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Passione di Michele/ Palermo-Wolfsburg

Ricordando

Giuseppe Fava Vincenza Scuderi

Ci sono elementi narrativi che volentieri si ripetono nell'opera di Pippo Fava, come se a essere raccontate non fossero di volta in volta storie diverse, ma sempre un'unica grande storia osservata da diverse prospettive. Pensiamo a Passione di Michele (1980), l'ultimo romanzo che Fava poté scrivere. Il titolo lo ruba a se stesso, o meglio alle parole di un proprio personaggio, un avvocato difensore, che nell’ultimo capitolo di Prima che vi uccidano (1976) dirà: “Della passione di Gesù Cristo che visse duemila anni fa sappiamo tutto. Della passione di Michele Passanisi, vita e morte di Michele Passanisi, non sappiamo niente. Un uomo come milioni. Ehè! Tutto ciò è molto scomodo per la giustizia”. Il Michele di Prima che vi uccidano e quello di Passione di Michele sono gli sviluppi possibili di uno stesso personaggio: nel povero cavatore di pietra che diventa bandito senza sapere come, e nel giovane emigrante che in un raptus si farà assassino, è raccolto il marchio di quell'ingiustizia sociale a cui essi vorrebbero sottrarsi ma che continua a dominarli, trasformando la ricerca di dignità in un impossibile riscatto. Benché sia un testo assolutamente “organico” all'opera di Fava, Passione di Michele nasce però da una circostanza particolare, dall'incontro cioè dello scrittore siciliano con un regista tedesco fortemente legato all'Italia, Werner Schroeter. Si conobbero nel 1978, quando Schroeter

trascorse un lungo periodo in Italia per girare e montare Nel regno di Napoli. Il film che Fava e Schroeter progettarono insieme era in parte ispirato a un fatto di cronaca accaduto in Germania qualche tempo prima, che aveva visto l'uccisione di due tedeschi per mano di un giovane immigrato italiano. Prima della sceneggiatura però Pippo Fava scriverà il romanzo, e da questo trarrà la sceneggiatura di cui poi con Schroeter fisserà la versione definitiva (mentre dei dialoghi sarà coautore Orazio Torrisi). Il film, che reca il titolo Palermo oder Wolfsburg (Palermo oppure Wolfsburg), vincerà - ex aequo con Heartland di Richard Pearce - l'Orso d'Oro al festival di Berlino del 1980, ma paradossalmente non verrà distribuito in Italia. Esso narra, come il romanzo che apparirà nello stesso 1980, di un ragazzo di Palma di Montechiaro, in provincia di Agrigento, che a metà degli anni Settanta per aiutare economicamente la famiglia si muove alla volta di Wolfsburg. Giunto in Germania crede d'aver trovato un Eldorado che lo affranca dalla povertà e dalla servitù a un padrone, senza rendersi conto, come gli spiegherà un immigrato napoletano d'idee anarchiche, che anche lì alla Volkswagen c'è un padrone, ma ancora più distante dei latifondisti di Palma, irraggiungibile e senza nome. Palma di Montechiaro è un cittadina tristemente cara a Fava: la descrive nella raccolta di reportage Processo alla Sicilia (1967) e più volte, anche quando non si farà esplicito riferimento a Palma, l'eco di

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quelle parole, la visione dolorosa di quelle scene, tornerà ancora nei suoi scritti: un territorio in cui trionfava la mortalità infantile, la povertà era endemica e l'unica reale fonte di reddito della popolazione era costituita dal salario che gli uomini emigrati all'estero spedivano ai familiari. Da questo mondo ai limiti dell'invivibile proviene dunque il giovane Michele (il cui cognome qui è Calafiore), e vi proviene Nicola Zarbo, abitante di Palma, attore non professionista che nel film interpreta il ruolo di Michele e gli dà perfino il proprio nome: la scelta di Schroeter infatti è quella di sostituire il più possibile i nomi pensati nel romanzo e nella sceneggiatura con i veri nomi degli interpreti, specialmente quando si tratti di attori non professionisti, rendendo come più concreta la volontà neorealista che sottostà al film. Alla stessa ragione neorealista, ma insieme estetizzante (Schroeter combina, potremmo dire, le due anime di Visconti), si deve il fatto di aver man mano modificato la sceneggiatura in base a ciò che i “non attori” erano in grado di offrire al film (come gli inserti della Passione di Cristo recitata dagli abitanti del paese). Proprio per questa ragione la differenza più evidente fra il romanzo e il film sarà costituita dalla lingua dei personaggi: nel romanzo anche i personaggi siciliani, come nella tradizione letteraria isolana, si esprimono in italiano ma lasciano intendere il siciliano; i dialoghi del film invece sono in siciliano, in italiano, talvolta in sardo (quando a parlare sono

Casablanca n.22  

Il numero di gennaio 2012

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