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della Molaroni, quella della Mengaroni, quella della Baratti, della Franceschini. Dalla seconda metà degli anni ’40 a tutti gli anni ’50, all’Ist. d’Arte il succedersi delle generazioni sembra intento ad impegnarle ad una specie di staffetta, in cui il testimonio è il lavoro realizzato e presente nei corridoi e nelle aule; una corsa parti-colarissima fra studenti della stessa generazione e quelli della generazione successiva: i primi stavano per terminare, i secondi avevano iniziato a frequentare la Mengaroni; vi erano amici comuni, alcuni si co-noscevano al momento: gli insegnanti facevano da tramite, erano la memoria fra gli uni e gli altri. Si formava un percorso di attenzione e di “affinità elettive”; quel folto, ma limitato gruppo di studenti capaci proseguiva, senza interrompere, quel comune sentire e fare e pensare che hanno caratterizzato la pro-duzione e della Mengaroni e delle fabbriche pesaresi di quegli anni. I rimandi, i richiami stilistici, le superfici dipinte con colori e smalti, graffite, spruzzate e le av-venturine e la cristallina a grosso spessore, piatti e vasi sagomati non più tondi né più cilindrici, i decori con animali e figure e marine o paesaggi fantastici e trasognati come quelli di Chagall, senza più prospettiva e ritornati al piano unico delle pitture vascolari…nella scuola tutto questo passava e si continuava dagli uni agli altri. Fuori, nel privato, i rapporti proseguivano andando a vedere il lavoro negli studi dei più grandi, quelli che erano della stessa generazione dei nuovi insegnanti come Vangi, Sguanci, Vannini, i quali en-travano alla Mengaroni nel ’51-’52; Valentini annotava per il 1953: “A Pesaro formai un gruppo con Van-gi, Sguanci, Piattella”; sono tutti della stessa età: ’31, ’32, ’33. Tutti i migliori dell’Ist. Mengaroni in quegli anni operavano nelle Fabbriche pesaresi, mentre Schettini, Sgarzini, Tombari e Gramaglia quest’ultimo di Faenza - addirittura aprirono la “Ceramica di Urbino”, nell’ omonima città, dal 1950 al 1953. I migliori, appunto, coloro che hanno dato una immagine unitaria e che ora riconosciamo e ammiriamo…i migliori e dirlo oggi si rischia di essere tacciati di oscurantismo, se poi a dirlo è addirittura un insegnante, allora si può gridare la sua totale ignoranza pedagogico-didattica e una sua evidente inclinazione reazionaria, pericolosissime se rapportate al bonismo, alla socializzazione, al ludismo, al supermercato delle offerte formative in cui vegeta la scuola di oggi. Torno in fretta agli anni ’50. Anni totalmente diversi da quelli a noi presenti e la scuola era altra cosa e la società era altra cosa; il valore del lavoro portava con sé la funzione dell’apprendistato che era formazione correlata a risultati e a capacità da raggiungere, relazione con coloro che erano in grado di poterli presentare e realizzare: insomma una scuola fatta

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Amici della ceramica Pesaro - Catalogo  

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