Tdm_001 - Inchiesta beni confiscati

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cosa nostra COME I BENI CONFISCATI ALLE MAFIE QUASI 9MILA IN 25 ANNI. PIÙ DELLA METÀ ANCORA INUTILIZZATI

carrugi eGENOVA canzoni IN CINEMASCOPE

LE ISTRUZIONI PER SCOPRIRE I MILLE VOLTI DELLA CITTÀ

professionisti di dio NULLA DI BLASFEMO

SONO I PROTAGONISTI DI “GOD, INC.”, LA SIT-COM DI CULTO PER IL WEB


Da sinistra, in senso orario: la villa di un boss della ’ndrangheta trasformata in centro diurno per anziani a Galbiate (Lc); la sala da pranzo e la cucina dell’agriturismo gestito dalla cooperativa Placido Rizzotto, a Palermo; la cooperativa Valle del Marro di Gioia Tauro (Rc).

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| L’inchiesta


| a cura di | micheLa geLati, Laura beLLomi | foto | patrizia ferreri

beni di casa nostra

in 25 anni lo stato ha confiscato alla mafia quasi 9mila tra immobili e aziende. più della metà sono ancora inutilizzati.

s

ul bancone del bar Trevi sono rimasti bicchieri sporchi e bottiglie aperte: tra i tavoli coperti di polvere niente si è mosso da 15 anni a questa parte. Sequestrato nel 1993 alla famiglia Sergi, che negli anni ’90 capeggiava la ’ndrangheta a Buccinasco (hinterland milanese), solo nel 2006 è stato assegnato dal Comune alla cooperativa Spazio aperto. Avrebbe dovuto farne un ristorante sociale, il Triboca, con ortaggi coltivati su terreni sottratti alle mafie. Ma poi il progetto non è andato in porto, perché il nuovo sindaco, eletto nel 2007, ha bloccato tutto: vuole destinare il locale ad altre associazioni. Risultato: lo strato di polvere sui tavoli continua a crescere. Il bar Trevi è uno degli oltre 4mila immobili confiscati alla mafia e rimasti finora inutilizzati. L’Italia ha una legge (la 109 del 1996) che prevede che ciò che è appartenuto alla criminalità organizzata venga convertito a usi sociali. Quando un boss finisce sotto processo, la magistratura ne può sequestrare i beni. La confisca, che ne toglie la proprietà al mafioso, avviene però solo quando l’imputato ha ricevuto la condanna definitiva. A quel punto è l’Agenzia del demanio a gestirlo e lo assegna al Comune in cui si trova il bene oppure allo Stato. Il Comune, infine, può concederne l’uso a un’associazione o a una cooperativa sociale. La villa del boss può così diventare una casa di riposo, una scuola o la sede di ente di volontariato. O magari, massimo dell’affronto per un padrino, una caserma dei carabinieri. Il messaggio è chiaro: le cosche derubano il territorio, lo Stato restituisce il mal tolto e dove prima c’erano camorra o ’ndrangheta, ora ci sono attività oneste. Ogni terreno o edificio “restituito” alla società civile è, però, il | 001 | aprile 09

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frutto di una lotta titanica contro la burocrazia, le minacce e la diffidenza della gente. Su 8.129 immobili confiscati dal 1983 al 2008, infatti, meno della metà è stato “riciclato” a fin di bene. Sugli altri crescono le ortiche, una mezza vittoria dei clan. Oltre a terreni, ville e palazzi, ai mafiosi vengono sottratte anche attività economiche. E qui i dati sono ancora più sconfortanti: al 31 dicembre 2006 (ultimo dato disponibile, della Commissione parlamentare antimafia), su 801 aziende confiscate solo 110 erano ancora attive. Le altre 691 sono fallite per i boicottaggi della malavita e per le lungaggini della giustizia italiana. E con le imprese sono scomparsi anche posti di lavoro. Come è accaduto all’allevamento di bufale Selvalunga, a Grazzanise (Ce), che forniva latte ai caseifici dell’agro aversano e dei comu-

ni del napoletano. Proprietaria, la famiglia di Francesco Schiavone, boss del clan dei Casalesi. Nel 2002 l’azienda viene sequestrata: “Allora valeva circa 10 miliardi di lire” racconta Rosaria Capacchione, giornalista de Il Mattino. Mentre la Corte d’Assise prepara gli atti per la confisca, l’azienda è abbandonata a se stessa. “Nonostante i depositi pieni di mangimi, le bufale non venivano nutrite e sono morte di fame -aggiunge Capacchione-. Ma non è da escludere che gli animali siano stati sostituiti con capi affetti da brucellosi, una grave malattia dei bovini”. Quando l’azienda, ridotta al solo terreno, è stata consegnata allo Stato valeva appena 200mila euro, il 4 per cento del suo valore iniziale.

Fino a 10 anni per tornare a vivere

“Fra il primo sequestro e l’assegnazione finale può passare anche più di un decennio; e se il bene non è utilizzato, degrada”, conferma Francesco Forgione, ex presidente della Commissione parlamentare antimafia. Al Sud un bene su due impiega fino a 5 anni per ritornare a “vivere”: in Sicilia se ne devono attendere più di 10, almeno nel 71,9 per cento dei casi. “È un problema di organizzazione della macchina della giustizia”, ammette Forgione. Per cercare di velocizzare la trafila burocratica, nel 2007 il Governo ha nominato un Commissario straordinario, che ha il compito di lavorare con tutte le istituzioni coinvolte (Magistratura, Agenzia del demanio, Comuni) per trovare una via d’uscita a questa impasse. Impresa non facile, come dimostrano i dati del suo primo rapporto, pubblicato nel novembre dello scorso anno. Dei 2.225 beni assegnati ai Comuni di Calabria, Campania, Puglia e Sicilia, il 51 per cento è rimasto finora inutilizzato, ovvero non è stato concesso a nessuna organizzazione. Perché? Un immobile su quattro era così deteriorato da richiedere ristrutturazioni troppo costose sia per le casse comunali che per gli eventuali nuovi proprietari. La bottiglie impolverate sul bancone del bar Trevi a Buccinasco (Mi); nella pagina accanto, i lavoratori delle cooperative Placido Rizzotto e Valle del Marro.

la legalità viaggia su camion confiscati giovanni burgio

24 siciliani rimettono in moto il loro lavoro. e l’economia solidale li premia.

s

iamo innamorati della nostra terra, offesi dalle sue ferite e determinati ad agire per cambiare”. È questo lo spirito che anima le iniziative de “Le galline felici”, consorzio siciliano di agricoltura biologica che serve numerosi gruppi di acquisto solidale del Centro-Nord. Una speranza che dalla Sicilia orientale viaggia sui camion confiscati alla mafia carichi di arance, olio, vino e miele, frutto di una nuova economia pulita, solidale ed equa. La storia di questi camion risale al 1993. 10

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Esiste poi un gruppo di beni che l’Agenzia del demanio non ha mai assegnato. Né ai comuni né allo Stato perché sono ancora occupati dalle famiglie dei boss (1.203) oppure gravati da ipoteche (1.742). “Le banche potrebbero fare un gesto di responsabilità rinunciando alle prerogative su queste proprietà”, dice don Luigi Ciotti, fondatore e presidente di Libera, associazione nata nel 1995 e che dell’uso sociale delle confische ai mafiosi ha fatto il suo principale cavallo di battaglia. “Serve un’unica agenzia nazionale per la gestione e la destinazione di questo patrimonio -propone il sacerdote-. E bisognerebbe attuare pienamente la legge Mancino del 1993, in modo da risalire ai reali possessori di attività commerciali e conti correnti”. Un ulteriore strumento per rendere più efficace la lotta alla mafia è contenuto nel disegno di legge sulla sicurezza, approvato dal Senato il 5 febbraio scorso, che amplia la possibilità di confisca dei beni anche quando non se ne può giustificare “la legittima provenienza” o se hanno un valore sproporzionato rispetto al reddito dell’indagato. Le storie di successo (e di resistenza) comunque non mancano, nonostante le vendette delle cosche e la diffidenza della gente.

Da Nord a Sud, l’Italia che resiste

A Gioia Tauro, in Calabria, a inizio febbraio i giovani della cooperativa Valle del Marro, che coltivano 80 ettari di terreno appartenuti a ’ndranghetisti, hanno scoperto un buco in una recinzione che delimitava i loro campi: una trentina di piante di ulivo rubate, altre estirpate. La terza intimidazione in tre anni: “Nel 2006 alcuni mezzi agricoli sono stati sabotati e un anno dopo un terreno è stato devastato -racconta Antonio Napoli, socio della cooperativa-: abbiamo calcolato danni per 50mila euro”. Ma a distruggere il loro lavoro è anche la paura. “Trovare manodopera, soprattutto i primi tempi, era difficile -prose-

A Belpasso, in provincia di Catania, regno del boss Santapaola, si consuma una vicenda esemplare dei complessi meccanismi finanziari adoperati dalla criminalità organizzata per impedire la consegna allo Stato dei beni confiscati. Protagonisti la ditta Riela Group e il consorzio Setra, realtà attive nel settore autotrasporti e logistica. Sequestrata per mafia nel 1993, la Riela viene confiscata solo ’99. La famiglia proprietaria dell’azienda, vicina al clan Santapaola, pur di rimanere in possesso dei beni ed eludere gli effetti dei provvedimenti giudiziari, trasferisce al consorzio Setra tutti i crediti esigibili e scarica invece i debiti contratti sulla Riela. I 33 lavoratori in organico si dimettono in blocco, per essere riassunti all’istante dalle nuove ditte che compongono la Setra: si crea un nuovo soggetto giuridico, riconducibile ai

“vecchi proprietari” e tutto torna all’ordine. Una spirale perversa, che ha fruttato 18 milioni di euro di fatturato, con 80 camion attivi e che ha costretto i dipendenti a lavorare fino a 18 ore al giorno in nero, per ricevere in cambio di una normale busta paga “un buono spesa” da utilizzare in un supermercato vessato dalla stessa logica. Oggi la Riela è di proprietà del Demanio ed è gestita da Italia Lavoro, l’agenzia ministeriale che si occupa dei beni confiscati. Il fatturato è sceso a 600mila euro, i mezzi utilizzati sono appena 20 e i dipendenti 24, tutti però regolarmente pagati e tutelati dalle legge. Un calo che ha richiamato l’attenzione dell’assessore regionale siciliano al Lavoro, Carmelo Incardona: “La Regione è disponibile a promuovere convenzioni con le quali il gruppo Riela possa offrire i propri servizi, ai prezzi di mercato, alle associazioni di

categoria e portare questa opportunità a conoscenza delle aziende”. Tenacia e determinazione possono dunque trasformare l’economia e i beni dei mafiosi in occasione di sano sviluppo. Lo ha capito subito la neonata rete di economia biologica siciliana, che utilizzerà i camion confiscati per promuovere i propri prodotti, sull’esempio del consorzio “Le galline felici”. Un “viaggio della speranza” che dalla Sicilia orientale raggiungerà i gruppi d’acquisto solidale del Nord, a Milano, Venezia e Genova.

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Alla cooperativa Valle del Marro, oltre alle melanzane sott’olio, si producono miele e pesto di peperoncino. A destra, il casolare di Giuseppe di Matteo. Nel novembre scorso, in quell’area, è stato inaugurato Il Giardino della Memoria.

gue-. La Calabria è una delle Regioni a più alta disoccupazione giovanile, ma molti temevano di lavorare per noi”. “Restare per cambiare, cambiare per restare” è però il motto di Valle del Marro, che nel 2007 ha prodotto con tenacia 25mila vasetti di pesto di peperoncino e 35mila di melanzane, oltre a 9mila bottiglie d’olio. Qui d’estate arrivano ragazzi da tutta Italia: imparano il valore della legalità nei campi di lavoro antimafia promossi da Libera. In quest’opera di riqualificazione il Sud non è solo: due mesi fa è stato inaugurato il primo bene confiscato in provincia di Lodi. Un bilocale usato come punto d’appoggio dei clan e ora affidato alla Pro loco di Casalmaiocco, 2.400 abitanti nel bel mezzo della Padania. Campi e villette avvolte dalla nebbia, strade in cui alle sei di sera passa solo qualche bicicletta, e uomini al bar che alzano la testa dalle carte per osservare i “forestieri”. In un complesso residenziale a mattoni rossi, l’appartamento: salotto e un bagnetto. “Quando abbiamo saputo del sequestro, siamo caduti dalle nuvole -ammette il sindaco Pietro Segalini-. Questo è un paese tranquillo”. Corleone, Palermo, 1.500 km più a Sud. In questa terra di mafia e silenzi, dove persino coltivare grano è proibito se i boss non sono d’accordo, da sette anni i giovani della cooperativa Placido Rizzotto curano 230 ettari di terreni confiscati: i clan li avevano acquistati e condannati al degrado. “Ora produciamo olio, pasta e vino: nel 2007 abbiamo fatturato 1 milione e 300mila euro -spiega Fran-

cesco Galante, uno dei soci-. Col tempo la gente ha anche capito che lavorando con noi guadagna di più: 57 euro netti al giorno, con contributi, assicurazione e ferie, contro i 40 dei boss”. Ora nei poderi della Cooperativa, solo un casolare tra le vigne ricorda che questa è stata terra di mafia: qui 13 anni fa, su ordine di Giovanni Brusca, fu ucciso e sciolto nell’acido Giuseppe di Matteo, quindicenne, figlio di un pentito. Nel novembre dell’anno scorso, vicino al casolare, l’associazione Libera ha inaugurato un Giardino della Memoria.

| Le confische regione per regione

342

2.756

fabbricati

15 587

100 27

Al quarto posto la Lombardia. Tanto che il Comune di Milano ha istituito una commissione d’inchiesta antimafia in vista dell’Expo.

14

71 57

153

11

7

4

329 24 83

beni immobili confiscati

805

locali generici

11

639

box, garage, autorimsse

2

612 1.213 11

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ville

96 206 1

1.169

aziende confiscate

3

68

77

345

abitazioni indipendenti

1.704

terreni agricoli

407

3.783 12

294

4 8

fonte: agenzia del demanio

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appartamenti

| L’inchiesta

principali tipologie di beni immobili confiscati alla criminalità organizzata


a reggio calabria, un miracolo gitano Rom non sta pER RACCOLTA OGGETTI MISTI. Sono i lavoratori del CENTRO RIFIUTI INGOMBRANTI. ex vetreria dei boss.

I

l primo bene confiscato assegnato al Comune di Reggio Calabria? Un capannone nel rione residenziale Condera, a pochi chilometri dal lungomare. Un’ex vetreria sequestrata a una delle famiglie malavitose più influenti di Reggio -di cui si omette il nome, a tutela di chi, contro la ’ndrangheta, lavora tutti i giorni-, rinata come area di stoccaggio per rifiuti ingombranti. Un bene da record dei primati. Il riutilizzo a fini sociali dell’ex vetreria ha portato il Comune calabrese ad avere, per la prima volta nella sua storia, il servizio di raccolta rifiuti ingombranti, finora abbandonati ai lati delle strade o nelle fiumare. Per di più, a gestire l’attività è la cooperativa Rom1995, dove “Rom” non sta per “Raccolta oggetti misti”, ma è l’etnia dei 20 lavoratori: un altro piccolo miracolo di una città in cui la presenza degli “zingari” è malvista e mal sopportata e il lavoro è prezioso quanto raro. Fino agli

anni Ottanta, il capannone veniva affittato per attività artigianali. Poi la confisca, e l’assegnazione, nel 2002 a Rom1995. Nel frattempo però, sono trascorsi due decenni di totale abbandono: “Attorno c’erano calcinacci e sporcizia e il capannone non era nemmeno rifinito -racconta Domenico Modaffori, presidente della cooperativa-. Per la ristrutturazione ci siamo affidati ai ragazzi Rom che poi avrebbero continuato l’attività, mentre per l’arredamento degli spazi abbiamo recuperato sedie e tavoli di fortuna”. I fondi per la ristrutturazione (370mila euro circa) sono arrivati grazie al contributo di Comune, Provincia, Regione e Unione europea. Gli spazi comprendono il punto stoccaggio oggetti ingombranti, vasche e contenitori per il deposito dei rifiuti e gli uffici amministrativi. Da vincere, oltre alla consuetudine dell’abbandonare i rifiuti per strada, la diffidenza

per una cooperativa che lavora in un capannone appartenuto alla malavita: “Qualcuno ci guarda male perché siamo in un luogo della ’ndrangheta. Lo sanno, al rione. A me non importa però, lavoro lo stesso”, dice in reggino stretto Mario Bevilacqua, 34 anni, rom italiano, da 7 nella cooperativa. Mario fa parte delle 250 famiglie reggine del ceppo Rom calabrese, che negli anni Settanta abitavano l’ex Caserma militare del rione Barre, zona Sud della città, e oggi vivono in case popolari o baracche. Il pregiudizio sui Rom, da sempre in giro per le strade a prelevare elettrodomestici e ferri abbandonati, è duro a morire: “Quando abbiamo dato vita alla raccolta, la gente rimaneva perplessa: non capivano come potessero essere ‘gli zingari’ a fare un lavoro così ben fatto”, ammette il presidente della cooperativa. Fra chi pensa ai Rom come “ladri” e chi li giudica “accattoni”, la strada è ancora in salita. Come la via “Reggio Campi II tronco” dove, su un’altura affacciata sul mare, ci sono gli uffici e la ricicleria. “Lavorare in una struttura appartenuta alla malavita e costruire una realtà che abbraccia legalità, rispetto per l’ambiente e convivenza multietnica è una sfida a lungo termine”, dice ancora Modaffori. Per Mario Bevilacqua e gli altri lavoratori, i risultati sono già tangibili. “La gente non si fida del nostro lavoro perché siamo Rom? Io però così ho una certezza: la busta paga”. | 001 | aprile 09

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