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Ugo La Pietra / EDITORIALE

Non è tutto oro quello che luccica In occasione del recente Salone del Mobile di Milano tutti gli espositori, giornalisti, autori all’unisono hanno proclamato il rinnovato successo di questa manifestazione legata al design. Così, anche se la grande recessione internazionale annunciava una contrazione dei consumi, soprattutto quelli del settore dell’arredo e della moda di cui si può fare a meno (tenere ancora per qualche anno il divano di casa, portare lo stesso vestito dell’anno scorso!), il Salone del Mobile di Milano ha dato “rinnovati segni di crescita”! L’aumento più vistoso è da registrare nelle mostre “fuori salone” e nel Salone Satellite per gli studenti delle varie scuole di design. A ben vedere c’è qualcosa che spiega la sopra citata contraddizione: perché in un momento così difficile per l’economia (produzione e consumo) dobbiamo registrare il grande successo del Salone e del nostro design? Primo: calano i consumi, crescono quindi le offerte da parte dei produttori nella speranza di stimolare quella parte di consumatori un po’ spaventati e un po’ impigriti ma che comunque volendo possono spendere.

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Secondo: è sempre più evidente che il sistema design (come da tempo la moda) è un sistema che poggia le sue basi sulla comunicazione, e quindi se non ci sono nuovi prodotti si possono sempre incentivare le tecniche capaci di coinvolgere e sedurre il consumatore. Terzo: ci sono migliaia di studenti e giovani designer che, un po’ grazie a laboratori sofisticati (soprattutto nelle scuole straniere) un po’ per la capacità che si è sviluppata negli ultimi tempi di “autoproduzione”, approfittano del Salone (Satellite e Fuori Salone) per esporre prototipi nella speranza di convincere qualche produttore alla loro messa in produzione. Così, il superficiale successo del Salone è dovuto alla scarsa attitudine nelle scuole di design di fare ricerca di base, spingendo gli studenti del primo anno universitario a cimentasi come progettisti proponendo oggetti che dovrebbero essere innovativi! A questi si aggiungono stuoli di giovani designer che, sempre più vicini alla figura dell’arcaico artigiano-artista, si applicano in una disciplina simile progettando e realizzando le loro opere e proponendole all’azienda,

facendo risparmiare a quest’ultima molto lavoro di quello che è rimasto dell’ufficio tecnico di un tempo, sempre meno impegnato nella fase di prototipizzazione. Poi ci sono le aziende che ormai non pensano più ai grandi numeri e si presentano con vere e proprie “edizioni” di oggetti realizzati con l’ausilio di ciò che rimane del nostro artigianatoartistico: si moltiplicano le nuove collezioni in ceramica soprattutto perché non richiedono grandi investimenti. E infine c’è la “messa in scena”: tutto ciò che di effimero può essere costruito per dare l’impressione di una crescita culturale e produttiva. Ma di fatto tutto è solo un progetto che tende a divertire, stupire, esaltare lo spettatore. Proprio come nelle feste di paese: la banda, le luminarie, la giostra… Finita la festa tutto torna come prima. Anche la città di Milano vive da anni questo momento con grande entusiasmo ed euforia, ma finita la festa nessun milanese e turista ha mai colto il contributo di questa manifestazione al miglioramento della nostra città: nessuna traccia di buon design per la capitale del design.

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Artigianato 74  

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