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l’OSPITE 08

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una presenza, rappresenta il vertice su cui è, piuttosto, la luce a inserirsi e così, a esserne, in un certo senso, illuminata, a emergere come cosa viva, con una intensità che spiana ed esalta le forme e, per la contenuta energia, fa di talune di esse la mano opposta alla luce oltre la superficie del quadro - il precedente più sbalorditivo della visione caravaggesca: così stefano Bottari3, cogliendo un aspetto decisivo di questo capolavoro. e roberto Longhi è altrettanto mirabilmente categorico nel rilevare … il gesto architettonico della Vergine che compie il miracolo, stirando con la sinistra il manto ad includersi in una piramide assoluta roteante sopra un perno cristallino invisibile, motore immobile fino ad incuneare verso di noi lo spigolo che iniziandosi nella piega sulla fronte sfila per lo spigolo facciale, discende oltre l’angolo chiuso del panneggio fino alla prominenza dell’inginocchiatoio. Ma la destra s’avanza inclinata a tentare cautamente il limite possibile del volume; trovatolo, s’arresta, mentre, contrapposto, il libro vibra nell’aria il fendente affilato del suo foglio candido. Nell’interno, sulla colonna del collo si depone lentamente l’avorio incluso del viso su cui virano come sopra un pianeta larghi diagrammi d’ombre regolari.4 parole da cui, nel ritornare all’opera di antonello, riesce difficile prescindere o di cui sarebbe bene non dimenticarsi.

j Antonello da Messina salvator Mundi (Cristo benedicente) 1465/75, olio su tavola, cm 38,7x29,8 ( National Gallery, Londra) i Hans Holbein il Giovane Cristo nella tomba (part.) 1521, olio su tavola, cm 30,5x200 ( Offentliche Kunstsammlung, Basilea) A PAGINA 16

arte

noi; che non può essere affermato senza di noi: e proprio la mano che ci è porta mantiene questo contatto e rende visibile e tangibile questa presenza2. Nell’Annunciata di palermo, la mano della Madonna è aperta e sospesa in un gesto che supera e salda i contorni che ne definiscono geometricamente la figura dalla luce che essa riceve - tessuto luminoso della inconsutile veste di gloria che la avvolge e ne emana quale icona della Chiesa come sposa Mistica -, dando equilibrio e misura umana al kerygma, all’annuncio, alla promessa cui la nostra umanità è sospesa, bensì essendovi già accolta e già amata. È nel gesto, che assesta verso di noi il piano di una visione che vede lievemente sbilanciato il tavolo col leggio e il libro aperto - che secondano gli occhi della vergine e istituiscono un’allitterazione formale con il velo che squadra il volto e cinge la figura: di cui vediamo solo il viso, con gli occhi che ci vedono anche se non ci guardano; esattamente come ci “vede” la mano - che lo spazio acquista risalto e la figura stessa s’inserisce e così, si impossessa anche fisicamente dello spazio che la accoglie, oltre che intervenire attivamente nell’accoglimento dell’annuncio che le è fatto. La mano non spezza, ma fissa il rapporto fra lo spazio attraversato o occupato dalla luce, anch’essa priva di limiti, di spessore, di determinazioni morfologiche; e le articolazioni interne della figura, che ne scandiscono l’immagine. Chiedendo alla luce di non escludere nulla, né una linea né una piega di quella che è una piena coerenza formale e teologale, l’immagine ne attenua l’“impatto” senza frangerne l’omogeneità, modulata secondo l’angolo di incidenza offerto dalla superficie che ne è rivestita. La trama prospettica in cui è inserita la Figura, in quanto determina dimensioni e funzione della cornice che la accoglie, facendo dell’immagine

(Arcangelo Favata)

Alicucio in

Aeternam Crucis 2012, rielaborazione digitale, cm 40x30

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