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ispirazioni verso De Chirico, Morandi, Campigli così come ai teatrini di Melotti e Fontana. Era infatti il momento in cui il pulsare artistico promuoveva in maniera paritetica la volontà del riscatto sociale e culturale, quasi uno zeugma, nella contemperazione cioè del mondo didattico (teorico, ma geniale) con quello sperimentale (pratico, ma ugualmente geniale), non disattendendo, comunque, il con-cetto di come nel caso dell’Istituto Statale d’Arte “F. Mengaroni” ciò fosse stato praticato in maniera posi-tiva grazie ad un corpo insegnante di tutto rispetto. Pur in una “inconscietà”, o se si vuole in una consapevolezza di tipo elementare, trovava comunque fondamento in una Koiné culturale già predisposta, la ricerca descrittiva, la spazialità nella costruzione delle plastiche di grande spessore: andava di pari passo il revival cosiddetto, e non poteva essere altrimenti in una zona che dai lontani, ma preziosi modelli, indicava tout court la via della produzione nobile della ceramica (l’istoriato, le grottesche, il lustro) non negando parimenti la via della modernità. L’”inconscietà” di cui dicevo, veniva colta, a mio parere, in una situazione di evidente speculazione intellettiva forse oltre le immaginazioni degli stessi attori, i ceramisti, ma che recuperava, in una sorta di sistema hegeliano, una sua matrice filosofica nel trasferimento dialettico: TESI (scuola - luogo delle idee); ANTITESI (bottega - luogo della sperimentazione); SINTESI (museo - luogo dei modelli). Tutto il decennio dal 1950 al 1960 appare caratterizzato da una vivace volontà aggregativa sul du-plice versante delle occasioni espositive e della formulazione di testi di carattere teorico ed ideologico sull’arte ceramica. Spettò, quindi, a quella formidabile congiuntura rappresentata dalla III Mostra Nazionale della Ceramica (Pesaro, 3-4 agosto 1952) mostrare ed evidenziare l’enorme voglia di sperimentare nuove forme e nuove tecniche che coinvolgevano l’Italia intera e che a Pesaro era stata così ben colta da Giancarlo Polidori, passato nel 1945 dal mondo scolastico degli Istituti d’Arte alla direzione dei Musei Civici pesa-resi. Nel suo ruolo di direttore, Polidori privilegiava le maioliche metaurensi copiosamente rappresentate dalla Collezione Mazza, ma si recuperava anche alle sue esperienze di ceramista cercando così di indi-viduare nei giovani quali potenzialità si mostrassero per l’arte del gran fuoco; la coscienza di appartenere ad un’epoca nuova li spingeva infatti nella ricerca spasmodica delle costruzioni spaziali ove il dialogo tra artista della ceramica e della scultura sarebbe diventato sempre più imprescindibile con il recupero ad esempio dell’uso della terracotta; della sua sperimentazione ingobbiata e graffita, prima di passare al grès (Nanni Valentini).

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Amici della ceramica Pesaro - Catalogo  

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