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dei movimenti sviluppati a Parigi e in altri centri d’Europa fra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, ma per noi giovani tutto era nuovo, scioccante e stimolante nello stesso tempo. Monet, Gauguin, Van Gogh, Césanne, Matisse, Picasso, Klee, Kandisky, Dalì arrivavano tutti insieme. Il primo approccio con il quadro “Le demoiselles d’Avignon”, l’opera che taglia i ponti con cinque secoli di storia di pittura, per chi scrive fu tutt’altro che facile, ma era chiaro che non si trattava né di uno scherzo, né di una presa in giro. Quella era la direzione che aveva preso l’arte del XX secolo. Alcuni artisti testé citati li ho conosciuti attraverso i libri che Raffaele Jannone - marito di Gabriella Molaroni e in pratica direttore effettivo della fabbrica - ci faceva consultare; per quanto avesse fatto studi di tutt’altro genere (era ragioniere), aveva acquisito una buona conoscenza della tecnica ceramica e possedeva un innato intuito artistico. Era sempre indaffarato, spesso di buon umore e scherzoso, ma sapeva essere anche sarcastico e pungente. Aveva la capacità di stimolare, dando fiducia e soddisfazione. Suggeriva temi e proponeva tecniche, ma poi ognuno era libero di operare come meglio credeva, a meno che non ci fosse una richiesta specifica della committenza. L’idea di far aggiungere il nostro al nome della fabbrica - pratica mai usata in precedenza - credo sia stata sua. Se, dunque, i ragazzi attivi in questo periodo nella Molaroni hanno prodotto qualche cosa di valido, una parte del merito va riconosciuto anche al sig. Lello; era così che lo chiamavamo! Ognuno di noi giovani aveva come obiettivo ideale quello di dipingere su tela e quasi tutti a casa eravamo forniti dell’occorrente. L’interesse per Klee, Picasso, Chagall e altri era legato più a questa attività che alla ceramica. Va inoltre considerato che le due pitture hanno una natura molto diversa tra loro. La prima non ha limiti e confini oltre il perimetro della tela stessa e la seconda ha il compito di abbellire un oggetto, deve cioè prima di tutto coniugarsi con una forma e questo può diventare un handicap; ci vuole una certa abilità per superarlo o per farlo diventare un vantaggio. I due linguaggi sono difficilmente com-patibili tra loro ed il travaso da uno all’altro spesso non è né facile né produttivo. Ricordo Auro Salvaneschi entusiasta di alcuni dipinti di Guttuso, ma nelle ceramiche che gli ho visto realizzare di Guttuso non c’èra traccia, così come in quelle di Bruno Bruni non ho mai trovato il minimo riferimento a Ottone Rosai, benché lui fosse molto interessato a questo pittore. Lo stesso vale per chi aveva predilezione per Klee, Ghagall e altri.

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Amici della ceramica Pesaro - Catalogo  

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