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differenza, sia con i microscopici altoparlanti degli smartphone che con tutte le casse grandi e piccole più o meno care prodotte per l’after market. Sono sempre stato convinto che questo sarebbe stato l’asset distintivo al punto che il nome del mio device è proprio quello dei grossi stereo che, negli anni ottanta, i ragazzi di tendenza portavano sulla spalla. Allora li chiamavano Boombox; io non mi sono fatto sfuggire l’occasione di utilizzare le due “o” per farlo diventare Boohmbox richiamando l’ambiente in cui verrà utilizzato, ovvero “fuori casa”, come diciamo noi, OOH: out of home… Terzo punto: il sistema di stabilizzazione e di vincolo al suolo. Tenuto presente che questo dispositivo avrebbe dovuto lavorare, più o meno circondato da un centinaio di persone, avrei senz’altro dovuto pensare a come innalzare schermi e altoparlanti sopra la fatidica quota dei due metri, sopra la testa delle persone. In Italia, ma anche altrove, ci sono leggi molto restrittive riguardo le cose che occupano il suolo pubblico; nello speFLÀFR HVLVWH XQ SUHFLVR UDSSRUWR WUD OD VXSHUÀFLH HVSRVWD DO vento e il peso del manufatto; in pratica il mio schermo con tutto il resto non deve ribaltarsi nemmeno quando il vento arriva a 120 km/h. In soldoni occorrono 4000 kg di zavorra per garantire la sicurezza del mio Boohmbox. A questo punto mi sono venute in mente quelle orribili piastre, quei sacchi di ghiaia, quelle cisterne d’acqua che affollano le basi delle installazioni provvisorie, ma anche molte di quelle permanenti, in giro per la città. Anche quello doveva essere il tratto distintivo del Boohmbox. Bene, lista completata… Più o meno sei mesi fa ero al punto di molti altri: molte parole, qualche idea e pochi fatti. 48

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Tre progetti per il futuro prossimo venturo della comunicazione DOOH

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