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l’APOSTROFO + l’ASCOLTO

L’IMMAGINE APERTA Motivi dell’incarnazione nelle arti visive di Georges Didi-Huberman Bruno Mondadori | 2008| pp. 308 Georges Didi-Huberman è storico dell’arte, critico e filosofo francese. il ventaglio dei suoi interessi e il numero e la qualità delle sue pubblicazioni ne fanno una delle figure più originali nel panorama culturale contemporaneo. i campi di filosofia, estetica, storia e critica d’arte sono contigui, e tutto sommato sconfinanti. Ma Didi-Huberman padroneggiandoli, tutti, con straordinaria perizia filologica ed interpretativa, riesce pure a rimescolarli, trasfigurandone i lineamenti in nuove costruzioni di senso. il libro che qui recensiamo è da questo punto di vista esemplare. esso contiene saggi scritti dall’autore (nato nel 1953) dal 1985 al 1990. in apertura della raccolta un’introduzione scritta dallo stesso Didi-Huberman per l’edizione originale del libro, pubblicato per la prima volta in Francia nel 2007, ci spiega qual è il filo condut-

a cura di Clap Bands Magazine

SOGNO N° 1 Fabrizio De André

London Symphony Orchestra diretta da Geoff Westley sony Music | 2011

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tore che li lega assieme. in breve, la sfida è quella di dare forma ad una antropologia delle immagini. per spiegarci meglio, le immagini che arrivano fino a noi sono sempre filtrate da una griglia visiva che è sempre già pregiudicata da una certa lettura univoca, limitante e forse anche rassicurante. esse sono per esempio valutate secondo una visione idealizzata (anche l’imitazione della natura è in fondo una idealizzazione, del “vero” naturale) oppure trascese in un immaginario metafisico (di tipo spirituale, filosofico o religioso). in questi saggi assistiamo, invece, al tentativo di “ridurle” alla loro condizione antropologica, che è poi quella che misura l’urto, l’impatto dello sguardo, il nostro, con la loro profondità corporale, con la loro nevrotica incarnazione di temi sacri e profani. per dirla altrimenti, l’autore ci invita a scavare oltre la superficie delle metafore, delle analogie, delle allegorie che fungono da semantica ufficiale, intenzionale delle immagini, per concentrarci piuttosto sulla metapsicologia carnale, umorale, indicibile della loro produzione. il libro dunque ha a che fare, ci dice l’autore in apertura, con la questione cruciale delle stigmate. e questo perché nelle immagini più spiritualmente ispirate, più metafisicamente toccate dalla grazia, proprio lì, l’autore vede agire un sintomo, un “chiodo isterico, nel quale la carne diviene essa stessa il mezzo della propria crocifissione”. ecco allora aprirsi una doppia visione delle immagini. Una visione metaforica, ideale, in cui è raffigurata “in presenza” una astrazione spirituale, trascendente, ed un’altra impensata perché inconscia, sintomale, aperta alla convulsione isterica. se si tiene conto di questo approccio, si capisce allora perché la simbologia della carne che passa

per le immagini di corpi crocifissi, martoriati, è quella che più porta in sé il suo controsenso, ovvero la carne pensata fuori dal suo referente simbolico. e dunque abbandonata alla pura isteria. seguendo questo filo, le piaghe cambiano di segno, e da metafisici segni dell’aldilà, si aprono al crudo accesso del “reale”, inteso questo come l’inassimilabile, il refrattario alla assunzione simbolica. in questo modo le ferite di Cristo in croce si trasformano in suppurazioni purulente che inghiottono il senso dell’immagine nell’informe, nel dissimile, portando lo sguardo avveduto in una precipizio dove la “logica” della visione si infrange nel delirio visionario (già san paolo parlava della follia della croce). Le stesse visioni mistiche, secondo questo movimento, questa metamorfosi, si intrattengono al di qua del divino in prossimità dei corpi, impastandosi di tenebra, erotismo, mortificazione dei desideri corporali e imprecazioni contro la concupiscenza della carne. per questa impresa Didi-Huberman prende a prestito da Georges Bataille il temine di “immagine aperta”. Questa è l’immagine inquietante, atroce del supplizio per scarnificazione di un giovane cinese, scattata a pechino agli inizi del secolo scorso e offerta a Bataille come “dono-veleno” dal dottor adrien Borel nel 1925. Bataille è ossessionato da questa immagine. in essa lo attrae il puro orrore senza scopo, senza redenzione, senza salvezza e significato. il supplizio del cinese è una sorta di crocifissione laica, disertata dalla speranza, disperata. senza resurrezione. il Figlio di Dio muore, non resuscita, il suo corpo resta per sempre chiuso nel suo sepolcro a decomporsi, a testimoniare una morte infinita. La dialettica teologica, ci dice Didi-Huberman “si blocca

La via di ogni croce Non temo di sembrare antiquata, se per parlare di croci scelgo quelle de La Buona Novella, capolavoro di Fabrizio De andrè del 1970. Due brani tratti da quest’album, Tre madri e Laudate hominem, fra l’altro, sono stati recentemente inseriti in sogno n.1, omaggio della London symphony orchestra al cantautore genovese, che ne rilegge in chiave sinfonica dieci. e’ anche grazie al musical messo in scena nella mente da questo disco se, tra le tante immagini con cui ti riempiono la testa sin da piccolo, personalmente adesso rimangono altre scene a narrare la vita del nazareno, che, a dirla tutta, è in realtà il grande assente nei testi delle canzoni, perchè questa è la storia di altre croci, come sempre nella poetica di De andrè, è la storia degli uomini, dei singoli, della varietà dei sentimenti umani e di un’uguaglianza senza tempo che è solo quella di trovarsi davanti a un cammino da aprirsi da soli e percorrere. in anni di rivolte e contestazioni, un disco ispirato da alcuni tra i vangeli apocrifi, così chiamati letteralmente perchè “nascosti” rispetto a quelli canonici e ritenuti non facilmente comprensibili, non era un messaggio di conciliazione o di ritorno al

passato, bensì un sottile e melodico rafforzamento del rifiuto delle “autorità”, del diritto alla diversità, della necessità di chiarire che la strada non è una sola e decisa dall’alto, ma anche di un sentimento di umanità. Così Maria accetta una strada da Parole confuse nella mia mente, svanite in un sogno, ma impresse nel ventre, andando sin da piccola, non senza sofferenze e confusione, fra l’altra gente che si raccoglie attorno al tuo passare in mezzo a una siepe di sguardi, così come il vecchio Giuseppe, “padre per professione” che, dopo quattro anni lontano per lavoro, al ritorno asciuga le lacrime di una moglie bambina col pancione; ma ciò non fa meno divine tutte le madri che, Femmine un giorno e poi madri per sempre nella stagione che stagioni non sente, vedono soffrire o morire un figlio. Piango di lui ciò che mi è tolto, le braccia magre, la fronte, il volto, ogni sua vita che vive ancora, che vedo spegnersi ora per ora, nient’altro che una madre spiega così alle madri dei due ladroni in croce che il loro dolore è lo stesso, che anche suo figlio è “vita morente”. Non riesco a non pensare all’immagine del corpo smunto e tumefatto di stefano Cucchi in un gelido sacco di obitorio, che morì solo mentre la madre cercava di raggiun-

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marzo | aprile 2012

nel suo momento di antitesi, di ateologia”, nel suo negativo. L’aporia, il paradosso consiste nel fatto che Bataille vuole rivivere questa negatività, questa sospensione di senso, con una immedesimazione totale, cercando lo shock di una “esperienza interiore” senza mediazioni. rivivere l’impossibile è una aspirazione, un gesto eroico e furioso del pensiero, non una realtà. e dunque l’immagine resta aperta. aperta perché sempre visibile, lo sguardo la interrogherà in continuazione, ossessivamente, ma anche perché abissale nella sua mostruosità, nel suo statuto incomprensibile. in definitiva Didi-Huberman vuole dirci che le immagini non sono mai oggettive, vivono sempre di un incontro duale con lo sguardo che le coglie, le attualizza, le “forma”. esse, per utilizzare un suggerimento della psicanalisi, esprimono una domanda di riconoscimento, aspettano dallo sguardo una relazione con-validante. La convalida però resta sospesa a mezz’aria, perché l’immagine, se si procede oltre il visibile apparente, apre allo sguardo squarci inquietanti più che figure, fa intravedere l’informe più che la forma, il dissimile più che il somigliante, e fa più spazio al sintomo che alla clinica. Tutto questo Didi-Huberman ce lo espone con uno stile brillante, importanti illustrazioni ed una messe di esempi che mettono in campo una prodigiosa erudizione che va dall’arte degli antichi greci alle avanguardie artistiche del novecento, passando per i padri della chiesa e l’iconografia medievale. Mario Guarrera

gerlo, ogni volta che ascolto questa canzone. Ma è dal “den den” del martello che cava le tre croci dal legno che, come dal martello di un giudice, si leva il pensiero di un cantautore sull’essere uomini in mezzo agli uomini, in mezzo all’avidità di potere, al dolore, alla viltà, all’ipocrisia, a pochi affetti sinceri e duraturi e a farisei d’ogni fede, che sanno a memoria il diritto divino e scordano sempre il perdono.Èquesta la “via della croce”, quanto facilmente si dimentichi e si tradisca, come chi ti ama lo faccia nonostante tutto fino alla fine e come ogni uomo risponda per quello che riceve dal mondo in cui nasce, bene o male, ci sono leggi per giudicare e pietà per comprendere. Io nel vedere quest’uomo che muore, madre, io provo dolore, sono queste le ultime parole del “Testamento di Tito”, un umile ladrone che non ha rispettato le regole, che in punto di morte confessa quelle che ha seguito per non essere schiacciato da coloro che fingono di rispettarle e restano impuniti, ma che è rimasto fino alla croce un uomo. Nina Della Santa

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