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(P. Echaurren, La Biennale dell’arte giovane invecchiata, in “Carta. Cantieri Sociali” n.13, 19 giugno 2002); dall’altro Luca Beatrice, che sin dal titolo di un suo articolo, adottando il linguaggio del poker, ha partecipato a questo gioco duro (The Big Social Bluff, in “Flash Art”, n. 234 giugno-luglio 2002). Ho citato due fonti insospettabili di connivenze con il “passatismo”: figure diversissime, Echaurren e Beatrice sono notoriamente l’uno cultore delle avanguardie storiche e “di massa” e l’altro cool hunter di tendenze, ma entrambi colgono il logorio di quel tipo d’arte moderna (TOO BIG a Torino non è che un episodio tra tanti), soprattutto quando pretende di intervenire nel conflitto, e nello sviluppo, sociale. Torniamo ai nostri avi subalpini dell’Esposizione del 1902, perché proprio nel patrimonio genetico dell’arte decorativa o applicata sta, a differenza di quella pura, iscritta profondamente l’esigenza di un nuovo rapporto con la vita reale. Si legga, nel primo numero de

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“L’Arte Decorativa Moderna”, la rivista nata nello stesso anno dell’Esposizione e dedicata alla decorazione “della casa e della via”, in un testo intitolato “Lo scopo”, vero e proprio manifesto dei promotori: “Bisogna riavvicinare la vita all’arte se si vuole che l’arte ritorni alla vita” (si badi: la vita all’arte, prima che l’arte alla vita, che è posizione diversa da teorie come quelle su Leben und Kunst del peraltro ottimo Udo Kultermann a cavallo degli anni ’60 e ’70, “formidabili” anche per Pistoletto, ma soprattutto dagli attuali cascami e saldi di quelle ideologie…). Il manifesto del 1902 era sottoscritto dai seguenti nomi, con l’indicazione delle relative qualifiche: Leonardo Bistolfi, Scultore; Davide Calandra, Scultore; Giorgio Ceragioli, Decoratore; G.A. Reycend, Architetto; Enrico Thovez, Critico d’arte. Ecco dichiarato il primo exemplum per il Centenario che dobbiamo celebrare in modo “attivo” e non semplicemente

Inquesta pagina: immagini di alcuni palazzi che ospiteranno gli eventi. Nella pagina a fronte, dall’alto: di Bernard François “Rose rosse”, 2001, pendente; “La Slovacchia a tavola”, 1996, autori vari.

commemorativo. Da una parte, dovremo attualizzare l’obiettivo di “riavvicinare la vita all’arte”, dando visibilità a quanti oggi non sono riconosciuti, e non si riconoscono, nel sistema delle arti (sono anche le argomentazioni di Echaurren: “ci sono giovani che si dislocano altrove, giovani che stanno nelle piazze, giovani incazzati e per questo ignorati…”). Vorrei passare dalla predica alla pratica, e finalmente dare opportunità di emersione alla nuova figura dell’ artigiano metropolitano, di chi si guadagna la vita, per scelta o per obbligo,

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Artigianato 47  

italian magazine about crafts

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