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UN’ESPLOSIONE DI FORME E DI COLORI Ceramiche pesaresi dal 1950 al 1960


RINGRAZIAMENTI Presentare una mostra di ceramiche, richiederebbe da parte mia una capacità di trasmettere, con un’estrema sintesi, tutte le motivazioni che hanno determinato l’evento ed i fini prefissati. Tutto ciò contrasta con l’entusiasmo che ancora anima sia lo scrivente, sia tutti gli “Amici della Ceramica Pesarese” che hanno fortemente voluto realizzare questo progetto. Si è subito compreso che preparare una mostra d’opere ceramiche pesaresi degli anni ’50 dello scorso secolo, rappresentava sicuramente un fatto di grande interesse per molti studiosi e appassionati della maiolica. Altri avrebbero assaporato lo stesso piacere che si prova nel rileggere un libro dimenticato o avrebbero forse ritrovato delle forme legate a ricordi di oggetti visti in ambienti cari della prima gioventù. La motivazione più importante, per lo scopo stesso della nostra Associazione, è stata però quella di dare, ai giovani artisti che visiteranno questa mostra, dei motivi di riflessione. Bisogna infatti riportarsi a quei giorni non certo facili - perché tanto vicini al triste periodo di un dopo guerra e ancora non influenzati dal successivo forte sviluppo economico degli anni ’60 - e stupirsi di come alcuni ceramisti pesaresi abbiano saputo trasferire tutto il grande desiderio di “novità” nei loro lavori. E nei dieci anni, dal 1950 al 1960 assistiamo meravigliati ad un’esplosione di forme e di colori che caratterizzano fortemente l’eccezionale tempo artistico. Una critica ci è stata mossa e precisamente quella di non aver fatto una selezione dei soli ceramisti che hanno contribuito in maniera efficace alla nascita di questa nuova produzione con pezzi di eccellenza. Abbiamo invece deciso di esporre opere di tutti gli artisti “ritrovati” nell’intento di dare una visione generale e per far conoscere, sollevando il velo di silenzio che lo ha coperto fino ad oggi, questo fenomeno pesarese. Accettiamo in ogni caso la critica e la facciamo nostra con l’impegno, a partire dalla data della chiusura della mostra, di iniziare con gli amici ceramologhi, lo studio approfondito degli artisti di maggior rilievo, che hanno operato in quell’epoca, per giungere alla realizzazione di esposizioni magari monografiche. Interessante sarebbe anche ricercare le cause dell’esaurirsi, in seguito avvenuto, di questo particolare momento, che ha comunque lasciato un valido bagaglio d’esperienze in tutti coloro che lo hanno vissuto, ma senza portare a maturazione una forma di espressione codificata. Vorremmo inoltre che ognuno dei visitatori “guardasse” queste opere tenendo conto di quanto poco offriva Pesaro, in quegli anni, ai giovani e di quanto invece sia risultata importante l’opera svolta dai corsi dell’Istituto


d’Arte nel riversare sugli allievi il bagaglio d’esperienze tecniche ed artistiche e soprattutto nel licenziarli ricchi di una grossa motivazione. Il catalogo è stato pensato non solo come una valida guida alla mostra ma anche un libro che comprenda, oltre alle immagini delle opere esposte, anche alcune informazioni degli artisti che in quegli anni hanno sperimentato un “moderno” stile del decoro ceramico. A questo punto, e con molto piacere, desidero esprimere i più sinceri ringraziamenti, a nome mio personale, e di tutti gli iscritti alla “Associazione Amici della Ceramica” a tutti i collezionisti prestatori delle opere ed in modo particolare all’amico Enzo Sciarra che con la sua attiva partecipazione ci ha permesso di realizzare questa mostra oltre che ha fornirci molte delle belle opere esposte. Un vivo ringraziamento a tutte le Autorità Comunali e Provinciali per la collaborazione e l’aiuto fornito e agli Sponsor il cui contributo ha permesso di concretizzare il desiderio di questa mostra. Infine un ringraziamento all’amico ceramologo Leon Lorenzo Loreti che ha dedicato tanta cura all’attuazione di questo catalogo e all’amico Pietro Palucci come sempre attivo e disponibile. Ing. Silvio Picozzi Presidente dell’Associazione


CERAMICA A PESARO NEL DECENNIO 1950-1960 Già alcuni anni or sono proponevo delle riflessioni sulla situazione della produzione ceramica pesa-rese nell’immediato dopoguerra, in occasione di una mostra dedicata alla Ceramica Italiana degli anni ’50 allestita ai Musei Civici di Pesaro (8 aprile-2maggio 1996). M’era parso interessante, e pertinente, rimarcare che a Pesaro ci fosse stato il recupero, e quindi la continuazione, di una realtà artistica antica a rappresentare il desiderio di risveglio della comunità isaurica in netto anticipo, ad esempio, sulle concettualità architettoniche, pur contingenti e necessarie, ancora ferme ai dettami di Piacentini, Pagano, Terragni. Si avvertiva nella città, potremmo dire, una concitazione di poetiche descrittive nelle cromie e nelle forme che troverà nella manifattura Molaroni - ma anche in quelle di Baratti, Franceschini, Imperatori, Sora, Giardini ed altri - la prima decantazione ed esaltazione ai rudimenti appresi. Se da una parte la Molaroni fungeva da grande levatrice in un processo maieutico che proponeva ad libitum la creazione di forme consolidate con i decori dalle lunghe radici come le raffaellesche, così ben proposte su base monocroma bleu, ed ancora l’istoriato e le produzioni della ripresa settecentesca: mar-gherita e rosa, era l’impulso moderno, contemporaneo che la fabbrica proponeva; la gran parte delle mae-stranze s’indirizzava sulla spinta delle poetiche e delle tendenze artistiche, nazionali ed internazionali, che venivano ampiamente recepite con ricche figurazioni dai toni marcati, risolti comunque con fantastica sen-sibilità. Si ritrovavano quindi gli epigoni di Guido Durantino, Nicola da Urbino, Francesco Xanto Avelli, Orazio Fontana, dei Lanfranchi, dei Patanazzi e dei Casali-Callegari - tanto per dare delle indicazioni schematiche - con la riproduzione delle storie antiche ma di sempre grande impatto, da un lato; dall’altro, inve-ce, gli artisti-designer, sperimentatori e sognatori - ma anche razionalisti che prestavano attenzione alle creazioni di Picasso o Salvator Dalì. A Pesaro esistevano due realtà: le botteghe di ceramica dove si decorava in istoriato scene popo-lari e di tradizione; e quello appunto di Gallucci ed altri, basata sul ‘900 con aperture a Morandi, Se-meghini, Tosi e De Pisis, scriveva in una traccia autobiografica Nanni Valentini nel 1983 con riferimento al periodo 1945-’50. Anche Giò Ponti andava comunicando sulla rivista Stile (1947) il recupero delle esperienze alla Ri-chard Ginori di anni prima nella ricerca di nuovi artisti/artigiani (Domenicando per ceramiche) cui suggerire le


ispirazioni verso De Chirico, Morandi, Campigli così come ai teatrini di Melotti e Fontana. Era infatti il momento in cui il pulsare artistico promuoveva in maniera paritetica la volontà del riscatto sociale e culturale, quasi uno zeugma, nella contemperazione cioè del mondo didattico (teorico, ma geniale) con quello sperimentale (pratico, ma ugualmente geniale), non disattendendo, comunque, il con-cetto di come nel caso dell’Istituto Statale d’Arte “F. Mengaroni” ciò fosse stato praticato in maniera posi-tiva grazie ad un corpo insegnante di tutto rispetto. Pur in una “inconscietà”, o se si vuole in una consapevolezza di tipo elementare, trovava comunque fondamento in una Koiné culturale già predisposta, la ricerca descrittiva, la spazialità nella costruzione delle plastiche di grande spessore: andava di pari passo il revival cosiddetto, e non poteva essere altrimenti in una zona che dai lontani, ma preziosi modelli, indicava tout court la via della produzione nobile della ceramica (l’istoriato, le grottesche, il lustro) non negando parimenti la via della modernità. L’”inconscietà” di cui dicevo, veniva colta, a mio parere, in una situazione di evidente speculazione intellettiva forse oltre le immaginazioni degli stessi attori, i ceramisti, ma che recuperava, in una sorta di sistema hegeliano, una sua matrice filosofica nel trasferimento dialettico: TESI (scuola - luogo delle idee); ANTITESI (bottega - luogo della sperimentazione); SINTESI (museo - luogo dei modelli). Tutto il decennio dal 1950 al 1960 appare caratterizzato da una vivace volontà aggregativa sul du-plice versante delle occasioni espositive e della formulazione di testi di carattere teorico ed ideologico sull’arte ceramica. Spettò, quindi, a quella formidabile congiuntura rappresentata dalla III Mostra Nazionale della Ceramica (Pesaro, 3-4 agosto 1952) mostrare ed evidenziare l’enorme voglia di sperimentare nuove forme e nuove tecniche che coinvolgevano l’Italia intera e che a Pesaro era stata così ben colta da Giancarlo Polidori, passato nel 1945 dal mondo scolastico degli Istituti d’Arte alla direzione dei Musei Civici pesa-resi. Nel suo ruolo di direttore, Polidori privilegiava le maioliche metaurensi copiosamente rappresentate dalla Collezione Mazza, ma si recuperava anche alle sue esperienze di ceramista cercando così di indi-viduare nei giovani quali potenzialità si mostrassero per l’arte del gran fuoco; la coscienza di appartenere ad un’epoca nuova li spingeva infatti nella ricerca spasmodica delle costruzioni spaziali ove il dialogo tra artista della ceramica e della scultura sarebbe diventato sempre più imprescindibile con il recupero ad esempio dell’uso della terracotta; della sua sperimentazione ingobbiata e graffita, prima di passare al grès (Nanni Valentini).


Il ceramista, poi direttore di fabbrica, poi professore di decorazione pittorica, e poi custode della produzione aulica seguiva pertanto attentamente le presenze nella fabbrica Molaroni, anche da lui fre-quentata fre intorno agli anni ‘910, e nella bottega di Baratti, luogo di ritrovo di Valentini, Bruni, Tombari, Sgarzini, Papagni, nei loro rientri a casa da varie città d’Italia dove si spargevano in scuole scuo o manifatture. Della mostra del 1952 Polidori si fece lasciare - o nei casi più ostinati fece acquistare al Comune di Pesaro a prezzi vantaggiosi - un proprio lavoro dai ceramisti partecipanti e certamente quel piccolo “fon-do”“fon circa 60 pezzi, niente in n confronto alla consistenza della raccolta Mazza, di circa 400 - creò interesse in vista di un ampliamento delle testimonianze storiche arrivando fino alla produzione coeva da coagulare un obiettivo comune e condiviso: i giovani avrebbero così acquisito delle delle caratteristiche particolari nella lo-ro ro formazione e cioè l’interesse per l’arte moderna e contemporanea e la ricerca del nuovo in campo cera-mico. cera Purtroppo il sogno di Gian Carlo Polidori di creare un Museo della Ceramica il più esaustivo pos-sibile pos - forse potrebbero ricrearsene ora le condizioni - si spense nel 1962, ma certo tutto il movimento aveva influito in maniera positiva. Claudio Giardini Pesaro, 24 gennaio 2003

Gruppo di giovani ceramisti in gita a Firenze nel 1956. Si distinguono Romolo Verzolini e Guerrino Bardeggia (nella fila in alto e tra gli accovacciati ) Marcello Rossini e Auro Salvaneschi (con le scarpe bianche)


L’ISTITUTO STATALE D’ARTE “F. MENGARONI” FRA ARTE E VITA…FRA PENSARE E FARE Due sbiaditi fogli da lettera, entrambi provenienti da Faenza, giacciono fra documenti e carte nel-l’archivio dell’Ist. d’Arte di Pesaro, il tutto raccolto in un contenitore tenuto fermo da uno spago sottile, come quello che il Prof. Andreani usava per fabbricare i suoi impareggiabili pennelli; due piccoli fogli con date diverse, uno è degli inizi e l’altro è della fine degli anni cinquanta. Il 29 settembre del 1951 Gaetano Ballardini scriveva al Prof. Dante Masetti - allora Direttore della Regia Scuola artistico-industriale di tirocinio “F. Mengaroni” (intitolata all’ex alunno con R.D. del 13 gennaio 1930-VII, N. 143) - : “Egregio Masetti, il 21-22 ottobre avremo qui il I Convegno Nazionale del-l’Artigianato Artistico della Ceramica (…). Se in questa occasione Lei credesse offrire al Museo alcune po-che ma buone cose della Scuola, il momento sarebbe eccellente. Il Museo provvederà alla loro esposizione in perpetuo in degna sede (…)”. Il 10 luglio del 1959 Giuseppe Liverani scriveva al Direttore Ferruccio Ferri - entrato a dirigere l’Ist. d’Arte “F. Mengaroni “ nel 1954 - : “Caro Direttore, siamo alle solite. I vostri giovani sono premiati ed io arrivo con la richiesta di cedere al Museo, per la documentazione nella sala della maiolica italiana d’arte, i due elaborati della Pavoni e della Polverelli. Me li date? Spero di sì (…)”. Come si vede sono richieste, richieste di donazioni; gli oggetti che vengono presi in considerazione fanno parte già di una lunga e pregiata produzione, che la scuola ha saputo realizzare nel corso della sua storia; una storia antica, tutta congiunta con la realtà culturale cittadina, con le tradizioni delle arti e dei mestieri seguiti e protetti dalle Signorie rinascimentali; una storia che si è mantenuta se non sempre nei fatti, sì invece nella memoria e nella sensibilità di alcuni i quali, seguendo un sotterraneo percorso di affinità elettive, hanno inconsapevolmente disegnato quella immagine inconfondibile del nostro artigianato, della nostra arte, della nostra cultura. Tutto questo precede, ma contemporaneamente è presente in quell’arco di tempo che interessa la nostra riflessione: gli anni ’50 - ’60. Nel 1952 si tenne a Pesaro la III Mostra Nazionale della Ceramica - la seconda si tenne nel 1928 e la prima nel 1924 e furono le primissime rassegne della ceramica in Italia - , nella prefazione al catalogo l’ Avvocato Coli scriveva: “Le secolari tradizioni maiolicare di Pesaro e Provincia, ove


oggi opera in campo nazionale una valorosa schiera di ceramisti e la fiorente Sezione Ceramica della Scuola d’Arte “F. Men-garoni” (…)”; questo passo, in sintesi, accosta tre mondi: quello della Tradizione, quello delle Fabbriche e quello della Scuola e, nel periodo che a noi interessa, gli ultimi due avevano la stessa importanza, con le dovute differenze. Le Fabbriche vivevano all’ombra della tradizione, ma permettevano l’ingresso dei giovani con le loro idee innovative, le quali negli anni ’50 trovarono ampie opportunità e consensi; la Scuola educava i giovani al sapiente apprendistato della tradizione, ma contemporaneamente introduceva nuove infor-mazioni, nuovi stimoli attenti maggiormente alle evoluzioni del gusto e delle ricerche che la contempo-raneità metteva, inevitabilmente, a disposizione delle sensibilità più attente: nel primo caso la tradizione omologava le differenze, la creatività, le capacità dei singoli; nel secondo la tradizione serviva ad educare e a preparare quel giusto bagaglio strumentale con cui affrontare, successivamente, un autonomo percorso espressivo. Alla III Mostra Nazionale della Ceramica, come appare in catalogo, a rappresentare l’Ist. d’Arte “F. Mengaroni”, vi erano: Angelini Valentino, Caruso Maria, Cecchini Mario, Damiani Luciano, De Angelis Gino, Ferri Germano, Gallo Eleonora, Lani Antonio, Lani Paolo, Malato Guglielmo, Napponelli Tonino, Perfetti Giorgio, Salvaneschi Arturo, Scarparo Bruno, Tamburini Rosetta, Valentini Gian Battista, Vampa Alfio, Vichi Luciano, Vites Ermanno: una generazione nata agli inizi degli anni trenta. Nell’elenco delle Scuole partecipanti figura anche l’Istituto Statale d’Arte di Faenza e qui salta agli occhi una sorprendente particolarità, gli allievi inviati sono: De Carolis Pasquale, Negri Carlo, Valentini Gian Battista, Vichi Lu-ciano, Zama Domenica; anche qui vi sono due pesaresi e non di poca importanza. Per passare ad una lettura più dettagliata dell’Ist. d’Arte “F. Mengaroni”, la figura di Valentini diviene elemento di misura sia storica quanto artistica del periodo che stiamo considerando; sarà la bio-grafia di Nanni, assunta a sinèddoche e qui la parte per il tutto, a dare il senso estetico-esistenziale che univa - di ciò sono convinto e non credo di forzare un pretensioso ossimoro - una generazione cresciuta fra Scuola e Fabbriche pesaresi. Nanni Valentini era del 1932, si iscrisse alla Mengaroni nel 1945, aveva tredici anni; l’Italia artistica di allora disputava fra “arte realista” e “arte astratta”, da una parte il “Fronte nuovo delle arti” e dal-l’altra il gruppo di “Forma 1”: tutto ciò era seguito dagli insegnanti in quanto artisti e di rimbalzo andava a toccare la curiosità degli studenti più predisposti; di fatto Nanni parla dei suoi


Professori e li elenca: An-dreani, Melis, Borgiotti, Gallucci. Come si vede i nomi elencati sono quelli dei suoi insegnanti - riveduti a distanza di tempo e tutti ricompresi nei loro aspetti positivi - e quelli di pittori: non di ceramisti. Io continuo a sottolineare questo passaggio, poiché è importante per la comprensione corretta dei fatti: la maggioranza dei giovani studenti di quegli anni era curiosa e interessata al problema dell’arte, la Ceramica era la disciplina che più si accostava e alla pittura e alla scultura… da qui la scelta. Nessuno di loro ha proseguito il lavoro ceramico, i migliori sono, chi più chi meno, noti nell’ambito delle arti visive. Ciò non vuol dire che lo studio e l’applicazione fossero del tutto disinteressate e che con la ceramica in sé nulla avessero a che vedere, anzi si può dire l’esatto contrario e cioè che per mezzo di questo apprendistato fra materia e idea, fra forma e decorazione avvennero dei veri e propri innamoramenti, tanto intensi e partecipati da far passare gli aneliti espressivi di una creatività e artisticità ancora acerbe, in decorazioni in cui la spontaneità e la freschezza apparivano in tutta la loro me-raviglia di segno, di pittura, di composizione. Lo aveva compreso, in altro contesto, anche Polidori, il quale per gli atti del Convegno Nazionale dei Ceramisti Italiani tenutosi a Pesaro il 23-24 agosto 1952 scriveva: “Insomma per fare ”decorazione” occorre qualcosa di meno e nel contempo qualcosa di più, che non occorra per fare della “pittura”: essere cioè meno dotati di assoluti valori figurativi, ma in compenso possedere maggiore facilità, essere più versatili: (…)”. È proprio quanto proponevano i giovani studenti della Mengaroni, i quali avevano una ma-turità figurativa alta, ma sempre di ragazzi, ancora in formazione, con tante cose da capire e comprendere: qui quel certo grado di superficialità e di giocosità che si risolvono in apparenti esemplificazioni formali, ma solo apparenti, poiché il livello di stilizzazione raggiunto è, appunto, derivato dalla bravura pittorica alquanto ingentilita, ma mai banale o scontata sui cliché dell’infantilismo grafico. I riferimenti sono sempre riconducibili alla stilizzazione sapiente, quella prodotta per mezzo della consapevolezza del risultato che si vuole ottenere e, per di più, ottenuta con l’immediatezza di chi è molto capace e sapiente della gestualità grafica e dei valori della rappresentazione. Era la stilizzazione dei Sironi, dei Campigli, dei Carrà, ad incuriosire le ricerche formali degli stu-denti, perseguite autonomamente o se affiancate da qualche insegnante, questi non apparteneva alla cera-mica; ma ad entusiasmare gli animi fu la conoscenza dell’opera di Picasso e di tutta la stilizzazione operata da Matisse, Chagall, Braque… ma incominciava, fra il ’43-’45, anche l’irruenza dell’Espressionismo A-stratto e l’Action Painting: questi mutamenti artistici i giovani li percepivano nelle aule, non nelle botteghe intente alla produzione.


Nanni Valentini frequentò l’Ist. d’Arte di Faenza dal 1949 al 1953 e di quel momento dice: “L’informazione l’avevamo dal Museo più importante d’Europa. È qui che arrivarono le prime ceramiche di Picasso in Italia”. Più avanti esprime un giudizio sulla scuola di Faenza: “abituava ad un comportamento di superficiale ricezione (tutti noi facevamo delle esperienze astratte e figurative senza curare i loro con-tenuti), per cui tornando a Pesaro ero portato a non considerare seriamente queste esperienze; ripresi l’insegnamento di Gallucci …”; ancora un passo avanti nella comprensione di ciò che avveniva all’Istituto d’Arte Mengaroni. Prima del ’50 nella scuola vivevano due realtà ben precise: quella del mestiere rappresentata dai Melis (ceramica), Andreani (decoratore), Cordoni (torniante), Fiorentini (metalli), Laurenzi (sbalzo e cese-lo), Cecchini (arte muraria); e quella dell’arte proposta dai Polidori (storia dell’arte), Pavisa (pittore), Gal-lucci (pittore), Borgiotti (disegno professionale); il tutto tenuto insieme dai Direttori, i quali erano loro stessi artisti, a cominciare da lontano con Castaldini (pittore) che diresse dal 1898 al 1922, con l’Urbani (scultore) che diresse fino al 1927, con Delitala (incisore) dal ’27 al ’40, seguì poi la reggenza fino al 1954 di Masetti, un non addetto ai lavori, ma che beneficiò del buon numero di bravi insegnanti a sua dispo-sizione, e dal 1954 agli anni ’70 Ferri (pittore), giunto da Pisa. La domanda, per l’incarico di assistente nella sezione ceramica, il Prof. Andreani la inoltrava il giorno 8/8/1942. Il Prof. Gallucci assunse l’incarico nel 1944 e così, più o meno gli altri; è la seconda metà degli anni ’40, che prepara le basi per la maturata produzione decorativa degli anni ’50. Le prime ceramiche di Picasso sono del 1847, il genio indiscusso della modernità aveva intrapreso una nuova ricerca, accolta positivamente come sempre; a Faenza giungono le pirotecniche invenzioni formali, le combinazioni funamboliche tutte cadute sull’argilla come fuochi di San Lorenzo: qui si definiva coscientemente il concetto di STILIZZAZIONE; nel contempo l’altro grande movimento, l’INFORMALE sanciva l’autonomia della materia, del gesto, della superficie con le opere di Wos, Tàpies, Tobey, Dubuffet, Burri, Fontana… questi saranno i due binari su cui correrà tutta la fantasia e tutta la creatività degli anni ’50-’60 anche in ambito ceramico. Se nei primi anni del ‘900 troviamo in Mengaroni l’anima inquieta e determinante del sentire avanzato in campo ceramico, negli anni ’50 stando alle testimonianze di coloro che gli furono amici e che lo seguirono negli anni fra scuola e lavoro - lo stesso ruolo rivestiva Valentini, il quale intraprese per primo queste due ricerche iniziando a congiungere, nella continuità della vita, la scuola alle botteghe; le ricerche incerte, ma decise degli studi a quelle sicure e definite nell’ambito della produzione: quella


della Molaroni, quella della Mengaroni, quella della Baratti, della Franceschini. Dalla seconda metà degli anni ’40 a tutti gli anni ’50, all’Ist. d’Arte il succedersi delle generazioni sembra intento ad impegnarle ad una specie di staffetta, in cui il testimonio è il lavoro realizzato e presente nei corridoi e nelle aule; una corsa parti-colarissima fra studenti della stessa generazione e quelli della generazione successiva: i primi stavano per terminare, i secondi avevano iniziato a frequentare la Mengaroni; vi erano amici comuni, alcuni si co-noscevano al momento: gli insegnanti facevano da tramite, erano la memoria fra gli uni e gli altri. Si formava un percorso di attenzione e di “affinità elettive”; quel folto, ma limitato gruppo di studenti capaci proseguiva, senza interrompere, quel comune sentire e fare e pensare che hanno caratterizzato la pro-duzione e della Mengaroni e delle fabbriche pesaresi di quegli anni. I rimandi, i richiami stilistici, le superfici dipinte con colori e smalti, graffite, spruzzate e le av-venturine e la cristallina a grosso spessore, piatti e vasi sagomati non più tondi né più cilindrici, i decori con animali e figure e marine o paesaggi fantastici e trasognati come quelli di Chagall, senza più prospettiva e ritornati al piano unico delle pitture vascolari…nella scuola tutto questo passava e si continuava dagli uni agli altri. Fuori, nel privato, i rapporti proseguivano andando a vedere il lavoro negli studi dei più grandi, quelli che erano della stessa generazione dei nuovi insegnanti come Vangi, Sguanci, Vannini, i quali en-travano alla Mengaroni nel ’51-’52; Valentini annotava per il 1953: “A Pesaro formai un gruppo con Van-gi, Sguanci, Piattella”; sono tutti della stessa età: ’31, ’32, ’33. Tutti i migliori dell’Ist. Mengaroni in quegli anni operavano nelle Fabbriche pesaresi, mentre Schettini, Sgarzini, Tombari e Gramaglia quest’ultimo di Faenza - addirittura aprirono la “Ceramica di Urbino”, nell’ omonima città, dal 1950 al 1953. I migliori, appunto, coloro che hanno dato una immagine unitaria e che ora riconosciamo e ammiriamo…i migliori e dirlo oggi si rischia di essere tacciati di oscurantismo, se poi a dirlo è addirittura un insegnante, allora si può gridare la sua totale ignoranza pedagogico-didattica e una sua evidente inclinazione reazionaria, pericolosissime se rapportate al bonismo, alla socializzazione, al ludismo, al supermercato delle offerte formative in cui vegeta la scuola di oggi. Torno in fretta agli anni ’50. Anni totalmente diversi da quelli a noi presenti e la scuola era altra cosa e la società era altra cosa; il valore del lavoro portava con sé la funzione dell’apprendistato che era formazione correlata a risultati e a capacità da raggiungere, relazione con coloro che erano in grado di poterli presentare e realizzare: insomma una scuola fatta


di esempi, di pratica, ca, di coinvolgimento e di impegno, per un futuro che si perimetrava intorno alle esistenze dei singoli, alle loro aspettative e sogni e utopie… Tutto questo oggi è vera e propria mitologia. Purtroppo sarà difficile il ripetersi di una combinazione tanto fortunata, è proprio per questo che ancora proviamo interesse e, per certi aspetti, quelle ceramiche ci appaiono come un’isola felice bagnata da acque cristalline e anche oggi ci emoziona come ogni cosa di cui conosciamo la rarità. Se qualcuno, leggendo, sentisse sentisse il bisogno di interessarmi ad altri lavori su tale tema e me lo volesse comunicare, darebbe un po’ di plauso alle mie fatiche e di ciò gli sarei grato, ma gli sarò ancor più grato della sola intenzione di farlo e questo mi farebbe felice. Antonio Delle elle Rose Pesaro, 27 gennaio 2003

1953. I giovani Valentino Angelini, a sinistra, e Antonio Lani intenti a dipingere nella fabbrica Molaroni.


RICORDI DEGLI ANNI ALLA MOLARONI Nel 1954, quando entrai nella Molaroni, la fabbrica occupava ancora buona parte del vecchio stabile che si sviluppava lungo via Luca della Robbia. Al pianterreno c’erano i reparti della lavorazione della terra - a cui si dedicava con eccezionale abi-lità lo stampatore Amintore Giardini - e l’ampio locale dove, al centro, troneggiava la grande fornace a legna (a pianta circolare, per la cottura del biscotto), alla sua sinistra il forno “del finito” (più piccolo ma sempre di dimensioni considerevoli) e a destra un altro forno (ancora più piccolo e anche questo per il finito). Da poco erano stati installati due forni elettrici della ditta Moretti per i lavori urgenti. Il fornaciaio era Romano Gorini, un bontempone che spesso cantava a squarciagola pezzi d’opera. Nella stessa stanza Fiorino Pucci lavorava sul tornio a piede e uno identico utilizzava saltuariamente Amintore Giardini. C’era poi un tornio meccanico (elettrico) col quale Rosina Volponi stampava i piatti. Il piano superiore era occupato dall’essicatoio (un grande vano, pieno di scaffali, attraversato dal camino della fornace sottostante) e dai locali della smaltatura, della pittura e della cristallinatura. I labora-tori della pittura erano uno per le decorazioni tradizionali, alle quali si dedicavano solo donne (circa quin-dici tra maestre e allieve) e uno per il moderno, come veniva definito allora. In quest’ultimo, prima che io arrivassi, lavoravano da qualche tempo alcuni ragazzi che frequentavano - o ne erano già usciti ? l’Istituto d’Arte “F. Mengaroni”. Si trattava di Antonio Lani, Valentino Angelini e Renato Bertini. Paolo Lani, Guglielmo Malato e Nanni Valentini, che pure avevano fatto parte del gruppo, non c’e-rano più; i primi due avevano scelto l’insegnamento e Valentini si era trasferito nella bottega di Baratti. Nel periodo estivo, durante le vacanze scolastiche, la fabbrica era frequentata da tanti altri ragazzi dell’Istituto d’Arte e il gruppo dei modernisti si ampliava ma, per quanto mi risulta, è soprattutto a quelli indicati sopra che si deve l’impronta iniziale di temi e tecniche che hanno dato vita alla nuova produzione della Molaroni. Le conoscenze della gente comune in fatto di arte, in quel periodo, erano imbottite di classicismo fin dalla scuola elementare; buona parte dell’opinione pubblica, dunque, considerava l’arte moderna una bizzarria o uno scherzo, se non addirittura una presa in giro. C’era stato l’oscuramento del Ventennio per le tendenze artistiche d’oltralpe; forse la generazione precedente alla nostra aveva avuto sentore


dei movimenti sviluppati a Parigi e in altri centri d’Europa fra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, ma per noi giovani tutto era nuovo, scioccante e stimolante nello stesso tempo. Monet, Gauguin, Van Gogh, Césanne, Matisse, Picasso, Klee, Kandisky, Dalì arrivavano tutti insieme. Il primo approccio con il quadro “Le demoiselles d’Avignon”, l’opera che taglia i ponti con cinque secoli di storia di pittura, per chi scrive fu tutt’altro che facile, ma era chiaro che non si trattava né di uno scherzo, né di una presa in giro. Quella era la direzione che aveva preso l’arte del XX secolo. Alcuni artisti testé citati li ho conosciuti attraverso i libri che Raffaele Jannone - marito di Gabriella Molaroni e in pratica direttore effettivo della fabbrica - ci faceva consultare; per quanto avesse fatto studi di tutt’altro genere (era ragioniere), aveva acquisito una buona conoscenza della tecnica ceramica e possedeva un innato intuito artistico. Era sempre indaffarato, spesso di buon umore e scherzoso, ma sapeva essere anche sarcastico e pungente. Aveva la capacità di stimolare, dando fiducia e soddisfazione. Suggeriva temi e proponeva tecniche, ma poi ognuno era libero di operare come meglio credeva, a meno che non ci fosse una richiesta specifica della committenza. L’idea di far aggiungere il nostro al nome della fabbrica - pratica mai usata in precedenza - credo sia stata sua. Se, dunque, i ragazzi attivi in questo periodo nella Molaroni hanno prodotto qualche cosa di valido, una parte del merito va riconosciuto anche al sig. Lello; era così che lo chiamavamo! Ognuno di noi giovani aveva come obiettivo ideale quello di dipingere su tela e quasi tutti a casa eravamo forniti dell’occorrente. L’interesse per Klee, Picasso, Chagall e altri era legato più a questa attività che alla ceramica. Va inoltre considerato che le due pitture hanno una natura molto diversa tra loro. La prima non ha limiti e confini oltre il perimetro della tela stessa e la seconda ha il compito di abbellire un oggetto, deve cioè prima di tutto coniugarsi con una forma e questo può diventare un handicap; ci vuole una certa abilità per superarlo o per farlo diventare un vantaggio. I due linguaggi sono difficilmente com-patibili tra loro ed il travaso da uno all’altro spesso non è né facile né produttivo. Ricordo Auro Salvaneschi entusiasta di alcuni dipinti di Guttuso, ma nelle ceramiche che gli ho visto realizzare di Guttuso non c’èra traccia, così come in quelle di Bruno Bruni non ho mai trovato il minimo riferimento a Ottone Rosai, benché lui fosse molto interessato a questo pittore. Lo stesso vale per chi aveva predilezione per Klee, Ghagall e altri.


Avevamo tutti passione per la ceramica, ovviamente, e la lavoravamo di getto: si abbozzava la composizione col minio - che in fase di cottura poi spariva - quindi si contornava col nero o col manganese e infine si colorava. I disegni preparatori erano riservati ai lavori di grandi dimensioni. In genere si dipingevano figure umane cercando l’effetto cromatico ed il rapporto armonico tra composizione e forma. I soggetti non erano ambientati in un contesto tridimensionale; la prospettiva avrebbe appesantito e disturbato. Lo sfondo era prevalentemente risolto con pennellate a macchie irregolari, verdi o turchesi, che non appiattivano lo spazio ma lo rendevano indefinito rispetto alle immagini e neutro rispetto all’oggetto. Pochi di noi lavoravano su smalti chiari o bianco - ricordo Malato, Papagni, Bruni, Naponelli - i più preferivano i colorati e fra tutti il nero, il rosso (sangue di bue) e il blu - raro era il verde - perché permette-vano di ottenere risultati cromatici particolari e una corposità simile a quella della pittura a olio. Il nero produceva effetti abbastanza simili a quelli ottenuti da Picasso nel “vassoio con colombina” del Museo delle Ceramiche di Faenza, per quanto lui avesse fatto uso, se ben ricordo, dell’ingobbio e noi si lavorasse solo con i colori su smalto. Non saprei dire se chi iniziò avesse come punto di riferimento la “colombina”, i due metodi di lavoro sono molto differenti; propendo comunque per qualcuno in possesso di una semplice fotografia e che da quella non abbia potuto individuare la tecnica utilizzata da Picasso. Naturalmente spesso si parlava d’arte e gli argomenti potevano essere il Surrealismo, il Postim-pressionismo, il Cubismo, l’Astrattismo; si commentava il singolo pittore, un quadro, una particolare cera-mica e sempre da addetti ai lavori. Erano scambi di conoscenze e di punti di vista tra giovani con la stessa formazione, accomunati dalla passione della ricerca del nuovo. Se a questo si aggiunge che operavamo a contatto di gomito nello stesso ambiente, quindi a diretto confronto, era forte lo stimolo di esprimere il meglio di noi, di privilegiare alcune scelte piuttosto che altre. In fabbrica l’atmosfera era un po’ goliardica, il clima allegro, si rideva spesso e volentieri. Ricordo Antonio Lani quando cantava a squarciagola con toni volutamente esagerati, provocando le ire delle donne intente a dipingere nello stanzone accanto; Renato Bertini in un giorno d’estate particolarmente afoso che, impassibile, lavorava tenendo un piede (uno solo) in un vaso pieno d’acqua; un altro compagno, non ne vedo più i lineamenti, con un alluce legato al muro per rimanere in equilibrio e controbilanciarsi mentre dipingeva un grosso vaso panciuto;


Auro Salvaneschi Salvaneschi che per sgranchirsi le gambe scattava improvvisamente in piedi e, portando le mani chiuse davanti alla bocca, imitava il suono della tromba in modo veramente spassoso. La dirigenza lasciava fare! Gilberto Floriani Cesenatico, 30 gennaio 2003

F o t o del 1955. Da sinistra si vedono Valentino Angelini, Marcello Rossini, Gilberto Floriani (in primo piano, il piĂš giovane di tutti), Antonio Lani


1954, stelle filanti, brindisi, allegria nella fabbrica Molaroni in occasione della festa di s. Antonio protettore dei ceramisti pesaresi. Tra alcuni dipendenti si distinguono da sinistra Renato Bertini, Bruno Scarparo, il signor Lello (corpulento, in piedi, col bicchiere alzato), Valentino Angelini, Magda Molaroni (seduta (seduta vicino alla sedia vuota), Marcello Rossini


CENNI BIOGRAFICI DEGLI ARTISTI LE CUI OPERE SONO ESPOSTE *

AMARANTO FRANCO - Nasce a Pergola (PU) nel 1940 e undici anni dopo si trasferisce a Pesaro con la famiglia. Qui frequenta i sei anni (3 inferiori, 2 superiori e 1 di specializzazione) della Scuola d’arte Mengaroni dal ‘30 e Istituto dal ’59 - e nel contempo si reca con sempre maggior continuità nella fabbrica di ceramiche artistiche Molaroni; nel ’59 è assunto definitivamente. Il direttore (il sig. Lello) lo lascia libero di esprimersi quindi, ispirandosi ai tanti bozzetti fatti nel periodo scolastico, idea un paesaggino dai colori vivaci (avventurina, rosso, bianchetto, blu), un gradevole motivo decorativo che incontra subito il gusto della clientela. A volte lavora su smalto bianco a screpolature, con effeto antico. Per pochi mesi, prima di partire per il servizio militare (1962), sbalza il rame nella ditta Studio Laurana. Dal ‘65 al ’69 apre un negozio a Senigallia per smerciare - nel periodo estivo - ceramiche e rame sbalzato e cesellato che produce a Pesaro durante l’inverno, poi, messo su famiglia, vi si stabilizza e continua l’attività sino all’88. Dal 1985 si interessa alla ceramica raku (la ceramica giapponese legata al culto del tè) ed insegna questa tecnica ai giovani per conto di vari enti. Da ultimo, si dedica all’istoriato.

ANDREANELLI ORTENSIA - Nasce nel 1939 a Cormons (GO). A Pesaro s’iscrive nel ‘52 alla Scuola d’arte e frequenta solo i primi tre anni. Contemporaneamente è presente nel laboratorio Franceschini.

ANGELINI VALENTINO - Nasce nel 1934 e, a causa della sospensione nel periodo bellico, termina gli studi dell’Avviamento commerciale nel 49. È assunto prima dalla fabbrica Mengaroni e poi dalla Molaroni. Passa quindi per breve tempo ad Ascoli Piceno ed insegna ceramica nel “Villaggio del fanciullo”. Tornato a Pesaro consegue il diploma della Scuola d’arte (’53) ed


è nuovamente a lavorare nella manifattura Molaroni. L’anno dopo s’iscrive all’Accademia di belle arti di Bologna; nel ’57 ottiene l’abilitazione all’insegnamento del disegno e nel ’59 anche per gli istituti superiori. Nel 1981 va in pensione. Dotato di mano felice e di grande sensibilità, spazia in molte forme dell’arte.

BARATTI BRUNO - Romagnolo di nascita (Cattolica 1911), viene a Pesaro con la famiglia e all’età di 12 anni è assunto come garzone dal laboratorio Ciccoli dove trova il pittore Achille Vildi che, osservatene le capacità, lo istruisce. Nel ’39 apre una piccola ditta in prorio e dopo il periodo della seconda guerra mondiale si attornia di molti giovani aderenti alle moderne correnti artistiche: Valentini, Bertini, Salvaneschi, Marchetti ed altri con i quali disquisisce specialmente sugli esperimenti - ne fa anche lui con gli smalti per ottenere nuovi effetti cromatici. Nel ’57 inaugura una nuova bottega e laboratorio. Ottimo pittore, spesso si dedica anche alla plastica maiolicata.

BARDEGGIA GUERRINO - Nasce a Gabicce Mare nel 1937. Dopo un’infanzia travagliata - mentre studia fa l’aiuto imbianchino, muratore, fabbro - con grandi sacrifici la madre lo manda a Urbino (’53) per frequentare la Scuola del libro, dietro suggerimento dell’insegnante di disegno che ha notato la naturale predisposizione del ragazzo. Il bisogno quotidiano lo costringe però a sospendere gli studi (‘56); lavora quindi pochi mesi nella Molaroni e in una tipografia, per poi fare l’imbianchino visto il maggior guadagno. È il momento del boom degli alberghi e gli si presenta l’occasione d’iniziare ad eseguire “murales”. Nel ’63 apre a Cattolica un laboratorio di ceramica per produrre soprammobili in serie limitate. In tutti questi anni non ha mai tralasciato il modellato ceramico e la pittura. Nel ’70 inizia a fare mostre personali di beneficenza affermando di “dipingere per l’arte, per il pubblico e non per i soldi”. Ha eseguito


monumenti in molte città; oltre alla terracotta utilizza i materiali più disparati: bronzo, cemento…

BASILE ANNAROSA - Nasce a Piacenza perché il padre, ufficiale di cavalleria, presta servizio in quella città; soggetto a continui spostamenti, in seguito è a Rodi e poi a combattere in Russia (’42) abbandonando la famiglia. I profughi vengono quindi a Pesaro dai parenti materni e qui Annarosa frequenta l’Istituto professionale e la Scuola d’arte. Diplomatasi nel ’55, è subito a lavorare nel laboratorio di ceramiche Giardini. Nel ’69 vince il concorso per l’abilitazione all’insegnamento e le è assegnata la provincia di Forlì sino al ’90. Una volta in pensione, apre studio a Pesaro per dar pieno sfogo - prima operava sacrificata in casa - alla scultura e alla pittura. Non tralascia, comunque, di educare amorevolmente i giovani ai quali insegna tutte le tecniche delle varie forme dell’arte da lei a lungo sperimentate. Predilige lo studio dal vero; ha uno stile personale, esente da influssi delle tante correnti artistiche contemporanee.

BERTINI RENATO - È pesarese dell’anno 1939. Mentre frequenta la Scuola d’arte

- si diploma nel ’56 - dipinge ceramiche nella fabbrica

Molaroni con stile personale, in particolare con ricerca e studio del movimento in soggetti marinareschi a lui cari. Esegue anche qualche scultura; sono del ’54 due grandi pannelli per la commemorazione della lotta partigiana nel pesarese. Passa poi nel laboratorio Baratti (‘58) ma abbandona ben presto la ceramica per dedicarsi alla pittura ad olio, che sente più consona al suo modo d’esprimersi. Si trasferisce allora a Zurigo (’63) e vi si ferma sino al ’66 avendo allacciato rimunerativo rapporto d’affari con una importante galleria di quella città; nel ’66 rientra in Italia ma mantiene i contatti con la stessa. Nel 1980 si accosta alla ceramica con rinnovato interesse.


BRUNI BRUNO - Nasce a Gradara (PU) nell’anno 1935. Frequenta la Scuola d’arte dal ’51 al ’58 nella sezione ceramica e contemporaneamente dipinge nella fabbrica Molaroni. Nel ’59 si trasferisce a Londra per un anno e poi passa all’Accademia di belle arti d’Amburgo, città dove si ferma definitivamente dedicandosi alla pittura.

DAM - Non si è riusciti a sciogliere questo monogramma che si trova in un vaso - qui in mostra - né scorrendo l’elenco degli alunni iscritti alla Scuola d’arte, né indagando tra i ricordi dei ragazzi del decennio. L’ignoto ha comunque frequentato la fabbrica Molaroni.

FLORIANI GILBERTO - Nasce a Candelara (PU) nel 1938 e già giovanissimo manifesta un grande interesse per il disegno e la modellazione. Nell’estate del ’51 compare nelle cronache pesaresi per aver modellato un espressivo Cristo con la sabbia e la cosa convince il genitore a fargli intraprendere gli studi nella Scuola d’arte, studi che purtroppo è costretto a sospendere nel ’54 per entrare nella fabbrica Molaroni. Riesce comunque a diplomarsi nel ’60 e trascorso il periodo del servizio militare torna a lavorare nella Molaroni. Nel ’64 consegue l’abilitazione all’insegnamento del disegno e l’anno successivo si licenzia per recarsi ad istruire i giovani in provincia di Treviso. Dal ’74 è nelle Scuole medie di Cesenatico, città dove si trasferisce definitivamente. Non ha mai smesso di coltivare l’interesse per la ceramica e, a volte, ha avuto l’occasione di realizzare anche opere di non poco impegno.

FRANCESCHINI REMO - Nato nel 1920 a Sassoferrato (AN), si trasferisce a Pesaro dove frequenta la Scuola d’arte e si diploma. Nel ’50 apre ditta in proprio e diciannove anni dopo ne cambia l’intestazione avendo trovato un socio. Il suo laboratorio è frequentato da giovani studenti della Scuola d’arte. Muore a Pesaro nell’anno 2000.


GALLINA MARIA ANTONIETTA - Viene a Pesaro da Orte (VT), dove è nata nel 1944, e frequenta solo i tre anni superiori (’58 -’61) all’Istituto d’arte Mengaroni. Nel contempo fa pratica nella fabbrica Molaroni.

GALLUCCI ALESSANDRO - Nasce nel 1897. Iscrittosi alle Scuole tecniche, deve interrompere gli studi perché richiamato alle armi; sono gli anni della grande guerra 1915-18. Si diploma geometra nel ’20. Frequenta poi l’Istituto di belle arti d’Urbino, l’Accademia di Roma (1921) e successivamente quella di Venezia, dove ha per insegnante Ettore Tito. Alla riapertura della Scuola d’arte, dopo la seconda guerra mondiale, inizia ad ammaestrare i giovani al disegno dal vero, attività che lo impegna sino al ’56. Muore a Pesaro nel 1980. Pittore di cavalletto di poetica sensibilità, alla ceramica, sia pure con grande maestria, s’è dedicato poco e marginalmente.

GIAVOLI RENATO - Nato nel 1915, all’età di 12 anni è a lavorare nel laboratorio Cartoceti dove diventa provetto formatore e stampatore. Contribuisce alla sua formazione la frequenza dei corsi serali organizzati dalla Scuola professionale. Alla chiusura della Cartoceti (’34) passa alla fabbrica Mengaroni e vi lavora sino al ’60, quando gli si presenta l’occasione di insegnare foggiatura nell’Istituto d’arte. Va in pensione nel 1980.

LANI gemelli ANTONIO e PAOLO - Nascono nel 1932 a Lione, in Francia, dove il padre fa il fonditore, attività che li incuriosisce e stimola a creare i primi oggetti di forma. Trasferitisi con la famiglia a Pesaro a causa dell’evento bellico (’40), s’iscrivono con borsa di studio alla Scuola d’arte ed ottengono il diploma di maestro nel ’53. In seguito frequentano l’Accademia di Bologna ed il Magistero di Firenze. Conseguono l’abilitazione all’insegnamento del disegno e della storia dell’arte negli istituti superiori. Praticano entrambi la fabbrica Molaroni (’53), poi mentre Paolo si dedica all’insegnamento, Antonio passa nei laboratori Franceschini (’57), Giardini (58) Baratti e “Stella alpina”, quest’ultimo di Rimini, (61). Svolge anche


attività artistica nello Studio Laurana con sbalzo e cesello in rame (67), tra l’altro esegue alcuni tavoli per Pier Cardin. Dal ’72 è a Lecce, docente di plastica presso l’Istituto d’arte, città nella quale Paolo già da tempo insegna discipline pittoriche presso il Liceo artistico. Per le sculture, che prediligono, oltre alla ceramica utilizzano legno, pietra, rame e terracotta.

MALATO GUGLIELMO - È nato a Pesaro nel 1932. Diplomatosi alla Scuola d’arte, nel ’50 collabora con la fabbrica di ceramiche Molaroni e l’anno successivo inizia la carriera artistica partecipando - dietro diretto invito di Giò Ponti - alla Nona Triennale di Milano con Cascella, Fabbri, Fontana, Gambone, Sassu ed altri nomi di prestigio. Nel ’52 si trasferisce a Lucca per insegnare decorazione ceramica presso il locale Istituto e nel contempo s’iscrive all’Accademia di belle arti di Firenze sotto la guida di Ottone Rosai, intraprendendo così un’intensa attività pittorica e didattica. Per le sculture, pur esprimendosi attraverso le avanguardie storiche, ha sovente recuperato materiali poveri e scartati (la cartapesta ad esempio) che con la sua manipolazione creativa hanno acquisito comunque nobiltà e artisticità.

MARCHETTI FERRUCCIO - Gli allora “ragazzi del modernismo”, cui è stato chiesto di questo loro compagno, non ne hanno ricordo. È certo comunque che ha frequentato la fabbrica Molaroni, il laboratorio Baratti e non è stato allievo della Scuola d’arte

MATTEINI GIORGIO - Nasce in Urbino nel 1940 e sebbene la famiglia si trasferisca a Pesaro studia nella città natia. Frequenta la Scuola del libro, sezione calcografia, sino al ’58 anno in cui, nel periodo estivo, ha il primo approccio con la ceramica dipingendo nella fabbrica Molaroni soggetti legati alle sue esperienze d’incisore; caratteristici alcuni piatti finemente graffiti su smalto nero. Dopo il servizio militare va a lavorare nella fabbrica Marmaca, a San Marino, dove diventa ben presto il progettista di forme e


decori di tutta la produzione ceramica. Nel ’64 inizia l’insegnamento di incisione calcografica nell’Istituto d’arte di Ascoli Piceno, spinto e proposto dal suo maestro Leonardo Castellani. In quella città rimane nove anni per poi passare ad insegnare nelle Scuole medie in provincia di Forlì. Dal ’99 si dedica esclusivamente alla sua passione d’incisore.

NAPONELLI TONINO - È del 1925, frequentata la Scuola d’arte e si diploma nel ’43. Il desiderio d’iscriversi all’Accademia svanisce con la morte improvvisa del padre e con i bisogni contingenti della vita per cui si fa assumere dalla fabbrica Mengaroni e vi resta sino al ’49. Va poi in Puglia ed insegna per due anni nell’Istituto d’arte di Lecce. Rientrato a Pesaro, torna a lavorare nella Mengaroni per passare a San Marino dal ’54 al ’58 e successivamente nella fabbrica Molaroni. Nel ’70 si licenzia per dedicarsi completamente alla vecchia passione di dipingere a cavalletto. Si può dire di lui che abbia abbracciato con estrema sensibilità e bravura tutte le correnti artistiche, dal tradizionale al moderno più avanzato.

PANDOLFI GABRIELLA - Pesarese, frequenta giovanissima la Scuola d’arte e quindi il biennio di Magistero artistico di Firenze. Nel periodo pesarese fa pratica sia nella fabbrica Molaroni che nel laboratorio Franceschini. Una volta diplomata inizia l’insegnamento prima nelle Scuole medie d’Ancona e dopo nelle Magistrali di Pesaro. Per esigenze familiari, il marito commercia con l’estero, ottiene il prepensionamento e si trasferisce in Grecia, ad Atene, dove si ferma cinque anni. Nell’87 torna a Pesaro e riprende a dipingere, lavora per importanti gallerie milanesi e idea prototipi decorativi per stoffe su commissione di ditte di abbigliamento italiane ed estere. Non ama seguire correnti di sorta, predilige la sperimentazione ed esprimersi liberamente nelle varie tecniche su vetro, mattone, metallo…


PAPAGNI GIUSEPPE - Nasce nel 1940 in Ancona. Dopo le scuole medie viene a Pesaro, s’iscrive alla Scuola d’arte e fa pratica nella fabbrica Molaroni; nel 1959 va a Faenza per frequentare il triennio di Magistero della ceramica e ne esce diplomato. Si reca successivamente a Bologna, all’Accademia di belle arti, dove ha come maestro Giorgio Morandi. Vi trascorre, tuttavia, solo il primo anno perché passa all’Accademia di Venezia e durante il quadriennio incontra Otto Mazzuccato e Mario Abis, collezionisti e insegnanti di ceramica. A Venezia resta 25 anni; da lì si trasferisce a Fano per dedicarsi all’insegnamento e alla prediletta scultura. Ha pubblicato uno studio sulle antiche ceramiche metaurensi.

ROSSINI MARCELLO - È nato a Pesaro nel 1935. Diplomatosi alla Scuola d’arte nel ’54, va a Firenze e s’iscrive al biennio di Magistero, corsi di ceramica e di decorazione pittorica. Durante il periodo scolastico prima lavora presso la fabbrica Molaroni - son tutti ideati da lui gran parte dei modelli per gli stampi delle maioliche non tradizionali e di grande successo commerciale è stata la forma ovale svasata delle tazze per i servizi da tè - e dopo nella Cantagalli dove dipinge maioliche con riproduzioni di antichi monumenti della città per il mercato dei souvenir. Nel ’60 inizia l’insegnamento nell’Istituto d’arte di Pesaro e vi si dedica sino all’età pensionabile (’90). Predilige la pittura ma s’è dedicato anche alla scultura e allo sbalzo su rame.

SALVANESCHI AURO - Nasce a Pinarolo Po (PV) nel 1936 e compie gli studi a Pesaro frequentando la Scuola d’arte dal ‘47. Negli anni cinquanta dipinge maioliche con stile personale nella fabbrica Molarori e poi passa nel laboratorio Baratti con altri giovani modernisti. Per proseguire gli studi si reca a Firenze. Successivamente è a Lecce per insegnare decorazione ceramica, poi preside a Parabita (LE) e dal 1989 ad oggi direttore scolastico dell’I.S.A. di Lecce. Artista multiforme, ha aderito a


varie tendenze artistiche eseguendo anche opere di notevoli dimensioni in ceramica, pittura e scultura per edifici pubblici. È annoverato tra gli innovatori dell’arte della ceramica pugliese.

SCARPARO BRUNO - Bolognese di nascita (1935), viene a Pesaro in giovanissima età e dopo le scuole dell’obbligo, peraltro interrotte nel periodo bellico, s’iscrive alla Scuola d’arte. Conseguito il diploma, prima frequenta il biennio di Magistero di belle arti di Firenze e poi l’Accademia di Roma, città dove si ferma ulteriormente per dipingere quadri con soggetti imposti da note gallerie. Giovane promettente ma di spirito ribelle e indipendente, rinuncia ben presto al lavoro di commissione, seppure assai ben pagato, e rientrato a Pesaro smette ogni attività artistica remunerata per dedicarsi al commercio. Durante il periodo scolastico pesarese fa esperienza nella fabbrica Molaroni.

SCHETTINI MONTEFIORE ULRICO - Da Castrovillari (CS), dove è nato nel 1932, viene a Pesaro e studia alla Scuola d’arte per apprendere la pittura e il modellare figure in maiolica. Conseguito il diploma (’50) lascia la città e occasionalmente lavora a Roma (51) ma ben presto abbandona la ceramica per dedicarsi all’affresco e alle vetrate istoriate con studio a Londra e New York. In seguito è lettore presso il College of Art & Craft di Kingston upon Hull, docente al City Literary Institute di Londra e Visiting Professor e Artist in residence in oltre cinquanta università americane. Tra il 1980 e il 1999 ha la cattedra di Arte decorativa prima all’Accademia di Macerata e poi all’Accademia di Brera a Milano. Risiede parte dell’anno nell’America latina e principalmente in Perù, dove effettua ricerche iconografiche sulle ceramiche degli Incas.

SGARZINI PAOLO - Pesarese del 1928, studia alla Scuola d’arte e si perfeziona in quella di Faenza. Dal ’50 al ’53 è attivo nella ditta “La Ceramica di Urbino” - ha per logo una cornucopia - fondata con i soci


Tombari, Schettini e Gramaglia, quest’ultimo di Faenza. Per pochi mesi dirige un piastrellificio a Campoleone (LT) e poi va a Bari per dedicarsi all’insegnamento (1954). Nel ’63 torna a Urbino e oltre ad istruire i giovani partecipa ai corsi di specializzazione di tecnologia ceramica a Faenza, disciplina che successivamente va ad insegnare nelle Università di New Plaz (USA), Maputo (Mozambico), Luanda (Angola). Gli è affidata la museificazione di collezioni ceramiche in molte città; organizza numerose mostre all’estero e in Italia. Muore in Urbino nel 1991. È stato un pioniere dell’informale italiano accostandosi sin dagli anni ’50 alla corrente antifigurativa.

SORA ELSO e figlio CLAUDIO - Elso è della classe 1915 e dodicenne frequenta la fabbrica Molaroni dove apprende dagli anziani maestri la tecnica della ceramica divenendone lui stesso uno dei maggiori esecutori. Nel ’30 partecipa ad una collettiva a Monza e visitando la mostra Giò Ponti, direttore della Ginori, ne apprezza l’opera. Saputolo poi disoccupato, l’invita a lavorare a Sesto Fiorentino (FI), luogo dove rimane pochi mesi poiché l’anno successivo è riassunto dalla Molaroni - e dove in seguito torna per brevi periodi. Nel ’50 apre ditta in proprio. Muore nel 1991. Ceramista poliedrico, ha aderito con ottima riuscita a diverse correnti artistiche. Claudio, nato a Sesto Fiorentino nel 1934, segue la scuola paterna sin da bambino esprimendosi prevalentemente nella plastica. Iscrittosi all’Accademia di arte drammatica di Roma, nelle pause della professione di attore si dedica alla pittura. Attualmente mantiene attiva la vecchia ditta.

SPERINDIO ADELMO - Nasce a Novilara (PU) nel 1937. A causa del periodo bellico inizia le Elementari in tarda età e necessità economiche lo costringono poi ad abbandonare anticipatamente la Scuola d’arte per lavorare nella fabbrica Molaroni (’54). L’anno successivo è per breve tempo nel laboratorio Franceschini, quindi passa a San Marino ed esplica l’attività di modellatore e decoratore nelle principali fabbriche locali sino alla


chiamata al servizio militare (’59). Dal ’60 al ’63 è di nuovo nella Repubblica del Titano ed ancora alle dipendenze delle stesse ditte. Trasferitosi a Rimini apre un laboratorio per produrre maiolica artigianale con decorazione figurativa in piccola serie; nello stesso ambiente inizia anche un esercizio pubblicitario. Le due attività lo impegnano in parallelo sino al ’68, quando decide di dedicarsi, per i maggiori profitti, esclusivamente alla seconda. Nel 2000 va in pensione.

TAMBURINI ROSETTA - Il nome è abbinato a quello della fabbrica Molaroni sotto una ceramica qui in mostra. I compagni ne ricordano il cognome. Non si hanno altre notizie.

TOMBARI ATHOS - Fanese di nascita (1930), viene a Pesaro giovanissimo, s’iscrive alla Scuola d’arte ed ha come insegnante, tra gli altri, Bruno Innocenti, ex allievo dello scultore Medardo Rosso, dal quale impara plastica e modellazione, applicazione delle forme umane ed animali ai vasi ed ai pannelli. Trascorso il periodo bellico frequenta il quadriennio della sezione scultura nell’Accademia Michelangelo di Agrigento. Nel ’50 va ad Urbino e fonda “La Ceramica di Urbino” con i colleghi Sgarzini, Schettini e Gramaglia. La società si scioglie nel ’53, stesso anno in cui Gio Ponti prospetta a lui ed a Malato di rilevare e riaprire l’ex fabbrica Mengaroni, ma l’adempimento degli obblighi militari fa sfumare il progetto. Nel ’55 va in Sicilia, a Caltagirone, per insegnare e vi rimane sino al ’68, quando si trasferisce a Reggio Calabria per fermarvisi sino al ’70. Con i titoli acquisiti tra gli altri quello di tecnico dell’arredamento presso l’Accademia di cultura moderna di Roma - inizia la carriera direzionale a Sessa Aurunca, poi torna nelle Marche, a Fermo nel ’71, a Fano nel ‘78, a Pesaro nel ‘86 sino al ’95, anno della pensione. Ha sempre desiderato cimentarsi con sé stesso nello studio degli smalti, delle terre, dei colori (ossidi) per ottenere effetti di screziature, nel progettare ed eseguire opere di grandi dimensioni per enti pubblici e privati. È autore di numerosi studi.


VALENTINI GIAN BATTISTA (Nanni) - Nasce a Sant’Angelo in Vado (PU) nel 1932. Studia alla Scuola d’arte di Pesaro dal ’45 al ’50 e poi passa a quella di Faenza. Durante il periodo pesarese lavora prima nella fabbrica Molaroni

e

dopo

nel

laboratorio

Baratti,

che

frequenterà

anche

successivamente, nei suoi rientri in città. Si iscrive all’Accademia di Bologna nel ’53 e nel contempo effettua i primi esperimenti con terrecotte ingobbiate e graffite. L’incontro con il francese Diattò (’57), già a conoscenza della lavorazione del grès, è determinante per gli esperimenti con quella materia che inizia a Milano nel suo studio e nel ’59 continua a Pesaro con Franco Bucci, Paolo Sgarzini e Filippo Doppioni (chimico) riattivando la vecchia fornace a legna della fabbrica Molaroni. Per pochi mesi lavora ceramica a Laveno (’63); due anni dopo apre con poca fortuna un negozio a Pesaro, in via Gavardini, per smerciare ceramiche d’uso (servizi da talola, caffè, tè) in delicata monocromia beige - talune arricchite con un filetto rosso scuro - che firma direttamente. Nel ’68 torna a Milano, dove ammaestra i giovani. Dal ’69 insegna in provincia di Milano e muore ad Arcore nell’85. Artista nel senso più stretto della parola ed internazionalmente riconosciuto, ha dedicato tutta la sua esistenza, peraltro non senza sofferenza, alla ricerca della materia, allo studio dell’informale e dei segni.

VERZOLINI ROMOLO - Nasce nel 1939 a Pesaro e vi studia sino all’ottenimento del diploma della Scuola d’arte (’56). Abile disegnatore, grazie anche alla buona impronta scolastica ricevuta, lavora motivi classici nella fabbrica Molaroni, nel laboratorio Franceschini e in fine nella Marmaca a San Marino. Seguendo un naturale impulso, abbandona il traduzionale per dedicarsi ad uno stile moderno personalissimo in occasione dell’apertura di una propria ditta in città (59). Verso il ’65 - è il momento del boom del rame sbalzato - affianca questa lavorazione a quella di complementi d’arredamento e della bigiotteria in ceramica. Il buon andamento del commerrcio - principalmente esporta - lo stimola a trasferire


il laboratorio in zona favorevole per ingrandirsi (’70) ed a dare impulso alla produzione, sempre artistico-artigianale, con nuove applicazioni alla maiolica; caratteristiche e di prestigio sono le molte forme di oggetti a marezzo con lustri o applicazioni d’oro che cuoce a terzo fuoco.

VICHI LUCIANO - Pesarese della classe 1931, dal ’46 frequenta la Scuola d’arte e, prima della licenza, anche i corsi serali per ceramisti. Nel ’52 s’iscrive all’Istituto di Faenza per conseguire il diploma di maestro d’arte e poter insegnare, cosa che inizia a fare due anni dopo ai ragazzi pesaresi. Nel ’55 è a Bari e qui, oltre ad istruire gli alunni, collabora alla realizzazione di imponenti opere di terracotta per la basiliva di s. Nicola e per altre chiese delle Puglie. L’anno successivo torna a Pesaro e vi rimane sino all’89. Dal ’59 al ’61 attiva un laboratorio a Riccione per eseguire lavori decorativi nei maggiori alberghi e nei ritrovi della riviera romagnola; nel ’65 disegna bigiotteria e motivi da sbalzare per lo Studio Laurana; nel ’67 collabora con Nanni Valentini all’esecuzione di un pannello per l’aereoporto di Guatemala. La vera passione di tutti i suoi trascorsi, però, è stata sempre dedicarsi ai giovani e trasmettere loro l’esperienza acquisita sulle moderne tecniche di pittura della ceramica.

VILDI ACHILLE - Nasce nel 1902, a 12 anni entra nella fabbrica Molaroni e in epoca imprecisata nella Mengaroni. Senza scuola alcuna ma particolarmente dotato, a 17 anni è già esperto ceramista ed inizia il suo girovagare per l’Italia e l’estero. Dal ’20 al ’23 è a Faenza, successivamente si porta a Venezia e a Bassano. Nel ’27 è a Pesaro e l’anno dopo apre un laboratorio per produrre maioliche artigianali che però ha breve vita per l’incombente crisi mondiale. In occasione di una esposizione di ceramica adotta il cognome Wildi. Nel ’29 va a Parigi e vi rimane un decennio. Nel ’40 è a Milano e l’anno successivo a Pesaro. Passa quindi a San Marino dal ’42 al ’47 per poi tarnare a Pesaro, dove insegna ceramica in un Istituto professionale e contemporaneamente frequenta la fabbrica Molaroni. Nel


’51 si reca ad Haiti e vi torna nel ‘54. L’anno dopo è ancora a San Marino e vi rimane sino al ’64. Nel ’66 è a New York. Rientrato definitivamente a Pesaro riapre il vecchio studio dedicandosi in prevalenza alla pittura ad olio. Temendo la cecità col veloce progredire dell’abbassamento della vista, muore suicida nel 1975.

YONY G. - Sotto due maioliche qui in mostra si trova il nome di questo giovane - abbinato a quello della fabbrica Molaroni - che non risulta tra gli iscritti alla Scuola d’arte e non è ricordato dai compagni.

Leon Lorenzo Loreti

* Si evidenziano principalmente dati anagrafici e avvenimenti degli autori delle ceramiche in mostra per meglio inserirli nel contesto storico del periodo 1950-60; nelle singole biografie non si riportano, quindi, i numerosi riconoscimenti, premi, o quant’ altro di gratificante ricevuto dagli artisti sia nel decennio, sia successivamente.


DIDASCALIE

1) Franco Amaranto – La vendemmia, pannello di maiolica cm. 60x40, in basso a destra: Amaranto 2) Franco Amaranto – La pigiatura dell’uva, pannello di maiolica cm. 60x60, in basso a destra: Amaranto 3) Ortensia Andreanelli – Scolaresca, piatto di maiolica Ø cm. 32, sul retro: Ortensia 1957, Franceschini Pesaro 4) Valentino Angelini – Bottiglia con figure, h. cm. 28, sotto:Molaroni M.G. Pesaro, V. Angelini 5) Valentino Angelini – Versatore con animali, h. cm. 21, sotto: Molaroni M.G. Pesaro, MEA 6)Valentino Angelini – Piatto con bagnanti, Ø cm. 42, lavorato a bianchetto su smalto rosso e con sovrapposizione di colori, sul retro: Molaroni M.G. Pesaro, Angelini V. 7) Bruno Baratti – Piatto con aragosta, cm. 47x34, lavorato su smalto rosso con sovraspposizione di bianchetto e ramina, sul retro: Baratti Pesaro 8) Bruno Baratti – Versatore con decorazione di flora e fauna su smalto , h. cm. 33, sotto: Baratti Pesaro 9) Bruno Baratti – Paesaggio, piatto Ø cm. 33, sul retro: Baratti Pesaro Italia 10) Guerrino Bardeggia – Figure caricaturali, h. cm.24, sotto: Bardeggia 11) Guerrino Bardeggia – Versatore con figure, h. cm. 20, sotto: Molaroni M.G. Pesaro, B.G. 12) Guerrino Bardeggia – Fanciulla assorta dipinta con bianchetto e colori su smalto verde, piatto Ø cm. 25, sul retro: Molaroni M.G. Pesaro, G. Bardeggia


13) Guerrino Bardeggia – Vaso decorato con figure dipinte con bianchetto e colori su smalto verde, h. cm.28, sotto:

Molaroni M.G. Pesaro,

B.G. 14) Annarosa Basile – Ritratto su smalto avorio, pannello cm. 20x40 15) Annarosa Basile – Pannello per tavolo cm. 45x75, con festa campestre dipinta su smalto avorio 16) Renato Bertini – Versatore con figure, h. cm.24, sotto: Molaroni M.G. Pesaro, R. Bertini 17) Renato Bertini – Pescatori, piatto Ø cm. 40, sul retro: Molaroni M.G. Pesaro Italia, R. Bertini 18) Renato Bertini – Attracco di barche, piatto Ø cm. 40, sul retro: Molaroni M.G. Pesaro, R. Bertini 19) Renato Bertini – Servizio da caffè, caffettiera h. cm. 23, sotto: Baratti Pesaro Italia 20) Renato Bertini – Festa al porto, piatto Ø cm. 52, sul retro: Istituto d’Arte Pesaro, R. Bertini 21) Bruno Bruni – Versatore con figure, h. cm. 16, sotto: Molaroni M.G. Pesaro, B. Bruni 22) Bruno Bruni – Carrettieri dipinti su smalto con decoro a bianchetto e colori, pannello cm. 24x48, in alto a destra: Bruno Bruni 23) Bruno Bruni – Coppia di nudi, piatto Ø cm. 46, sul retro: Bruno Bruni 1958, Istituto d’Arte Pesaro, Esame di Stato 24) Bruno Bruni – Portaombrelli con figure, h. cm. 50, sotto: Molaroni M.G. Pesaro, Bruno Bruni 31-2-1956 25) DAM – Vaso con figure, h. 41, sotto: DAM, Molaroni M.G. Pesaro 26) Gilberto Floriani – Ciotola con decoro astratto e cristallina a grosso spessore, Ø cm. 28, sotto: Molaroni Pesaro, G. Floriani 27) Gilberto Floriani – Bottiglia con maschere, h. cm. 34, sotto: Molaroni Pesaro, G. Floriani 28) Gilberto Floriani – Versatore con pagliacci, h. cm. 34, sotto: Molaroni M.G. Pesaro, Floriani G.


29) Gilberto Floriani – Vaso con decoro astratto, h. cm. 12, sotto: Molaroni M.G. Pesaro, G.F. 30) Gilberto Floriani – Ciotola decorata con motivi astratti a graffito e in spessore, sotto: Molaroni Pesaro, G.

Floriani

31) Remo Franceschini – Versatore con figura metafisica su smalto cuoio, h. cm. 35, sotto: Franceschini Pesaro 32) Maria Antonietta Gallina – Composizione astratta con graffito su caolino, piatto Ø cm. 40, sul retro: Molaroni G.M. Pesaro, G.M.A. 33) Alessandro Gallucci – Caduta di Gesù sulla strada del calvario, pannello cm.20x60 34) Alessandro Gallucci – Battaglia di galli, piatto Ø cm. 23, sul retro: A.G. 1950 35) Renato Giavoli – Fantasia lunare con decoro a colaggio, h. cm. 36, sotto: R. Giavoli 36) Renato Giavoli – Leda e il cigno decorati a colaggio, h. cm.37, sotto: R. Giavoli 37) Antonio Lani – Versatore dipinto con scena marinaresca, h. cm. 27, sotto: Molaroni M.G. Pesaro, A. Lani 38) Antonio Lani – Bottiglia ad anello con flora e fauna, h. cm. 43 , sotto: Molaroni M.G. Pesaro, A. Lani 39) Antonio Lani – Vaso a due fori decorato con figure su smalto rosso a bianchetto e colori, h. cm.18, sotto: Molaroni M.G. Pesaro, A. Lani 40) Antonio Lani – Scultura con figure di uomo e donna, h. cm. 160, sotto: Lani A. 41) Antonio Lani – Base di tavolo in maiolica, decoro a colaggio di smalti, h. cm. 63, sotto: Lani 42) Antonio Lani – Violenza, piatto Ø cm. 65, sul retro: Molaroni M.G. Pesaro 1953, Lani Antonio 43) Paolo Lani – Vaso con decorazione astratta , h. cm. 37, sotto: P. Lani ‘56


44) Paolo Lani – Ciotolone con battaglia e firma P. Lani 56, Ø cm. 41, sotto: P. Lani 45) Paolo Lani – Piastra modellata e maiolicata con fasi lunari, Ø cm. 31, sul retro: Molaroni M.G. Pesaro, P. Lani 46) Guglielmo Malato – Portaombrelli oliviforme decorato con figure, h. cm. 50 47) Guglielmo Malato – Mattonella con nudi femminili al bagno, decoro a bianchetto su smalto verde, cm. 42x42, sul retro: G. Malato, Istituto d’Arte Pesaro 48) Guglielmo Malato –Gli amanti, ciotola Ø cm. 16, sotto: Molaroni M.G. Pesaro, G. Malato 49) Ferruccio Marchetti – Mattonella con cavaliere, cm. 30x23, sul retro: Marchetti 50) Ferruccio Marchetti – Piatto decorato con pesci, Ø cm. 31, sul retro: Marchetti Pesaro 51) Giorgio Matteini – Vassoietto, bilancia nel fiume Foglia, cm. 23x16, sul retro: G. Matteini Pesaro 52) Giorgio Matteini – Vassoietto, capanno sul lungo Foflia, cm. 23x16, sul retro: G.M. Molaroni Pesaro, G. Matteini 53) Nino Naponelli – Versatore con donnine e decoro floreale, h. cm. 21, sotto: Molaroni Pesaro, Naponelli 54) Nino Naponelli – Vaso con pavone e stelline, h. cm. 21, sotto: Mengaroni Pesaro, Naponelli 55) Nino Naponelli – Vaso con galletto rosa, h. cm. 20, sotto: Mengaroni Pesaro, Naponelli 56) Nino Naponelli – Versatore con case e figure, h. cm. 12, sotto: Molaroni Pesaro, Naponelli 57) Nino Naponelli – Versatore con motivi astratti decorati su smalto rosso, h. cm. 32 , sotto: Molaroni M.G. Pesaro, Naponelli 58) Gabriella Pandolfi – Donne con fiori, piatto Ø cm. 25, sul retro: Molaroni M.G. Pesaro, G. Pandolfi


59) Giuseppe Papagni – Vaso foggiato a lucignolo, rivestito con vernice metallizzata e decorato con lettere

dell’alfabeto, h. cm. 45, sotto: Papagni,

Istituto d’Arte 60) Giuseppe Papagni – Vaso foggiato a lucignolo e decorato con motivi marinareschi, h. cm. 40, sotto: Faenza, Istituto d’Arte, Papagni G. 61) Marcello Rossini – Vassoietto triangolare con decorazione astratta, cm. 24x29, sotto: Molaroni M.G. Pesaro, M. Rossini 62) Marcello Rossini – Vaso a colombino, decoro con smalto e colori a colaggio, h. cm. 44, sotto: Molaroni M.G. Pesaro, M. Rossini 63) Auro Salvaneschi – Versatore con pastore, h. cm. 29, sotto: Molaroni M.G. Pesaro, A. Salvaneschi 64) Auro Salvaneschi – Figure con barca, piatto Ø cm. 25 , sul retro: Molaroni M.G. Pesaro, A. Salvaneschi 65) Auro Salvaneschi – Piastrella con pastori e toro, rivestimento con cristallina piombifera, cm. 40x23, sul retro: Molaroni M.G. Pesaro, Auro Salvaneschi 57 66) Bruno Scarparo – Versatore con festa al porto, h. cm. 21, sotto: Istituto d’Arte Pesaro, Bruno Scarparo 67) Bruno Scarparo – Giovane al sole, firma B. Scarparo, piatto Ø cm. 53, sul retro: Molaroni M.G. Pesaro, 68) Bruno Scarparo – Estate, firma B. Scarparo, piatto Ø cm. 53, sul retro: Molaroni M.G. Pesaro, Scarparo Bruno 69) Ulrico Schettini – Vaso con Orfeo e gli animali, h. cm. 34, sotto: Paris Roma, U.S. 70) Ulrico Schettini – Donne ammantate, piatto Ø cm. 23, sul retro: Molaroni Pesaro 71) Ulrico Schettini – Vaso con musici, h. cm. 31, sotto: Molaroni M.G. Pesaro, U. Schettini 72) Paolo Sgarzini – Piatrella a impasto argilloso con aggiunta di ossidi coloranti cotta ad alta temperatura, decoro astratto a rilievo, cm. 28x19 73) Elso Sora – Uccelli e fiori, piastrella cm. 28x52, sul retro: AMA Pesaro, * E. Sora


74) Elso Sora – Madonna con Bambino, piatto Ø cm. 32, sul retro: E. Sora *, AMA Pesaro Italy 75) Claudio Sora – Il compito in classe, piastrella cm. 31x31, sul retro: Claudio Sora 1952 76) Claudio Sora – Lottatori, maiolica modellata h. cm. 29, sotto: Claudio Sora 1952 77) Adelmo Sperindio – Scena marinaresca graffita su formella in caolino, cm. 57x16 78) Adelmo Sperindio – Carrettiere, piatto Ø cm. 23, sul retro: Molaroni M.G., Sperandio 79) Rosetta Tamburini – Versatore con figure, h. cm 35, sotto: Molaroni M.G.Pesaro, Rosetta 80) Athos Tombari – Lampada portaoggetti decorata con smalti cotti a gran fuoco, h. cm. 23 , sotto: Urbino 81) Athos Tombari – Vaso foggiato a colombino, di forma antropomorfa con superficie opaca e granulosa color verde ocraceo, h. cm. 49, sotto: ISA Caltagirone 956 82) Athos Tombari – Maschera rappresentante il dolore, superficie a smalti screziati a forte spessore, cm. 20x18, sul retro: A. Tombari, Pesaro 1951, Italy 83) Gian Battista Valentini – Vaso con smalti colorati e motivi astratti graffiti, h. cm. 40, sotto: Baratti, Pesaro 84) Gian Battista Valentini – Cilindro con smalti e motivi astratti graffiti, h. cm.29, sotto: Baratti Pesaro Italy 85) Gian Battista Valentini – Porto, soldati, palazzi…fantasia d’ispirazione piranesiana, piatto Ø cm. 54, sul retro: Valentini, Baratti Pesaro 86) Romolo Verzolini – Servizio da bibita, h. brocca cm. 21, sotto: R. Verzolini Pesaro 87) Romolo Verzolini – Pesci, piatto Ø cm. 36, sul retro: R. Verzolini Pesaro 88) Luciano Vichi – Personaggio, scultura astratta, h. cm. 28


89) Luciano Vichi – Piastrella con figure delineate in manganese con sovrapposizione di cristallina piombica in forte spessore, cm. 40x40 90) Luciano Vichi – Donne che fan la maglia, pannello cm. 40x60 91) Achille Vildi – Mattonella con musici haitiani pagliaccescamente agghindati, cm. 26x25 92) Achille Vildi – Haitiane al bagno, pannello cm. 75x25, sul retro: Haiti 1951, qui in questa sorgente della salute tutti cercano la loro. A Wildi 93) G. Yoni – Acquasantiera modellata, Ø cm. 34, sul retro: Molaroni M.G. Pesaro, Yony 94) G. Yoni – Piatto con figura delineata con smalti a spessore, Ø cm. 36, sul retro: Molaroni M.G. Pesaro, Yoni G.


1) Franco Amaranto – La vendemmia, pannello di maiolica cm. 60x40, in basso a destra: Amaranto


2) Franco Amaranto – La pigiatura dell’uva, pannello di maiolica cm. 60x60, in basso a destra: Amaranto


3) Ortensia Andreanelli – Scolaresca, piatto di maiolica Ă˜ cm. 32, sul retro: Ortensia 1957, Franceschini Pesaro


4) Valentino Angelini – Bottiglia con figure, h. cm. 28, sotto:Molaroni M.G. Pesaro, V. Angelini


5) Valentino Angelini – Versatore con animali, h. cm. 21, sotto: Molaroni M.G. Pesaro, MEA


6)Valentino Angelini – Piatto con bagnanti, Ă˜ cm. 42, lavorato a bianchetto su smalto rosso e con sovrapposizione di colori, sul retro: Molaroni M.G. Pesaro, Angelini V.


7) Bruno Baratti – Piatto con aragosta, cm. 47x34, lavorato su smalto rosso con sovrapposizione di bianchetto e ramina, sul retro: Baratti Pesaro


8) Bruno Baratti – Versatore con decorazione di flora e fauna su smalto , h. cm. 33, sotto: Baratti Pesaro


9) Bruno Baratti – Paesaggio, piatto Ă˜ cm. 33, sul retro: Baratti Pesaro Italia


10) Guerrino Bardeggia – Figure caricaturali, h. cm.24, sotto: Bardeggia


11) Guerrino Bardeggia – Versatore con figure, h. cm. 20, sotto: Molaroni M.G. Pesaro, B.G.


12) Guerrino Bardeggia – Fanciulla assorta dipinta con bianchetto e colori su smalto verde, piatto Ă˜ cm. 25, sul retro: Molaroni M.G. Pesaro, G. Bardeggia


13) Guerrino Bardeggia – Vaso decorato con figure dipinte con bianchetto e colori su smalto verde, h. cm.28, sotto: Molaroni M.G. Pesaro, B.G.


14) Annarosa Basile – Ritratto su smalto avorio, pannello cm. 20x40


15) Annarosa Basile – Pannello per tavolo cm. 45x75, con festa campestre dipinta su smalto avorio


16) Renato Bertini – Versatore con figure, h. cm.24, sotto: Molaroni M.G. Pesaro, R. Bertini


17) Renato Bertini – Pescatori, piatto Ă˜ cm. 40, sul retro: Molaroni M.G. Pesaro Italia, R. Bertini


18) Renato Bertini – Attracco di barche, piatto Ă˜ cm. 40, sul retro: Molaroni M.G. Pesaro, R. Bertini


19) Renato Bertini – Servizio da caffè, caffettiera h. cm. 23, sotto: Baratti Pesaro Italia


20) Renato Bertini – Festa al porto, piatto Ø cm. 52, sul retro: Istituto d’Arte Pesaro, R. Bertini


21) Bruno Bruni – Versatore con figure, h. cm. 16, sotto: Molaroni M.G. Pesaro, B. Bruni


22) Bruno Bruni – Carrettieri dipinti su smalto con decoro a bianchetto e colori, pannello cm. 24x48, in alto a destra: Bruno Bruni


23) Bruno Bruni – Coppia di nudi, piatto Ø cm. 46, sul retro: Bruno Bruni 1958, Istituto d’Arte Pesaro, Esame di Stato


24) Bruno Bruni – Portaombrelli con figure, h. cm. 50, sotto: Molaroni M.G. Pesaro, Bruno Bruni 31-2-1956


25) DAM – Vaso con figure, h. 41, sotto: DAM, Molaroni M.G. Pesaro


26) Gilberto Floriani – Ciotola con decoro astratto e cristallina a grosso spessore, Ă˜ cm. 28, sotto: Molaroni Pesaro, G. Floriani


27) Gilberto Floriani – Bottiglia con maschere, h. cm. 34, sotto: Molaroni Pesaro, G. Floriani


28) Gilberto Floriani – Versatore con pagliacci, h. cm. 34, sotto: Molaroni M.G. Pesaro, Floriani G.


29) Gilberto Floriani – Vaso con decoro astratto, h. cm. 12, sotto: Molaroni M.G. Pesaro, G.F.


30) Gilberto Floriani – Ciotola decorata con motivi astratti a graffito e in spessore, sotto: Molaroni Pesaro, G.Floriani


31) Remo Franceschini – Versatore con figura metafisica su smalto cuoio, h. cm. 35, sotto: Franceschini Pesaro


32) Maria Antonietta Gallina – Composizione astratta con graffito su caolino, piatto Ă˜ cm. 40, sul retro: Molaroni G.M. Pesaro, G.M.A.


33) Alessandro Gallucci – Caduta di GesÚ sulla strada del calvario, pannello cm.20x60


34) Alessandro Gallucci – Battaglia di galli, piatto Ă˜ cm. 23, sul retro: A.G. 1950


35) Renato Giavoli – Fantasia lunare con decoro a colaggio, h. cm. 36, sotto: R. Giavoli


36) Renato Giavoli – Leda e il cigno decorati a colaggio, h. cm.37, sotto: R. Giavoli


37) Antonio Lani – Versatore dipinto con scena marinaresca, h. cm. 27, sotto: Molaroni M.G. Pesaro, A. Lani


38) Antonio Lani – Bottiglia ad anello con flora e fauna, h. cm. 43 , sotto: Molaroni M.G. Pesaro, A. Lani


39) Antonio Lani – Vaso a due fori decorato con figure su smalto rosso a bianchetto e colori, h. cm.18, sotto: Molaroni M.G. Pesaro, A. Lani


40) Antonio Lani – Scultura con figure di uomo e donna, h. cm. 160, sotto: Lani A.


41) Antonio Lani – Base di tavolo in maiolica, decoro a colaggio di smalti, h. cm. 63, sotto: Lani


42) Antonio Lani – Violenza, piatto Ă˜ cm. 65, sul retro: Molaroni M.G. Pesaro 1953, Lani Antonio


43) Paolo Lani – Vaso con decorazione astratta , h. cm. 37, sotto: P. Lani ‘56


44) Paolo Lani – Ciotolone con battaglia e firma P. Lani 56, Ă˜ cm. 41, sotto: P. Lani


45) Paolo Lani – Piastra modellata e maiolicata con fasi lunari, Ă˜ cm. 31, sul retro: Molaroni M.G. Pesaro, P. Lani


46) Guglielmo Malato – Portaombrelli oliviforme decorato con figure, h. cm. 50


47) Guglielmo Malato – Mattonella con nudi femminili al bagno, decoro a bianchetto su smalto verde, cm. 42x42, sul retro: G. Malato, Istituto d’Arte Pesaro


48) Guglielmo Malato –Gli amanti, ciotola Ă˜ cm. 16, sotto: Molaroni M.G. Pesaro, G. Malato


49) Ferruccio Marchetti – Mattonella con cavaliere, cm. 30x23, sul retro: Marchetti


50) Ferruccio Marchetti – Piatto decorato con pesci, Ă˜ cm. 31, sul retro: Marchetti Pesaro


51) Giorgio Matteini – Vassoietto, bilancia nel fiume Foglia, cm. 23x16, sul retro: G. Matteini Pesaro


52) Giorgio Matteini – Vassoietto, capanno sul lungo Foflia, cm. 23x16, sul retro: G.M. Molaroni Pesaro, G. Matteini


53) Nino Naponelli – Versatore con donnine e decoro floreale, h. cm. 21, sotto: Molaroni Pesaro, Naponelli


54) Nino Naponelli – Vaso con pavone e stelline, h. cm. 21, sotto: Mengaroni Pesaro, Naponelli


55) Nino Naponelli – Vaso con galletto rosa, h. cm. 20, sotto: Mengaroni Pesaro, Naponelli


56) Nino Naponelli – Versatore con case e figure, h. cm. 12, sotto: Molaroni Pesaro, Naponelli


57) Nino Naponelli – Versatore con motivi astratti decorati su smalto rosso, h. cm. 32 , sotto: Molaroni M.G. Pesaro, Naponelli


58) Gabriella Pandolfi – Donne con fiori, piatto Ă˜ cm. 25, sul retro: Molaroni M.G. Pesaro, G. Pandolfi


59) Giuseppe Papagni – Vaso foggiato a lucignolo, rivestito con vernice metallizzata e decorato con lettere cm. 45, sotto: Papagni, Istituto d’Arte

dell’alfabeto, h.


60) Giuseppe Papagni – Vaso foggiato a lucignolo e decorato con motivi marinareschi, h. cm. 40, sotto: Faenza, Istituto d’Arte, Papagni G.


61) Marcello Rossini – Vassoietto triangolare con decorazione astratta, cm. 24x29, sotto: Molaroni M.G. Pesaro, M. Rossini


62) Marcello Rossini – Vaso a colombino, decoro con smalto e colori a colaggio, h. cm. 44, sotto: Molaroni M.G. Pesaro, M. Rossini


63) Auro Salvaneschi – Versatore con pastore, h. cm. 29, sotto: Molaroni M.G. Pesaro, A. Salvaneschi


64) Auro Salvaneschi – Figure con barca, piatto Ă˜ cm. 25 , sul retro: Molaroni M.G. Pesaro, A. Salvaneschi


65) Auro Salvaneschi – Piastrella con pastori e toro, rivestimento con cristallina piombifera, cm. 40x23, sul retro: Molaroni M.G. Pesaro, Auro Salvaneschi 57


66) Bruno Scarparo – Versatore con festa al porto, h. cm. 21, sotto: Istituto d’Arte Pesaro, Bruno Scarparo


67) Bruno Scarparo – Giovane al sole, firma B. Scarparo, piatto Ă˜ cm. 53, sul retro: Molaroni M.G. Pesaro,


68) Bruno Scarparo – Estate, firma B. Scarparo, piatto Ă˜ cm. 53, sul retro: Molaroni M.G. Pesaro, Scarparo Bruno


69) Ulrico Schettini – Vaso con Orfeo e gli animali, h. cm. 34, sotto: Paris Roma, U.S.


70) Ulrico Schettini – Donne ammantate, piatto Ă˜ cm. 23, sul retro: Molaroni Pesaro


71) Ulrico Schettini – Vaso con musici, h. cm. 31, sotto: Molaroni M.G. Pesaro, U. Schettini


72) Paolo Sgarzini – Piastrella a impasto argilloso con aggiunta di ossidi coloranti cotta ad alta temperatura, decoro astratto a rilievo, cm. 28x19


73) Elso Sora – Uccelli e fiori, piastrella cm. 28x52, sul retro: AMA Pesaro, * E. Sora


74) Elso Sora – Madonna con Bambino, piatto Ă˜ cm. 32, sul retro: E. Sora *, AMA Pesaro Italy


75) Claudio Sora – Il compito in classe, piastrella cm. 31x31, sul retro: Claudio Sora 1952


76) Claudio Sora – Lottatori, maiolica modellata h. cm. 29, sotto: Claudio Sora 1952


77) Adelmo Sperindio – Scena marinaresca graffita su formella in caolino, cm. 57x16


78) Adelmo Sperindio – Carrettiere, piatto Ă˜ cm. 23, sul retro: Molaroni M.G., Sperandio


79) Rosetta Tamburini – Versatore con figure, h. cm 35, sotto: Molaroni M.G.Pesaro, Rosetta


80) Athos Tombari – Lampada portaoggetti decorata con smalti cotti a gran fuoco, h. cm. 23 , sotto: Urbino


81) Athos Tombari – Vaso foggiato a colombino, di forma antropomorfa con superficie opaca e granulosa color verde ocraceo, h. cm. 49, sotto: ISA Caltagirone 956


82) Athos Tombari – Maschera rappresentante il dolore, superficie a smalti screziati a forte spessore, cm. 20x18, sul retro: A. Tombari, Pesaro 1951, Italy


83) Gian Battista Valentini – Vaso con smalti colorati e motivi astratti graffiti, h. cm. 40, sotto: Baratti, Pesaro


84) Gian Battista Valentini – Cilindro con smalti e motivi astratti graffiti, h. cm.29, sotto: Baratti Pesaro Italy


85) Gian Battista Valentini – Porto, soldati, palazzi…fantasia d’ispirazione piranesiana, piatto Ø cm. 54, sul retro: Valentini, Baratti Pesaro


86) Romolo Verzolini – Servizio da bibita, h. brocca cm. 21, sotto: R. Verzolini Pesaro


87) Romolo Verzolini – Pesci, piatto Ă˜ cm. 36, sul retro: R. Verzolini Pesaro


88) Luciano Vichi – Personaggio, scultura astratta, h. cm. 28


89) Luciano Vichi – Piastrella con figure delineate in manganese con sovrapposizione di cristallina piombica in forte spessore, cm. 40x40


90) Luciano Vichi – Donne che fan la maglia, pannello cm. 40x60


91) Achille Vildi – Mattonella con musici haitiani pagliaccescamente agghindati, cm. 26x25


92) Achille Vildi – Haitiane al bagno, pannello cm. 75x25, sul retro: Haiti 1951, qui in questa sorgente della salute tutti cercano la loro. A Wildi


93) G. Yoni – Acquasantiera modellata, Ă˜ cm. 34, sul retro: Molaroni M.G. Pesaro, Yony


94) G. Yoni – Piatto con figura delineata con smalti a spessore, Ă˜ cm. 36, sul retro: Molaroni M.G. Pesaro, Yoni G.

Amici della ceramica Pesaro - Catalogo  
Amici della ceramica Pesaro - Catalogo  
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