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Avevamo tutti passione per la ceramica, ovviamente, e la lavoravamo di getto: si abbozzava la composizione col minio - che in fase di cottura poi spariva - quindi si contornava col nero o col manganese e infine si colorava. I disegni preparatori erano riservati ai lavori di grandi dimensioni. In genere si dipingevano figure umane cercando l’effetto cromatico ed il rapporto armonico tra composizione e forma. I soggetti non erano ambientati in un contesto tridimensionale; la prospettiva avrebbe appesantito e disturbato. Lo sfondo era prevalentemente risolto con pennellate a macchie irregolari, verdi o turchesi, che non appiattivano lo spazio ma lo rendevano indefinito rispetto alle immagini e neutro rispetto all’oggetto. Pochi di noi lavoravano su smalti chiari o bianco - ricordo Malato, Papagni, Bruni, Naponelli - i più preferivano i colorati e fra tutti il nero, il rosso (sangue di bue) e il blu - raro era il verde - perché permette-vano di ottenere risultati cromatici particolari e una corposità simile a quella della pittura a olio. Il nero produceva effetti abbastanza simili a quelli ottenuti da Picasso nel “vassoio con colombina” del Museo delle Ceramiche di Faenza, per quanto lui avesse fatto uso, se ben ricordo, dell’ingobbio e noi si lavorasse solo con i colori su smalto. Non saprei dire se chi iniziò avesse come punto di riferimento la “colombina”, i due metodi di lavoro sono molto differenti; propendo comunque per qualcuno in possesso di una semplice fotografia e che da quella non abbia potuto individuare la tecnica utilizzata da Picasso. Naturalmente spesso si parlava d’arte e gli argomenti potevano essere il Surrealismo, il Postim-pressionismo, il Cubismo, l’Astrattismo; si commentava il singolo pittore, un quadro, una particolare cera-mica e sempre da addetti ai lavori. Erano scambi di conoscenze e di punti di vista tra giovani con la stessa formazione, accomunati dalla passione della ricerca del nuovo. Se a questo si aggiunge che operavamo a contatto di gomito nello stesso ambiente, quindi a diretto confronto, era forte lo stimolo di esprimere il meglio di noi, di privilegiare alcune scelte piuttosto che altre. In fabbrica l’atmosfera era un po’ goliardica, il clima allegro, si rideva spesso e volentieri. Ricordo Antonio Lani quando cantava a squarciagola con toni volutamente esagerati, provocando le ire delle donne intente a dipingere nello stanzone accanto; Renato Bertini in un giorno d’estate particolarmente afoso che, impassibile, lavorava tenendo un piede (uno solo) in un vaso pieno d’acqua; un altro compagno, non ne vedo più i lineamenti, con un alluce legato al muro per rimanere in equilibrio e controbilanciarsi mentre dipingeva un grosso vaso panciuto;

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Amici della ceramica Pesaro - Catalogo  

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