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ISSN 1827-8817 91231

BUON ANNO A TUTTI I LETTORI. ARRIVEDERCI IN EDICOLA MARTEDÌ 5 GENNAIO

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • GIOVEDÌ 31 DICEMBRE 2009

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

L’Oroscopo dell’Italia Previsioni, consigli (e speranze)

Come sarà il nostro 2010 Ariete Massimo D’Alema di

Francesco D‘Onofrio

Toro Claudio Baglioni di

Bruno Giurato

di

Savino Pezzotta

Gennaro Malgieri

Scorpione Carlo De Benedetti di

Gemelli Francesco Rutelli di

Bilancia Antonio Di Pietro

Giancarlo Galli

Sagittario Pier Ferdinando Casini di

Enrico Cisnetto

Cancro Giorgio Napolitano Capricorno Gianfranco Fini di

Piero Alberto Capotosti

Leone Marina e Barbara Berlusconi di

Roselina Salemi

Vergine Luca Cordero di Montezemolo di

di

Giancristiano Desiderio

Acquario Gianluigi Buffon di

Roberto Mussapi

Pesci Roberto Maroni di

Giuseppe Baiocchi

All’interno otto pagine speciali

Marco Respinti

Mentre sarebbe pronto un aereo per “salvare” Khamenei dalla rivolta

La fatwa di Ahmadinejad All’Onda: «Vi sommergeremo». All’Onu: «Basta ingerenze»

Allarme bomba anche a New York

Cieli blindati: negli Usa torna la paura

di Enrico Singer inacce, sempre minacce. Ma come ogni tiranno degno di questo nome, Ahmadinejad ieri ha «usato» la piazza. Dopo aver convocato una manifestazione pro-regime, ha spiegato che gli oppositori riformisti saranno «sommersi come un’onda, perché non c’è più tempo per il pentimento». Sul fronte internazionale, poi, dopo una nuova denuncia Onu delle violenze, il presidente ha inviato l’Occidente a fare silenzio e «a imparare dai suoi errori».

Ora anche il mondo arabo teme la bomba iraniana

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di Daniel Pipes nvitato di recente da una società di ricerca che conduce sondaggi d’opinione a porre tre domande a un campione rappresentativo di 1.000 egiziani e di 1.000 sauditi residenti nelle aree urbane, il Middle East Forum (MEF) ha focalizzato l’attenzione sull’Iran e su Israele, luoghi di grandi conflitti nel mondo arabo. I risultati sono illuminanti. Perché risulta che una parte cospicua della popolazione egiziana e dell’Arabia Saudita approva un eventuale militare intervento israeliano contro le basi nucleari iraniane.

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I QUADERNI)

• ANNO XIV •

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257 •

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• CHIUSO

Obama ammette: «Troppa leggerezza nei controlli contro il terrorismo. Chi ha sbagliato dovrà pagare perché non possiamo far correre certi rischi alla popolazione». E intanto si parla di un raid nello Yemen Pierre Chiartano • pagina 3

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


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Sfide. Un’altra giornata convulsa in Iran. Mentre si diffonde una strana voce: un aereo sarebbe pronto a “salvare” Khamenei

La piazza di Ahmadinejad I pasdaran sfilano a Teheran per sostenere il regime e il tiranno lancia la fatwa: «Sommergeremo l’Onda, malgrado l’Occidente» di Enrico Singer hmadinejad parla in tv e spara ad alzo zero contro l’Onda verde - «non avranno il tempo di pentirsi» - e contro l’Occidente «deve imparare dagli errori del passato» - mentre in piazza a Teheran ci sono i pasdaran che guidano una manifestazione pro-regime al grido di «morte a Mousavi» e reclamano vendetta contro gli Stati Uniti e l’Europa. Quella di ieri è stata la giornata in cui la dittatura ha fatto sentire la sua voce. Anche se i segnali della crisi del potere si moltiplicano e un sito di analisti e giornalisti iraniani con base in Olanda, Shahrzad News, ha riferito che il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale ha ordinato un checkup sull’aereo della Guida suprema, Ali Khamenei. «Il jet partirà con Khamenei e la sua famiglia alla volta della Russia se la situazione delle proteste in Iran dovesse sfuggire al controllo», ha Shahrzad detto News attribuendo l’informazione a fonti militari.

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Sono le minacce, però, a tenere banco. Quelle di MahAhmadimoud nejad, prima di tutto, che ha parlato in tv dopo una riunione del vertice del regime e ha lanciato una specie di doppia fatwa. Rivolta all’opposizione «non servirà pentirsi il giorno in cui la nazione si muoverà come un grande oceano e la schiaccerà. I dimostranti fanno un gran baccano e creano notizie false per complicare la situazione, ma dovrebbero avere paura perché non ci sarà ritorno». E rivolta all’Occidente accusato ancora una volta di fomentare la rivolta. «I tentativi degli Stati

I nuovi ricchi del Paese cercano di “usare” gli scontri per fare nuovi affari

Cinque clan in lotta: ecco la mappa del nuovo potere di Rossella Fabiani

ROMA. In persiano, le famiglie che contano si indicano con il termine beit, una parola di origine araba che vuol dire casa. Sono i grandi clan, quelli che hanno in mano il vero potere. O se lo contendono. Anche adesso, muovendosi dietro le piazze e i palazzi del regime. A Raffaele Mauriello, storico dell’Islam che vive a Teheran (è rientrato in Italia da pochi giorni per le vacanze di fine anno) ed è discepolo di Bianca Maria Scarcia, tra i più grandi esperti dello sciismo, abbiamo chiesto una mappa di questi gruppi, dei loro intrecci e dei loro contrasti. Per prima cosa, dice Mauriello, quando parliamo di beit nell’Iran di oggi bisogna intendere non soltanto la singola famiglia in senso stretto, ma tutto il gruppo di potere collegato: fondazioni, quotidiani, gruppi economici e altro intrecciati alla famiglia in questione spesso, anzi, quasi sempre da rapporti di matrimonio.

Beit Khamenei. Khamenei è l’attuale rahbar (Guida della rivoluzione), la più alta carica dello Stato. Un ruolo importante lo svolge uno dei suoi figli e anche nell’Ufficio della Guida (l’Ufficio che coordina le attività della Guida, e nomina i direttori delle principali fondazioni religioso-economiche legate allo Stato) ci sono i fedelissimi della famiglia.

con sé un nuovo gruppo di potere, più giovane e con alle spalle l’esperienza in prima linea della guerra con l’Iraq (1980-1988). Lo scontro dichiarato più rilevante è proprio quello fra Ahmadinejad e Rafsanjani, iniziato quando nelle precedenti elezioni del 2005 Ahmadinejad ha sconfitto Rafsanjani accusandolo di essersi arricchito con la rivoluzione.

Beit Khatami. Questo è il più interessante e completamente incompreso in Europa. Il nostro uomo è Mohammad Khatami, due volte presidente della Repubblica e principale alleato di Mousavi (l’ex primo ministro e candidato sconfitto alle ultime elezioni). Pochi sanno che è sposato con una donna della famiglia Sadr, una delle più importanti famiglie “religiose”sciite del Medio oriente. Beit Sadr. Mousa Sadr, scomparso nel 1978 in Libia, è l’artefice della rinascita sciita libanese e Muhammad Baqir al-Sadr, il più rinomato studioso iracheno degli anni ’70 e ’80, fu ucciso dal regime di Saddam. Oggi Muqtada al-Sadr, è uno dei protagonisti della politica irachena. Ma la famiglia Sadr è forte anche in Iran. È legata da matrimonio alla famiglia Khumaini, quella di Ruhollah Khumani (il padre della Rivoluzione islamica). Inoltre si tratta di famiglie di Alidi, cioè di discendenti diretti del profeta Maometto attraverso la figlia Fatima e il cugino Ali. Questi sono importantissimi e sono legati a Sistani (il più importante religioso sciita in Iraq), lui stesso un Alide. Altre famiglie Alidi sono i Shahrastani, i Milani, gli Shirazi e i Khui. Quest’ultima è in ottimi rapporti con la famiglia reale giordana. Se vincesse Ahmadinejad, queste perderebbero molto. Una di queste famiglie è legata moltissimo, però, a Khameneni: si tratta della famiglia Hakim, (attualmente protagonista in Iraq e intrecciata ai Sadr da rapporti di matrimonio). Le famiglie Alidi riformiste sono appoggiate da Karrubi, ex candidato alla presidenza, ex presidente del Parlamento e proprietario del più importante gruppo editoriale riformista: prima con il quotidiano E’temad-e Melli (chiuso dopo le elezioni di giugno), oggi con il settimanale Iran Dokht. Secondo la tradizionale teoria scolastica sciita. possono essere più di uno i massimi riferimenti. E la nota dolente è proprio questa: la Repubblica islamica ha provato a proporne uno solo, una sorta di califfo, ma ciò è del tutto estraneo alla teoria del potere sciita secondo la quale il potere in tutte le sue forme spetta in maniera legittima solo all’Imam, che però è nascosto e non tornerà se non alla fine dei tempi a riprenderlo. Nel frattempo, ogni potere è per definizione illegittimo.

La geografia delle lobby è sempre rimasta la stessa: lo storico dell’islam Raffaele Mauriello ci aiuta a delinearla

Beit Rafsanjani. Ex presidente della Repubblica, ritenuto conservatore moderato, è il secondo peso massimo del Paese, in particolare dal punto di vista economico-politico. Uno dei figli è proprietario di numerose imprese commerciali. È soprattutto contro di lui che combatte Ahmadinejad. Beit Ahmadinejad. È rappresentato dall’attuale presidente della Repubblica e include in particolare il suo primo consigliere, Esfandiar Rahim-mashai (con cui Ahmadinejad è legato da rapporti di matrimonio: i figli si sono sposati fra di loro). Ahmadinejad ha portato

Uniti e di alcuni Paesi europei di creare tensione in Iran sono una ripetizione degli errori passati: credono di poter indebolire la nostra nazione, ma gli iraniani porteranno avanti i loro progetti».

In piazza a Teheran, mentre parlava Ahmadinejad in tv, i pasdaran e i basij portavano migliaia di persone in corteo per sostenere il regime. Le immagini della manifestazione nella capitale sono state mostrate a lungo dall’emittente iraniana in lingua inglese Press Tv. «Morte a Mousavi», ”«morte a Karroubi», «vendetta» sono alcuni degli slogan lanciati dall’adunata filogovernativa. Secondo i siti web e i blogger d’opposizione, tuttavia, alcune delle immagini trasmesse da Press Tv - in particolare quelle che mostravano una folla oceanica - potrebbero essere d’archivio. «Morte agli ipocriti», è un altro degli slogan rivolti contro Karroubi e Mousavi per i quali i manifestanti hanno anche chiesto un processo. Se ieri la piazza è stata in mano ai sostenitori del regime, l’Onda prepara nuove dimostrazioni per chiedere anche la liberazione dei giovani che sono stati arrestati negli ultimi quattro giorni. Secondo il capo della polizia iraniana, Esmaeel Ahmadi Moghaddam, «trecento dei cinquecento dimostranti arrestati domenica scorsa sono ancora in carcere», ma questo numero, per ammissione dello stesso Moghaddam, non è quello complessivo dei dimostranti fermati durante le proteste perché molti «sono stati arrestati da altri apparati delle forze di sicurezza». Il capo della polizia ha detto che sono stati feriti 120 agenti, 60 dei quali sono ancora ricoverati. In grande segreto, invece, si è tenuto ieri mattina il funerale di Sayyed Ali Habibi Mousavi, nipote del leader dell’opposizione Mir-Hossein Mousavi, ucciso domenica scorsa durante le manifestazioni di Teheran. Il rito si è svolto sotto la stretta sorveglianza delle forze di sicurezza che temevano un riesplodere delle proteste dei riformisti. Secondo quanto ha riferito la polizia iraniana, Sayyed Ali Habibi Mousavi, «senza avere partecipato alle dimostrazioni, è stato colpito da alcuni terroristi a bordo di un veicolo». Per l’opposizione questa versione è un tentativo di coprire l’omicidio


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Momenti di panico a Times Square, a New York, per un’auto sospetta

Guerra al terrorismo: ora tocca allo Yemen

Washigton e Sana’a collaborano per colpire le basi di al Qaeda E Obama denuncia: «Troppi errori nella tutela della sicurezza» di Pierre Chiartano l fallito attentato sul volo Delta decollato da Amsterdam dello scorso 25 dicembre era stato preparato «in modo professionale» ma è stato eseguito «in maniera amatoriale»: lo ha confermato il governo olandese, precisando che le autorità locali hanno dato immediata disposizione per il ricorso a body scanner per i voli in partenza dalla città olandese di Amsterdam e diretti negli Stati Uniti. «Le modalità e l’esplosivo utilizzato sono simili ad attentati precedenti», ha detto il ministro dell’Interno olandese, la signora Guusje ter Horst, in una conferenza stampa. Subito prima, Barack Obama aveva denunciato buchi e carenze nel sistema di sicurezza antiterroristico: «Non possiamo permetterci di correre questi rischi. Chi ha sbagliato pagherà», ha concluso il presidente Usa. E il clima di paura negli Usa si aggrava per via di un’auto sospetta nel cuore di New York. Nel piemo della mattina americana è scoppiato un allarme bomba nel cuore della città: Times Square è rimasta bloccata per ore, come quattro fermate delle metropolitana vicine. A Times Square, come è noto, si svolge tradizionalmente la festa di Capodanno. A pochi passi inizia Broadway con tutti i teatri, a due isolati c’è la sede del New York Times. Nessuno è potuto entrare o uscire dal quadrilatero formato dalla 43esima alla alla 40esima strada e delimitato dalla Sesta e dalla Settima Avenue, compreso un lungo tratto di Broadway. Gli allarmi non sono rari nel centro di New York ma questa volta le precauzioni prese sono davvero impressionanti, in una delle giornate più trafficate, con migliaia di turisti in giro. Insomma, anche per il diffondersi di questa psicosi della paura, si inasprisce la strategia antiterroristica internazionale: gli Usa sono pronti a bombardare basi di al Qaeda nello Yemen.

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Qui sopra, nuovi scontri a Teheran, ieri. Nella pagina a fianco, i massimi rappresentanti dei cinque clan in lotta in Iran. Dall’alto: il vecchio ayatollah Khamenei, l’ex presidente Rafsanjani; Ahmadinejead; il «riformista» Khatami e il leader degli sciiti iracheni Muqtada al-Sadr del nipote di Mousavi da parte delle milizie paramilitari del basij fedeli al governo. Altri uomini dei servizi di sicurezza del regime di Ahmadinejad sono entrati in azione nella città santa di Qom circondando la casa del grande ayatollah Hossein Ali Montazeri, morto due settimane fa. Già due giorni dopo la sua morte, l’abitazione di Montazeri aveva subito un primo assalto da parte dei basij che avevano distrutto foto e aggredito le persone che avevano partecipato al funerale. Montazeri era tra le più autorevoli personalità religiose sciite: critico verso il regime, era stato emarginato nel 1989 trascorrendo gli ultimi vent’anni isolato a Qom. Durante la crisi seguita alle elezioni presidenziali di giugno, aveva duramente criticato il governo, manifestando sostegno ai leader riformisti Mousavi e Karroubi. Era anche tra le voci più critiche rispetto all’attuale Guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei.

Tra le reazioni agli ultimi sviluppi della crisi iraniana, ieri, è arrivata anche quella del ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini. «Abbiamo chiesto che tutte le capitali europee convo-

chino gli ambasciatori iraniani e che, contemporaneamente, vi sia un passo formale della presidenza della Ue. Per Frattini, «tutto questo presuppone anche una forte intesa con gli Stati Uniti che nei prossimi giorni si concretizzerà nei contatti che ci saranno, e che già ci sono, attraverso i nostri segretari generali dei rispettivi ministeri degli Esteri, al fine di coordinare una posizione sin dai primi giorni dell’anno prossimo». Una presa di posizione molto diplomatica che conferma come il nostro governo non sia tra quelli in prima fila nel condannare il regime iraniano. «Scioccata» dalle violenze e dalle vittime di questi giorni e dall’ondata di arresti di manifestanti e oppositori si è detta, invece, l’Alto commissario dell’Onu per i diritti umani, Navi Pillay. La signora Pillay, da Ginevra, ha espresso tutto il suo sconcerto per quanto sta accadendo a Teheran, esortando le autorità a «moderare le proprie reazioni» contro l’opposizione. «Sono scioccata dalle morti, dai feriti e dagli arresti», ha detto Navi Pillay che ha denunciato «gli eccessivi atti di violenza da parte delle forze di sicurezza e della milizia paramilitare dei Basij».

la privilegiata: uno sviluppo che pone problemi politici all’amministrazione Obama, vista la decisione di chiudere la base all’inizio del 2010 e di trasferire parte dei detenuti in una struttura nell’Illinois e in Paesi terzi. Almeno due dei leader del gruppo yemenita Al Quaida nella Penisola Arabica, che due giorni fa ha rivendicato il fallito attentato del nigeriano,Umar Abdulmutallab, sono infatti ex prigionieri di Guantanamo. Si tratta di Abu al-Hareth Muhammad alOufi, un comandante già noto attraverso video dell’organizzazione terrorista, e di Said al-Shihri, considerato il vice-capo, trasferito dall’amministrazione di George Bush alle autorità saudite nel 2007 e rilasciato dopo un programma di reinserimento. Martedì l’emittente americana Abc, citando fonti del governo americano e documenti del dipartimento della Difesa, aveva indicato come mandante dell’attentato anche l’ex prigioniero di Guantanamo n° 333, Muhamad Attik al-Harbi. Il gruppo di Al Qaeda nella Penisola Araba si è formato nel gennaio di quest’anno, quando il leader Naser Abdel Karim al-Wahishi ha annunciato una «fusione» delle sigle di Yemen e Arabia Saudita. Al-Wahishi, anche noto come Abu Bashir, era fra 23 membri di al Qaeda fuggiti da una prigione nello Yemen nel 2006: è fra i maggiori ricercati in Arabia Saudita.

Secondo le autorità olandesi l’attentato di Natale era stato preparato «in modo professionale» ma per fortuna è stato eseguito «in maniera amatoriale»

Secondo la Cnn i servizi di intelligence americani, con l’assenso del governo yemenita, stanno preparando una lista di possibili obiettivi direttamente legati alla cellula di al Qaeda nella penisola arabica, che ha rivendicato l’azione sul volo Delta 253. Si tratta del primo grande test per il presidente Barack Obama nella lotta al terrorismo. Martedì, dalle Hawaii, dove si trova per una breve vacanza, Obama aveva parlato di «catastrofico» fallimento dei controlli di sicurezza, che hanno consentito ad una persona già nota ai servizi segreti di imbarcarsi sul volo con dell’esplosivo. La pista che dalla base-prigione di Guantanamo porta allo Yemen è ormai quel-

L’organizzazione è accusata di numerosi attacchi nelloYemen, fra cui uno all’ambasciata americana di San’a, il rapimento e uccisione di diversi turisti tedeschi, sudcoreani e britannici. Abdulmutallab era stato in Yemen dall’inizio di agosto all’inizio di dicembre del 2009, dopo avere ricevuto un visto per studiare l’arabo in una scuola della capitale. Il ministro dell’Informazione Hassan al Lozy ha dichiarato ieri che il giovane ha trascorso un secondo periodo nel paese dal 2004 al 2005. Secondo i dirigenti, i maestri e i compagni di studi di Adbulmutallab all’Istituto per la lingua araba di San’a hanno detto che il nigeriano avrebbe frequentato la scuola solo nel mese del Ramadan di quest’anno, iniziato a fine agosto: il che solleva i dubbi su cosa abbia fatto durante il resto del suo soggiorno, finito a dicembre. Martedì, il ministro degli Esteri yemenita Abu-Bakr al-Qirbi, intervistato dalla Bbc, aveva ammesso che potrebbero esserci nel paese arabico circa 300 guerriglieri che «potrebbero essere in grado di pianificare degli attacchi simili a quello di Detroit». Il ministro ha chiesto più aiuto ai paesi occidentali: «abbiamo bisogno di maggiore addestramento per creare delle unità antiterrorismo, di equipaggiamento militare e di mezzi di trasporto, in particolare elicotteri».


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Le reazioni. Il ministro della Difesa di Netanyahu affronta per la prima volta l’argomento davanti alla Knesset

Israele e l’opzione militare Gerusalemme valuta la possibilità di un attacco alle strutture nucleari iraniane. Barak nega: «Tecnicamente impossibile». Ma in realtà... di Michael Sfaradi l ministro difesa israeliano Ehud Barak, durante la sua seduta settimanale davanti alla commissione Esteri e Difesa della Knesset (il parlamento israeliano), ha affrontato la questione Iran ed ha espresso le sue riserve sul comportamento, fin troppo cauto, tenuto sia dalle cancellerie occidentali che dai media internazionali nei confronti della brutalità con la quale il governo di Teheran reprime le contestazioni di piazza. Ha poi anche parlato, e questa è stata la prima volta di un esponente del governo israeliano, della possibilità di un eventuale attacco contro i siti nucleari iraniani. Durante la sua esposizione ha spiegato che un’operazione di questo tipo, che è stato ipotizzata da più fonti, non è tecnicamente possibile.

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scavati all’interno di montagne. Un normale attacco aereo, per quanto pesante, non riuscirebbe nello scopo di distruggere completamente le apparecchiature in essi conservate e per quello che riguarda Qom, situata a circa 150 km dalla capitale Teheran, creerebbe enormi problemi con tutto il mondo islamico. La città, che in caso di attacco verrebbe coinvolta, è infatti considerata sacra per l’Islam intero, e questo provocherebbe delle reazioni di enorme portata.

Una prima ondata di bombardieri dovrebbe sganciare ordigni “anti-bunker” per aprire la strada a missili a guida laser e ad altissimo potenziale esplosivo

Insomma, non si può paragonare la situazione attuale a quella che c’era prima dell’attacco aereo contro la centrale irachena di Osirak. Per portare a termine con successo un’azione di questo tipo bisognerebbe agire con attacchi simultanei su più obiettivi e a questa situazione, di per sé complicata, bisogna aggiungere che le centrali iraniane, almeno quelle che si conoscono, sono posizionate in siti fortemente blindati o, come nel caso della centrale di Qom,

La scelta dei siti da destinare al nucleare, di proposito vicini a grandi città o a luoghi sacri, poi militarizzati dal governo iraniano, godono ora di una tripla blindatura: protezione statica vista la loro localizzazione, militare perché protetti da decine di batterie missilistiche antiaeree di fabbricazione russa, morale perché colpire dei luoghi sacri o nelle loro vicinanze comporta sempre problemi di carattere etico e politico. Questo dimostra, come se ce ne fosse ancora bisogno, che le intenzioni erano fin dall’inizio per un nucleare a fini militari e non civili come Ahmedinejad e i suoi vorrebbero far credere.Tutte le informazioni di intelligence in possesso sia ad Israele che alle potenze occidentali, e che sono il frutto di un lavoro estremamente diffici-

le e pericoloso, fanno propendere, secondo il ministro, per l’impossibilità di un’azione di forza rivolta ad azzerare il programma nucleare della Repubblica islamica. L’esposizione, molto tecnico-militare, sembrerebbe mettere una pietra tombale sull’eventualità di un’azione di forza, ma agli occhi degli esperti Ehud Barak non ha detto nulla di nuovo rispetto a ciò che si sapeva già da diversi anni. Il centro studi strategici del Pentagono, il Ministero della Difesa statunitense, già nel 2006, aveva presentato alla Casa Bianca dei piani di attacco, quasi sicuramente studiati con gli esperti di guerra aerea dell’aeronautica militare israeliana, e da allora costantemente aggiornati secondo le informazioni che sono arrivate negli ultimi anni, che prendevano in esame le problematiche esposte e ne davano, punto per punto risposte e soluzioni. Nell’ipotesi di attacco, infatti, viene ipotizzato l’uso di due tipi diversi di armamento: una prima ondata di bombardieri avrebbe dovuto sganciare sulle centrali nucleari bombe “anti-bunker”denominate GBU28, ordigni del peso di 2.2 tonnellate, capaci di penetrare fino a 30 metri nel sottosuolo o fino a 8 metri nel calcestruzzo prima di detonare.

Questa prima ondata avrebbe aperto delle crepe nelle difese statiche delle centrali, crepe al cui interno sarebbero state indirizzate, durante la seconda ondata, altri ordigni a guida laser e ad altissimo poten-


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Fino a un terzo della popolazione sarebbe favorevole a un intervento degli Usa o di Israele contro l’Iran

Anche gli arabi hanno paura di Teheran Un’indagine rivela gli umori della popolazione in Egitto e in Arabia Saudita di Daniel Pipes nvitato di recente dalla Petcher Middle East Polls, una neo-società di ricerca che conduce sondaggi d’opinione, a porre tre domande a un campione rappresentativo di 1.000 egiziani e di 1.000 sauditi residenti nelle aree urbane, il Middle East Forum (MEF) ha focalizzato l’attenzione sull’Iran e su Israele, i Paesi che maggiormente spaccano in due la regione. I risultati sono illuminanti. Prima di vedere perché, però, bisogna fare una annotazione tecnica per spiegare le caratteristiche (e dunque anche la rilevanza) della ricerca. Ebbene: le interviste sono state realizzate faccia a faccia in lingua araba, direttamente a casa degli intervistati, utilizzando un questionario strutturato, a novembre, e sono state altresì condotte da una società locale privata di comprovata esperienza. Il margine di errore è compreso tra +/- 3 per cento.

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Partiamo dall’Iran . Nell’attuale guerra fredda mediorientale, la Repubblica islamica dell’Iran guida il blocco rivoluzionario, mentre i governi dell’Arabia Saudita e dell’Egitto conducono il blocco opposto dello status quo. Quant’è preoccupata la popolazione saudita e quella egiziana della proliferazione nucleare iraniana? La Petcher Polls ha chiesto per conto del MEF: «Supponendo che il governo iraniano continui il proprio programma di arricchimento nucleare, saresti a favore di un attacco israeliano contro gli impianti nucleari iraniani?» e «Che ne diresti di un attacco americano contro gli impianti nucleari iraniani?». In Egitto, il 17 per cento è a favore di un attacco israeliano e il 25 per cento di

uno americano. In Arabia Saudita, si rileva rispettivamente il 25 e il 35 per cento. Il sostegno a favore di un attacco israeliano o di uno americano è sorprendentemente forte, più o meno è come mi aspettavo. Questi numeri confermano un riesame dei dati di un’indagine demoscopica condotta David Pollock del Washington Institute for Near East Policy, che ha rilevato «livelli di consenso incredibilmente elevati – specie tra i sauditi – per una dura azione contro il programma nucleare iraniano».

Queste cifre evidenziano che tra un sesto e un terzo della popolazione residente nei due Paesi più importanti del blocco dello status quo è favorevole a un attacco israeliano o americano contro le infrastrutture nucleari iraniane. Sebbene non sia una minoranza irrilevante, essa è abbastanza esigua da fare esitare il governo egiziano o quello saudita in merito al fatto di essere coinvolto in un attacco contro l’Iran. In particolare, la possibilità di dare alle forze aeree israeliane il permesso di attraversare lo spazio aereo saudita sembrerebbe essere fuori questione.

E veniamo adesso al tema Israele. Il MEF ha chiesto: «L’Islam definisce lo Stato egiziano e saudita; qualora ne ricorrano le condizioni, accetteresti uno Stato ebraico d’Israele?» In tal caso, il 26 per cento degli egiziani e il 9 per cento dei sauditi intervistati ha risposto affermativamente. Questa domanda è stata posta per quantificare la sostanza del conflitto araboisraeliano, un conflitto che non riguarda le dimensioni dello Stato di Israele, le sue risorse, gli armamenti, la sovranità sui luoghi sacri o il numero dei cittadini che vivono in Cisgiordania; piuttosto

ziale esplosivo, come ad esempio ad uranio impoverito (usati dalla Nato contro la Serbia nel 1999), o altri ordigni di nuova generazione (si parla di mini-bombe nucleari ma, a tutt’oggi si tratta solo di voci non confermate) che avrebbero definitivamente distrutto ogni cosa nel raggio di alcune centinaia di metri. Questi piani vennero alla luce a metà delle 2007 e fanno parte di quell’opzione militare che la Casa Bianca ha spesso minacciato. Piani che anche se rimangono all’interno di un cassetto non sono stati, a tutt’oggi, completamente archiviati. Durante il loro ultimo

La stessa ricerca rivela che una parte significativa degli intervistati (sono 2000 in tutto) non dichiara eccessivi problemi a convivere con uno «Stato ebraico» esso concerne il fondamentale obiettivo del sionismo, la creazione di uno Stato definito dall’identità ebraica. Per fornire un contesto: circa il 20 per cento dei palestinesi sin dagli anni Venti è disponibile a vivere in armonia con Israele. La percentuale degli intervistati egiziani a riguardo è leggermente più alta, mentre quella saudita è decisamente inferiore. Questi risultati sono conformi alla natura apertamente religiosa della vita politica saudita piuttosto che di quella egiziana. Essi confermano che ora la principale

Durante il loro ultimo incontro il presidente americano Obama ha detto al suo omologo cinese Hu Jintao: «Non posso tenere bloccato Israele all’infinito»

fonte dell’antisionismo non è più il nazionalismo, ma l’Islam.

Da un esame minuzioso delle cifre del sondaggio risulta una leggera variazione demografica (per età, cultura, etc.). Una differenza salta all’occhio riguardo al sesso degli intervistati, con le donne egiziane che accettano l’esistenza di uno Stato ebraico d’Israele più degli uomini egiziani, ma con l’esatto opposto tra i sauditi, qualcosa che non è facilmente spiegabile. Le differenze geografiche in Arabia Saudita sono più consequenziali. Coloro che abitano nella parte occidentale del Paese, che è più vicina a Israele, accettano maggiormente uno Stato ebraico rispetto a coloro che risiedono nelle più distanti aree centrali ed orientali. Al contrario, questi ultimi potrebbero per il 50 per cento appoggiare un attacco americano contro il vicino Iran rispetto agli abitanti della più distante regione occidentale. La regione occidentale saudita (Hijaz, Asir) resta fe-

incontro il presidente statunitense Obama ha detto al suo omologo cinese Hu Jintao: «Non posso tenere bloccata e Israele all’infinito». E questo la dice lunga sulle tensioni in atto, su questa questione, fra i due grandi alleati, e quanto sia lontana la realtà dei fatti rispetto alla situazione illustrata da Ehud Barak. Questo perché Israele, tecnicamente, è in grado di portare, anche autonomamente, un attacco di questo o di altro tipo. Possiede la tecnologia, gli ordigni e i vettori in grado di arrivare fin sopra gli obiettivi e distruggerli. Difficile credere che lo Stato ebraico agirà da

dele al suo passato di zona più tollerante del Paese, mentre la parte orientale (Al-Ahsa) ha un maggior numero di sciiti e più timore dell’Iran. Queste variazioni regionali mettono in evidenza l’utilità di vedere l’Arabia Saudita non come un Paese omogeneo, ma come un amalgama di regioni dotate di identità storicamente differenti e che probabilmente fanno politica senza prescindere da queste discrepanze e diversità.

In breve, queste cifre dell’indagine demoscopica evidenziano un’esigua, ma non irrilevante, base di opinioni nutrite in Paesi che sono largamente ostili all’Occidente e a Israele. Se questa base ha poche prospettive di incalzare la politica in un futuro prossimo, essa offre però un fondo di buonsenso che, se gli verrà data appropriata attenzione, può essere lo zoccolo per promuovere dei miglioramenti a lungo termine.

solo, anche se è quello che in molti segretamente sperano, mettendo a rischio sia la stabilità dello scacchiere mediorientale che del mondo intero. La calma irreale che ancora tiene ferme le armi è legata a fragili equilibri che però potrebbero improvvisamente venire meno. Rimane imprevedibile quello che potrebbe accadere e quali sarebbero le reazioni nel caso dovessero prendere corpo e divenire reali le minacce di distruzione totale, nei confronti di Israele, che il presidente iraniano o i vari ayatollah hanno gridato ai quattro venti negli ultimi anni.


diario

pagina 6 • 31 dicembre 2009

Rigore vs sviluppo. Il successo dello scudo e la ripresa porteranno più gettito all’Erario. Che il Tesoro farà fatica a blindare

Caccia al tesoretto di Tremonti

Il centrodestra pronto a riaprire i capitoli tasse, grandi opere e banda larga ROMA. L’anno che verrà potrebbe portare a Giulio Tremonti un interessante tesoretto. Una cifra vicina ai sei miliardi di euro che fa già gola a molti in maggioranza e che il ministro dell’Economia dovrebbe iniziare presto a difendere. E c’è soltanto l’imbarazzo della scelta visto che le richieste riguardano i comparti opere pubbliche, industria, innovazione, ambiente fino alle politiche di coesione. La seconda tranche dello scudo fiscale potrebbe far rientrare altri 30 miliardi di euro. Che in tasse si traducono in quasi due miliardi. Dallo scudo dei record (95 miliardi) sono invece già arrivati all’erario 4,5 miliardi. Con un surplus di 800 milioni rispetto ai 3,7 miliardi inseriti nell’ultima Finanziaria. Eppoi, se l’Italia crescesse nel 2010 non più dello 0,8 per cento ma dello 1 o dell’1,1 per cento, il gettito fiscale complessivo salirebbe di circa 3 miliardi. Senza contare i risultati sul versante della lotta all’evasione, resi noti ieri dall’Agenzia dell’entrate: 7,5 miliardi recuperati (+7 per cento rispetto al 2008). Sei miliardi, spicciolo più spicciolo meno. Che potrebbero diventare 7 se la privatizzazione di Tirrenia non si tramuterà in un’Alitalia bis. Per non parlare delle sorprese in termini di Iva che arriverebbero con una ripresa delle esportazioni e della domanda interna. Tanti soldi rispetto alle ristrettezze dell’ultimo biennio che spingono subito a una semplice domanda: come spenderli? Ieri, ai microfoni

miglie con figli e dei percettori di reddito medio-basso, con priorità per i lavoratori dipendenti e i pensionati». Ma Tremonti deve aver cambiato idea. Durante la conferenza stampa di fine anno una giornalista, rea di avergli chiesto se il buon esito dello scudo facesse da preludio a tagli di Irpef e Irap, si è dovuta sorbire una lezione di economia: «Mi dicono di essere più coraggioso ma io dico che ci vuole grande coraggio a fare politiche di deficit, perché non è un atteggiamento responsa-

Le richieste più pressanti da Scajola e Brunetta, che ha bisogno dei soldi per gli statali. Dalla lotta all’evasione 7,5 miliardi nel 2009 del Tg5, il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini ha fotografato le aspettative di maggioranza, sindacati e Confindustria: «Noi avevamo chiesto al ministro Tremonti di vincolare il rientro dei capitali dall’estero a due destinazioni: le imprese e le famiglie». In verità un vincolo se l’era già posto lo stesso ministero dell’Economia. Nella manovra d’estate l’articolo 1 chiarisce che ogni euro di entrate in più rispetto a quanto previsto nel Dpef 2010-2013 va «destinato alla riduzione della pressione fiscale nei confronti delle fa-

suo elettorato. E per capire da dove partire, basta riprendere la lista della spesa – di 17 miliardi di euro – presentata dai ministri a novembre, e in minima parte soddisfatta con l’ultima manovra.

di Francesco Pacifico

bile. Questo è soltanto un modo di aumentare le tasse». Se avrà qualche soldo in più, il ministro lo userà per rimettere a posto i conti. Perché nel 2009 «la nostra economia è andata sotto di 6 punti e ora risaliamo, spero, di un punto». Ma diceva le stesse cose prima che l’ultima Finanziaria arrivasse alla Camera. Dove è lievitata fino a 9 miliardi. Così, a un Tremonti che vuole incamerare risorse per una più generale riforma tributaria legata al federalismo fiscale, corrisponde un centrodestra che deve dare risposte al

Sono a -3,7 per cento. È record dal 2002

Impresa, calano i posti ROMA. Sarà in atto da almeno un ventennio, ma la crisi occupazionale nella grande imprese non aveva mai presentato un conto così salto come quello di ottobre. In questo mese – come ha comunicato ieri l’Istat – le aziende con più di 500 dipendenti ha registrato un calo dell’1,9 per cento rispetto a un anno fa. Non si ottenevano numeri tanto negativi dal 2002.

La riduzione, rimasta stabile su base mensile, segna soltanto nella grande industria pesante un calo annuo del 3,7 per cento. Va lievemente meglio nelle grandi imprese dei servizi, quelle che meglio dovrebbero rispondere alla domanda di lavoro quando sarà finita la crisi: il segno negativo su base annua è dello 0,9 per cento, che si riduce a un -0,1 a livello congiunturale. A scongiurare questi numeri non è bastato il ricorso in massa alla cassa integrazio-

ne. Nelle grandi aziende, ogni mille ore lavorate, ce ne sono state 38,2 di Cig: 22,4 ore in più rispetto all’ottobre di un anno fa.

Dall’Istat però si fa notare che «al di là dei segni meno ancora significativi, si riscontri una stabilizzazione negli ultimi mesi della situazione occupazionale nelle grande aziende e una progressiva inversione dell’effetto della cassa integrazione, il cui ricorso registra una leggera diminuzione negli ultimi mesi». I settori più colpiti dei colossi produttivi sono quelli della farmaceutica, dell’elettronica che produce computer, degli articoli in gomma. Ma vanno male anche fiori all’occhiello del made in Italy come la meccanica e l’attrezzistica. Da notare poi che tra ottobre e settembre le retribuzioni delle aziende di grandi dimensioni sono diminuite dello 0,4 per cento.

Il primo a battere cassa sarà Claudio Scajola. Che al suo ministero ha aperti 350 tavoli per altrettante crisi industriali senza risorse ad hoc. A fine gennaio, nel decreto incentivi, vuole inserire 300 milioni per le rottamazioni auto, 150 per cambiare cucine e mobili, 150 per Industria 2015 e 400 per la banda larga. Inutile dire che Tremonti proverà a smontare le richieste del ministro, forte del fatto che prima di marzo la Ragioneria non vidimerà il gettito rientrato per lo lo scudo. Che di conseguenza non sarà spendibile fino ad allora. Eppure nello stesso periodo, e attraverso il mille proroghe, la maggioranza tornerà alla carica per confermare ai piccoli giornali gli stessi fondi concessi nel 2009 e ad allentare i tagli alle poltrone proposti da Calderoli per gli enti locali. Se ci saranno, il veicolo giusto per interventi di sviluppo sarà la manovra d’estate. Ma ben prima i colleghi busseranno alla porta di Berlusconi o di Gianni Letta per fare pressioni su Tremonti. Stefania Prestigiacomo aspetta un altro miliardo per l’emergenza idrogeologica. Maurizio Sacconi, dopo i due miliardi ottenuti in Finanziaria, deve fare i conti con la riforma della formazione, mentre a Claudio Scajola servono 2,4 per avviare l’Agenzia per il nucleare. Altero Matteoli ha bisogno addirittura di 10 miliardi nel prossimo biennio per il capitolo Infrastrutture. Andrea Augello, tra i senatori del Pdl che più si sono battuti con Mario Baldassarri per emendare la manovra, ricorda «che introdurre la cedolare secca sugli affitti sarebbe un utile strumento contro l’evasione». Ma il vero antagonista di Tremonti rischia di confermarsi Renato Brunetta. Il ministro che promette di recuperare 3 o 4 miliardi di euro con la digitalizzazione della pubblica amministrazione, ha promesso al leader della Cgil, Guglielmo Epifani, di erogare gli aumenti previsti dal nuovo contratto per gli statali. Servono quasi 3 miliardi, chi lo dice in via XX settembre?


diario

31 dicembre 2009 • pagina 7

Elezioni. Dopo aver vinto le primarie, Bersani le ha bocciate per gli altri ROMA. Il guazzabuglio in cui il Pd s’è cacciato, andando incontro alle elezioni regionali di primavera, è di rara schizofrenia. La cosa non è di poco conto per mille ragioni, non soltanto contingenti. Da sempre la sinistra italiana concepisce le elezioni regionali come un banco di prova essenziale per mettere a punto strategie politiche di respiro nazionale. Questo perché (a parte i successi di Prodi) solo nelle amministrazioni locali il centrosinistra è riuscito ad arginare lo tsunami Berlusconi. E il mito del buon governo locale ha rappresentato la base per ogni tentativo di costruzione dell’alternativa politica nazionale a Berlusconi. Non è un caso che, eccezion fatta per Prodi, due dei candidati premier delle elezioni politiche degli ultimi anni fossero sindaci in carica (Rutelli e Veltroni). Anche in passato le elezioni regionali sono state uno sorta di spartiacque per Ds, Margherita e cespugli. Nel 2000 D’Alema, il cui governo nato col ribaltone non godeva già di buona salute, chiese un referendum attraverso le regionali sulla sua premiership e ne fu travolto. Nel 2005 Fassino lanciò la sfida della grande alleanza contro Berlusconi proprio dopo aver stravinto le regionali con un impietoso 12 a 2. Oggi le 13 amministrazioni regionali al voto sono il banco di prova di fuoco di Bersani, da due mesi ormai a capo del Nazareno. E però l’ex ministro prodiano non poteva arrivarci nel peggiore dei modi. Da un lato, con il mito del buon governo locale distrutto dalle cattive prove amministrative che il centrosinistra ha dato nel Mezzogiorno. Dall’altro bandite quasi ovunque dalla pratica politica del Pd le sataniche “primarie”- senza alcun metodo alternativo di selezione dei candidati presidente. Una matassa complicata ulteriormente dal fatto che i presidenti in carica col peggiore gradimento dei loro concittadini sono stati tutti generosi sostenitori di Bersani al congresso democratico (da Bassolino a Loiero) e, non bastasse, da un’affannosa regia romana impegnata a far quadrare i conti intorno a quell’asse preferenziale con l’Udc che è il motore immobile della nuova gestione democratica. Troppa carne a cuocere. E, difatti, il capo-chef Bersani non riesce visibilmente a venirne a capo, tant’è che eccezion fatta per Emilia Romagna e Toscana, dove il candidato presidente non è l’u-

E il Pd si ritrovò senza candidati

scente, non è stata fatta ancora una scelta sicura, proprio mentre Pdl e Lega si portavano avanti col lavoro. Non solo. A dirla tutta, anche situazioni in cui il Pd pareva più in palla (vedi alla voce Piemonte), il filo del discorso è stato imbrogliato dalle titubanze romane.

È ancora in alto mare in molte regioni la scelta degli aspiranti governatori

In Veneto, Lazio, Campania, Calabria, quattro regioni che insieme contano più di 18 milioni di abitanti, il Pd è in alto mare, in un naufragio la cui gravità è diversamente caratterizzato: in Campania e Calabria dalle infelici prove di governo locale, nel Lazio dall’imbarazzante scandalo Marrazzo, in Veneto dalla scelta del Pd di non giocarsela neppure. Se a queste regioni-chiave si aggiungono Lombardia e Puglia (per un totale di abitanti, sommati a quelli delle regioni precedenti, di oltre 32 milioni: più di mezza Italia), il cielo all’orizzonte del naufragio democratico è ancora più fosco. In Lombardia, co-

di Antonio Funiciello

In Puglia ormai è scontro aperto tra Emiliano e Vendola. E nel Lazio non si trovano pretendenti «Il Fatto» vota per lei, mentre «Il Giornale» la attacca

E intanto Polverini va in testacoda di Marco Palombi

ROMA. Renata Polverini è uno strano ircocervo per la politica italiana. In un’intervista al“Giornale” del febbraio scorso, tanto per dire, scolpì la frase decisamente gauchiste: «Liberista mai. Sono per un socialismo buono e una migliore distribuzione della ricchezza. La redistribuzione capitalista è una favola». Se a questo aggiungiamo le uscite“laiche”in sintonia con quelle del suo grande sponsor politico, Gianfranco Fini, è possibile intuire la simpatia che la prima leader sindacale donna riscuote nell’elettorato di sinistra. Finora, però, l’eterogeneità della sua figura pubblica non è mai stata un problema: era solo – dal febbraio 2006 - la segretaria dell’Ugl, il sindacato erede della “fascista” Cisnal che autocertifica un paio di milioni di iscritti (peraltro in calo) ma la cui presenza fisica s’avverte più in tv e a Palazzo che nei luoghi di lavoro. Ora però Polverini, 47enne romana figlia d’arte (la madre, commessa, era delegata interna in una Sma), con la candidatura alla presidenza della regione Lazio ha deciso di giocare in un campionato più insidioso. I risultati si sono visti subito: terrore nel centrosinistra per una candidatura che rischia di scippargli molti voti («e mo so ca… nostri», ha sintetizzato il blogger-militante Zoro), più di qualche fastidio a destra e non solo tra le cordate politiche che hanno dovuto cederle il passo nel Lazio. Se

infatti le sue posizioni eterodosse conquistano i progressisti, assai meno piacciono ad una parte consistente della destra, quella all’ingrosso berlusconiana, diffidente anche per il vistoso cartello «finiana» che la nostra si porta appeso al collo.

Questa complessità di Polverini ha ovviamente mandato in cortocircuito anche la stampa. Negli ultimi giorni, per non restare che ai casi più clamorosi, la segretaria dell’Ugl si è beccato un quasi endorsement de Il Fatto e un ritratto decisamente antipatizzante del Giornale. Nel Lazio, ha scritto Luca Telese sul quotidiano di Travaglio-Padellaro, «c’è solo una candidatura, ed è anche una buona candidatura», quindi «o il Pd sceglie entro pochi giorni, o molti (come chi scrive) sceglieranno la Polverini. È donna, è laica, si occupa dei lavoratori. E almeno, cosa che non guasta, è più a sinistra della Binetti». Il giornale di Feltri, invece, l’ha mazzolata col consueto garbo: la «reginetta Renata», vi si legge, ha fatto perdere iscritti all’Ugl, «il suo turbo è Fini» che le ha regalato una «carriera fulminea», parla copiando il «prontuario della Cgil» (Epifani «la adora»), le piace D’Alema, «fa promesse che non manterrà», ha «il fascino di una carta vetrata» e poi – orrore massimo - porta i pantaloni ma «come gran parte delle donne non resiste a scarpe, borse e camicette, meglio se griffate». Benvenuta in campagna elettorale.

me in Veneto, il Pd ha scelto di dare la partita vinta a tavolino all’avversario, sprecando nella competizione un Penati che poteva tornare utile alle comunali meneghine del 2011. In Puglia, si è arrivati in affanno e fra mille politiche alla sfida tra Vendola ed Emiliano. Il Pd, un metodo per selezionare i candidati alle cariche monocratiche, nel suo statuto (ancora in vigore) ce l’avrebbe: le primarie di coalizione. Un metodo, per altro, sperimentato per la prima volta proprio con la scelta di Prodi nel 2006 e, quindi, non riconducibile alla deprecata stagione veltroniana. Una più accorta regia romana poteva impegnare il partito locale nella selezione dei candidati migliori attraverso le primarie, distribuendo così responsabilità sulle scelte del presente e sui futuri esiti elettorali in maniera più equilibrata e non concentrandoli tutti su Roma e sulla persona di Bersani. Il quale avrebbe forse dovuto essere più cauto nel cestinare le primarie, non avendo in tasca un metodo sostitutivo. Per altro, la fonte di legittimazione del ruolo di Bersani sono proprio le primarie con cui ha vinto due mesi fa il congresso democratico.


politica

pagina 8 • 31 dicembre 2009

Eredità. Secondo il politologo Paolo Pombeni il leader socialista intuì per primo che il sistema politico andava cambiato

Craxi, un riformatore che divide

«È lecito muovere delle critiche, non considerarlo l’incarnazione del male» di Franco Insardà

ROMA. Non è soltanto un problema di toponomastica. Bettino Craxi a dieci anni dalla sua morte divide l’Italia, come è nella migliore tradizione del nostro Paese. Si va dalle provocazioni di Gianfranco Rotondi a quelle di Antonio Di Pietro. Il ministro per l’Attuazione del programma ha proposto di intitolare a Craxi «non solo una strada a Milano, ma tante strade e piazze italiane», mentre per l’ex pm di Mani pulite andrebbe ricordato come latitante. Il professor Paolo Pombeni non si meraviglia affatto delle divisioni sulla figura dell’ex leader socialista. Craxi fa ancora discutere a dieci anni dalla sua morte. È stato il protagonista di una fase di grande transizione, sottoposta a diverse interpretazioni contrastanti. Non bisogna dimenticare che la fine del suo progetto politico si identifica con la corruzione politica e coincide con un momento ultramoralistico. Questa cosa, ovviamente, provoca dibattito. Dieci anni, quindi, sono ancora pochi per porre fine al dibattito? Sono un po’pochi, ma la cosa fondamentale è che non si è ancora vista la soluzione della trasformazione all’origine del quale Craxi aveva una posizione rilevante. Riabilitato solo da alcuni. Le cronache di questi giorni lo dimostrano. Nella sua carriera, nella quale è stato da una parte vittima e dall’altra protagonista di un meccanismo non certamente virtuoso della politica predominano gli aspetti positivi. Che giudizio ha di Craxi statista? Ha avuto due grandi meriti. Ha intuito che quel sistema politico era finito e che bisognava inventarsi qualcosa per ammodernarlo. E poi? L’idea che il cambiamento potesse avvenire soltanto con un’unificazione della sinistra, portandola fuori dal retaggio del comunismo, è riconosciuto dalla storia. Anche la necessità del rin-

novamento della classe dirigente è confermato dai fatti. È stato anche un precursore delle riforme? Ha iniziato una riforma dello stato sociale, ci sono stati alcuni tentativi di una politica estera un po’ più protagonista e sganciata. Avendo intuito che il vecchio sistema non resisteva più ha capito che bisognava cambiare. Ci è riuscito? Le intuizioni nella loro prima fase non sono ben definite e questo è stato il limite. Non ha avuto la pazienza che si chiarisse la situazione, ha cercato di forzare il cambiamento e ne è rimasto vittima.

dendosi che i dirigenti favorissero in qualche modo una sua successione. Ed è stato questo l’errore più grande di Craxi. Nella mente degli italiani è rimasto di più il Craxi che alla Camera pronunciò il famoso discorso sul finanziamento illecito ai partiti o quello bersagliato dalle monetine all’uscita del Raphael? Dipende a quali italiani ci si riferisce. Penso, comunque, che nessuna delle due immagini sia presente. Viviamo in un’epoca che dimentica tutto a una velocità supersonica. Temo che per la maggior parte degli italiani Craxi sia una specie di nebulosa.

È stato un politico di grande rilievo, a tante persone vengono intitolate le strade e non mi sembra che tutti questi personaggi siano profondamente migliori di lui È d’accordo con Claudio Signorile secondo il quale Craxi costruì il percorso per una grande sinistra riformista di governo, ma sbagliò le scelte successive? In parte. L’ansia di Craxi di realizzare il cambiamento lo portò a muoversi a tentoni. Fece un primo tentativo, con una soluzione alla francese, di portare il partito comunista sotto l’egemonia socialista, senza che questo partito fosse in grado di reggerla. Purtroppo il Pci fu miope e non capì che conveniva favorire il progetto. E la seconda mossa? Mise in piedi la classica operazione contraria che prevedeva un accordo con il vecchio sistema di potere, illu-

E quindi? Per i populisti Craxi rimane quello delle monetine. Quelli, invece, che sono più consapevoli di che cosa sia la politica condividono la tesi di Craxi sul coinvolgimento di tutti i partiti nel sistema irregolare di finanziamento. Allora è giusta la decisione del sindaco Moratti di intitolare una strada di Milano a Craxi? Certamente. Craxi è stato un politico di rilievo, si intitolano le strade a tante persone e non mi sembra che tutte siano profondamente migliori di lui. Questa vicenda ha dato vigore al partito dell’odio e lo stesso Berlusconi sostiene che Craxi è stato vittima dell’odio come lui.

Esiste una identificazione della politica con gli angeli e i demoni. Ciascuno vede se stesso come un angelo e l’avversario come un demone. Di questo schema è stato vittima Craxi come Berlusconi, purtroppo nessuno dei due è stato abile a spiazzare questo meccanismo spostando il dibattito e isolando i randellatori. L’ultimo esempio è stata quello di aver buttato nel cestino in pochissimo tempo la proposta del ministro Calderoli di istituire un organismo slegato dai partiti. Chi solleva soltanto qualche critica su Craxi viene però considerato un denigratore. Nella storia le persone perfette non esistono. Ogni uomo fa e ha fatto cose buone e meno buone ed è, quindi, lecito poterlo mettere in discussione. Ma tra il criticare Craxi e considerarlo l’incarnazione del male ce ne passa. Anche Napolitano è stato coinvolto nella polemica. È un esempio del bassissimo livello culturale che ha raggiunto questo Paese. Di Pietro non mi sorprende, resto, invece, meravigliato che Borrelli assuma certe posizioni. In questa situazione si è notato anche l’imbarazzo degli esponenti del Pd? Chi ha avuto il coraggio di criticare l’Unione sovietica, non dovrebbe avere difficoltà ad ammettere che nel caso di Craxi rimasero vittime di una comprensibile lotta politica nella quale erano preoccupati che il Psi portasse via dei voti. Possibile che un socialista venga ricordato positivamente soltanto dal centrodestra? È un’anomalia italiana: il nemico del mio nemico è amico mio. C’è un erede politico di Craxi? Non si può parlare di eredi diretti, perché il quadro politico è cambiato. Tutti i partiti che aspirano a riformare questo sistema fanno parte, in qualche misura, della sua eredità.


SPECIALE

L’OROSCOPO DELL’ITALIA

Previsioni, consigli (e speranze) Come sarà il nostro 2010

Ariete • Massimo D’Alema Toro • Claudio Baglioni Gemelli • Francesco Rutelli Cancro • Giorgio Napolitano Leone • Marina e Barbara Berlusconi Vergine • Luca Cordero di Montezemolo Bilancia • Antonio Di Pietro Scorpione • Carlo De Benedetti Sagittario • Pier Ferdinando Casini Capricorno • Gianfranco Fini Acquario • Gianluigi Buffon Pesci • Roberto Maroni

Francesco D’Onofrio di Bruno Giurato di Savino Pezzotta di Piero Alberto Capotosti di Roselina Salemi di Marco Respinti di Gennaro Malgieri di Giancarlo Galli di Enrico Cisnetto di Giancristiano Desiderio di Roberto Mussapi di Giuseppe Baiocchi di

pagina 9 • 31 dicembre 2009


L’OROSCOPO DELL’ITALIA 2009 Ariete

Massimo D’Alema (Roma • 20 aprile 1949)

Sarà la Puglia il “Paese normale” di Francesco D’Onofrio ei dell’Ariete, ma nato proprio l’ultimo giorno del segno: forse è proprio per questo che il rosso antico – che è il tuo colore preferito – si va pian piano affievolendo.

della cosiddetta Prima Repubblica – aveva infatti ricercato con molta decisione un punto nuovo di equilibrio costituzionale, capace di soddisfare tutte le principali parti politiche della cosiddetta Seconda Repubblica.

Sarà però proprio la Puglia a far diventare l’Italia un Paese normale, come Tu, Massimo, avevi ripetutamente chiesto, e forse questa volta da pugliesi potremo riuscire ad essere d’accordo. Non era mai

Ma quella “Bicamerale”deragliò – come tutti sappiamo – perché non era bastato quello che il presidente Cossiga aveva chiamato «il patto della crostata». In quella “Bicamerale” avevo cercato – da pu-

S

Ci vuole tutta la Tua capacità per fare in modo che Emiliano (mi riferisco ovviamente a Marco Emilio Emiliano, che diventò imperatore nel 253 rovesciando Treboniano Gallo e rovesciato a sua volta da Valeriano) riesca a far diventare “normale” l’Italia, nel senso che Tu avevi ripetutamente richiesto.

Non si tratta di una operazione semplice perché noi dell’Udc siamo costantemente accusati di essere incerti tra la tentazione del “doppio forno”– tipica di un piccolo partito di centro, che oscilla tra destra e sinistra rappresentate ormai stabilmente da Pdl e Pd – e la indicazione di una strategia ambiziosa che tende a costruire un polo politico e non soltanto elettorale. Occorre tutta la grande saggezza strategica della cosiddetta Prima Repubblica (che per me, nato sotto il segno del Leone, non è impossibile) per evitare la tentazione del “doppio forno” (che ora sembra colpire il Pd in Sicilia), e per imboccare finalmente la strada di una ve-

Forse la sfida per le Regionali gli darà l’occasione per realizzare il progetto di una nuova alleanza stato chiaro, infatti, cosa significasse “normale” per chi – come me – aveva ritenuto “normale” l’Italia governata dalla Democrazia cristiana, e non proprio “normale” la scelta filo-sovietica dei comunisti italiani. Il presidente della “famigerata” Bicamerale – nella quale si era tentato di trovare la risposta a tutte le questioni che avevano portato al crollo

gliese almeno parziale quale sono – di rendere compatibile il federalismo leghista con il tradizionale meridionalismo italiano di tanti pugliesi. Occorre adesso ripartire con la caparbietà propria dell’Ariete di quel tempo per vedere se è possibile realizzare anche sulla giustizia un compromesso alto e solenne che non sia definibile un “volgare inciucio”.

Toro

ra e propria Seconda Repubblica. Tu che, dopo la Bicamerale, hai fatto il presidente del Consiglio dei ministri di quello che fu definito un ribaltone, e il ministro degli Esteri dell’ultimo governo Prodi, sei ora chiamato a dimostrare nei fatti che è proprio dalla Puglia che può venire l’indicazione di un futuro “normale” per il nostro Paese: la nuova centralità del Mediterraneo sembra infatti richiamare con forza il tradizionale spirito levantino dei pugliesi. Se, dunque, il 2010 sarà proprio l’anno della Puglia nella politica italiana, potremo allora ricordare insieme che in questo 2009 era stato Checco Zalone a definire la Puglia la regione d’Italia più attraente di qualunque altra regione: se infatti nell’anno che sta per chiudersi Checco Zalone aveva individuato in Modugno, in Cassano, nella D’Addario, in lui stesso i personaggi che avevano fatto grande la Puglia, potremmo finire col dire che nel 2010 siamo passati da Checco Zalone a Massimo D’Alema.

Claudio Baglioni (Roma • 16 maggio 1951)

Ringiovanirà, come Dorian Gray di Bruno Giurato

ingiovanirà. Claudio Baglioni è più giovane ogni anno che passa. Al momento sembra il fratello di quel ragazzo che verso fine anni Sessanta cantava «quella sua maglietta fina», ma il processo continuerà, Baglioni ringiovanirà, e magari alla fine del 2010 sembrerà il figlio del ragazzo che cantava Porta Portese. E fra due o tre anni sarà un pupo pop, mentre Enzo Ghinazzi, in arte Pupo ha da un pezzo l’aria notarile. E c’è di più oltre allo splendido miglioramento fisico: perché di Baglioni ringiovaniscono anche alcune canzoni. Musica che non invecchia mai. Il piccolo grande amore è o non è un sempreverde? E tu, Poster. Perfino Signora Lia mantiene il suo verde.

R

Ringiovanirà ancora, molto meglio di Morandi che ormai ha mollato la gara, sfinito e invelenito dalla fatica. A proposito qual è il segreto dell’eterna giovinezza di Baglioni? Naturalmente Baglioni beve molta acqua, naturalmente non si sarà tirato. Perfino Bono Vox dal palco del suo megaconcerto su Youtube si è definito un incrocio tra Swarzenegger e Danny De vito, sfottendosi la pancetta. Se si prende in giro lui, Bono, Baglioni non sarà da mepagina 10 • 31 dicembre 2009

no. Mica si farà il lifting come una sciura. Sarà tutta natura. O quasi. Perché Baglioni è un fenomeno evergreen, ma dietro allo splendore ci sono i mafidati, i malignazzi. Qualcuno dice che ci sia di mezzo un patto non proprio lindo consumato ai Castelli, dopo un concerto un po’ così, improvvisato, sfortunato, al vino bianco col polifosfato, in una fraschetta di Velletri. Notte scura, alberi adunchi, vento che s’infila su per le maniche del cappottino.

di essere ascoltate, dicono i malignazzi a sostegno della tesi di Baglioni=Dorian Gray. E aggiungono che già negli anni Ottanta Baglioni aveva praticamente autodenunciato il tutto, sfigurando alcune gemme sempreverdi del suo repertorio con il tour Assolo, in cui per esempio c’era una versione di Piccolo Grande amore irriconoscibile, ac-

Le sue canzoni sono ancora amatissime, come il suo volto e la sua vena autoironica Un patto, una proposta non proprio limpida, qualcosa tra Robert Johnson, il bluesman nero che vendette l’anima al demonio, e Dorian Gray. Dice la leggenda malignazza, Baglioni vendette cara l’anima, salvò la faccia e un pugno di canzoni evergreen, quelle venute fino ad allora, quelle di quando non conosceva il bene e il male, non era un intellettuale e il pubblico d’elite gli rideva dietro.Tutte le altre, rifletteranno l’aspetto vero, la vecchiaia, invecchieranno presto presto, anzi ancor di più, manco si trattasse di quelle di un Ramazzotti. Strofe come «l’uomo/ in cerca del suo destino» non reggono manco il tempo

cordi e melodia stravolti. Appunto la versione nuova (quindi invecchiata), era la versione dello specchio di Dorian Gray. Ma la faccia, quella tenne e tiene, infatti Anima Mia di Fazio con Baglioni ospite fisso ebbe il successo che ebbe, anche se i malignazzi sostengono che il programma fosse solo un gran lifting generazionale, una roba consolatoria per chi non aveva né il sessantotto né il punk, ma solo Fonzie e i Cugini di Campagna e lui. Baglioni.

E che direbbero i malignazzi di tutti quei titoli enfatici, tipo: Da me a te, o dei giochi di parole, tipo «mi ricordo che in futuro/ sarò pieno di ricordi/ quella notte a Palinuro /incontrando Alberto Sordi/ Mi disse ”ti ricordi/ me da vecchio nel passato”». Direbbero che si tratta di bambolegsenili giamenti quindi di specchio di Dorian Gray, mentre la faccia, le canzoni vecchie, e perfino il capello a volte, verdeggiano. A onor del vero l’ultima citazione è di Elio e le storie tese, che hanno fatto la parodia di Baglioni nel brano Effetto Memoria. Ma come ospite alla voce c’era proprio lui, Baglioni, che evidentemente ama seminare indizi sulle sue ultime canzoni effetto alzheimer, ancora una volta le canzoni ultime sono specchio buio della faccetta verde. Ringiovanirà ancora. Almeno di faccia.


L’OROSCOPO DELL’ITALIA 2009 Gemelli

Francesco Rutelli (Roma • 14 giugno 1954)

Arriva il tempo delle grandi scelte di Savino Pezzotta rancesco Rutelli nasce a Roma il 14 giugno 1954 alle ore 13.55. È pertanto un Gemelli con ascendente in Bilancia, con Luna in Sagittario e un poderoso concerto astrale costituito da Mercurio, Urano e Venere in Cancro e dominato dalla Luna che è segno di popolarità.

una caratteristica psicologica fondamentale dei Gemelli è l’apertura verso l’ambiente esterno e verso gli altri. I nati sotto questo segno hanno un bisogno vitale delle compagnie per realizzare progetti.

F

Questi sono i segni astrologici che caratterizzano Francesco. Sono i segni che gli hanno consentito di essere il leader della Margherita, avere un percorso politico articolato, molte esperienze e posizioni brillanti che non gli hanno impedito di conoscere arretramenti, sconfitte e fasi di declino da cui ha saputo e voluto rialzarsi. L’ascendente Bilancia con Nettuno e Saturno lo porta a impegnarsi in prima persona in battaglie ideali tra cui l’uscita dal Partito Democratico di cui è propugnatore e fondatore. La Luna in Sagittario, rafforzata dalla presenza del Sole, e Giove lo rendono capace di impegnarsi anche nella costruzione di cose nuove, ma gli astri lo sconsigliano dal fare da solo. Deve soprattutto cercare di avere un rapporto costruttivo con i nati sotto il segno del Sagittario.Va in ogni caso rilevato che l’incontro e la convergenza possono presentare alcune difficoltà poiché i gemelli e i sagittari - ambedue amanti della libertà e della propria personalità - potrebbero essere

po e alle angosce della rottura con il proprio passato deve subentrare la tensione per un incontro e per un nuovo progetto. A gennaio potrebbe determinarsi una nuova fase politica che richiederà molte attenzioni, un agire prudenziale e circospetto, per non favorire quanto s’intendeva mettere in discussione. Allo stesso tempo si devono sfruttare al meglio tutte le potenzialità del momento, indipendentemente dal fatto che il peggio sia alle spalle oppure che ci si trovi ancora in una fase di timida incertezza. Non dimentichiamo che

Le “stelle” dicono che a gennaio ci saranno delle grandi trasformazioni: bisognerà saperle cogliere... tentati di mettersi in competizione tra loro. In questo caso il loro progetto sarebbe perdente.

Le stelle assicurano che si deve vivere questo momento con entusiasmo e una certa dose d’ingenuità, senza troppo radicarsi nelle esperienze passate ma proiettati generosamente verso il futuro. Le maggiori difficoltà stanno nell’avvio del percorso comune e nella pressione dei suggeritori, ma allo strap-

Cancro

Francesco deve dotarsi d’ottime antenne, cogliere al volo le ultime novità e le occasioni che segnano la situazione politica e sociale, ma soprattutto perseguire con determinazione l’incontro con il Sagittario per generare un nuovo soggetto politico e per costruire da subito risposte concrete ai bisogni delle persone e in particolare di chi è morso dalla crisi economica: disoccupati, famiglie, giovani, donne e in particolare i più poveri. Le congiunzioni astrali annunciano che questo è il tempo delle decisioni e diventa perciò necessario che prima delle elezioni di Marzo si renda visibile il percorso che Gemelli e Sagittario intendono portare avanti. L’importante è muoversi e comunicarlo in fretta. Abbiamo buone ragioni per sperarlo: secondo gli oroscopi più consolidati, i nati il 14 giugno sono individui ardenti e determinati, con le idee chiare, molto abili ad osservare e giudicare ciò che avviene attorno a loro. In genere sono leali e capaci di dimostrare coraggio quando sentono di combattere una buona battaglia. Devono solo evitare di combatterla da soli.

Giorgio Napolitano (Napoli • 29 giugno 1925)

Il momento di stare con l’arbitro di Piero Alberto Capotosti

e congiunzioni astrali indicano che nel 2010 i nati del segno del Cancro procederanno assai spediti, quasi volando, assumendosi tutte le relative, alte responsabilità. Sembra un oroscopo fatto su misura del Presidente Napolitano, che nella sua lunga milizia politica ha sempre mostrato grande chiarezza di intenti e di percorso, senza eludere alcuna responsabilità, come appunto dimostra il periodo di mandato presidenziale, nel corso del quale non ha esitato ad affrontare complesse questioni nell’ambito dei rapporti con la società civile e politica.

L

Il ruolo del Presidente della Repubblica sta infatti divenendo sempre più cruciale: da quello cosiddetto “notarile”di Luigi Einaudi a quelli via via caratterizzati da un maggiore interventismo. Tendenza, che si è rafforzata negli ultimi quindici anni, in correlazione con la crisi complessiva del quadro politico-istituzionale. Il sistema bipo-

lare“all’italiana”, con la sua immagine “muscolare” e le sue spinte centrifughe, anziché centripete come nelle grandi democrazie a struttura bipartitica, richiede infatti sempre più spesso una funzione di“arbitraggio”politico che può assolvere solo il Capo dello Stato. E il 2010 quali novità presenterà sul piano politico-istituzionale? Si ipotizzano due diversi scenari. Il primo di essi – di tipo “buonista”prende le mosse dal testo, significativamente convergente, delle mozioni sulle riforme costituzionali, approvato recentemente del Senato, a larghissima maggioranza. A rendere il clima politico meno pesante hanno anche contribuito le riflessioni sui rischi cui può condurre l’eccesso di tensione, indotte dall’aggressione a Berlusconi. Ma soprattutto sta conseguendo il risultato voluto l’intensa, diuturna attività del Presidente Napolitano, che in tutte le occasioni ha esortato istituzioni e partiti a fare ogni sforzo affinché la politica mirasse al perseguimento dell’interesse generale e volasse alto, al di sopra delle piccole e grandi convenienze di parte. Si tratta pe-

di merito, tanto più che il Pdl costantemente rivendica il dovere, in base al mandato elettorale ricevuto, di realizzare comunque integralmente il proprio programma di riforme costituzionali. Ma a questo proposito sorgono grosse difficoltà, poiché sarebbe difficile sostenere, sul piano tecnico-giuridico, che alcune delle riforme ipotizzate, come quelle, ad esempio, che concernono l’introduzione di forme di presidenzialismo, o un’attenuazione delle garanzie rappre-

proposte di legge sul“legittimo impedimento”e sul “processo breve”. Proposte che oggettivamente pongono problemi di rispetto del principio di eguaglianza, tanto più alla luce della recente sentenza della Corte costituzionale sul Lodo Alfano. Problemi che inevitabilmente imporranno al Presidente della Repubblica di sciogliere il nodo degli eventuali rinvii della legge per “incostituzionalità manifesta”, con conseguenti, gravi tensioni sul piano politico-istituzionale .

La “stagione del dialogo” appare come un risultato degli appelli del presidente

raltro di segnali forse ancora troppo timidi per potere affermare che improvvisamente è sbocciato il dialogo tra le due parti politiche principali. In ogni caso il dialogo tra le forze politiche rappresenta una questione di metodo, mentre resta del tutto irrisolto il problema

sentate dalla Corte costituzionale o dalla magistratura possano rientrare nell’ambito di previsione dell’art. 138 della Costituzione, ostandovi l’intangibilità dei cosiddetti “principi supremi”, che regolano la nostra Carta. Arduo appare così il compito del Presidente della Repubblica, addirittura fin da subito, se sarà rispettata l’agenda parlamentare, che prevede a gennaio la presentazione, tra le altre, delle

Ecco quindi prospettarsi il secondo scenario, che vede un andamento assai difficoltoso della legislatura, fino addirittura al profilarsi di una sua crisi traumatica. Ma qui le stelle e soprattutto la personalità del Presidente Napolitano offrono la garanzia di un percorso chiaro e preciso, responsabilmente individuato ed attuato. Auguri, Presidente, di buon Anno!

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L’OROSCOPO DELL’ITALIA 2009 Leone Marina (Milano

10 agosto 1966) e

Barbara (Arlesheim • 30 luglio 1984) Berlusconi

Sorelle contro (all’ombra del padre) di Roselina Salemi n comune hanno molte cose. Sono leonesse, astrologicamente parlando, hanno lo stesso padre, sono ricche, dotate di compagni discreti e non intervistabili con l’identica iniziale nel cognome (Vanadia - Valaguzza), sono madri di maschi (due ciascuna) e hanno una dose non omeopatica di ambizione. Marina e Barbara Berlusconi, espressione

I

della nostra attuale Royal Family (un tempo erano gli Agnelli), hanno davanti un anno complicato, ognuna per ragioni diverse. Marina, top manager in cima alle classifiche delle donne che contano, perfezionista, deve attraversare una tempesta non da poco: c’è la crisi, ci sono le ristrutturazioni, c’è l’inevitabile riflesso della politica. E poi c’è il divorzio, anzi il Divorzio, che fa aleggiare sulla famiglia l’incubo della spartizione, che cosa dare a chi, chi prende cosa, che

che le aveva promesso un posto in Mondadori: la poltroncina in Fininvest non basta più.

Nel cielo di Marina e Barbara, in ogni caso, ci sono tortuosi rapporti familiari, affetti disinteressati e interessi molto concreti. Tutte e due devono decidere che cosa fare con il loro leggendario padre, uno che è capace di unire l’Italia e di dividerla, di creare un impero e rischiare di farsene portar via un pezzo. Marina gli sarà sempre ac-

Barbara dovrà decidere se entrare in Mondadori, Marina farà sempre più l’interprete del premier occhieggia neanche nascostamente dietro tutti discorsi alati sull’equità e sull’amore filiale. Barbara che, appena diciottenne aveva manifestato sulla copertina di Capital il suo desiderio di entrare nell’azienda di famiglia, ha scalpitato per buna parte del 2009 e nel 2010 raccoglierà i frutti dei messaggi alcuni espliciti, altri meno, lanciati attraverso i giornali. Il 30 luglio ha compiuto 25 anni e, dalle pagine di Vanity Fair ha ricordato a papà

Vergine

canto, sostenendolo se è il caso, dichiarando i suoi sentimenti, come è già successo un paio di volte. Barbara dovrà guadagnarsi il posto in Mondadori (o altra parte dell’impero), se proprio lo vuole, ma non potrà stare da una sola parte. È figlia di Veronica Lario (Miriam Bartolini) che, con il Grande Strappo ha messo in moto un complesso e non del tutto governabile sistema di reazioni a catena. Deve fare i conti con papà, e

anche con mamma, che ha presentato richiesta di separazione “con addebito”, e cioè tutt’altro che pacifica. In questo ci saranno crisi diplomatiche perché è vero – lo dicono le stelle – che Silvio Berlusconi è amato dai suoi cinque figli, intensamente, ma la fine ufficiale del matrimonio (che si trascinava faticosamente da anni), non può essere senza conseguenze. Di tutte e due, Marina e Barbara, verrà fuori il carattere: la tenacia, la perseveranza, il talento, l’orgoglio. E anche l’impazienza, accentuata, pare, da Urano in Ariete.

bastanza grande da separare in maniera totale i loro destini. Non litigheranno tra loro, o almeno cercheranno di non farlo. Non litigheranno con il padre, ma gli chiederanno di prendere decisioni, di fare scelte. Forse Barbara rimpiangerà di non aver regalato il nome del nonno a uno dei suoi bambini (Alessandro ed Edoardo). A dare all’Italia un altro Silvio Berlusconi ci ha pensato Marina. Un punto per lei.

Il 2010 sarà proprio questo: l’anno in cui le due leonesse avranno l’opportunità di dimostrare qualcosa. Chi sono, che cosa vogliono, quanto conta il Dna Berlusconi nel gioco casuale della genetica. Marina, abituata alla competizione del business potrà essere più spregiudicata, Barbara riserverà qualche sorpresa (non si escludono colpi di testa). Si eviteranno, finché possono, (in clinica con il padre ricoverato, sono riuscite a non incontrarsi), ma non c’è azienda ab-

Luca Cordero di Montezemolo (Bologna • 31 agosto 1947)

Aspettando il Godot della Ferrari di Marco Respinti

uca Cordero di Montezemolo è nato il 31 agosto 1947 a Bologna.Vergine. Naturalmente per segno zodiacale, giacché di lui tutto si può dire tranne che sia un novellino. Come scordare che il suo nome evoca, per conoscenza oggettiva dei fatti, l’epopea particolarissima del capitalismo di noialtri, per decenni monoliticamente ruotante attorno al marchio-simbolo della Fiat il quale, per storia (sin dalle origini risorgimentali) e pondo, è un po’ sempre stato l’altro nome dell’“azienda Italia”? Del resto è un capitalismo sui generis, quello italiano, dove le due dimensioni fondanti il concetto stesso di capitalismo, la concorrenza libera e l’iniziativa privata, hanno spesso lasciato diciamo a desiderare; ma, si sa, è l’Italia medesima a essere un Paese sui generis.

L

Prendi la politica dello Stivale, del resto. Il legame tra interessi industriali e personale politico è sempre stato più palese (o smaccato) che altrove; ma questo è un dato di fatto con cui fare realisticamente i conti. Ha infatti ragione da vendere il politologo (e storico) statunitense Edward N. Luttwak (lo ha detto qualche pagina 12 • 31 dicembre 2009

settimana fa a Ballarò) quando afferma, da esterno, che certamente la figura di Silvio Berlusconi è, sul piano politico, un’anomalia, ma che altrettanto certamente se ne comprende qualcosa di più

scendesse pure lui in campo, nel campo aperto e minato della politica italiana. Al centro. Il che significa anche in mezzo all’arena. Le analogie con l’imprenditore di Arcore divenuto premier di Centrodestra sono parecchie. Montezemolo è uomo di azienda e lavoro, è fuori dalla politica per estrazione, cultura, formazione e biografia, ma certo non è un indifferente. E non è di sinistra. Presidente del colosso Fiat, già presidente dell’associazione degl’industriali italiani, il suo eventuale ingresso in politica acuirebbe l’anomalia italiana. Ottimo.

mento dei chierici, dalla rivolta delle masse e dalla vacanza delle élite. Montezemolo potrebbe rompere gl’indugi nel 2010. Un ferrarista come lui conosce troppo bene il mondo delle corse, attese, accelerate, svolte, lunghi rettifili, pole position e rincorse, per restarsene al palo non avendo visto il semaforo. Se partisse, la sua gara potrebbe utilmente far squadra di forze limitando sorpassi azzardati, scorrettezze e squalifiche, vale a dire tentazioni sfasciste, fughe oltre frontiera, ordini sparsi e terre-di-nessuno. Come bene si dice, due galli nel pollaio però non ci stanno. Montezemolo sarebbe concorren-

L’anomalia italiana (la politica fatta dai non politici) forse finirebbe per fare bene al nostro Paese te naturale di Berlusconi. Nessuno dei

L’anomalia italiana racconta infatti la due ne ha però timore. Anzi. Sanno bene se si considera l’anomalia globale dello scenario italiano. Ed è qui che giungiamo a Montezemolo. Il 2010 chiude il primo decennio del nuovo secolo e del nuovo millennio. Fa cifra tonda, è un numero rotondo. Si presta bene, insomma, a oroscopi osé. Qualcuno dice, taluno spera, altri vorrebbero che Montezemolo

storia di un Paese a grande vocazione chiusosi però in una sfilza di miti incapacitanti che ne inibiscono potenzialità e attualità dove la novità sono gli esterni arrivati a riportare la politica al proprio mestiere, gl’inediti chiamati a una reggenza intelligente e gli uomini di concretezze e non d’ideologie che in funzione sussidiaria (e quindi anche pedagogica) cercano di ricucire gli strappi causati dal tradi-

entrambi che è il confronto a innescare lo sviluppo. La concorrenza tra Montezemolo e Berlusconi farebbe bene al Paese. Tornerebbe il gentlemen’s agreement in luogo degli «io a quello lo sfascio». Scommettiamo che lo Stivale riprenderebbe a marciare, magari sette leghe alla volta? Luca Cordero di Montezemolo, nato il 31 agosto 1947 a Bologna.Vergine. La Vergine lo aiuti.


L’OROSCOPO DELL’ITALIA 2009 Bilancia

Antonio Di Pietro (Montenero di Bisaccia • 2 ottobre 1950)

Un capopopolo senza più popolo di Gennaro Malgieri l «teologo della demonizzazione», al secolo Antonio Di Pietro, si prepara ad un 2010 più aggressivo di quello vissuto nell’anno che se ne va. Lo lascia intendere la «lettera a Gesù Bambino», pubblicata su Internet nella quale, in spirito natalizio, avverte che con il “demonio”non si dialoga. Naturalmente il “demonio”in questione è Silvio Berlusconi. Ma fa anche capire, nelle occasioni che copiosamente gli si presentano, che non ha nessuna intenzione di mollare qualcosa del suo partito agli oppositori interni. L’Italia del Valori è un califfato nel quel tutti devono ruotare attorno al Califfo infoiato. Senza eccezioni. Neppure quella di tale Luigi De Magistris, passato dalla procura di Catanzaro (con sosta a Napoli) all’Europarlamento, per volere di Di Pietro naturalmente, e diventato antagonista del capo in men che non si dica.

I

Il prossimo anno, più che vedere l’ex-pm di mani pulite cercare di nettare quelle di molti suoi compagni di partito pizzicati dalla rivista amica Micro-

mega in attività non proprio irreprensibili, dovrà vedersela con la difesa della propria leadership che più d’uno, a cominciare da De Magistris, appunto, spalleggiato nell’occasione da Paolo Flores d’Arcais, sempre alla ricerca di diventare ideologo di qualcuno, vorrebbe sottrargli. Ma Di Pietro non è stupido. I gioielli di famiglia, pardon, quelli di partito, cioè finanziamenti, immobili e cosucce del genere li ha messi in cassaforte e si sa, un movimento, per quanto idealista, senza denari non va molto lontano. Fin quando Di Pietro riuscirà a controllare il patrimonio dei“valori”prosaici con i quali tiene in vita la “sua”personalissima Italia, è al sicuro. Sempre che l’Idv tenga. E questo è un altro problema. L’antiberlusconismo ossessivo e violento fino ad oggi ha pagato sia pure in termini di impoliticità,

no. E già nei prossimi mesi si vedrà quanto peseranno le divisioni, le spaccature localistiche, le aggressioni alla persona del leader da parte di chi vuole spodestarlo, la stessa questione morale interna.

Tutto questo senza il collante di un progetto politico, che al momento non si vede e difficilmente si vedrà, è destinato se non a far implodere il partito degli arrabbiati, tenuto insieme

ne è capace) di politica. Eviti i toni esasperati. Non si proponga più come un capopopolo senza popolo. Abbandoni i più esagitati dei suoi che lo dequalificano in Parlamento e fuori. Riprenda il filo di un discorso con i suoi benefattori del Pd. Si acconci a proporre riforme possibili e non rifiuti di confrontarsi con chi oggi ritiene il “diavolo”. Potrebbe ritrovarsi terribilmente solo disperdendo un patrimonio elettorale co-

Il «Teologo della demonizzazione» rischia di finire abbandonato, proprio come dice dei suoi avversari

nel senso che ha consentito a Di Pietro una visibilità che i numeri del movimento che guida non giustificano. Ma domani? Senza una chiara strategia politica, che sia propositiva oltre che negativa, non andrà molto lonta-

Scorpione

dall’odio nei confronti di Berlusconi e della sua maggioranza, certamente a ridimensionarlo. Senza considerare gli abbandoni di parlamentari prestigiosi i quali, capita l’antifona, hanno preferito emigrare. Di Pietro ha perso molti esponenti i quali avevano creduto che la sua opposizione fosse politicamente produttiva. Consiglio non richiesto per l’anno che viene. Di Pietro riprenda a ragionare (se

munque non trascurabile. La politica si può fare in tanti modi. Ma non nel solo modo che lui sembra aver scelto: dichiarando guerra a tutti al fine di lucrare (spera) sul disagio che pure c’è nel Paese. Un disagio che comunque troverà altre strade, poiché i disagiati tutto sono tranne che rivoluzionarti da operetta. Lo insegna la storia, ma Di Pietro non è tenuto a conoscerla.

Carlo De Benedetti (Torino • 14 novembre 1934)

L’Ingegnere e l’affare del potere di Giancarlo Galli

andidamente confesso che l’Ingegnere mi sta simpatico. Istintivamente, forse perché abbiamo lo stesso segno zodiacale: scorpione, novembre. Lui il 14, io il 22 data un po’ marginale, a ridosso del sagittario. Agli astri non credo, però… Concretamente, nel senso che «Se De Benedetti non fosse esistito, bisognava inventarlo». L’affermazione non è mia, ma del più grande gnomo che la finanza italiana abbia mai avuto: Enrico Cuccia, dominus di Mediobanca. Cuccia non l’amava ma l’apprezzava, per l’intelligenza, la spregiudicatezza e l’anticonformismo, con una riserva: «Pensa troppo ai soldi…». È un peccato voler diventare ricchi e potenti? Carlo, figlio di Rodolfo, imprenditore torinese, è nato nel 1934 coi “piedi caldi”, come si dice dalle nostre parti. La fanciullezza è turbata dalle leggi razziali che obbligano la famiglia a riparare in Svizzera per sottrarsi alle persecuzioni antisemitiche. La Confederazione rimarrà una sua seconda patria, tant’è che in più di un’occasione ha meditato di trasferirsi e prendere cittadinanza dalle parti di St. Moritz. Il De Benedetti che oggi conosciamo è soprattutto il più coriaceo avversario di Silvio Berlusconi. Le armate editoriali dell’Ingegnere (laurea in elettronica al Politecnico di Torino), Espresso-Repubbli-

C

ca, la catena dei giornali locali, tolgono i sonni al Cavaliere di Arcore. Ultimo scazzo, la querelle sul possesso della Mondadori, vicenda nata vent’anni fa, che stando alla più recente sentenza (congelata), obbliga il cavaliere a risarcire l’Ingegnere con una penale da 750 milioni di euro. Nei Palazzi di Politica & Finanza sono in molti, sebbene a mezza voce, a sostenere che la vera, profonda, imperscrutabile ed inconfessabile ragione per cui Carlo abbia il dente avvelenato con Silvio, è l’invidia.Traduzione sommaria: la poltrona di n. 1 nell’immaginaria (ma non troppo) galassia dell’italico potere. Corollario: l’Ingegnere mai ha digerito un paio di cose: Silvio a Palazzo Chigi; Silvio padrone delle tv, mentre lui ha da lottare con le sue “armate di carta”. Quasi un impari duello fra la nobile cavalleria ed i panzer.

Rievocando: il tentativo di sfilare la proprietà della Fiat agli Agnelli, le manovre sulla Olivetti, la scalata della Société Générale de Belgique, finita in un disastro epocale. Poi le incursioni nei settori finanziari (banche) ed agroalimentare (Buitoni). Più sconfitte che successi, nel palmares; eppure impossibile rifuggire la suggestione: Carlo De Benedetti, nonostante la personalissima visione del capitalismo (sempre alzarsi dal tavolo in guadagno), ha rappresentato la “coscienza critica”. Sdegnosamente rifiutando l’omologazione. Da qui la simpatia, per una

Lo scontro con il Cavaliere non ha solo ragioni politiche, ma anche di cultura e di carattere

Impossibile in proposito dimenticare Re Carlo promotore-fondatore del Movimento Libertà e Giustizia, anticipatore di quel Partito Democratico che avrebbe dovuto falciare l’erba sotto i piedi al rampante Signore di Arcore. Con annesse scommesse sulle leadership di Veltroni-Rutelli. «L’Ingegnere ha il gusto, la passione dell’azzardo», ebbe a dirmi Guido Carli, a lungo governatore della Banca d’Italia, presidente di Confindustria, ministro del Tesoro sino alla vigilia della morte (1992).

visione che talora può apparire stonata, ma della quale è doveroso apprezzare la diversità. Ho incontrato Caro De Benedetti in poche occasioni: una cordiale intervista per Famiglia Cristiana, alcune riunioni del Gruppo Cultura Etica e Finanza del cardinal Carlo Maria Martini e dell’allora presidente dello Ior, Angelo Caloia. Accompagnato da Giovanni Bazoli (amicizia tutta da decifrare), ascoltava compunto. Mai un intervento. Regolarmente si congedava con un «Ho imparato, c’è sempre da imparare». In questo, profondamente onesto. Uno scorpione, appunto.

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L’OROSCOPO DELL’ITALIA 2009 Sagittario

Pier Ferdinando Casini (Bologna • 3 dicembre 1955)

L’ultimo passo oltre il bipolarismo di Enrico Cisnetto o consultato gli astri per sapere come sarà il 2010 di Pier Ferdinando Casini. E ho capito che l’anno nuovo gli dirà “bene”, ma “a patto che”. Bene perché il combinato disposto di bravura e fortuna che fin qui l’ha accompagnato gli consentirà di superare brillantemente gli ostacoli, a cominciare dalle elezioni regionali di fine marzo. E bene perché potrà contare sugli errori degli altri, che in politica sono sempre un ingrediente fondamentale del proprio successo. In particolare, pronostico vantaggi dai maldestri tentativi di dialogo in atto tra maggioranza e opposizione. Non che sia disprezzabile l’idea di trovare una decente dialettica tra le diverse forze politiche, ma così come i bambini non li porta la cicogna, così una forma corretta di dialogo non nasce dalla mattina alla sera, per “merito”di un pazzoide che ha tirato al premier una statuetta.

nunciare parole di critica ma persino a pensarle, non è certo facile aspettarselo. Ma questa difficoltà, se da un lato fa male al Paese che invece avrebbe bisogno come il pane di una stagione di concordia, dall’altro avvantaggia proprio chi, come il leader dell’Udc e il suo partito, del dialogo, dell’essere cerniera, hanno finalmente fatto – dopo una fin troppa lunga militanza in uno dei due poli – il loro motivo di esistenza politica. Il vantaggio, cioè, che deriva dall’essere gli unici non solo a muoversi nella “terra di mezzo” – che è molto più grande di quanto il bipolarismo

H

re (e non più solo enunciare) quella mossa costa fatica, espone a rischi, costringe a mettersi in gioco. Ma nel 2010, dopo le regionali, quel passaggio per Casini non è più eludibile. Comunque vadano le elezioni in primavera, e qualunque esito abbia il percorso della legislatura, non ci si può preparare al dopo Berlusconi solo quando il Cavaliere non sarà più sulla scena (o comunque sul mercato del voto), e quindi in buona sostanza non si può costruire la Terza Repubblica a partire dalla caduta della Seconda. E non si può aspettare per due motivi. Uno: prima si parte e più si accelera la caduta – per via politica – di questo sistema fallimentare.

Ci saranno tutte le condizioni per avviare la costruzione della Terza Repubblica ci abbia abituato a pensare – ma anche a praticare il dialogo, come pure la critica costruttiva, a 360 gradi, a destra e a sinistra. Tuttavia, nel 2010 Casini non potrà limitarsi a “lucrare”, cioè a fare affidamento solo sul suo fondoschiena e sugli sbagli altrui.

No, il livello di scontro politico permanente che è stato frettolosamente catalogato come “clima di odio”in realtà è il portato del bipolarismo malato che da 15 anni (non) governa l’Italia. Per cui, solo mettendo mano a questo sistema politico sarà possibile riportare entro i binari naturali del “reciproco riconoscimento” la dialettica democratica. E questo, da forze che finora hanno fatto fatica non solo a pro-

N o , d o v r à d a r s i d a f a r e per costruire quel nuovo “partito nuovo” che lui stesso ha più volte evocato, fino a battezzarlo “partito della nazione”, ma che fino a tutto il 2009 è rimasto sulla carta. Certo, fa-

Capricorno

Due: bisogna evitare a tutti i costi che il passaggio tra una stagione politica e l’altra avvenga, come fu nel 1992-94, senza aver costruito solide fondamenta al “nuovo”. Dunque c’è un lungo e duro lavoro da fare: di elaborazione programmatica – perché non basta dire che si vogliono le riforme, bisogna specificare come si vogliono fare – e di selezione di classe dirigente. Il Casini del 2010 farà quel che c’è fa dare? Gli astri si limitano a dire che ci sono tutte le condizioni. Il resto deve mettercelo lui. Buon anno. (www.enricocisnetto.it)

Gianfranco Fini (Bologna • 3 gennaio 1952)

Per una destra senza leghismo di Giancristiano Desiderio

vendo Gianfranco Fini scritto un libro intitolato Il futuro della libertà, si potrebbe oggi inviare al co-fondatore del Pdl una lettera «sul futuro della sua libertà». Non sarebbe una lettera ambiziosa ma, proprio come recita il sottotitolo del suo libro, solo dei “consigli non richiesti” al presidente della Camera dei deputati. Non abbiamo in mano né la carte dei tarocchi, né la sfera di cristallo e neanche la data di nascita di Fini, dunque, non vogliamo fare un oroscopo dell’anno che verrà, bensì solo immaginare una storia probabile del prossimo futuro sulla scorta della storia conosciuta della passato prossimo.

A

corso nel nuovo partito e nelle istituzioni. Ad oggi Fini ha interpretato questo suo ruolo di successore di Berlusconi e di uomo delle istituzioni con un’autonomia - come tutti sanno - non priva di scontri, contrasti, incomprensioni e anche contraddizioni. Cioè: ci sono stati scontri con Silvio Berlusconi e con la Lega (poi quelli quasi personali con Vittorio Feltri), ma ridurre il cammino politico e istituzionale del presidente di Montecitorio unicamente allo scontro con i suoi stessi alleati sa-

al meglio dal ministro dell’Interno e dal ministro dell’Economia. È fin troppo facile prevedere - perché ciò che vediamo prima lo abbiamo già visto ieri che nel 2010 gli scontri tra Fini e la Lega non diminuiranno perché non riguardano fatti contingenti, bensì essenziali: la Lega è ciò che Fini non vuole essere e Fini e ciò che la

Al di là degli scontri con il premier, conta l’idea di un progetto che faccia a meno degli eccessi di Bossi

Quando chiese e ottenne per sé la

rebbe fuorviante. Perché, in realtà, ciò che è emerso è il tentativo di Fini di far coincidere la sua politica con la logica delle istituzioni nel chiaro intento di accreditare se stesso come l’uomo politico del Pdl capace di esprimere una nuova e più autorevole leadership.

presidenza della Camera - terza carica dello Stato - l’ex leader di An e della destra italiana post-fascista voleva allo stesso tempo chiudere una fase e aprirne un’altra: chiuse definitivamente il lungo viaggio di legittimazione della destra e aprì il suo doppio per-

F ini, nat uralm ente, negherà, ma se guardate in prospettiva il suo presente vi sembrerà di scorgere il profilo di un leader politico in cui il centrodestra si è liberato - o crede di essersi liberato dal primato del leghismo interpretato

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Lega non vuole sia alla guida del Pdl.

Fino a quando il centrodestra sarà berlusconiano, lo scontro è destinato a persistere fino a uno scontro finale. Anzi, si può facilmente intuire che più la Lega allargherà il suo profilo territoriale e tradizionale, più Fini accentuerà la sua linea istituzionale e laica. In questi due estremi non c’è solo il destino

del Pdl, ma anche quello più importante di una cultura politica capace di elevare sul piano delle istituzioni il partito nazionale e popolare che nella vasta area di centrodestra si è formato dal 1994 ad oggi. Il presidente Fini, l’eterno successore di Berlusconi, l’ex fondatore di An, il cofondatore del Pdl aspira a rappresentare questa “cultura politica” e anche le distinzioni e le distanze dalla Chiesa sui delicati casi di bioetica - le nascite e le morti -, come anche le convergenze con il Vaticano sui temi dell’emigrazione e della cittadinanza, rientrano in questa evoluzione di un centrodestra capace di sopravvivere alla conclusione del lungo ventennio berlusconiano. La Lega non è mai voluta entrare stabilmente nella Casa del centrodestra e forse Fini sa che il suo destino politico e il futuro della sua libertà sono legati alla ricostruzione e allargamento di questa Casa.


L’OROSCOPO DELL’ITALIA 2009 Acquario

Gianluigi Buffon (Carrara • 28 gennaio 1978)

Tutti i rischi del campionissimo di Roberto Mussapi on è un oroscopo allegro, questo. Ma riguarda un uomo fuori dal comune, e quindi non sarà del tutto negativo nelle sue conseguenze. Il più forte portiere del mondo e di tutti i tempi non è solo un grande, un grandissimo atleta. È un uomo pieno, semplice e complesso. È sceso in serie B con la Juve, dicendo «è l’unico trofeo che non ho vinto». È fedele. Ha sofferto di depressione, ha reagito scrivendo un libro, certo guidato - forse anche molto - da un giornalista, come è necessario e logico. Ma l’importante è che il risultato rispecchi la stoffa di chi parla in prima persona. Sono andato ad ascoltare Gianluigi Buffon alla presentazione del volume. Sarebbe stata un’utile lezione per tante persone che si crogiolano nella depressione, una lezione di umiltà e coraggio.

N

Buffon è intelligente, non poco, al punto di accettare di essere semplice. Per questo sappia, caro grande Gigi, che quando il gioco si fa duro scendono in campo i duri e lei lo è. Vaticinio (non improbo) lei sarà ancora

una volta deluso dalla squadra con la quale è sceso in B e con la quale è risalito in A nell’unico momento juventino, cioè epico, di questa gestione della società. Lei non vincerà niente con la squadra allestita dai nuovi Moratti del calcio italiano. Non a caso i signori Elkan, Blanc hanno un ottimo rapporto col più grande dilapidatore di calciatori, allenatori e denaro. Studiano per diventare come lui, e sono sulla buona strada. Lei non vincerà i mondiali quest’estate: quel grande successo in Germania fu il miracolo di una squadra con un solo fuoriclasse (Buffon), un quasi fuoriclasse (Cannavaro), fuoriclasse tali solo nel loro club, mai in nazionale (Totti e Del Piero) e tanti ottimi e medi giocatori. Fu la vittoria di Lippi. Grande allenatore. Serio, duro, fedele ai suoi, leale, onesto. Ma con qualche difetto, dopo tutto questo catalogo di virtù: rigido, superbo e forse presuntuoso. La superbia di Lippi sarebbe anche potenzialmente utile se non rischiasse di sconfinare nella presunzione (comunque di persona onesta): il gruppo dei vecchietti è veramente bolli-

Rischia di non vincere lo scudetto né i mondiali: questo calcio non è più roba per grandi eroi come lui to, Cannavaro (non lodevole come lei, Gigi: scappato al Real in cinque minuti, tornato quando era imbolsito e non lo volevano più) è una caricatura e infatti gli antijuventini ora lo amano, Grosso non è mai stato bravo se non con e grazie a Lippi, una tantum, Toni faceva ridere già da piccolo, Gattuso e Pirlo sono bravi, non campioni, Camoranesi ha nume-

ri e classe ma la discontinuità di un provinciale…Lei non vincerà con la nazionale.

Dopo l’estate, senza scudetto, senza Champions, senza Coppa Italia, lei, che sarà sempre stato il migliore ovunque, se ritiene, accetti una mia telefonata o una mia visita. Sarà così cortese da farmi avere i suoi recapiti. Per-

Pesci

ché allora le parlerò di un libro che ho in mente, conversazione con il più grande difensore di tutti i tempi. Difensore, solo, portiere. Per ore immobile, e poi nel cuore dell’agone, in un attimo. Parleremo della solitudine e dello spirito di gruppo che nel genee per roso coincidono l’aristotelico sono contrapposti. Non sarà solo. C’è gente che si chiama Vezzali, Abbagnale, Trillini, Belmondo, Chechi. Lei, il migliore calciatore italiano e il miglior portiere del mondo, non c’entra molto col calcio di oggi, con i Moratti, i Blanc e compagnia bella. Lei ha a che vedere con qualcosa di molto più semplice e profondo, tra l’incanto del vivere e il mito: che è poi il campo a cui guardano i poeti.

L’oroscopo è duro, ma ermetico, come ogni sentenza di oracolo. Lei intuirà anche quanto di buono vi si nasconde. L’augurio, da uomo, non da occasionale improvvisato oracolo, è che lei, Gianluigi Buffon, resti se stesso. Per lei, ma prima ancora per tutti noi, che abbiamo bisogno di uomini del suo stampo.

Roberto Maroni (Varese • 15 marzo 1955)

Alla ricerca dell’Oltre-Bossi di Giuseppe Baiocchi

ensare che, quando si fece la spartizione delle poltrone, dopo le elezioni politiche del 2008, non aveva nascosto in privato la legittima ambizione di ritornare alla guida del ministero del Welfare, per completare il processo riformatore avviato nel quinquennio di governo della Casa delle Libertà, contrassegnato non solo dalla riforma Biagi ma da tutto il complesso di innovazione sul mercato del lavoro, rimasto però a metà, che scaturiva dalle intuizioni innovative del professore assassinato dalle Brigate Rosse. A Roberto Ernesto Maroni era toccato invece un altro ritorno: quello al Viminale, dove si era insediato con giovanile baldanza nel lontano 1994. Allora aveva messo i piedi sulla scrivania, con il suo amato jazz a tutto volume, primo titolare dell’Interno della storia della Repubblica che non provenisse dalla lunga e inesauribile covata democristiana.

P

La seconda volta, si sa, è sempre un po’più difficile: certo c’è sempre il «Distretto 51», il complesso soul dove il signor ministro suona alle tastiere e qualche volta si esibisce con il sax, ma l’immagine scanzonata e irriverente ha ceduto da tempo all’apparenza di una responsabilità esercitata con determinazione,

tale da trasmettere affidabilità e una parvenza diffusa di sicurezza. Il complesso apparato delle forze dell’ordine, che all’esordio nel ’94 aveva manifestato qualche elemento di sconcerto, se non di rigetto, ha trovato questa volta una accettazione più serena dell’alternanza della politica e si è messo al lavoro con più lena e qualche mugugno per la scarsità di risorse finanziarie a disposizione. E qualche successo non è mancato. A cominciare dal contrasto alla criminalità organizzata che segna una ormai lunga serie di arresti dei latitanti e di confisca dei patrimoni

ceità al concorso ausiliario dei cittadini organizzati nella sorveglianza del territorio, l’amara constatazione che sono pochissimi in realtà i volontari disposti a impegnarsi concretamente, quando dalle parole e dalle polemiche si passa ai fatti.

Se «nessuna ronda non fa primavera», il 2010 per il signor ministro non si presenta comunque certamente tranquillo. La sicurezza, croce e delizia di infinite campagne elettorali, non è percepita come raggiungibile, anche se si nota una riduzione progressiva dei reati. Non solo: ma il clima sociale prepara un anno di duro lavoro. E le tensioni interne all’alleanza di governo, e non solo in vista delle regionali, sembrano aprire la strada a una dialettica politica più intensa e forse più manovriera. Se il Viminale ha rappresentato nel recente passato un luogo più che prestigioso di rafforzamento personale e di impegno di governo, non è erroneo aspettarsi per Maroni una finestra di ruolo più propriamente politico, di tessitore discreto, dialogante ed efficace. Il ruolo di delfino nella Lega è sempre vacante: nella sfida dei “quattro Roberti” (con lui Calderoli, Castelli e la new entry Cota) forse Maroni ha in mano le carte migliori.

Il ritorno al Viminale ha segnato la sua svolta da solido uomo di governo e delle istituzioni mafiosi. E così pure da un rinnovato controllo del territorio, che ha suscitato il consenso e l’approvazione imprevista di una voce popolare del fronte anti-camorra come lo scrittore Saviano. E persino la “faccia feroce”mostrata per ragioni di appartenenza leghista nell’attività di repressione dell’immigrazione clandestina ha finito per far abbassare i toni ai cantori delle esigenze umanitarie, salvo l’aperto dissenso della Chiesa. Solo su un terreno il volto più rassicurante e responsabile della Lega ha dovuto segnare negli ultimi mesi una secca sconfitta. Dopo essersi lungamente battuto per aprire la via della li-

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L’OROSCOPO DELL’ITALIA 2009 L’opinione di Luisa De Giuli

«Le stelle (e le eclissi) ci dicono che il 2010 sarà l’anno dell’ambiente» di Rossella Fabiani

ROMA. Si preannuncia come l’anno del cambiamento. E già nel mese di gennaio, il 15, assisteremo a un primo segnale: un’eclissi di sole. La successiva cadrà nel mese di luglio. C’è grande attesa, poi, per la scoperta del passaggio a Nord-Est che darà ulteriore sviluppo agli scambi commerciali. In primo piano ci saranno Africa, India e Cina. Mentre, in casa nostra, per il premier si consolidano alleanze e si consigliano prudenza e diplomazia. Il quadro del 2010 è tracciato da Luisa De Giuli (www.degiuli.it). Nota per l’oroscopo di Prima Pagina del Tg5, da 34 anni la De Giuli applica il suo metodo registrato «Life-Time-SpaceSynthesis”» che definisce come una vera e propria matematica stellare. Cominciamo dalle eclissi. Che cosa dobbiamo aspettarci da questo fenomeno naturale che ha sempre suscitato nell’uomo stupore e allarme? Le eclissi influiscono sulle scelte planetarie: i capi di Stato e le nazioni avranno più o meno fortuna o spazi delimitati da questi fenomeni ricorrenti. Inoltre le eclissi influiscono anche sul nostro destino, anche se soltanto per sei mesi, e per questo è necessario usare cautela e considerare in che segno avvengono. Ma perché questo influsso nei segni delle eclissi del 2010 è così importante? Per dare un’idea dell’importanza del loro significato posso fare un esempio storico ricordando due eclissi avvenute a Baghdad: l’una nel 2259 avanti Cristo, riportata su di una tavoletta di argilla, riguarda Sargon il Grande; l’altra il 16 gennaio 1991 riguarda Saddam perchè coincide con l’inizio della Prima Guerra del Golfo. È evidente che nel primo caso segnalava la caduta del tiranno perché Luna e Sole erano congiunti a Venere e, secondo l’astrologia caldea, il popolo si sarebbe liberato e, nell’altro invece, che Saddam non sarebbe caduto e, anzi, la crisi del Golfo sarebbe durata all’infinito per la congiunzione di Saturno su Sole e Luna. Come influirà l’eclissi sul panorama mondiale? L’eclissi anulare di Sole del 15 gennaio 2010 si verifica al 25° del Capricorno. Il suo percorso va dal centro dell’Africa a Pechino, questo indica che i Paesi protagonisti della scena politica mondiale saranno l’Africa, l’India e la Cina: le loro scelte in economia e finanza si ripercuoteranno sulle altre nazioni e sul resto del cosmo. E l’eclissi solare di luglio? L’eclissi totale di Sole dell’11 luglio al 19° del Cancro ha un percorso che va dal Pacifico del Sud fino alla Terra del Fuoco. Visto che capita negli Oceani segnala che il problema dell’inquinamento ambientale è in primo piano e va risolto. Sul premier e sull’Italia come influiranno le due eclissi? Per Silvio Berlusconi la prima eclissi suggerisce riflessione per mantenere il potere con autorevolezza e con meno clamore. Un buon uso delle energie fisiche e psichi-

che, prudenza, diplomazia nel trattare gli affari. Si considerano i nemici molto attentamente e si consolidano le alleanze. La seconda eclissi consiglia ancora al premier più prudenza nell’esporsi e mette in evidenza la sua unicità e il suo ruolo in seno alle istituzioni. È sconsigliato un atteggiamento troppo brillante o esibizionista improntato all’eccessivo buon umore e alla battuta. Per l’Italia, la parola d’ordine è evitare lo sperpero. Si annuncia crisi nell’attività legislativa. Si discuterà se le norme della Costituzione siano più o meno adeguate alla realtà odierna. Giove in Pesci protegge, può migliorare gradatamente le condizioni delle famiglie con provvedimenti di sostegno che sono importanti, mentre a giugno sarà in Ariete e per tutta l’estate consentirà di trarre benefici dallo scudo fiscale e dal rientro di capitali dall’estero.Anche l’industria automobilistica avrà un ottimo sviluppo. Urano in Ariete da giugno renderà l’estate importante per il turismo mentre poi dal segno dei Pesci creerà le premesse per leggi più eque a favore dei diseredati che sono rappresentati da Venere e Saturno in Cancro. L’autunno sarà importante per la prevalenza dei pianeti in Scorpione e i contatti con l’estero saranno molto promettenti. Nella politica italiana ci saranno confronti o ancora polemiche? Dall’inizio dell’anno si accentua il dibattito politico e la richiesta di provvedimenti urgenti. È probabile che la legge sulla magistratura venga approvata intorno alla fine di gennaio. La risalita economica ci sarà dopo la metà di febbraio con un probabile accordo tra le parti politiche. Una riconciliazione strategica è possibile a marzo. Anche se intorno al 22 marzo ci sarà confusione, disordine e proteste. Ci sono buone notizie intorno al 20 maggio perché lo scudo fiscale avrà successo e intorno al 30 maggio la gestione del bilancio tornerà nei limiti previsti dalla precedente finanziaria. E per le emergenze mondiali, che cosa ci può dire? Non tutto ciò che viene annunciato come un’emergenza causata dall’inquinamento ambientale deve per forza nuocere. Potrebbe, invece, essere fonte di progresso. Per esempio i ghiacci si scioglieranno nell’ipotesi del surriscaldamento di 3 gradi e a quel punto sarebbe possibile trovare il passaggio a Nord-Est e dalla Cina, attraverso questo corridoio polare, si potrebbero veicolare le merci fino a Rotterdam con 6.500 chilometri di percorso risparmiati. Il passaggio polare si ritiene accessibile intorno al 2030. La Cina ne sarebbe avvantaggiata così come il Giappone, la Norvegia e la Russia. Sono previste novità importanti? L’anno del vero cambiamento sarà il 2011. Il cielo raccomanda di non dimenticare la causa dei diseredati e di valutare seriamente l’inquinamento ambientale. Senza contare le probabili innovazioni eccezionali per la scienza come pure contatti e scoperte che riguardano il Cosmo e le esplorazioni interplanetarie.

«Solo apparentemente il nuovo anno comincerà con un clima di concordia: in realtà le stelle parlano anche di confusione e proteste»

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quadrante

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L’aggressione in un hotel di Londra: la donna all’ospedale

Il ministro della Difesa colombiano: «Sono un uomo di pace»

Gheddafi Jr. picchia la moglie, interviene Scotland Yard

Si abbassano i toni dello scontro Bogotà-Caracas

LONDRA. Nuovi guai per Mou-

BOGOTÀ. «Mi considero un mi-

tassim Gheddafi, il 33enne figlio del leader libico noto come Hannibal. Secondo quanto rivelato ieri dal tabloid britannico Daily Mail, il giorno di Natale il giovane ha litigato violentemente con la moglie Aline Skaf, 29 anni, nell’albergo di Londra dove soggiornavano insieme ai figli. La notizia è stata confermata da Scotland Yard in un comunicato, nel quale riferisce che la mattina di Natale alcuni agenti sono stati chiamati al Claridges Hotel in seguito a una lite e che una donna è stata ricoverata in ospedale con ferite al volto.

nistro della pace e vorrei che non ci fosse mai un conflitto internazionale». Lo ha detto il ministro colombiano della Difesa Gabriel Silva poche ore dopo l’invito del presidente Alvaro Uribe a non alimentare la «guerra verbale» con il Venezuela. «Credo che il presidente (Uribe) faccia quello che fanno tutti i colombiani, dichiarare amicizia e amore eterno al popolo venezuelano», ha detto il ministro verso cui si erano rivolti gran parte dei riflettori accesi dalle dichiarazioni di Uribe. Il capo di Stato aveva detto di non avallare «nessuna dichiarazione dalla quale emerga un animo di rappresaglia o di guerra internazionale». E lo aveva fatto

La polizia londinese ha inoltre reso noto che tre persone sono state arrestate in relazione a quanto accaduto cinque giorni fa, ma non ha rivelato la loro identità. Secondo il Daily Mail, il personale dell’albergo ha chiesto gli interventi degli agenti dopo aver sentito le urla di una donna che chiedeva aiuto. Al loro arrivo, i poliziotti hanno trovato le guardie del corpo di Gheddafi jr. a sbarrare loro la strada - e per questo sarebbero stati arrestati e poco dopo rilasciati - ha rivelato ancora il tabloid, secondo cui la moglie del figlio del colonnello avrebbe riportato la frattura del naso. Subito dopo l’incidente, con gli agenti che volevano

Sheikh: ora sotto accusa è il governo britannico I parenti del giustiziato in Cina: «Scarso l’impegno di Brown» di Massimo Ciullo

LONDRA. Le proteste britanniche contro la Cina per l’esecuzione di un proprio cittadino, eseguita delle autorità di Pechino due giorni fa, si stanno affievolendo con il passare delle ore. La convocazione dell’ambasciatore cinese a Londra da parte del Foreign Office, avvenuta martedì, potrebbe costituire l’ultimo passo ufficiale del governo britannico nei confronti del regime cinese. Negli scorsi giorni, Londra aveva ripetutamente chiesto clemenza per Akmal Sheikh, accusato di narcotraffico, sostenendo che l’uomo soffrisse di disturbi mentali; le autorità cinesi hanno definito “insufficienti” le prove a sostegno di questa tesi. L’uomo era stato arrestato nel 2007, dopo essere stato trovato in possesso di una valigia con quattro chili di eroina all’aeroporto di Urumqi.

In un comunicato della Corte Suprema di Pechino, all’indomani dell’esecuzione, i giudici cinesi affermano che i diritti dell’imputato sono stati «pienamente rispettati» e che «non c’è ragione di dubitare dello stato mentale di Shaikh». Pechino ha così voluto ribadire la propria sovranità giuridica per i reati commessi all’interno dei suoi confini, usando lo stesso metro di giudizio adoperato per i propri cittadini. Shaikh, che aveva 53 anni ed era originario del Pakistan, è il primo cittadino di un Paese europeo ad essere messo a morte in Cina dopo circa sessanta anni. L’ultimo fu un italiano, Antonio Riva, asso dell’aviazione durante la Prima guerra mondiale, con trascorsi di rilievo nel fascismo e simpatie per i nazionalisti cinesi del generale Chan Gai Shek. Accusato di complottare contro Mao Zedong, fu fucilato nel 1951. Rinviando le critiche britanniche al mittente, il portavoce del ministero degli Esteri JiangYu, ha affermato che la Cina «respinge le accuse» e chiede alla Gran Bretagna di «correggere i suoi errori per evitare di danneggiare le relazioni bilaterali». Il Foreign Office ha replicato convocando l’ambasciatore cinese a Londra, al quale è stato fatto presente che l’esecuzione è stata considerata «inaccettabile». Le proteste del go-

verno britannico sono apparse deboli e tardive ai familiari dell’uomo giustiziato.

Per la prima volta, dall’inizio della vicenda, alcuni parenti di Shaikh, hanno accusato la diplomazia di Londra di aver adottato una strategia troppo morbida nei confronti di Pechino per il timore di ritorsioni da parte del governo cinese. In una lettera inviata al Guardian, Amina Shaikh e Ridwan Shaikh, due cugine di Akmal, affermano che il Regno Unito non ha assunto un’energica presa di posizione contro le autorità cinesi perché la «Cina è una potenza economica» con cui bisogna comunque avere buoni rapporti per fare buoni affari. Le cugine dell’uomo giustiziato hanno avuto parole di fuoco anche per i media inglesi che, ad eccezione di Sky News, hanno bellamente ignorato il caso per occuparsene solo nell’imminenza dell’esecuzione. I familiari avrebbero desiderato un impegno più deciso da parte del governo di Londra che avrebbe dovuto minacciare contromisure adeguate in caso di applicazione della sentenza di morte, come il ritiro della rappresentanza diplomatica o il congelamento dei rapporti bilaterali. «Abbiamo invaso l’Afghanistan in nome dei diritti umani; perché non facciamo lo stesso con la Cina?», ha detto ironicamente una delle cugine di Akmal. Il premier britannico Gordon Brown e il suo ministro degli Esteri, David Miliband, si sono difesi sostenendo di aver presentato ben 27 richieste di clemenza.A dar man forte all’inquilino del numero 10 di Downing street è arrivata anche l’Unione europea. In una nota diffusa a Bruxelles dalla presidenza svedese dell’Ue, si «condanna in modo assoluto l’esecuzione di Akmal Sheik» e ci si «lamenta profondamente per il fatto che la Cina non abbia prestato ascolto alle ripetute richieste avanzate dall’Ue e da uno dei suoi stati membri per commutare la pena di morte inflitta» al cittadino britannico accusato di narcotraffico. La Ue, ribadendo l’assoluta opposizione alla pena di morte, in ogni circostanza, è convinta che «con tale pena, ogni errore della giustizia comporta un’irreparabile perdita di vite umane».

Due cugine di Akhmal scrivono una lettera al “Guardian”: «Il Regno Unito frenato dalle relazioni commerciali con Pechino»

interrogarlo, Hannibal Gheddafi ha telefonato all’ambasciatore libico a Londra, il quale ha informato la polizia che il figlio del colonnello gode dell’immunità diplomatica. Lo stesso Hannibal Gheddafi è il responsabile di una grave crisi nei rapporti tra Svizzera e Libia scoppiata nell’estate dello scorso anno e non ancora risolta. Nel luglio del 2008, il figlio del colonnello e sua moglie, all’epoca incinta, vennero arrestati dalla polizia di Ginevra con l’accusa di maltrattamenti ai domestici. Per rappresaglia e nonostante il governo di Berna si sia scusato - la Libia tiene da allora in ostaggio due cittadini elvetici, che si trovavano a Tripoli per lavoro.

per cercare di abbassare i toni dell’ormai rituale scambio di battute tra Caracas e Bogotà. Ma sopratutto, dopo che i media locali avevano rilanciato un documento della Difesa nel quale si sottolineava la necessita che il governo investisse nel rinnovo delle forniture militari anche per costruire una «credibile capacità dissuasiva» nei confronti degli intenti espansionistici di paesi vicini.

Un rapporto stilato a ottobre e i cui passaggi sono affiorati nei discorsi tenuti nelle ultime settimane dal titolare della Difesa. Nelle dichiarazioni di ieri, Silva ha ribadito che la Colombia non cerca una corsa alle armi e che le sue parole sono solo servite ad «avvertire i colombiani di un rischio latente». Le relazioni bilaterali si sono deteriorate in seguito alla firma dell’accordo militare con cui la Colombia ha concesso agli Stati Uniti la logistica di almeno sette basi militari sul proprio territorio. Per censurare una scelta giudicata come indebita concessione della sovranità regionale agli States, il governo venezuelano dispose a settembre il congelamento delle relazioni economiche con la Colombia. Scelta che faceva presto calare gli scambi bilaterali e finiva per aprire nuovi scenari commerciali nella regione.


cultura

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L’inchiesta. Tutto cominciò con i poeti latini, ma poi la vena letteraria si perse. E arrivarono Petrolini, Totò, Dario Fo

...a parte gli scherzi La gente vuole ridere, la satira vorrebbe far pensare: storia di un conflitto italiano di Franco Palmieri er ridere, in Italia si ride anche troppo; perfino di sapore amaro. Eppure, rinverdendo Orazio, «Satura tota nostra est». Però come accadeva a Pulcinella, il satiro ci rimette sempre. Fin dall’antico: Malunt dabunt Metelli Nevio poetae. Come dire: sfotti, ma poi te la faremo pagare, caro Nevio. Famigli e camorre in questo Paese ci sono sempre stati. Petrarca, viaggiando verso il Lazio, si ferma a Capranica sulla Via Cassia e assiste alle violente randellature tra contadi limitrofi, anche se a condurli c’erano gli Anguillara o gli Orsi-

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rebbe partendo dalle origini: il Novellino, Buffalmacco e Calandrino, Boccaccio, l’Aretino, la Commedia dell’Arte, le Maschere italiane e repertorio satirico sfogliando, arrivare alla “caricatura” - (La Caricatura, par Arsene Alexander, Paris, 1832) - alla satira anticlericale di fine Ottocento della rivista l’Asino, al burlesque, al cabaret, al Petrolini, all’avanspettacolo del Teatro Jovinelli anteguerra, a la compagnia del Dito nell’Occhio con Giustino Durano, Franca Valeri, Vittorio Caprioli, fino a Gli Arcangeli non giocano al flipper di Dario Fo delle origini.

letterario, anche se quell’«ideologico» li infastidisce. Prendi Jonathan Swift: s’è dovuto inventare Gulliver, prima infimo poi eccelso, cioè minuscolo e poi gigante. E George Orwell s’è fiondato nel futuribile con 1984. Ora lo sappiamo che la satira è ilare, grottesca, allusiva e lieve, truce e feroce, vendicativa o scoperchialtarini, che prende di mira l’istituzione o la società. Mai però la Satira era arrivata al punto di cadere nell’inavvertito tranello che la vede al centro di un inciucio satirico: una satira che muove al riso di sé, osservando i satiri. È come se i fruitori del messaggio satirico si fossero improvvisamente accorti di essere presi per i fondelli dagli stessi autori del satirico come forma di analisi sociale, politica: insomma del vivere comune; cioè: ci siamo accorti che la satira è in realtà propaganda, bluff, servizio del Principe , che non è più superpartes ma di parte. Il satiro soffre, non ride. Vauro e Crozza, per esempio, ridono.

Facciamo un passo indietro. C’è un archivio dei Comitati civici della gloriosa Dc di De Gasperi che racconta la cam-

teva il «pane, lavoro e libertà» e la Dc li sfotteva. Anche perché a risorgere ci avevano aiutato gli americani. Vinse la Dc. Quella volta per sense of humor battemmo gli inglesi, alla nostra maniera, con la Commedia dell’Arte. Purtroppo, dopo, non ci siamo più riusciti. Se la satira è quel necessario risvolto che ridimensiona gli eccessi in cui cade chi trasforma il vero in una superflua seriosità, come se l’autorità dipendesse dalla maiuscola, essa rischia - e c’è riuscita - di

In fondo, la satira è quel necessario risvolto che ridimensiona gli eccessi in cui cade chi trasforma il vero in una superflua seriosità, come se l’autorità dipendesse dalla maiuscola ni, per una pecora sul pascolo avverso o un pollo finito nello spiedo sbagliato. Per un niente si muovevano famiglie e clientes delle opposte fazioni. Ma un conto sono le barzellette, altro la Satira.

Ora. intendiamoci: la satira non cambia il mondo; solo serve a ridimensionare la prosopopea e quindi a riposizionare nei giusti limiti ducetti furbastri e consuetudini arrugginite. Anderson nella sua favola fa dire al bambino: il re è nudo. È in quel momento che la credulità obbligata si trasforma in una risata liberatoria, quasi una sapienza. La satira è ingenua? Forse; certo è disincantata. Certo ci si dilunghe-

Un fare satira episodica, da consumare subito, di serata in serata che quasi mai si condensava in un pensare celebrativo di una critica tutta personale capace di rinsanguare di verità il vivere comune. Poco più, per dirla in breve, di una stornellata a dispetto all’osteria nell’Ottocento della Scapigliatura, quella stagione culturale tutta lombarda che sfocerà poi nel surrealismo comico di Renato Pozzetto, di Giorgio Gaber, dei Gufi, di Enzo Iannacci; quello fu un episodio limitrofo, popolaresco e nascostamente romantico. Sense of humor? Gli inglesi della satira hanno fatto un’epopea nazionale ma voltandola sul versante ideologico e

pagna elettorale contro il patto d’azione Socialisti-Comunisti. Avevano preso a simbolo Garibaldi, “i rossi”, come li chiamavano, alludendo a Stalin. I Dc avevano disegnato la faccia di Garibaldi che, capovolgendola, diventava quella di “Baffone”. E la statua di Garibaldi a Napoli, davanti alla stazione, recitava da un megafono nascosto: «Non votate per me, io vi porto alla rovina». La Sinistra promet-

vanificarsi nel momento in cui è stata portata a dividersi per fazioni di appartenenza. Dice: ma come mai gli inglesi hanno il Punch e i francesi Le canard enchainè mentre noi dobbiamo accontentarci della satira ciclica di volta in volta affidata a Petrolini, a Fanfulla, a Sordi, a Totò fino all’ultino guitto che la ribalta televisiva ci propina? Qui il discorso si allarga forse troppo e inevitabilmente.

In sintesi: c’è la satira interpretativa e quella popolare. La prima presuppone che il dato di partenza su cui incunearsi sia diffuso, sennò parla a pochi e ride solo una parte; la seconda attacca i sintomi più plateali e i luoghi comuni di un ritaglio sociale. È la satira del campanile: ti sfotto per come parli, per i tuoi strafalcioni, irrido al dialetto. Siamo un Paese dal multiforme ingegno (ma anche) che ingloba etnie, culture, mitologie, folklore, tradizioni, cucina, abbigliamento, letterature, identità e pregiudizi diversissimi, tutti italici. Siamo l’unità delle diversità, un fenomeno unico in Europa. Ora, che i normanni irridano ai guasconi e gli scozzesi ai londinesi può essere moltiplicato dappertutto secondo le locali diversità; ma da noi queste diversità hanno non solo radici profonde, esse hanno anche inciso sulla nostra letteratura, nel teatro, nel cinema, nella poesia e perciò generato non solo confronti,


cultura In queste pagine, alcuni grandi protagonisti della satira italiana del Novecento: qui accanto, Dario Fo in un suo classico monologo. Sotto: Gioele Dix nei panni di Garibaldi all’epoca del suo spettacolo «Tutta colpa di Garibaldi» e una variante del celebre trio «Dito nell’Occhio» (all’epoca formato da Giustino Durano, Franca Valeri e Vittorio Caprioli) qui con Luciano Salce al posto di Durano. Nella pagina a fianco, un classico Totò e Ettore Petrolini in un manifesto di Onorato

questa bassa visione satirica nazionale fu raggiunta da Corrado con i dilettanti alla sbaraglio della sua Corrida; poi arrivarono i barzellettieri. Saltando la sterminata antologia de I classici del ridere dell’editore Formiggini che per un ventennio ci ha dato il meglio della letteratura satirica e umoristica di tutto il mondo, fino a quando si buttò dalla Ghirlandina, lui ebreo e fascista perseguitato dalle

L’unico vero esempio di esercizio satirico letterario è rappresentato, in Italia, dalla rivista “Il Caffé” che negli anni Cinquanta del secolo scorso fu portata al successo da Giambattista Vicari ma più spesso contrasti. Perciò da noi il Travaso, Calandrino, l’impertinente Candido di Giovannino Guareschi e altri settimanali a diffusione nazionale che si offrivano al confronto satirico, finivano sempre in barzelletta che non produceva mai né educava a quel sense of humor riconoscibile come dato comune italiano perché ognuno, nel suo ambito, si ritagliava quello proprio verso cui riscontrava autentiche congenialità. L’apoteosi di

Leggi razziali del ’38, è con il Caffè di Giambattista Vicari che troviamo la satira elevata al rango che le compete, quello letterario.

La premessa, sottointesa, era la seguente: niente satira aggressiva dove ciascuno spara dal proprio fortilizio contro quello avversario. Piuttosto una satira “politica” in senso aristotelico, che attiene cioè alla polis e non è specifica di un gruppo, di una tendenza,

né privilegia, né concede sconti a se stessa. Una satira che ha ascendenze etiche, o le persegue, certamente rischia di manifestarsi con una certa supponenza; è tuttavia inevitabile nascondere il Catone dietro Pulcinella. Fare satira è allora una questione di stile, di levità, di eleganza e quindi di fantasiosità verbale, di scrittura. Nelle vicende satirico-letterarie del Caffè di Vicari c’è un episodio che spiega tale approccio. Era la metà dei Cinquanta, in pieno pensiero politico e letterario militante a sinistra che dettava sistemi, idee, temi e ideologie in campo culturale. Lukacsianamente, era tutto un “impegno” a fa-

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vore della causa partitica, e l’intellettuale era organico. Una situazione ghiotta per il satiro. Vicari, provocatoriamente, lanciò la domanda: «Una letteratura cattolica?». Sul numero 9 del 1954 del Caffè un giovane critico, Leone Piccioni, lanciò una risposta spiazzante e definitiva: «Non esiste letteratura popolare, non esiste letteratura nazionale, non esiste letteratura marxista, non esiste letteratura laica: esiste la letteratura; della cui importanza e della cui resistenza (…) giudicano i lettori, giudica la storia». Il tono è morbido, ma la freccia alla letteratura “impegnata” era puntuta.

Tanto furono trasgressivi i satiri al Caffè che spalando dalla cosidetta “letteratura mediorientale” la definirono la “letteratura dell’ohi Peppi”. Solo otto anni più tardi, nel 1963, con il gruppo che prendeva il nome da quell’annata, e poi con l’antologia Vent’anni d’impazienza che uscì per Feltrinelli a cura di Angelo Guglielmi, la sinistra “committed” cominciava a liberarsi dei lacci ideologici in cui si era impigliata. Se la loro fu una risposta “quasi” liberata, quella di Leone Piccioni era – anticipatamente – “liberal”. Ma più tardi, il fatto che sullo scorcio del ‘900 abbia avuto più successo diffuso un foglio “ideologico” come Lotta Continua e scarso appeal un esperimento satirico come fu il periodico Cuore, confermerà il persistere di quel guelfo-ghibellinismo che da sempre domina il panorama culturale italiano. E se, da Gioele Dix in giù è il satiro on stage che rinnova oggi quell’irrisione a tutto campo e irriverente come, per esempio, sul modello americano diffuso da Lenny Bruce fin dagli anni Trenta americani, - una satira la sua che si scagliava contro i modelli dell’american way of life che poi ritroveremo nel cinema di Robert Altman - dobbiamo accettare il fatto che da noi l’episodicità del satiresco

come forma letteraria e culturale non ha generato frutti stabili, continui e consistenti.

Oggi il vignettismo attraverso cui la satira si esprime – Forattini, Giannelli, Stanio, Vauro e altri – assomiglia all’assortimento dei frombolieri dalle torri di San Gimignano: ognuno lancia dalla merlatura di competenza. La satira ha sempre avuto una matrice e un target borghese ed è sostanzialmente a-ideologica e quindi liberale, la cui forza trasgressiva consiste nella sua capacità asseverativa di un sentire critico e arguto, una forma di disubbidienza che ostenta un potere che non c’è, che non vuole, che non persegue. Per metterla un po’ più sul serio, ci accorgiamo di essere stati diseducati: urlacci, schiamazzi, volgarità e sistematiche piccole aggressioni deturpano il panorama culturale quotidiano e lasciano esterrefatti i sopravvissuti delle buone maniere; i quali non vincono perchè sono in minoranza. Un’occasione l’abbiamo perduta, però. Dall’America (Usa) abbiamo importato anche i comics, i fumetti, con i characters che allineano tutta la varia umanità dei common people così come era per i personaggi della Commedia dell’Arte. Forse l’avevamo capito che Blondie, Arcibaldo e Petronilla, Popeye, Lil Abner, Little Orphan Annie, Happy Hooligan (Fortunello), erano le controfigure nelle quali si specchiava la società americana, uno specchio che avrebbe potuto riflettere anche la nostra società. Ci avevamo provato con Sor Pampurio, Marmittone, Il Signor Bonaventura, – e più tardi con Jacovitti – sulla scia dell’innovazione futurista degli illustratori oggi antologicamente raccolti nel Museo Amedeo Bocchi di Parma, a rieditare un mondo parallelo a quello reale che di questo avrebbe svelato gli aspetti grotteschi e irrazionali. È stato un appuntamento quasi raggiunto e poi mancato, esiliato durante il periodo tra le due guerre nel Corriere dei Piccoli; mentre i comics nei supplementi domenicali del Los Angeles Time o del Long Island Daily Press raccontavano storie buffe per i piccoli che parlavano dei grandi, piene di allusive metafore di arguzie linguistiche, di pungenti disvelamenti. Come facevi, nel dopoguerra, a non cedere il passo agli sbandieratori di un’epica che nascondeva col tripudio dei vincitori la tragedia di una guerra civile che non si poteva ancora raccontare nella sua straziante verità? Il satiro è un disturbatore, e la satira viene sempre ricondotta al ruolo di ancella servile. Ma la satira è un modo, non secondario, di raccontare il mondo; forse meglio.


cultura

pagina 20 • 31 dicembre 2009

Il muro di Berlino/3. La strategia di Kohl per l’unificazione tedesca rischiò di fallire per la prima crisi irachena

Il 1989 dell’equivoco pacifista di Federigo Argentieri

del Kuwait da parte di Saddam Hussein rischiò di scatenare una crisi gravissima, magistralmente tenuta sotto controllo da Bush (padre), grazie ancora una volta ai dirigenti della perestrojka con cui si incontrò a Helsinki. Fu quello il momento di gloria nella storia poco gloriosa dell’Onu, l’unico in cui fu pienamente applicato il principio basilare della sicurezza collettiva; bisogna dare atto a Perez de Cuellar, l’allora segretario generale, di aver anche saputo ben coadiuvare la fine della guerra fredda in Centroamerica, in Africa Australe e nella disgraziatissima Cambogia, che meriterebbe un capitolo a parte.

ontinuiamo il nostro promemoria sul 1989, dopo i primi due articoli usciti il 23 e il 29 dicembre. Ebbene, non era solo il Pci ad ostacolare la lotta per l’indipendenza condotta dai paesi baltici e in particolare dalla Lituania. Il cardinale Agostino Casaroli, grande architetto della Ostpolitik vaticana, non amava questa situazione che considerava un’eredità del periodo più acuto della guerra fredda ed evitava Lozoraitis (che aveva ereditato l’incarico del padre) ogni volta che poteva. Nel corso del 1990, due questioni dominarono la scena internazionale: la riunificazione tedesca e l’invasione La “vendita al nemico” di un del Kuwait. In primavera, dopo pilastro del blocco sovietico le prime ed uniche elezioni te- come la Germania est, nonché desco-orientali della storia, di un alleato importante nel stravinte il 18 marzo da Hel- Medio Oriente come l’Iraq, mut Kohl contro una troppo scatenarono la controffensiva esitante SPD, la questione della riunificazione era all’ordine Mitterrand del giorno. Con la grandiosa e Kohl, capacità di non dirne una giudue dei grandi sta che lo ha sempre contraddiprotagonisti stinto, Pietro Ingrao tuonava della contro l’ipotesi che essa avveriunificazione nisse risucchiando la Rdt nella tedesca Nato: così, emulo di Stalin e e della totale Berija, noncurante della voadesione lontà chiaramente espressa dal della nuova popolo tedesco, chiedeva (non Europa all’area si sa bene a chi) che la GermaNato. In alto, nia unita diventasse neutrale; in un Pci non ancora diventato il Muro di Berlino prima della Pds e da tempo privo di bussocaduta la, la sua voce si sarebbe fatta sentire in modo particolarmente acuto in quel periodo. dei conservatori a Mosca: in dicembre, il ministro degli Esteri Grazie ad un abile negoziato Shevardnadze, che nel luglio con Gorbaciov, però, Kohl a lu- 1985 aveva sostituito un glio riusciva ad ottenere che il Gromyko ormai mummificato suo paese restasse nella Nato, dopo aver ricoperto l’incarico trascinandovi dentro un pezzo per ben 28 anni, fu costretto aldi Patto di Varsavia con quasi le dimissioni e pronunciò un 400.000 sovietici a carico, tra discorso assai cupo e profetico cui un certo Vladimir Putin. in cui sostanzialmente anticiMeno di un mese dopo, l’im- pava il colpo di stato dell’agoprovvida e feroce occupazione sto successivo. Gorbaciov pre-

C

se atto della situazione e si spostò dalla parte dei conservatori. Nel frattempo, il caos (politico e intellettuale) regnava sovrano nel nascituro Pds: Ingrao aveva mandato a dire a Occhetto che avrebbe appoggiato la svolta della Bolognina solo in cambio di una netta presa di posizione contro “l’imperialismo”americano, che l’U-

sto la diceva lunga sulle difficoltà di trasformare il Pci in una forza democratica ragionevole: oltretutto, mentre D’Alema e Fassino non nutrivano grande stima per Ingrao, Occhetto lo venerava ed era disposto a qualunque capriola per accontentarlo. L’unico momento positivo di quel brutto periodo fu a metà gennaio del

Ma quello è stato anche l’anno di due importanti eventi spesso dimenticati: la fatwa iraniana contro «Versetti satanici» di Salman Rushdie e il primo comizio di Slobodan Milosevic

nità cominciò a denunciare quotidianamente con l’avvicinarsi dell’ultimatum a Saddam Hussein. Ebbi occasione, anni dopo, di rievocare quel periodo con Renzo Foa, che del quotidiano era diventato direttore: in sostanza mi disse che non era possibile tenere duro su entrambi i fronti, appoggiando sia i riformatori in Urss che la legittima azione dell’Onu. Que-

eternamente grati. Il successivo congresso di Rimini si risolse, oltre che in un caos indicativo dello stato in cui si trovava il Pci-Pds, in una tale orgia di forsennato antiamericanismo che la professoressa Joan Barth Urban, illustre studiosa washingtoniana dell’eurocomunismo e democratica di provata fede invitata alle assise come osservatrice, mi confessò di aver pianto per la rabbia e l’umiliazione.

Il Pds nasceva

1991: i futuri golpisti sovietici approfittarono della scadenza dell’ultimatum all’Iraq per effettuare una prova di forza contro la Lituania ribelle e mandarono i reparti d’assalto a Vilnius, dove varie decine di civili disarmati furono uccise. L’Unità prese la posizione giusta di fronte all’imperialismo sovietico e pubblicò in grande evidenza nientemeno che una mia intervista all’ambasciatore Lozoraitis, intitolata significativamente «Vilnius è sola, l’Occidente dov’è?». Ho l’impressione che nel Pci fossero tutti troppo occupati vuoi a promuovere improbabili mozioni, vuoi a organizzare manifestazioni di pura follia contro l’Onu (quando non pellegrinaggi a Baghdad) nell’unico caso in cui andava appoggiata, perché qualcuno trovasse il tempo e l’ispirazione di “cazziare” Renzo Foa per questa mossa inaudita, per la quale invece io (e spero molti altri) gli saremo

così sotto i peggiori auspici, ossia perdendo un altro treno della storia. Il glorioso anno 1989 aveva anche fatto trapelare qualche scorcio di 21° secolo: nel mese di giugno c’era stata non solo la molto spesso ricordata strage di piazza Tian an Men, ma anche due altri avvenimenti mai menzionati, eppure importanti. Uno era la fatwah contro lo scrittore Salman Rushdie, condannato a morte in contumacia dal regime iraniano per un libro giudicato blasfemo verso l’Islam; l’altro il minaccioso comizio del leader serbo Slobodan Milosevic davanti ad un milione di persone nella piana dei Merli (Kosovo Polje), per ricordare il 600esimo anniversario della battaglia sacra alla memoria dei serbi. Erano segnali d’allarme, comprensibilmente trascurati a causa del clima di legittima euforia che pervadeva l’Europa e il mondo in seguito al crollo quasi del tutto pacifico di una mezza dozzina di dittature odiose: a leggerli attentamente, annunciavano che il futuro non si presentava così roseo come molti speravano.


spettacoli

31 dicembre 2009 • pagina 21

Musica. Negli Stati Uniti esplode il talento di Carry Underwood, nuova diva di un genere “al maschile”

Il lato femminile del country di Valentina Gerace esprimere I proprio sentimenti, e «Someday When I Stop Loving You» una ballata che mostra le doti vocali della cantante. Nonostante la funky «Undo it» inizia con il fiddle e la chitarra dobro, si sposta poi verso un pop efficace che forse a mala a pena si definirebbe country se non per un coro e perché inserito nel disco. Come le altre, racconta un’esperienza personale, un amore finito male che lascia l’amaro e quasi il pentimento di aver dato se stessi. Il disco rispecchia una generale positività, una allegria e una serenità che non possono che derivare da una vita sicuramente felice dell’artista. Una persona che riesce a vedere sempre ciò che di positivo esiste nelle situazioni, anche nelle meno felici.

ermatevi qui, fan di Willie Nelson, Chris Yong, Johnny Cash. Se per voi il country è solo violini, rauche voci maschili e polverosi pedal steel, resterete perplessi di fronte alle ballate di artiste country moderne come Shania Twain o Taylor Swift. Siete pronti invece a un pop mescolato con un po’ di country e un country intriso di pop? Allora ascoltaterete volentieri le moderne ballate della biondissima Carrie Underwood.

F

Appena 26enne. Aspetto fascinoso, quasi disarmante. Sexy, ma allo stesso tempo solare, semplice, luminosa. Oggi è l’artista country femminile in primo piano insieme a Taylor Swift (Fearless). Il suo nome è affiancato a quello di grandissimi artisti country come Kenny Chesney, Keith Urban, Brad Paisley (con cui spesso si esibisce). Con la sua lunga chioma di capelli dorati che scende sulle spalle, fisico mozzafiato, romantici occhi verdi e il suo aspetto da ragazza per bene, Carrie riesce a mostrare allo stesso tempo il suo pittoresco lato da country girl. Armata di cintura, collane, cappello in testa e stivali rigorosamente alla texana, appare alle interviste o in Tv con aria sicura di sé e perfettamente a suo agio. Un contrasto che può solo risultare vincente. Dopo aver raggiunto la quarta posizione per il concorso «American idol» per la Fox TV, il titolo di miglior voce country femminile per ben tre volte, e un premio conferitole dall’Accademia della Musica Country, diventando solo la settima donna vincitrice, nei 42 anni di concorso, Carrie può vantare alla sua giovanissima età una lista non breve di titoli e riconoscimenti. E nonostante il suo ultimo disco Play on, uscito a novembre 2009, sia solo la sua terza produzione dopo Some hearts (2005) e Carnival ride (2007) la giovanissima artista sembra aver ormai raggiunto piena consapevolezza del suo successo. Eppure si sa, non è facile fare musica country, restare ancorati alla tradizione della musica americana pur soddisfacendo il mercato musicale di oggi. Ma con Play on Carrie Underwood sembra avercela fatta. 13 ballate fatte di tradi-

zione, modernità, creatività, piacevoli melodie tra il pop e il country alla Johnny Cash. Una voce dolce tipicamente Southern. Strumento essenziale insieme al dobro e al violino. Un disco elegante, senza troppe pretese che contiene singoli, tra cui «Cowboy Casanova» (scritta con la collaborazione di Brett James e il produttore hip-pop Mike Elizondo) che circolavano già da tempo in radio e sul sito inter-

tenza tencnica. Ad affincare la cantante nuovi musicisti questa volta. I Sons of Sylvia, un trio formato dai fratelli Ashley, Austin e Adam Clark, amici della Underwood da anni. Nomi forse poco conosciuti. Ma Carrie è orgogliosa di dare ai tre musicisti la possibilità di suonare con lei e farsi conoscere. La title track, Play on è un incoraggiante antema sulla perseveranza di fronte alle avversità. Favolose le ballalte country «Quitter» e «Temporary home», tra le preferite dalla Underwood e più autobiografiche. «Mama’s song» è una dichiarazione d’amore per la madre, che solo conferma come la sua vita sia fatta di positività e amore. Valori saldi e tradizionali, che qualsiasi sana ballata di vero country deve esaltare. E ancora «Change» un esercizio nella responsabilita sociale che spiega come anche un piccolo gesto possa fare la differenza nella vita. Uno dei brani che conferma l’impegno sociale di Carrie e il suo desiderio di aiutare gli altri.Stupende «Unapologize», che esalta l’importanza di

Il suo terzo album, «Play on», appena uscito, è già uno dei più venduti negli Usa. Una raccolta di ballate impegnate e malinconiche che l’hanno resa una star da tv e radio net di youtube, raggiungendo I pirmi posti della classifica country Billboard, prima ancora di essere incisi su album. Altri brani sono stati realizzati con la collaborazione di Hillary Lindsey, Luke Laird e Brett James, e ancora il giudice di America Idol Kara DioGuardi, Mike Elizondo, conosciuto già per il suo lavoro con Dr. Dre e Eminem, e Raine Maida, cofondatore della rock band Our Lady Peace e la moglie la cantante canadese Chantal Kreviazuk. In Play on non manca di certo la compe-

Una serie di immagini di Carrie Underwood, la nuova diva (sexy) del country americano, contesa da tutte le tv

Studi televisivi e radiofonici sono ormai la seconda casa per Carrie Underwood che sta trascorrendo un autunno intensissimo tra interviste e concerti. Talento, determinazione e tanta semplicità. Sono queste le parole d’ordine per una giovane amante della musica che dall’eta’ di soli tre anni sogna di diventare una cantante country. A quanto pare I sogni possono diventare realtà. Basta crederci. Soprattutto quando I padri di riferimento sono grossi e importanti pilastri della storia della musica americana, Johnny Cash, Merle Haggard. E perché no, I Guns and roses, una tra le band del cuore di Carrie. Nativa dell’Oklaoma, Carrie non perde occasione di dimostrare il suo patriottismo da vera americana dedicando persino una canzone al suo paese d’origine, «I Ain’t in Checotah Anymore». L’amore per il suo Paese e l’ impegno sociale non finiscono qui.Carrie ha donato 117 mila dollari alla scuola del suo paese per I progetti legati alla musica e all’arte. E si è dedicata a importanti campagne sociali importanti come quella per la ricerca contro il cancro o contro la violenza sugli animali. Più volte ha dato la sua voce per concerti di beneficienza. Non può proprio desiderare altro la biondissima diva americana. Le resta solo continuare a dedicarsi al suo impegno sociale, e perche’ non farlo componengo nuova musica. Il veicolo perfetto per comunicare col mondo intero. Il linguaggio universale. Che tutti comprendono.


opinioni commenti lettere proteste giudizi proposte suggerimenti blog L’OCCHIO DEL MONDO - Le opinioni della stampa internazionale a cura di Pierre Chiartano

da ”Asharq Alawsat” del 29/12/09

Guerra agli sceicchi del web di Abdul Rahman Al-Rashed ochi giorni dopo il fallito attentato sui cieli di Detroit, è cominciata un altro tipo di caccia. Ora si vorrebbero stanare coloro i quali hanno trasformato il giovane nigeriano in uno shahid. Chi, insomma, ha portato lo studente Omar Abdulmutallab da libri alle bombe. Il giovane nigeriano è una persona che aveva lasciato il suo Paese da innocente, e ha poi lasciato Londra da terrorista radicale. Un’equazione la cui soluzione va ricercata nell’incognita di chi o cosa avrebbe cambiato la sua personalità.

P

L’attenzione , ancora una volta, è stata subito puntata verso lo yemenita Sheik Anwar al Awlaki, che molti pensano sia il nuovo sceicco leader del terrorismo islamico di marca ultrafondamentalista. È la stessa persona che indottrinò e addestrò il maggiore Nidal Hasan, un americano di origine arabe autore della folle sparatoria a Fort Hood. Tanto per non complicare una vicenda già di per sé assai complessa potremmo sintetizzare così la vicenda: l’attenzione si è spostata dalla caccia all’esercito di al Qaeda a quella ai suoi sceicchi. Dopo anni di guerra violenta il quadro sta diventando più chiaro a molti. Al Qaeda è più un problema di natura “ideologica” piuttosto che di tipo organizzativo. Sono le idee radicali che armano la mano di fragili menti o di convinti fondamentlisti, non certo l’efficienza di una struttura terroristica che altrimenti dovrebbe sviluppare una proiezione logistica e operativa irrealistica. C’è molto lavoro da fare sul campo per sradicare questo genere di malattia culturale. Serve confrontarsi, per smontare le ideologie estremiste,

sconfiggere sul piano culturale e religioso le sue teorie e gli studiosi che stanno dietro a studenti e militanti armati. È questo il vero segreto del terrorismo organizzato e la ragione della sua persistenza nel tempo, della sua abilità nel reclutamento continuo di adepti, della capacità nella raccolta di fondi, nonostante le sconfitte patite in tutto il mondo. Abdulmutallab, che è stato arrestato a Detroit, ha solamente 23 anni, ha speso tre anni studiando ingegneria meccanica alla London university e proveniva da una famiglia musulmana dalle idee moderate. Suo padre è un banchiere molto conosciuto in Nigeria che era stato presidente della First Bank, uno dei più importanti istituti del Paese. Il padre, Farouk Abdulmutallab, era così preoccupato per suo figlio che aveva allertato le autorità, un fatto che accade piuttosto raramente. Quindi, rimane il punto centrale del problema: chi ha convinto lo studente nigeriano a diventare un bombarolo dell’aria, cercando di portare a termine l’attentato? Ora Omar è in carcere, mentre altre dozzine, forse centinaia di militanti come lui sono in giro a piede libero. Oggi al Awlaki è entrato nella lista dei ricercati come causa e origine di due crimini: il primo è quello commesso da Nidal Hasan che ha ammazzato a fucilate 13 persone; il secondo è quello commesso da Abdulmutallab accusato di aver tentato di far esplodere un aereo con 279 persone a bordo.

Al Awlaki può essere definito come il bin Laden di internet, il leader di un’organizzazione che mette insieme migliaia di militanti contattatti inizialmente sul web e solo successivamente arruolati sul terreno. È diventato un leader e un muftì che comunica con i propri discepoli per via elettronica, prende parte ad una Daawa (preghiera islamica) senza confini grazie al world wide web. Come bin Laden, un gatto dalle nove vite, è stato il bersaglio di due raid recentissimi e può darsi che sia sfuggito ad entrambi, nonostante venga dato per morto da numerose fonti giornalistiche.

I fatti delle ultime settimane dimostrano come la guerra al terrorismo non sia terminata con la presidenza di Gorge W. Bush e che il terrorismo non sia finito col rilascio di dozzine di prigionieri di Guntanamo. La cattura di leader come Kalid Sheik Mohamed non ha provocato un arresto delle attività terroristiche e nell’arruolamento di kamikaze, l’ideologia fondamentalista ha continuato a mietere soldati e vittime. Dimostrazione che Al Qaeda la si deve battere su quel piano, quello delle idee radicali, soprattutto nel mare magno garantito dagli spazi senza confini del web.

L’IMMAGINE

Insegnanti di ruolo rischiano il posto... E poi si parla di rispetto per la persona

Palla di pelo

Alcune maestre stentano a far rispettare la disciplina in classe. Finora ottenevano d’essere spostate a lavori d’ufficio, segreteria o biblioteca, mantenendo il contratto di lavoro a tempo indeterminato. Lo spostamento alla segreteria sarebbe ora ammesso, sulla base di certificazione di psicologo-psichiatra, attestante l’inabilità all’insegnamento: certificazione indotta da dirigenza scolastica pilatesca. Con forte innovazione normativa, al termine del biennio potrebbe esservi il licenziamento definitivo. Risulterebbero soggetti a rischio di licenziamento futuro anche docenti preparati e colti, ma poco indulgenti con scolari indisciplinati e fannulloni. Insegnanti avversati da qualche cricca e da pochi genitori dalla voce grossa. Insegnanti sofferenti, soggetti a persecuzione e mobbing. Insegnanti a rischio di morte professionale e civile. Emergerebbe l’ipocrisia - che si spaccia per tutrice solidale d’emarginati e deboli - mentre manca di coscienza, umanità e rispetto per la persona, il docente, il sapere.

Le prime penne spunteranno tra circa 4 mesi. Fino ad allora questo pulcino di albatro sopracciglio nero somiglierà più che altro, a un batuffolo di cotone. Terminata la trasformazione, tra un paio d’anni, il giovane uccello, diffuso nelle Isole Falkland, si unirà ai maschi adulti per prendere lezioni di corteggiamento

Franco Padova

PACCHETTO ENERGIA-CLIMA Con il cosiddetto Pacchetto energia-clima approvato nel 2008, l’Unione europea, e quindi conseguentemente anche il nostro Paese, si è impegnata a ridurre entro il 2020 i consumi di energia, le emissioni di gas a effetto serra, e ad aumentare il ricorso a fonti energetiche rinnovabili. Il documento impegna il governo: a mettere in campo, in tempi brevi, politiche fiscali a favore del settore dell’efficienza energetica, delle energie rinnovabili e delle nuove tecnologie, ai fini del rispetto degli obiettivi 20-20-20 fissati in sede Ue, nonché per contribuire a creare opportunità per l’innovazione tecnologica e produttiva e per nuova occupazione qualificata; a prevedere, conseguentemente, in linea con i suddetti obiet-

tivi, adeguati stanziamenti pluriennali indispensabili a ridurre entro il 2020 i consumi di energia, le emissioni di gas a effetto serra, e ad aumentare il ricorso a fonti energetiche rinnovabili, pena il pagamento di inevitabili multe di milioni di euro per il mancato rispetto dei medesimi obiettivi europei, anche alla luce del fatto che per la data del 2020 fissata dall’Unione europea, non è ipotizzabile alcun contributo da parte del nucleare ai fini della riduzione delle emissioni inquinanti, visti tra l’altro i tempi tecnici minimi necessari alla realizzazione delle relative centrali.

Domenico

ATOMICA VERA E FALSA NELL’INFORMAZIONE ITALIANA Dopo il disastroso terremoto di

L’Aquila (Mw=6.3) del 6 aprile 2009 e l’esperimento missilistico shock sui cieli della Norvegia, torna la paura dell’olocausto nucleare? Benvenuti sul pianeta Ru486: la pillola “atomica” vera e falsa della disinformazione italiana. La storia della bomba nei grandi dvd del famoso regista Peter Kuran. In esclu-

siva, i grandi film sullo sviluppo e l’uso dell’arma nucleare nel mondo. Quando l’Unione Sovietica sganciò la bomba Tsar - “fine del Mondo”, la più potente mai costruita, 3.800 volte più distruttiva della nucleare di Hiroshima, il 30 ottobre 1961, l’onda d’urto fece il giro della Terra tre volte, lo shock termico

colpì a 270 km dall’epicentro, lo shock sismico risultò misurabile al terzo giro del globo. Avanza qualcos’altro per il Nuovo Anno, dopo le malattie invisibili nei Paesi poveri e i 79 milioni di tonnellate di anidride carbonica sparati ogni giorno nell’atmosfera terrestre?

Nicola Facciolini


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dai circoli liberal

LETTERA DALLA STORIA

È un pesce fuor d’acqua, non ha pace Sono uscita a cercare cuscini, aste, anelli, cordoni, braccetti, filo, e di mia iniziativa un plaid. Non mi piaceva la vecchia coperta argento e blu che tu avevi acquistato per ottantacentesimi. Indossavo la mia camicetta bulgara con un colletto alla bulgara che avevo preso in Sixth Avenue cinque minuti prima di pranzo. Ti è piaciuta molto quella blusa, mio Kahlil; mi hai detto anche che ti piace più di tutte le altre ma che non ne conosci il motivo. Sono andata poi da Davies che mi ha accolta con un regale sfoggio di completezza. Abbiamo passato in rassegna i suoi quadri della giovinezza a oggi per due ore. Davies non ha detto quasi nulla. Alla fine mi ha mostrato un bel po’ di disegni eseguiti dal vero a matita su carta colorata. Il suo lavoro mi ha deluso. Il suo altro lavoro, quello che è frutto dei suoi acquisti, è di gran lunga migliore. Davies è troppo oscuro, troppo franto, troppo confuso, troppo poco chiaro. Come uomo è molto strano, è una personalità divisa. C’è qualcosa di morboso in lui, qualcosa di particolare. È un pesce fuor d’acqua, non ha pace; qui non si sente a suo agio. Non vedo l’ora di tornare a casa per mettere il mio nuovo plaid sul divano e sparpagliarci sopra tutti i cuscini gialli. Mary Haskell a Kahlil Gibran

ACCADDE OGGI

ROMA, LA STRADA DEL LUSSO Sedersi al tavolo di un bar o di un ristorante del centro di Roma e ordinare da mangiare e da bere può riservare delle amare sorprese. Come non ricordarsi, infatti del raggiro economico/gastronomico di cui sono stati vittime, nel luglio scorso, due turisti giapponesi? I malcapitati in questione, per un pranzo senza lussi si sono visti, infatti, consegnare dal cameriere del ristorante “Il Passetto” uno scontrino di 579,50 euro. Può accadere anche che per la consumazione di due thè caldi in un bar del centro della Capitale venga presentato un conto di 9,00 euro. È successo proprio ad un rappresentante del Codici, Luigi Gabriele responsabile dei rapporti istituzionali dell’associazione, che ha avuto modo di verificare anche altri prezzi indicati sulla “carta” del locale in questione: caffè: 2,80 euro; tramezzino: 3,80 euro; thè caldo: 4,50 euro; cioccolata calda: 6,00 euro; aperitivo analcolico: 7,00 euro; bicchiere di vino: 9 euro; focaccia: 12 euro. Non ci stupiamo di quanto accade nelle cosiddette strade del lusso romane ma questo non vuol dire che le cose non debbano cambiare o quanto meno migliorare. Oltretutto non sempre prezzi

AI CONSIGLIERI DEL CONSIGLIO NAZIONALE: Su delibera del Consiglio Nazionale del 29/12/2009 è convocato il IV Congresso Nazionale del Centro Cristiano Democratico per il giorno 29/01/2010 alle ore 10.00 in Roma, via Torino n.146, presso il salone delle Confcooperative, per discutere e deliberare in ordine allo scioglimento del Centro Cristiano Democratico e la conseguente nomina del liquidatore.

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri, Bruno Tabacci

Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Andrea Mancia, Errico Novi (vicedirettori) Nicola Fano (caporedattore esecutivo) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo, Stefano Zaccagnini (grafica)

31 dicembre 1961 Il Piano Marshall cessa dopo aver distribuito più di 12 miliardi di dollari in aiuti per ricostruire l’Europa 1963 La Federazione Centro Africana crolla ufficialmente, dando vita a Zambia, Malawi e Rhodesia 1968 Marien Ngouabi assume la presidenza della Repubblica del Congo 1969 Unione Europea: si conclude il periodo transitorio (12 anni) per la creazione del Mercato europeo comune 1975 Nascita di Tele Acras, emittente locale agrigentina 1980 Il generale dei carabinieri Enrico Riziero Galvaligi viene freddato nel suo palazzo a Roma da un commando delle Brigate Rosse formato da Remo Pancelli e Pietro Vanzi 1990 Garry Kasparov conserva il titolo di campione del mondo degli scacchi, battendo Anatoly Karpov 1991 L’Unione Sovietica si dissolve ufficialmente 1995 Viene pubblicata l’ultima striscia di Calvin & Hobbes

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Capozza, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria)

esosi sono garanzia di qualità dei prodotti utilizzati e di un buon servizio offerto ai clienti. Il bar in oggetto, sicuramente ben arredato e “alla moda”, era decisamente carente sotto diversi punti di vista.Toilette sporche e impianto di riscaldamento non funzionante non sono certo un buon biglietto da visita. A tal proposito, molte sono state le lamentele di clienti, di cui alcuni stranieri. Per un modesto e frugale pasto, composto da una focaccia, un bicchiere di vino ed un caffè, nel nostro bar si può quindi arrivare a spendere la proprio non modica cifra di 23,80 euro. Si paga lo scotto di essere in centro ma questo non legittima le speculazioni di furbi esercenti ai danni dei consumatori, per lo più turisti. Da Trastevere, a via del Corso, a Campo de’ Fiori, a piazza Navona, queste sono le strade del lusso dove una bottiglietta d’acqua da 500 ml può arrivare a costare anche 2,00 euro ed un caffè servito al tavolo 3,00 euro.

Alessandra De Giorgi

BON TON I luoghi della buona politica e della cordialità si foraggiano con incontri come quello tra Silvio Berlusconi e Pierluigi Bersani dopo l’aggressione che tutti sappiamo, mentre le parole di Tonino Di Pietro e di Rosy Bindi, dimostrano che i problemi personali sono per molte persone dell’opposizione, al di sopra di quelli degli italiani, che si aspettano dai politici lezioni di civiltà; perché loro sono l’esempio, loro il riferimento, loro la squadra per cui fare il tifo.

Bruno Russo

Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Aldo G. Ricci, Giorgio Israel, Robert Kagan,

Supplemento MOBYDICK (Gloria Piccioni)

Filippo La Porta, Maria Maggiore,

Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Carlo G. Cereti, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Angelo Crespi, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale, Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei, Alex Di Gregorio

Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti,

Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Gabriella Mecucci, Assuntina Morresi, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Giovanni Orsina, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo,

A PROPOSITO DEL “CONCORSO ESTERNO” Il “concorso esterno” mira a colpire quelli che non sono mafiosi, ma danno contributi al mantenimento in vita dell’associazione e delle sue finalità. È il reato su misura per i colletti bianchi,imprenditori innanzitutto, ovviamente i politici, i medici e gli stessi magistrati; al centro c’è proprio il concetto di contiguità. Le sezioni riunite della Cassazione hanno ritenuto opportuno mettere dei paletti: “il contributo notevole” e “la volontà soggettiva”.Questo reato oggi, a dirla pulita, è un prodotto giurisprudenziale, a dirla sporca, è un’invenzione.Ed ecco la necessità di tipizzare il reato di concorso esterno in associazione mafiosa con una nuova proposta di legge: «Chiunque al di fuori dei casi di partecipazione ad un’associazione di tipo mafioso, realizza in maniera non episodica condotte di sostegno ad una associazione di tipo mafiosa o arreca un contributo di tale rilevanza da avvantaggiare l’associazione nel suo complesso, è punito con la reclusione da due a cinque anni». E in Europa? Visto da Parigi il concorso esterno è difficile da afferrare; il pensiero dei francesi è:«perché ci sia complicità,bisogna che ci sia un atto positivo ed intenzionale di aiuto, di assistenza o di fornitura di mezzi. Se si tratta di un aiuto incosciente non può dirsi complicità». A Berlino, «è l’essere membro di un’associazione criminale un reato in sé e per sé; ma essere membri di un’associazione criminale significa fare parte di un gruppo che pianifica e prepara atti criminali. Pertanto la figura giurisprudenziale del concorso esterno, presuppone in effetti il dolo specifico del partecipe dell’associazione, l’accettazione dello scopo dell’organizzazione, il contributo specifico offerto in cambio di appoggio. Il fatto di essere “maniabile” o di essere un semplice punto di riferimento non basta. Che fare poi se il concorso esterno innesca un conflitto tra giustizia e politica? L’immunità circoscritta al tempo del mandato è una saggia soluzione, che permette di non interferire col corso della giustizia durante l’esercizio del potere politico. Il premier è una persona pubblica e deve rendere conto del suo mandato politico, finito il quale risponderà delle sue responsabilità come privato cittadino. Per il tempo del mandato, il registro politico va distinto dal personale, perché la persona pubblica prevale sull’uomo privato, ma si continua a onorare il principio di eguaglianza,visto che la prescrizione è sospesa (io penso). Giancarlo Confalone P R E S I D E N T E PR O V I N C I A L E LI B E R A L SI R A C U S A

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2009_12_31  

Toro Claudio Baglioni Scorpione Carlo De Benedetti Ariete Massimo D’Alema Acquario Gianluigi Buffon Sagittario Pier Ferdinando Casini Bilanc...

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