulla verità del tuo racconto. Ho letto molto sulla reincarnazione anche se tutti i libri che trattano l’argomento sono in latino. Sai, figliolo, quasi quasi ci credo pure io Il cavaliere visconteo guardò Fosco che con il capo confermava quello che diceva. Aveva vissuto molti anni alla corte dei Visconti e pure lui faceva molto uso della biblioteca. Vi fu un lungo silenzio interrotto a tratti dal parlottare dei soldati e dai nitriti di qualche cavallo. Lorenzo lo interruppe - Se mi permettete! - esclamò richiamando l’attenzione dei quattro uomini - Io consiglierei di non dire nulla a nessuno e di procedere come se nulla fosse successo. Se sir Ludovico, con i suoi cavalieri, ci scorterà fino alla riva del Po, chiunque abbia mandato Pietro ad attenderci oltre il guado starà ben accorto prima di intralciarci il cammino con richieste demenziali. Penso proprio che vedendo gli stendardi dei Visconti nessuno oserà avvicinarsi alla scorta, neppure quel gaglioffo del Faina Si trovarono tutti d’accordo e si strinsero la mano. 111


- Troviamoci un posto per dormire amici miei! - disse Fosco soddisfatto e tranquillizzato dal fatto che non sarebbero stati soli sulla via del ritorno. - L’alba farà presto a spuntare! E l’alba arrivò, ad est il cielo cominciava a schiarire portandosi via gli ultimi scampoli di una notte sempre più calda e afosa, il luogo stesso, contornato da rogge e acquitrini ancora da bonificare era il regno di un’aria stagnante e quasi irrespirabile. Le zanzare danzavano felici dannando l’anima ai cavalieri che, anche se indomiti, nulla potevano contro di esse se non osare sfidarle auto flagellandosi con sonori schiaffoni. - Fosco! - chiamò sir Lodovico ancora assonnato: si era addormentato tardi, non tanto per combattere contro gli immondi insetti quanto per studiare l’ordine di marcia che avrebbe assunto la colonna per portarsi fuori dal bosco. Il Faina avrebbe potuto attaccarli in ogni momento visto la copertura della vegetazione e allora si doveva escogitare un piano per uscirne indenni e portare a compimento l’incarico affidatogli dal suo signore che di lui si fidava ciecamente. - Vedo che hai il tuo daffare con questi insetti, scommetto che preferiresti affrontare un uomo in singolar tenzone, vero? - Dici bene Lodovico, se non altro lo guarderei negli occhi. Questi ti prendono a tradimento, un succhiotto e via, maledette zanzare! Il cavaliere lo guardò sorridendo, poi, rivolgendosi ad un sergente del suo drappello diede l’ordine che mezz’ora dopo i soldati si radunassero sulla spianata antistante l’abbazia in pieno assetto di guerra. In via eccezionale tutti gli uomini dovevano indossare l’armatura, l’attraversamento della foresta non sarebbe stato come andare in battaglia, ma molto pericoloso per via delle probabili imboscate. Il drappello di Fosco aveva provveduto già all’andata, procurando ai suoi ragazzi non pochi fastidi dovuti al caldo che opprimeva la zona in quei giorni. - Edoardo - chiamò ad alta voce Lodovico - vai in foresteria e avvisa il monaco di turno che tra un’ora la scorta sarà pronta a partire. Che Nobildonna Francesca e il suo seguito siano pronte all’esterno dell’edificio - Sì messere, corro! - rispose il ragazzo incamminandosi spedito verso l’abbazia raggiante e felice, contento di sapere che avrebbe rivisto la sua donna. Poco lontano, Lorenzo e Umberto, raccattavano le loro cose e iniziavano a bardare i cavalli, Zero, accanto ad un cumulo di foraggio mangiava tranquillamen112


te. Astore, invece, mancava all’appello, ma già si sapeva che come di consueto lui passava le notti in volo a cercare le sue prede. Tutto intorno era un gran daffare: soldati, che a vicenda si aiutavano a indossare scintillanti armature che a tratti brillavano sotto i primi raggi del sole che filtravano, ancora deboli, tra le fronde degli alberi vicini, altri, che recuperavano le spade e gli scudi presso un solerte armiere dalla lunga barba e i capelli brizzolati. I vessilli, sui loro supporti, erano immoti, nessun refolo di vento li muoveva, celando tra le pieghe le insegne degli illustri casati. - Rifornitevi d’acqua, pure oggi il caldo non scherza e ne avremo bisogno lungo il cammino - ordinò con voce squillante Fosco ai suoi uomini subito imitati dagli armigeri viscontei. Vennero riempiti tutti i recipienti possibili sacrificando alcuni litri di vino che finirono in una botticella del frate cellarius, che fu ben contento di riceverli. Furono bardati i palafreni che avrebbero dovuto tirare il pesante carro corazzato e quindi condotti docilmente davanti al mezzo e attaccati ai finimenti; il più focoso nitrì scalpitando, ma fu subito calmato dal conducente. - Portate il carro davanti alla foresteria - ordinò sir Ludovico in sella al suo fedele baio - faremo salire le nobildonne! Fosco lo guardò interrogandosi e subito capì che era un’ottima idea: a bordo del carro corazzato le donne sarebbero state al sicuro da eventuali attacchi dei banditi del Faina. Lorenzo e l’amico stalliere, si apprestavano a dar man forte ad alcuni soldati per fare posto nei carri, trasbordare gli oggetti delle dame dal comodo carro da viaggio, al rigido, ma più sicuro, carro rinforzato da pesanti lamine di ferro. - Mi perdoneranno le nobildonne, spero! - disse sir Lodovico mentre il suo scudiero gli serrava le cinghie dell’armatura - arriveranno con le terga indolenzite ma saranno al sicuro I due cavalli anteriori si agitarono e nitrirono al secco comando del conducente che fece schioccare la frusta, il pesante carro si mosse, raggiungendo lentamente l’entrata della foresteria. All’interno di esso vi erano ancora Umberto e Lorenzo che finivano di sistemare alcuni bauli con l’intento di aumentare lo spazio per Francesca e il suo seguito. Il mezzo si fermò e Lorenzo fu il primo a porre il piede sul predellino per scendere e, con il carro, si fermò pure il suo cuore, rimanendo folgorato alla vista della ragazza che tale e quale alla sua Francesca lo stava osservando 113


arrossendo. A Edoardo che seguiva poco lontano la scena gli si spense il sorriso e rimase muto ad osservare, del resto se lo aspettava, essendo a conoscenza dei fatti. Riuscì a vincere l’attimo di smarrimento e si avvicinò alla sua donna presentandogli gli amici che nel frattempo erano scesi dal mezzo - Francesca, ti presento Giov… Lorenzo e Umberto, miei amici fino da bambini. Sono un po' mattacchioni quindi non fare caso se dovessero lanciare battute, sono abituati a linguaggi libertini quando si trovano di fronte a delle belle donne I due ragazzi si inchinarono con un lieve movimento, gli occhi di Lorenzo non riuscivano a staccarsi da quelli di Francesca. - Ho la netta sensazione di averla già vista in qualche posto - disse la ragazza corrugando la fronte. - Forse qualche questuante, o qualche mercante giunto a corte a Vercelli! - osservò Edoardo interrompendo l’inizio di un eventuale discorso tra i due. - Di certo è così, non esco mai dal palazzo - disse Francesca distogliendo lo sguardo da Lorenzo attirata dall’arrivo di due cavalli al galoppo. - Il drappello è pronto, possiamo andare! - esclamò il cavaliere visconteo. - Ci siamo accomiatati dagli amici frati e siamo pronti a togliere il disturbo disse trattenendo il cavallo che scalpitava. - Dame, salite sul carro e cercatevi un posto a sedere. Non sarà morbido come quello dell’altro carro ma starete al sicuro mentre attraverseremo il bosco Le donne salirono a bordo del mezzo che poco dopo, con uno scossone, si mise in movimento raggiungendo cigolando la vicina strada dove il drappello, già in colonna, aspettava sotto i raggi del sole che ormai era già alto nel cielo mattutino. - Avanti! - si fece sentire Fosco, alzando la mano con l’indice puntato verso la massa scura della foresta, dove si scorgeva, chiara e diritta, la strada polverosa che vi si inoltrava perdendosi tra gli alberi. Lorenzo aveva regalato il binocolo al sergente, ed ora pendeva al suo collo facendo bella mostra di sè sulle maglie dell’usbergo: un oggetto che contrastava con gli altri e che conferiva al sergente un non so che di importanza. La colonna iniziò a muoversi al passo, due cavalieri tenevano alti gli stendardi con le insegne. Non si muoveva foglia, neppure un lieve spffio di vento. Gli uomini non indossavano ancora gli elmi e gli scudi erano agganciati alla gualdrappa dei corsieri. Le prime gocce di sudore iniziavano ad inumidire la pelle e la polvere della strada come borotalco si depositava su di essa. 114


Iniziarono a salire lentamente, la strada si inerpicava dolce sul pianoro di Montarucco. Il mezzo corazzato cigolava e gli zoccoli dei palafreni tambureggiavano sul tratto in terra battuta, il carro aveva gli sportelli alzati dai quali si intravedevano le teste delle donne sormontate da copricapi con i veli abbassati per ripararsi dalla polvere; parlottavano tra loro, tra non molto gli sportelli sarebbero stati abbassati. Edoardo ne approfittò indirizzando il suo cavallo a lato del carro per dare una sbirciata all’interno, e sorrise, facendo l’occhietto alla sua donna che lo guardò attraverso la trama del velo che nascose alla sua vista un leggero arrossamento del viso. Per non innervosire l’amico Edoardo, Lorenzo, se ne stava da bravo accanto ad Umberto che, a sua volta, era tutto orecchi mentre lo ascoltava che gli raccontava cose del tempo dal quale proveniva. Fu quando arrivarono al culmine della salita che in lontananza si sentì il cupo rombo di un tuono. Alcuni corvi si erano alzati in volo spaventati, battendo le ali rumorosamente e volando verso l’interno del bosco; le rane smisero di gracidare e il canneto di una roggia vicina ondeggiò ad un colpo di vento che improvvisamente si era alzato, la polvere della strada mulinò nell’aria e finalmente gli stendardi mostrarono le loro illustri insegne spiegandosi alla folata improvvisa. - L’avevo detto - osservò l’armigero che la sera prima aveva scorto da lontano il bagliore della luce del flash della macchina fotografica prendendolo per un lampo - che avrebbe fatto temporale! Lorenzo e Umberto si guardarono sorridendo mentre fermavano le loro cavalcature. Osservarono attraverso degli alberi radi verso la montagna che si intravedeva il lontananza: il cielo era nero come la pece e i bagliori dei lampi illuminavano grosse nuvole foriere di una imminente tempesta. - Si mette male! - gridò Lorenzo per farsi udire da tutti mentre Zero sbuffava. - Tra non molto scoppierà un bel temporale, che si fa? Ludovico guardò Fosco, poi, con due colpi di sperone portò il suo cavallo al galoppo avvicinandosi a Lorenzo per osservare con i propri occhi il formarsi del brutto fenomeno atmosferico. - Sì! proprio brutto, e quelle nuvole bianche che si stagliano sul nero sono cariche di grandine. Proprio ora che siamo lontani dall’abbazia Girò il cavallo per tornare sui suoi passi, un altro tuono, più forte del primo, squassò l’aria spaventando i cavalli che nitrirono e si agitarono. Alcuni goccioloni iniziarono a cadere. 115


- Finalmente! - esclamò il sergente - spegnerà questo caldo che da un mese mi fa soffrire! - Beh! - soggiunse Lodovico osservandolo preoccupato - se aspettava ancora un poco non mi sarebbe per nulla dispiaciuto. Qua attorno abbiamo solo alberi, speriamo che qualche fulmine non ci cada sulla testa Si guardò attorno, poi con voce sonante replicò - Inoltriamoci nel bosco che ora si farà più fitto, procediamo in fila indiana e se grandina o diluvia alzate gli scudi e proteggetevi sotto di essi, sono di legno e non dovrebbero attirare i fulmini. Non preoccupatevi dei vostri cavalli, hanno le gualdrappe e non temono la piog… accidenti! - esclamò Lodovico interrompendo la frase spaventato da un grosso chicco di grandine che lo aveva colpito sull’elmo - Per la miseria! - ribatté - Se non avevo l’elmo questo chicco mi avrebbe tramortito! La grandine, mista ad un diluvio di pioggia, si abbatté in pieno sulla colonna e il ruscello che costeggiava la strada in pochi attimi si riempì d’acqua limacciosa. - Il guado, dannazione! - sbraitò Fosco - speriamo che stia diluviando solo da queste parti se no l’acqua del Po salirà e non potremo più passare Le paratie del carro corazzato vennero abbassate e le donne all’interno di esso erano impaurite ma al sicuro. Gli armigeri a cavallo si protessero come potevano alzando gli scudi come consigliato dal veterano Ludovico, che certamente non era la prima volta che si trovava ad affrontare simili situazioni. - Sono bagnato fradicio! - esclamò Fosco. - E non è contento sergente? - gli rispose di rimando un soldato - ha borbottato fino a pochi minuti fa che aveva caldo! Il vento flagellò il drappello alzando una cortina di pioggia impenetrabile che impediva di vedere la colonna di soldati che lo componeva. Il lampo accecante di un fulmine fece chiudere gli occhi agli uomini che si trovavano davanti alla colonna, alcuni di essi si abbassarono d’istinto sotto gli scudi; uno schianto improvviso e un albero d’alto fusto cadde a poca distanza dai primi armigeri appiedati che arretrarono spaventati, qualcuno imprecò. - Ci mancava pure l’albero adesso! ci impedirà di passare, maledizione! - gridò Lodovico che grondava acqua da tutte le parti. - Ce n’è più d’uno messere! - gridò un soldato d’avanguardia, indicando con un dito più avanti sul sentiero che ora era diventato un fiume d’acqua e fango dove gli uomini sprofondavano fino alle caviglie. I tronchi di tre alti alberi erano 116


adagiati di traverso sul sentiero. - Per la miseria, siamo fottuti! - borbottò il sergente - non possiamo neppure aggirarli, da un lato il fosso che ora è in piena e dall’altra parte la fitta vegetazione Edoardo con Lorenzo e Umberto viaggiavano accanto al carro delle donne, la preoccupazione era dipinta sui loro volti. A poca distanza da loro, tra il diluvio di pioggia, si intravedeva la sagoma scura dell’altro carro con alcuni soldati a bordo che avevano preso il posto delle donne. Per ultimo, che ormai non si vedeva più, viaggiava il carro con le salmerie. La colonna si fermò. - Speriamo che il Faina non ne approfitti per attaccarci in questo momento! disse il sergente Fosco a Lodovico che si guardava intorno timoroso che ciò avvenisse. Il bosco era squassato dal vento e la pioggia non cessava di cadere, le cateratte del cielo si erano spalancate. - Il carro delle salmerie! dov’è che non lo vedo? - gridò concitato Lodovico illuminato dal bagliore di un lampo improvviso. Le sue parole si perdevano nel rumore della tempesta - qualcuno vada indietro a vedere dov’è, maledizione, trasporta le accette e altri attrezzi che in questo momento ci servono! Lorenzo e Umberto si guardarono e girarono i cavalli tornando sui loro passi in cerca del mezzo rimasto indietro. Edoardo era incollato al carro di Francesca, tanta era la paura che gli succedesse qualcosa. Sul sentiero scivoloso incrociarono molti cavalieri che scendendo dalle loro cavalcature, per non gravarle del loro peso, si trascinavano nel fango che impediva loro di camminare. Il carro delle salmerie era piantato nella melma fino agli assi delle ruote e i conducenti bestemmiavano armeggiando, fradici di pioggia e imbrattati di fanghiglia, cercando di liberarlo dalla morsa del pantano. Fortunatamente le ruote non avevano subito danni, erano solo affondate nel terreno limaccioso. - Scendiamo a spingere! - disse Umberto smontando da cavallo - leghiamo i cavalli ai rami di quell’albero caduto! Lorenzo lo seguì e si trovarono immersi nel fango fino al ginocchio. - Dove sarà finito Astore? - esclamò preoccupato Lorenzo mentre si destreggiava ad alzare gli stivali che si immergevano nella melma e gli impedivano di camminare. - Lascia perdere Astore! - gli rispose lo stalliere, che magro com’era, sembrava 117


galleggiare sul limo - lui sa cosa deve fare in queste situazioni, non ti preoccupare. Piuttosto, guarda un po' come si è piantato ‘sto carro! - osservò Umberto, scivolando e allungando le braccia avanti di riflesso per proteggersi dalla caduta. Cadde in avanti immergendo il ginocchio destro ed entrambe le braccia nel fango fino all’altezza del gomito. Schizzi di fango riuscirono ad arrivargli in faccia nonostante l’elmo facendogli borbottare parole indefinibili. Nonostante tutto a Lorenzo sfuggì una mezza risata che si smorzò in un rombo di tuono lontano. - La smetterà prima o poi questo maledetto temporale! no? - gridò lo stalliere guardando verso le cime degli alberi e constatando che la sua imprecazione aveva fatto spuntare, tra i nuvoloni neri, alcuni raggi di sole. D’incanto si placò il vento e la pioggia smise di scendere. - Umberto! - disse meravigliato l’amico - non potevi dirlo prima che avevi i poteri! - Sì! - rispose l’allampanato ragazzo - I poteri un paio di cogl… non farmi parlare male! guarda come mi sono inzaccherato tutto! - Ehi, voi due! - disse un armigero fatto di fango mentre cercava di spingere il carro immerso nella melma - non è il momento di scherzare, dateci una mano a toglierci dalla merda! - Prendi una corda, l’abbiamo una corda? - chiese Lorenzo - attacchiamo al tiro anche i nostri due cavalli, dovremmo riuscire a tirarlo fuori! E così fecero, legarono la corda all’arcione e incitarono i due corsieri a tirare. Con l’aiuto di altre braccia il mezzo si mosse e piano piano uscì dalla morsa del fango in cui era invischiato. Il vento intanto si placò e i raggi del sole prendendo forza emersero dalle nubi che ormai si stavano diradando, e con i raggi caldi del sole, arrivò anche Astore ad ali spiegate, fece alcuni volteggi per farsi notare e si posò dolcemente, sbattendo le ali, sulla spalla di Lorenzo come un mite pappagallo. - Bentornato amico mio! - lo accarezzò il giovane felice di averlo di nuovo accanto a sé - mi hai fatto stare in pensiero! - gli disse sfiorandogli le ali, Astore rispose con un verso stridulo. Presero le accette dal carro delle salmerie e in poco tempo liberarono la strada dai tronchi degli alberi caduti dando modo al drappello di ricongiungersi e di continuare il cammino verso il fiume Po che li stava aspettando, riservando loro alcune amare sorprese. 118


- Serrate i ranghi! non abbassate la guardia e alzate gli scudi. Non dimentichiamoci del Faina! - gridò il sergente Fosco. - Dovremmo esserci tutti! che dici Lodovico? - disse al cavaliere visconteo, il fango era insidioso e pericoloso per i cavalli. - Spero di sì! - rispose alzandosi sulle staffe ad osservare il drappello che procedeva lento dietro di loro. - Soldati! - gridò - controllate tra voi se ci siete tutti e avvertitemi se qualcuno manca all’appello Lorenzo e Umberto si erano affiancati ad Edoardo che imperterrito cavalcava accanto al carro che trasportava la sua futura sposa, bagnato fradicio, sorrise agli amici e con voce roca disse - Speriamo che esista ancora il guado! - Ho un brutto presentimento, sai Edo? - gli rispose Umberto. - Bisogna vedere dove ha colpito il temporale, se a monte, arriverà certamente la piena, che comunque non penso debba durare molto. Non è durato molto il temporale - disse di rimando Lorenzo con Astore adagiato sulla sua spalla. La temperatura intanto si era alzata in fretta e l’afa per il momento dava segni di tregua. Il manipolo di armigeri e cavalieri proseguiva mesto verso la sponda del fiume, sembravano reduci da un combattimento, mancava solo il sangue e i feriti; i cavalli procedevano piano e i pochi fanti appiedati si trascinavano nel fango che aveva invaso il sentiero usando le picche a mo’ di bordone per stare in equilibrio. Ogni tanto qualcuno scivolava e bestemmiava ad alta voce. - Ci sono donne, moderate i termini! - si udì dalla fila. Lodovico e Fosco procedevano appaiati osservando l’ambiente che li circondava. In quella zona la grandine aveva defogliato gli alberi. - Guarda che disastro ha combinato! - disse Fosco - speriamo che su al castello ci abbia graziati, adesso era un bel po' di tempo che non grandinava! Avanzarono senza sosta, la curiosità e la speranza di trovare il guado ancora praticabile era tanta e la preoccupazione di imbattersi nel brigante Faina passò in secondo piano. - Il Faina si è spaventato del temporale - notò Lodovico scansando con il suo cavallo una buca insidiosa piena d’acqua. - Meno male che come stratega non vale un fico secco - disse di rimando il sergente - fossi stato in lui avrei attaccato nell’attimo del nostro sbandamento, ma evidentemente anche lui ha avuto paura dei fulmini e la grandine - Sì! - ammise Lodovico - per un attimo ho avuto paura che ne approfittasse! 119


Non aggiunse altro. Fermò il cavallo e rimase immobile ad osservare il Po. Non era certo come quello che Fosco e i suoi avevano attraversato il giorno prima. Ora era un fiume a tutti gli effetti con la sua corrente e i suoi gorghi; i paletti rossi che delimitavano il guado non c’erano più, o per lo meno, erano affondati sott’acqua. - Non se ne vede uno di quei pali! - disse il sergente Fosco osservando la corrente del fiume che correva veloce trascinando con sè arbusti e tronchi d’albero. L’acqua era scura e il suo rumore copriva tutti i rumori della natura circostante. - Quei paletti sono in linea con questo! - disse Umberto indicandone uno poco lontano da loro e ben visibile perché piantato in alto sulla riva. - Si vede l’altro sull’altra sponda, infatti! - osservò il sergente Fosco stringendo gli occhi per acuire la vista. - Lo vedete pure voi, vero? - disse puntando il dito verso la sponda opposta. - Ma, sergente, che gli ho regalato a fare il binocolo se non lo usa? - gli gridò Lorenzo per farsi sentire. - Oh! che sbadato, non sono ancora abituato a questo aggeggio! hai ragione! Fosco afferrò subito lo strumento e se lo portò davanti agli occhi. - Maledizione! come si vede bene l’altra sponda. I paletti nel letto del fiume sono tutti sommersi - disse scrutando attentamente il guado scomparso sotto la corrente limacciosa. Guardò i suoi compagni d’avventura e decretò con dispiacere - Dobbiamo per forza aspettare qua! ci accamperemo e aspetteremo che passi la piena; non dovrebbe metterci troppo! Gli uomini si guardarono e imprecando tra loro scesero dalle loro cavalcature. - Raduniamoci al centro di quella radura e poniamo il carro delle donne in mezzo agli altri due - disse Lodovico. - Mettiamo il cuore in pace, qua ci staremo fino a quando i pali del guado non saranno emersi del tutto fino a far vedere i segnali rossi - ribatté Fosco avvicinandosi alla riva erosa dalla forza dell’acqua. Si rimise a scrutare l’altra sponda con il binocolo, minuziosamente, palmo a palmo tra la vegetazione, come se cercasse qualcosa: la conferma di quello che andava asserendo Lorenzo, cioè di qualcuno che avrebbe atteso il drappello per pretendere la sposa di Edoardo per il loro signore. Grossi tronchi d’albero transitarono veloci nelle acque torbide girando su se 120


stessi come fuscelli, sbattendo sui massi con rumore assordante. - Lorenzo! Lodovico! - chiamò ad alta voce per farsi udire - venite qua un momento, venite a vedere! sembra proprio che ci sia qualcuno che ci aspetta dall’altra parte. Neppure il temporale li ha spaventati, ligi alla consegna i fringuelli. Forse non si aspettavano la piena del Po. Ehi! ecco Guido. Ha con sè otto cavalieri. Meno male che Pietro non voleva sguarnire il castello: fate presto ad arrivare ci ha detto prima di partire perché siamo in pochi. Poi ti lascia uscire degli uomini con lo scopo infame di far… - Fosco terminò la frase e abbassò la voce per non farsi udire da Francesca, ignara di tutto. Il sergente allungò il binocolo a Lodovico che a sua volta mise a fuoco la sponda opposta, vide chiaramente il piccolo manipolo di cavalieri che guardavano con attenzione verso il centro del grande fiume. Il binocolo facilitava l’osservazione, cosa che, agli altri dall’altra parte della sponda, risultava difficoltosa, onde e spruzzi sollevati dalla corrente impedivano la visuale. - Loro non si aspettavano uno schieramento di uomini simile, vero Fosco? disse Lodovico osservando le mosse degli individui al di là del Po. - Facciamoci vedere schierati tutti in fila parallela alla sponda e dispieghiamo i vessilli affinché li vedano… corno dai il segnale! - ordinò ad alta voce il cavaliere. Il corno risuonò per tre volte nell’aria disperdendo il suo lamento lungo il corso del fiume in piena. Il segnale recepito dai soldati fece sì che nel giro di qualche minuto fossero schierati in linea come in formazione da battaglia. Sull’altra riva Guido vide lo schieramento e rimase allibito. - Ma che cavolo succede? li hanno scortati fino qua? hanno smosso tutta la cavalleria viscontea? il nostro caro Pietro se la può scordare la giovane fanciulla disse il sergente ai suoi uomini. - Torniamocene a casa, tanto non possiamo fare nulla. Sono anche bloccati dalla piena e ne avranno ancora per un po' Guardò i suoi uomini quasi con soddisfazione, aveva una scusa più che valida per tornarsene a casa a mani vuote. - Giriamo i cavalli e andiamocene, ci siamo bagnati fino alle ossa per nulla! il nostro signore si arrabbierà ma vedrà di farsela passare. Non gli mancano di certo le donne 121


E così il gruppetto tolse il disturbo, sulla riva destra del Po rimasero solo piante e arbusti spelacchiati dalla recente grandinata, non più un’anima viva. - Come pensavo! - esclamò Lodovico osservando dal binocolo - solo alla vista dei miei cavalieri e dello stendardo dei Visconti si sono spaventati a morte e sono scappati con la coda tra le gambe! - Aspettavano il nostro arrivo, possiamo ringraziare la vostra scorta e il temporale - soggiunse Fosco riprendendosi il binocolo - ora non rimane che attendere i comodi del fiume Si accamparono nella radura, in quell’angolo l’erba alta una spanna si era asciugata in fretta sotto i raggi del sole che dopo il temporale avevano ripreso a scaldare. Bivaccarono con gli animi in pace. Alcuni uomini vennero messi di guardia ai quattro angoli del campo, altri ad osservare il livello del fiume che non accennava a diminuire. Il rumore della corrente dominava sugli altri rumori, sulle voci degli uomini e sui versi degli animali del bosco che dopo la tempesta ricominciavano la loro vita quotidiana. Edoardo chiamò Lorenzo che se ne stava in riva al fiume a contemplare i flutti, Astore si era involato tra le nubi, che ora apparivano bianche tra l’azzurro del cielo, scomparendo verso gli alberi della foresta a caccia di qualcosa che solo il suo istinto sapeva. Il giovane se ne stava in disparte, non voleva avvicinarsi al gruppo che si era disposto in cerchio a poca distanza dai carri: la vista di Francesca lo metteva in subbuglio, la somiglianza con la sua fidanzata era impressionante. Chissà, forse era lei prima che rinascesse… nel futuro. - Hai con te quell’aggeggio che fa i dipinti in un baleno? come si chiama che non ricordo più? - chiese Edoardo a Lorenzo che ora si era avvicinato al gruppetto vincendo l’imbarazzo - Sì! - rispose infilando le mani in una tasca della sopravveste che copriva l’usbergo - si chiama fotocamera o macchina fotografica - Fai vedere a Francesca quello che hai fatto vedere a noi. Mostragli il ritratto della tua fidanzata! Lorenzo titubò ma riuscì a vincere la ritrosia, il suo cuore batteva all’impazzata e sicuramente chi lo avesse visto in viso avrebbe percepito il suo rossore. Francesca lo guardò e di questo se ne accorse subito. - Faccia vedere, Lorenzo! - gli chiese la ragazza con voce suadente. Lorenzo si avvicinò e accese la fotocamera con mani tremanti, l’emozione era 122


tanta, travolgente, riuscì a dominarla a malapena. Lo schermo si illuminò e partì il filmato. La batteria dava segni si esaurimento ma nel suo zainetto ne aveva una di scorta. - Fai vedere la tua ragazza! - gli chiese Edoardo impaziente. Lorenzo trafficò con i tasti dell’apparecchio fino a portare il filmato dove si vedeva la sua donna uscire dall’acqua per andargli vicino. Immenso fu lo stupore che si impossessò della ragazza quando vide il suo volto muoversi sul piccolo schermo della fotocamera. - Ma sono io! - esclamò Francesca in preda all’emozione - Incredibile!... guardate! - proruppe chiamando a se le sue serve - siamo proprio uguali! Lorenzo! mi racconti tutto! - chiese la ragazza piena di entusiasmo. E fu così che per l’ennesima volta il ragazzo si trovò a dover raccontare per filo e per segno tutta la sua incredibile storia. Il tempo scorreva veloce come l’acqua del fiume e fece presto a passare il pomeriggio, cominciava ad imbrunire e le nubi ad ovest, verso Verrua, iniziavano a tingersi di rosa. Lorenzo si era seduto su di un grosso masso attorniato da Francesca con le sue dame e i cavalieri che incuriositi dal racconto ascoltavano a bocca spalancata. Poco lontano il Po si lamentava sempre meno e abbassava il suo livello, ma considerando la sera imminente, ci si preparò a passare la notte all’addiaccio. Il caldo e l’umidità erano tornati e preponderanti arrivarono zanzare e insetti di tutti i tipi, considerando il loro habitat naturale. Lorenzo sorvolò sul fatto dello ius primae noctis per non spaventare la ragazza, ormai, gli inviati ad eseguire l’ordine di Pietro se ne erano andati a gambe levate nel vedere il gran numero di soldati che scortavano la futura sposina. Se c’erano pendenze in atto tra Pietro e il padre di Edoardo le avrebbero potute risolvere in altre maniere lasciando in pace la ragazza. - Se vi mettete vicini, uno accanto all’altro, vi faccio una foto… un ritratto al volo. Non spaventatevi se vedete un lampo, è la macchina fotografica che vi illumina per potervi vedere come di giorno - disse Lorenzo alzandosi e allontanandosi dal gruppetto, che ubbidiente si era messo in posa. Scattò la foto e si affrettò ad avvicinarsi agli astanti per far vedere l’immagine che ne era scaturita. Lo stupore si era dipinto sul volto dei presenti quando sul monitor apparve il… ritratto eseguito al volo. - Stupefacente! - esclamò Francesca portandosi la mano davanti alla bocca. Lo123


renzo fece scorrere altre immagini facendo sÏ che lo stupore dei presenti aumentasse a dismisura. Si videro le foto che aveva scattato la sera prima quando Lorenzo aveva fatto conoscere a Lodovico e agli altri cavalieri il portentoso apparecchio in suo possesso e come funzionava. Il racconto continuava affascinante e la platea degli udenti era aumentata, quasi tutti ad ascoltare anche Umberto che ora dava man forte asserendo che tutto ciò che udivano era vero. Le numerose torce accese intorno al campo danzavano nella sera ormai imminente, mosse dalla brezza che proveniva dal grande fiume, attorniate, in distanza, da nugoli di zanzare. Le sentinelle agli angoli del bivacco scrutavano nel buio osservando verso il bosco. Tutto era tranquillo, fintanto che, dall’altra parte del Po oltre il castello di Gabiano, esattamente a sinistra della valle che si inoltrava tra le colline e dove si trovava il maniero dei Miroglio, non si videro i bagliori di un incendio‌

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iuto, aiutatemi! - gridò il ragazzo prigioniero sotto la torre - Guardia! - gridò ancora per farsi sentire dall’armigero che stazionava oltre la porta in cima alle scale. Il ragazzo da qualche giorno aveva cambiato posizione al giaciglio dove dormiva e, nell’agitarsi tra gli incubi dei suoi sogni, aveva posto per caso una mano sotto la paglia venendo a contatto di un oggetto duro e freddo. Tastando attentamente sotto lo strato di putrida paglia, alla luce dell’unica torcia che illuminava il vasto sotterraneo, trovò una sbarra di ferro arrugginita, forse dimenticata dal fabbro qualche mese prima durante la riparazione della grata alla finestra che dava sul vasto cortile. Ettore l’afferrò strettamente pensando subito ad un dono del cielo. Era ingiusta la punizione che stava scontando, esagerata per una cosa che non aveva commesso. Pensò che doveva approfittare di quello che gli stava accadendo e aspettò ansiosamente che scendesse il buio della notte per mettere in atto ciò che aveva premeditato per tutto il giorno, dopo il ritrovamento dell’oggetto. Fece finta di sentirsi male, certamente quella era la condizione in cui versava già da tempo e quindi non faticava molto a fingere. - Guardia, al diavolo, non sto bene! - urlò rivolto verso la porta. - Che succede, ragazzo? - gli rispose l’armigero che dopo essere sceso le scale si era munito dell’unica torcia per illuminare il luogo umido e buio. Ettore non rispondeva, si era coricato a pancia in giù sulla paglia e attendeva le mosse dell’uomo tarchiato che aveva il compito di custodirlo. - Che ti succede bastardello? che hai? Ettore non rispondeva, si lamentava in modo leggero ma continuo e teneva stretta, nascosta sotto il corpo, la sbarra di ferro. Sentì lo sferragliare delle chiavi girate nella toppa mezzo arrugginita e il suo cuore gli si mise a battere all’impazzata. Non doveva sbagliare il colpo, se no sarebbe finita anzi tempo la sua lenta tortura. I passi sulla paglia gli si avvicinarono, Ettore caricò il braccio che stringeva la sbarra, si era preparato a vibrare il colpo con tutte le sue forze. L’uomo, grande e grosso gli si avvicinò e si abbassò tentando di girare il corpo

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di Ettore e illuminarlo con la torcia: fu quello l’attimo che il ragazzo vibrò il colpo. La barra di ferro andò a battere tra capo e collo dell’uomo che con un grido strozzato stramazzò a terra svenuto. Rimase per un attimo meravigliato per la forza con cui aveva vibrato il colpo. Afferrò la torcia e strappò le chiavi faticando a toglierle dalla mano dell’armigero che le stringeva con forza. Si mise in piedi e corse verso la porta della cella chiudendosela alle spalle, si disperò nel cercare la chiave giusta ma imprecando ci riuscì. L’uomo cominciava già a riprendersi e tentava di rialzarsi a fatica, ma ormai era lui il prigioniero. - Maledetto schifoso! - gridò balbettando in preda al dolore - fammi uscire! strillò ancora afferrandosi alla grata del cancello. Ormai era notte fonda e quella zona del castello, a parte la guardia della prigione sotto la torre che ora stava occupando il suo posto, non veniva controllata quasi da nessuno se non sporadicamente. Ettore si trovò finalmente all’aperto e respirò a pieni polmoni l’aria che da un po' di tempo non respirava più; corse con la torcia in mano verso i grandi depositi di paglia situati a pochi passi dalla prigione in cui era segregato. Gettò la torcia in aria e il vento ne ravvivò la fiamma, dopo aver descritto un ampio arco cadde precisa sul fieno e la paglia stipata sotto il grande fienile che prese fuoco immediatamente; le fiamme divamparono subito, feroci. Il fuggitivo si precipitò ad aprire le scuderie, era un cacciatore dal cuore nobile, liberò gli animali che si riversarono scalpitando nel cortile. Solo allora le sentinelle, che dagli spalti controllavano il territorio, si accorsero dallo scompiglio e dal bagliore delle fiamme che si innalzavano illuminando a giorno quel lato del maniero, quello che stava per accadere. Ettore, afferrata una scala da un pagliaio vicino, la addossò al muro di cinta e ne salì i pioli guadagnandone la sommità. La zona era in ombra e protetta alla vista delle sentinelle che in quel momento urlavano a squarciagola - Al fuoco, al fuoco! il fienile sta bruciando! I servi e tutti quelli che poterono accorsero nel cortile precipitandosi verso la zona del rogo. - Ai pozzi, presto! - gridarono all’unisono mentre le fiamme divampavano sempre più alte. Ettore dalla cima del muro tirò su la scala facendola poi discendere verso l’esterno, fortuna volle che l’altezza bastasse; ridiscese velocemente saltando qualche piolo e rischiando più di una volta di cadere e si trovò con i piedi per 126


terra, nell’erba alta alla base delle mura e fu libero di scappare verso il suo borgo. Conosceva i luoghi e per lui fu facile trovare la via per tornarsene a casa, il bagliore dell’incendio gli illuminava la direzione da prendere, inciampò in una radice che sporgeva dal terreno e cadde tra l’erba, si rialzò e si rimise a correre ansimando verso Camino. Oltre il Po, nello stesso momento il sergente Fosco esclamò - Santo cielo, ma che sta accadendo? quel bagliore laggiù, sembra un incendio! - Ed è proprio dalle parti del castello dei Miroglio, il nostro castello! A Lorenzo gli mancarono le forze: gli vennero in mente gli attimi vissuti con Francesca la notte delle stelle cadenti: il castello che bruciava in quella meravigliosa notte stellata gli apparve davanti agli occhi come allora - Dio mio! Non lo avevo più rivisto quell’incendio… e ora lo rivedo tale e quale in questa epoca! - L’incendio che mi avevi raccontato, Lorenzo? - disse Umberto osservando sgomento verso i bagliori che illuminavano l’oscurità. - E’ un incendio, ma la sua causa è diversa da quella descritta sui libri che conosco… non so che dire! bisogna ancora vedere se quello che sta bruciando è il nostro castello o qualcos’altro che gli è accanto. Qualche casolare vicino a Varengo per esempio. Da qua ne vediamo il bagliore, la direzione è quella ma non ne abbiamo la certezza - gli rispose Lorenzo. - Non possiamo fare nulla, accidenti, il fiume ci blocca e possiamo solo aspettare! - soggiunse Lodovico che si era avvicinato ai due giovani. Fosco, intanto, armeggiava con la messa a fuoco del binocolo e scrutava attentamente la zona - Sì! - disse amareggiato - pare proprio che sia il castello, la direzione è quella! Si sentì all’improvviso un verso stridulo e prolungato provenire dall’alto, dal buio profondo si percepì un battito d’ali che si avvicinava velocemente, una massa scura piombò dall’alto, Astore, in vorticosa picchiata atterrò su di un masso accanto al gruppo di cavalieri assiepati sulla riva del Po. Tra il becco portava qualcosa che al buio non si poteva definire. - Astore! - esclamò Lorenzo precipitandosi accanto al grosso rapace - che ci hai portato? fammi vedere! - chiese abbassandosi per recuperare ciò che stringeva nel rostro. - E’ quel che resta di una bandierina che sventolava su una torre… il castello dei Miroglio ne ha diverse e questa purtroppo mostra segni di bruciatura. Il 127


fuoco arriva proprio dal nostro castello! - disse costernato guardando verso gli uomini che affollavano la riva del fiume. - Speriamo che il livello dell’acqua faccia presto a scendere, stare qui senza poter intervenire è deprimente - mugugnò Umberto avvicinandosi a poca distanza dall’acqua che scorreva impetuosa. Passarono così le ore, quasi tutti si erano preparati un giaciglio per la notte ma quasi nessuno riuscì a dormire. Le guardie vegliavano sul fittizio accampamento in compagnia delle lucciole e delle zanzare che punzecchiavano senza pietà chiunque avesse un po’ di pelle scoperta. Edoardo si era seduto su un tronco d’albero accanto al carro in cui Francesca dormiva, l’aveva udita parlare con le sue dame fino a tarda notte, poi, più nulla: certamente la stanchezza aveva avuto il sopravvento. Lorenzo, invece, pensava al da farsi, anche se nella sua epoca il tempo restava fermo, adesso era il momento di tornare. Come avrebbe trovato le parole per raccontare quella strana avventura? e se non avesse detto nulla alla sua Francesca? rischiava di passare per matto. Come si fa credere a questa storia assurda? pensò che avrebbe dovuto trovare il coraggio per lasciare i suoi amici: Umberto, Zero, Astore, e altri che aveva conosciuto al castello. Il rapace, che si era appollaiato su di un albero vicino, spiegò le ali e volò accanto a Lorenzo come se avesse letto nei suoi pensieri. Lo sfiorò e si postò accanto al giovane che sentendolo vicino lo accarezzò con la mano sul capo piumato. In lontananza Zero nitrì e per la forte emozione un brivido percorse Lorenzo lungo la schiena. Non riuscì a trattenere una lacrima. Si stese sull’erba coprendosi con il mantello e si addormentò profondamente. Il corno lo svegliò alle prime luci dell’alba e ci mise un poco a capire dov’era, si alzò massaggiandosi la schiena, nonostante tutto si sentiva bene, l’erba soffice gli aveva offerto un ottimo giaciglio. - Coraggio! - gridò Fosco tirando fuori più voce che poteva - il Po è tornato tale e quale com’era prima, dobbiamo stare attenti alle buche che sicuramente si sono formate con la corrente impetuosa - Per questo manderò avanti i miei zappatori! - propose Lodovico già bardato e pronto alla partenza. Era imponente nella sua altezza e per un attimo, l’elmo che teneva sotto il braccio colpito da un primo raggio di sole, mandò un riflesso. 128


- Ne ho con me cinque dei migliori, precederanno il drappello intercettando le eventuali buche sul letto del fiume - Benissimo - rispose Fosco. - Cavalieri a piedi e in fila, uno per uno, distanziati qualche metro da quello che precede, e attenzione a dove mettete i piedi! Ordinò Lodovico con voce baritonale . Lorenzo, Umberto ed Edoardo, con i cavalli per le briglie camminavano accanto al carro corazzato sul quale Francesca e le sue dame se ne stavano sedute tenendosi strette alle traverse delle paratie, paratie che erano state alzate per consentire il passaggio dell’aria fresca del primo mattino. Il sole si era alzato brillante più che mai in un cielo sereno e senza foschia. Francesca osservava il paesaggio ed era affascinata dal colore delle colline che gli apparivano davanti. Il drappello si muoveva lentamente ed ogni tanto si fermava per dar tempo agli zappatori di sistemare le buche. - Tra non molto ci siamo, Francesca! - disse ad alta voce Edoardo alla sua sposina - Moncestino non è lontano da qui e finalmente potremo rilassarci Francesca gli sorrise felice, per nulla preoccupata per l’attraversamento del Po e per gli scossoni che dava il carro quando incontrava qualche sasso più grande di un altro. Le soste a volte si prolungavano per via di alcuni tronchi che impedivano il passaggio del drappello sul percorso segnato. Edoardo era incollato al carro e parlava animatamente con l’amata e con le sue ancelle, scoppi di risa venivano portati dal vento ai primi componenti del corteo. - Allora, il racconto è da riscrivere - disse Umberto che seguiva a poca distanza Lorenzo, si erano allontanati da Edoardo e dal carro per non disturbare la coppia. - Che vuoi che ti dica, gli uomini che aspettavano al varco il corteo di Francesca c’erano davvero, e grazie al temporale e agli armigeri di Lodovico è andato tutto a monte - Sì, questo è vero, gli uomini c’erano per davvero! - E l’incendio pure! - continuò Lorenzo. - Sì, pure quello è accaduto davvero e non vedo l’ora di arrivare a casa! - ammise lo smilzo facendo attenzione a come e dove metteva i piedi. Avevano appena terminato il discorso quando delle urla disperate provennero dal centro del corteo. 129


- Aiuto! - gridavano le donne dal carro corazzato - Edoardo è scivolato… è finito in acqua… aiuto! - Lorenzo… aiuto… aiutami ti prego! - urlò Francesca a squarciagola. L’invocazione d’aiuto che la ragazza lanciava disperatamente lo fece andare con la mente ai suoi sogni, era la stessa voce che quasi ogni notte udiva nei suoi incubi. Prontamente, Lorenzo, fece girare Zero su sé stesso e gli saltò in sella dando di sprone; il cavallo si impennò e nonostante l’acqua e il letto del fiume che non era stabile riuscì in men che non si dica ad arrivare sul posto. Il cavallo di Edoardo si era appena alzato sulle zampe e si scrollava emergendo dall’acqua. - La buca, Lorenzo! - gridò Francesca. E Lorenzo rivisse le immagini dei suoi sogni. - Il cavallo ha messo una zampa nella buca e ha tirato con se Edoardo! - farfugliò la ragazza disperatamente. Si era accasciata sul pavimento del carro portandosi le mani sul volto rigato di lacrime, le sue serve gli portarono immediatamente soccorso. - Il peso della corazza lo ha portato sul fondo della buca, deve essere profonda, maledizione! - disse Umberto appena arrivato. - Presto! procuratevi una corda e gettatemela! - gridò Lorenzo ai soccorritori che nel frattempo erano sopraggiunti sguazzando nell’acqua fino al ginocchio aiutami ad alleggerirmi da questa roba Umberto, presto! L’agitazione e il panico lo facevano tremare. Si tolse in un attimo il cinturone con la spanda e l’usbergo in maglie di ferro e, senza pensarci su due volte, si gettò nella buca. Gli uomini arrivarono con la fune annaspando nell’acqua e scivolando, la gettarono dove si era calato Lorenzo che ora era sparito sott’acqua. Passò qualche secondo, l’acqua era diventata torbida e grosse bolle d’aria salivano in superficie. Passava il tempo, i secondi erano minuti e tutti si agitavano nel disperato desiderio di poter fare qualcosa. Poi, ad un tratto, emerse dall’acqua la testa di Edoardo seguita da quella di Lorenzo - Presto, dobbiamo portarlo a riva prima possibile! - riuscì a dire Lorenzo ansimando - dobbiamo stenderlo a terra e praticargli la respirazione bocca a bocca - i presenti si guardarono interrogativamente. - Su svelti! - disse Lorenzo trascinando sotto le ascelle Edoardo che non dava segni di vita. Annaspò sui sassi scivolosi. 130


- Presto, aiutatemi! - Umberto era lì accanto e con Lodovico alzarono il corpo esanime di Edoardo e lo portarono a riva all’asciutto. - Corichiamolo a terra a pancia in su! dai facciamo presto per l’amor di Dio! disse Lorenzo tremante dall’emozione. Lo deposero a terra, Edoardo era pallido come un morto il suo viso aveva un pallore quasi cadaverico. - Amore mio! - gridò piangendo Francesca trattenuta da Fosco e Umberto. - Non mi lasciare proprio ora… ti prego! - gridava singhiozzando. - Portatela via, per favore, allontanatela! - supplicò Lorenzo che si era chinato su Edoardo e cercava di allargagli la bocca con le sue dita, gli doveva inalare quanto più fiato poteva. Per fare ciò aveva dovuto posare la sua bocca su quella di Edoardo, e per i presenti, che non conoscevano ancora i metodi di pronto soccorso fu quasi uno scandalo. I cavalieri che assistevano alla scena si guardarono quasi inorriditi e si chiedevano che stesse facendo Lorenzo. - Lasciatelo fare! Lui non è di noi, sa quello che sta facendo! Lasciamogli spazio!- gridò Umberto spostando i presenti allargando le braccia per allontanarli. I lamenti strazianti di Francesca coprivano i rumori del fiume e arrivavano diritti al cuore degli uomini che assistevano impotenti. Le sue ancelle la tenevano abbracciata e l’accarezzavano cercando di calmarla, ma lei, urlava e piangeva disperata. - Lorenzo, ti prego… aiutami! - gridava tra i singhiozzi. Lorenzo si era messo in ginocchio accanto al corpo di Edoardo. Gli aveva scoperto il torace e con le braccia tese gli poggiava il palmo delle mani all’altezza dei capezzoli, aveva iniziato a premere con tutta la sua forza, comprimeva e sembrava che contasse a bassa voce. Ad un tratto Edoardo spalancò gli occhi di colpo emettendo un getto d’acqua dalla bocca spalancata. - Grazie a Dio! - gridò Lorenzo - Si è ripreso finalmente! avevo quasi perso le speranze! Gli uomini attorno esultarono felici e furono quasi investiti da Francesca che con un grido di gioia si gettò sul corpo di Edoardo che si stava chiedendo cosa stesse succedendo. - Amore mio, mi hai fatto morire di spavento! - gridava la ragazza stringendo a sé il suo futuro sposo, le lacrime di gioia gli inondavano il bel volto pallido come la cera. 131


- Che è successo? - chiese Edoardo mettendosi a sedere guardandosi intorno impaurito. - E’ successo che possiamo ringraziare Lorenzo, perché se non fosse stato per lui ora saresti morto - disse Umberto osservando ammirato l’amico Lorenzo che gli stava di fronte. Francesca si staccò da Edoardo per correre ad abbracciare Lorenzo. - Lorenzo, non trovo le parole per ringraziarti, ti ricorderò per tutta la vita. Grazie a te possiamo coronare il nostro sogno. Ormai mi vedevo vedova prima del tempo - gli disse prendendogli le mani tra le sue. Imbarazzato Lorenzo non seppe cosa dire e si sentì soffondere da un piacevole calore, il suo volto per qualche attimo fu invaso da un leggero rossore. - Ho fatto quello che andava fatto, Francesca, nulla di più. Sono qua per questo! Guardò Umberto che ricambiò lo sguardo con un segno d’intesa. - C’è mancato veramente poco! - esclamò Lodovico. - Un incidente da raccontare ai nipoti. Vero Lorenzo? - soggiunse Fosco impettito sul suo destriero, esibendo il cannocchiale in bella vista. - Rimettiamoci in colonna Lodovico, voi fino dove ci accompagnerete? - chiese il sergente al cavaliere visconteo. - In effetti! - rispose Lodovico - a questo punto siete fuori pericolo, quindi, noi potremmo anche tornarcene indietro I due amici si guardarono a lungo, avevano fermato i cavalli e il silenzio che ne seguì testimoniò il dispiacere che avrebbero provato nell’accomiatarsi. I destrieri sbuffarono annaspando sul terreno duro della strada. Anche Lorenzo era ammutolito, Umberto che gli cavalcava a fianco, sapeva bene il perché. A breve anche loro si sarebbero separati, per sempre? Mah! Nessuno avrebbe potuto rispondere. Era il momento degli addii, tutto sarebbe tornato come doveva essere, ognuno… nel suo tempo. Tutto si era risolto nel migliore dei modi: non ci fu il rapimento della giovane, grazie alla ingente scorta, e Lorenzo aveva tenuto fede al richiamo d’aiuto di Francesca: non certo per salvarla dallo scempio cui avrebbe dovuto sottostare, bensì, gettandosi nelle acque tumultuose del Po, salvando un matrimonio che di lì a poco tempo avrebbe coronato un grande amore. Lodovico ruppe il silenzio - Arriviamo fino al crocicchio Fosco, poi, vi lasceremo continuare da soli 132


Dagli usci delle case la gente usciva incuriosita dall’insolita colonna di cavalieri, non era di tutti i giorni vedere tanti armigeri tutti assieme e armati fino ai denti. Gli stendardi sventolavano alla brezza mattutina e una leggera nuvola di polvere si alzava dalla strada polverosa; il cigolio dei carri e il rumore degli zoccoli dei cavalli al trotto, rapivano lo sguardo degli astanti, per lo più contadini del luogo e forestieri, alloggiati nella vicina locanda del piccolo borgo. - Fosco! - chiamò ad alta voce un tipo vestito di nero che se stava ad osservare i soldati che gli sfilavano davanti - ha preso fuoco il fienile! lo hai saputo? Il sergente aveva fermato il cavallo e stava ad ascoltare quello che gli diceva l’uomo - Solo il fienile? ne sei sicuro, vecchio? - chiese Fosco preoccupandosi. - Sì, solo il fienile. Sono riusciti a salvare le bestie che erano nelle stalle ma il fabbricato è andato tutto distrutto. Sembra che sia fuggito il prigioniero che tenevate sotto la torre, per distrarre le guardie ha appiccato il fuoco gettando una torcia sul fieno - Meno male! pensavo peggio! - esclamò Umberto che si era fermato ad ascoltare assieme a Lorenzo. - Nessun ferito? - domandò Lodovico - No messere! nessun ferito! - rispose il vecchio. Si separarono all’incrocio, Lodovico e Fosco si erano avvicinati con i loro destrieri e si strinsero la mano promettendosi che si sarebbero rivisti molto presto alle nozze di Edo e Francesca. - Arrivederci! signori! è stato un piacere conoscervi. E tu, ragazzina! - disse il cavaliere a Francesca che faceva capolino dalla finestra del carro - stai accanto al tuo sposino e vogliatevi bene, mi farete sapere quando sarà il giorno delle nozze. Riattraverserò il Po anche a nuoto pur di non mancare, stanne pure certa - gli sorrise, dall’alto del suo cavallo - Ci rivedremo ancora Lorenzo? - domandò al giovane che era sempre più triste e pensieroso. - Mai dire mai, si dice dalle mie parti, signore! - Lorenzo sguainò la spada imitato dagli altri cavalieri e, tenendola ben salda in pugno, l’alzò puntandola verso il cielo per un breve attimo, in segno di saluto. Riposte le spade nel fodero, il drappello di Lodovico ritornò sui propri passi sulla strada che conduceva al guado e alla via che li riportava a casa, a Vercelli. Edoardo e la sua sposina, dopo aver cambiato carro e trasbordato la dote si in-

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camminarono verso Moncestino felici e contenti e Lorenzo, con Fosco e Umberto, presero la via verso il castello dei Miroglio. Fu dura separarsi, Lorenzo teneva fra le sue mani la mano calda di Francesca e, se non fosse stato per la presenza di Edoardo che lo adocchiava, avrebbe stretto in un lungo abbraccio la ragazza che ora piangeva. - Grazie Lorenzo! ti ricorderemo per tutta la vita per quello che hai fatto. Sei sicuro di non voler restare fino al giorno delle nostre nozze? ne saremmo molto felici - No, Francesca, lo vorrei tanto ma non posso. Devo ritornare dalla mia Francesca e chissà… magari mi sposo pure io! - Lorenzo estrasse la fotocamera dalla scarsella della sopravveste. - Facciamo un… ritratto al volo, così me lo tengo per ricordo - disse Lorenzo puntando l’apparecchio verso gli amici che si erano messi in posa. Il flash scattò e l’immagine apparve sul monitor. - Noooo! - si sentì dal gruppo degli armigeri - Mi è parso di vedere un lampo, adesso basta temporale! - Tutti scoppiarono in una fragorosa risata. Si incamminarono così verso il castello, mesti e pensierosi: avevano portato a termine il compito assegnatogli ed ora non vedevano l’ora di ritornare alle proprie case; tutti stavano bene, la fortuna li aveva accompagnati per tutto il tempo, il Faina non si era visto, a parte il fatto dell’uomo caduto morto dall’albero e dal mancato annegamento di Edoardo, non era successo nulla di eclatante. - Ma Lorenzo dov’è? - si sentì chiedere a metà del piccolo gruppo, Umberto aveva fermato il cavallo, guardava tutto intorno cercando l’amico che sembrava sparito nel nulla - Lorenzo! Gridò lo stalliere con tutto il fiato che aveva in gola, la voce strozzata dall’emozione, lo cercava, osservando i prati verdi e i boschi che contornavano il paesaggio di casa e capì che Lorenzo non avrebbe mai più risposto, non lo avrebbe rivisto mai più. Si fermarono tutti e scese un profondo silenzio, smisero i corvi di gracchiare, smisero i cani latrare e i passeri cinguettare, non più il frinire dei grilli, si sentiva solo… dall’alto, tra le nuvole, lo stridere del falco che girava in cerchio cercando qualcosa. Lorenzo aveva approfittato di un attimo di disattenzione da parte degli amici del drappello; era partito spronando Zero che ora galoppava, oltre le curve del sentiero, criniera al vento, verso la zona del… vortice. Non si era mai voltato, il cuore gli scoppiava nel petto per il grande dolore che 134


provava. Non avrebbe mai piÚ rivisto i suoi amici conosciuti in questa folle storia. Aveva appena legato Zero ad un albero vicino e gettato sulla sella i vestiti che si era tolto, quando, a poca distanza da lui, un uomo, che riconobbe subito, lo stava guardando in silenzio. Avevano entrambi sgranato gli occhi dallo stupore: Giovanni e Lorenzo si osservarono in silenzio senza dirsi nulla. Zero si alzò sulle zampe anteriori e nitrÏ mentre Astore volteggiava ad ali spiegate nel cielo lanciando grida stridenti. I due uomini si sorrisero, mentre una nube azzurrognola avvolgeva il corpo di Lorenzo, si era alzato un vento freddo e‌ uno strano vortice di polvere e foglie lo avevano inghiottito nel nulla...

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orenzo! Lorenzo! - si sentì chiamare, una mano gli toccava la spalla e lo scuoteva. - Sveglia! dormiglione! - gli sussurrava Francesca nell’orecchio - hai dormito tutta la notte come un ghiro, solo qualche volta sembrava che sognassi e chiamassi il mio nome - Devo aver sognato, Francesca, sì, mi sembra di ricordare qualcosa di confuso. Mi sembra di aver sognato che salvavo qualcuno dalle acque di un fiume disse osservando in volto la ragazza. - Beh! ti è sempre piaciuto fare l’eroe, ieri sera prima di addormentarci mi dicevi che ti sarebbe piaciuto tornare indietro nel tempo per salvare dallo stupro la giovane ragazza promessa sposa al signore di Moncestino come descrive il libro - Ah! Sì - disse Lorenzo - Lo ius primae noctis, ma dov’è il vecchio libro che leggevamo ieri sera? - Sul cornicione della finestra ad asciugare dove lo hai messo tu! - disse Francesca - Te lo prendo? - Sì, grazie! - E’ ancora come lo avevamo lasciato… il vort… ehi! ma il pezzo che parlava del vortice non c’è più! qua è cambiato tutto, come può essere? La ragazza era impallidita - Che hai Francesca, non stai bene? - chiese Lorenzo preoccupato nel vedere l’improvviso pallore apparso sul suo viso. - Il capitolo sul vortice che avevamo letto ieri sera non c’è più… e le pagine bianche ora sono scritte, ma che è successo? la muffa era veramente una droga che ci ha rincoglioniti? guarda qua, Lorenzo… Francesca gli allungò il libro che non odorava più di muffa. Il viso pallido e la mano tremante. - Come può essere? - esclamò il giovane afferrando il volume dalle mani tremanti della ragazza.

L

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- SALVATAGGIO DAL FIUME - lesse scandendo le parole Lorenzo - Questo ieri sera non c’era! qua c’erano le pagine bianche! Sfogliò stupefatto le pagine del libro dalla prima all’ultima - Ma ieri sera cosa ci ha preso? - disse la ragazza sbigottita - Meno male che abbiamo visto in due se no penserei di essere impazzita! - Boh... Senti... - soggiunse Lorenzo - Lo avremo sognato… no, a dire il vero io ho sognato… che salvavo qualcuno dalle acque del Po… e tante altre cose che ora mi si affollano nella testa confusamente Lesse sommariamente alcune parole, poi, un’immagine in bianco nero gli si mostrò davanti. Lorenzo corrugò la fronte e spalancò gli occhi incredulo: al posto del cavaliere che gli rassomigliava ne era apparso un altro, in bella posa e armato ma, stranamente, appeso al collo, portava un oggetto che non avrebbe mai dovuto essere in quel luogo e in quel tempo, un poco rovinato dal tempo ma ben distinto e definito si intravedeva… un binocolo! La didascalia sotto all’immagine diceva in lettere slavate: Fosco, il comandante del drappello. Dopo le nozze di Francesca e Edoardo... - Per favore Francesca, penso di svenire da un momento all’altro… ti prego… corri a prendermi la macchina fotografica…! -

FINE

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Nost Munfrà è il periodico che da anni sostiene e diffonde la conoscenza della storia, del territorio del Monferrato casalese. Tutte le iniziative e le attività e le pubblicazioni le puoi trovare su www.nost-munfra.it

L’autore: Renzo Badiale Sono nato ad Adria in provincia di Rovigo il 14 ottobre 1948. A 12 anni mi sono trasferito in Piemonte al seguito della famiglia, completati gli studi dell'obbligo e mi sono dedicato al lavoro per tirare avanti. Dopo diversi lavori scoprivo il piacere della fotografia facendo di questo hobby la mia professione. Leggo molto, in particolare libri di storia. Ora in pensione spero di scrivere molto facendo buon uso della mia immaginazione. Per chi volesse contattarmi 348 7801746. 138

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Nel vortice del tempo  

Nel vortice del tempo la storia dello jus primae noctis che portò all'incendio del castello dei Miroglio nel racconto di Renzo Badiale da Ca...

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