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In tal modo il legno divenne il suo compagno di viaggio e cominciò ad aprirgli i suoi segreti, a rivelargli le bellezze delle sue sostanze ariose e minerali, a indicargli i percorsi delle sue fibre vegetali, i loro anelli, le loro spirali, la loro durezza o la loro morbidità, i loro umori, i loro profumi, le loro ombre. Enzo Fasano capì che il suo mestiere d'artista sarebbe stato, d'ora in avanti, quello di far parlare questo mondo semplicemente col metterne in rilievo le qualità intrinseche. E questa è la sua prima conquista. L'arte dell'intarsio, infatti, dopo i fasti dell'età umanistica e rinascimentale aveva conosciuto un appannamento dovuto, in gran parte, alla pretesa di diventare concorrenziale con la pittura e ciò l'aveva costretta ad uscire dal suo ambito, e ombreggiare prima i suoi disegni con le impronte di ferri roventi e, dopo, a tinteggiare i legni per rendere più realistica la scena rappresentata. Fasano è tornato alle origini. L'ha fatto in parte seguendo il suo istinto e in parte confrontandosi con le migliori scuole e i migliori maestri d'Europa. Dal locale Istituto d'arte di Parabita aveva appreso la tecnica di lavorazione del legno, dalla frequentazione delle città capitali dell'intarsio ha acquistato la conoscenza di inglobare il momento tecnico in quello creativo e ideologico, perchè la tecnica è inerte, mentre l'arte e invenzione è originalità. Così è avvenuto in lui il passaggio dall'artigianato, sia pure di alta qualità, all'arte vera e propria. Perchè ciò accadesse, però, c'era bisogno del concorso di un'altra componente, che era già nell'aria, nell'atmosfera, ma che occorreva saper cogliere e rendere lievito fermentante di quella attitudine strumentale alla manipolazione del legno. Questa componente era l'energia necessaria per costringere il legno a testimoniare non una perizia da collezionismo, una preziosità da virtuosismo

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calligrafico, ma una civiltà fatta di storia e di sacrifici, di innocenza e di povertà. Il legno doveva narrare una vicenda interna dell'autore, una autobiografia che coincidesse con la storia di una vita sacrificata ed insieme esaltata dal legame antico con la propria terra; non solo una bellezza da ammirare, ma anche una bellezza da sentire, da vivere con partecipazione e commozione. Bisognava lasciarsi conquistare da quel sentimento patriarcale e larico, non perdere la capacità di meravigliarsi dei suoi miracoli di equilibrio elementare, di povertà biblica, di sacralità essenziale, resa solenne dalla semplicità. Ed ecco allora emergere dalle venature del legno i volti e gli oggetti del paese, il paese dell'anima, immobile nel tempo, ma palpitante di affetti arcaici, di gesti simbolici come riti: lo stesso paese che aveva cantato Bodini nei suoi versi e che Comi aveva sublimato nelle regioni dell'assoluto. Fasano, cioè, si immergeva nella cultura della sua terra fatta di contadini e di carrettieri, di mietitori e di raccoglitrici di ulive, di campagne aride ma generose, con scenografia d'alberi e di muri a secco, di case basse e candide, perse sotto un cielo assorto, solcato da vaporose nuvole. L'evoluzione della sua arte, a quel punto, era già segnata. Egli aveva ricondotto l'intarsio ligneo al momento, per così dire, della sua primitività e ciò non tollerava altri contenuti che lo scavo nell'interiorità della memoria fino a un recupero del suo momento originario, là dove aveva inizio la sua storia. Questo punto iniziale non era più un fatto individuale, un ricordo vissuto, ma la ricerca dell'archetipo atto a comprendere e giustificare e testimoniare un percorso di cultura, di sentimenti, di vita che è proprio della geografia particolare del Sud; nè più nè meno di quel che era accaduto ai maestri fondatori del mito novecentesco del Sud tipico e magico: Comi e Bodini nel campo

della letteratura, Ciardo in quello della pittura. L'arte di Fasano è attratta dalle figurazioni di un Salento simbolizzato nei disegni preistorici della grotta di Badisco, che suggeriscono motivi di una geometrica allusività, nei quali il tempo è fermato a un crocevia di suggestioni espresse dal legno con una forza figurale endogena, senza ricorso ad additivi eterogenei di tipo coloristico o materiale. L'archeologia sentimentale di Fasano anima le lamine sapientemente e accuratamente selezionate dando loro una patina di calore e di colore che oggettiva fisicamente lo scorrere dei secoli; e tutto ha un senso di pace ritrovata, di religiosa serenità dissepolta dagli antri della terra-madre che abbraccia il passo della storia e la fatica dei suoi abitatori. Non diverso il tempo che segue a questa prima esperienza archeologica di Fasano. Infatti la serie lignea dedicata alle “stele daune” è sottesa dallo stesso sentimento archetipico, questa volta con maggiore condiscendenza alla stilizzazione e con effetti di assoluto stupore tra storia e intemporalità, tra disegno e sua astrazione simbolica. Questa paziente disciplina, questo severo studio impreziosito dalla fedeltà allo stile e alla tecnica, hanno condotto Enzo Fasano a cimentarsi sia nei grandi pannelli dove è concentrata l'epopea d'una terra e d'una civiltà antiche e solenni, sia, con eguale risultato qualitativo, nella ricerca del piccolo formato, quasi ad approfondire i particolari di un complesso disegno mentale e a isolarli nella loro oggettiva singolarità. Sembra che le varie specialità del legno si cerchino e si organizzino spontaneamente in una scenica rappresentazione ottenuta attraverso un gioco di chiaroscuri che assorbono la luce con castigato pudore. E mi pare che tutto ciò rinvii a una interiore e pacata tenerezza che è anche nostalgia di mondi forse per sempre perduti.

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Artigianato 44  

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