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Processo Rostagno

“Prima depistiamo

poi uccidiamo” Rino Giacalone

Il punto sul processo Rostagno. Parlava sempre di mafia, sempre sta mafia… ogni giorno! Vincenzo Sinacori un teste importante; il suo verbale sul delitto risale agli anni ’90, ma la sua lettura più attenta risale a qualche anno addietro. Sinacori spiega che l’omicidio avvenne a Trapani per sviare le indagini. Era zona di Totò Minori, tutti avrebbero pensato a lui come autore. Invece era già morto. Un depistaggio deciso prima dell’assassinio? Sembra di sentire qualche voce di oggi una di quelle che, infastidita, si oppone a chi, tra i tanti che sostengono l’opposto, insiste con il dire e lo scrivere che la mafia non è poi mica tanto sommersa e continua a fare i suoi affari alla luce del sole. Il fastidio, qui scritto, però non è di oggi, risale all’incirca a 23 anni addietro, al 1988. A suscitare questa sorta di “ira” erano gli interventi, quotidiani, di Mauro Rostagno, dagli schermi di Rtc. Ad usare queste parole, “mafia, mafia e sempre sta mafia”, ed a raccontare questo retroscena di fastidi, è stato il collaboratore di giustizia Vincenzo Sinacori, teste nell’aula bunker del carcere di San Giuliano nel processo per l’omicidio di Mauro Rostagno. Altro che semplice fastidio, quella covata nei confronti del sociologo e giornalista era proprio un’avversità di quelle che secondo Cosa nostra si lavano col sangue rispettando il codice della (dis)onorata società: Mauro Rostagno è stato ammazzato il 26 settembre del 1988, quando era poco più che quarantenne. Sinacori è un teste importante, il suo verbale sul delitto risale agli anni ’90,

ma la sua lettura più attenta risale a qualche anno addietro, quando una impennata investigativa da parte dell’ufficio della Squadra Mobile di Trapani che mai si era occupato così intensamente delle indagini, delegate da subito ai Carabinieri, ha fatto venire fuori la firma che non si era mai trovata (o non si era mai davvero cercata) di Cosa Nostra sulle cartucce lasciate a terra, vicino all’auto sulla quale Rostagno fu ucciso, da chi ha sparato col fucile, mentre Rostagno si apprestava con la sua Duna bianca a varcare il cancello della comunità per recupero di tossicodipendenti Saman di Lenzi (Valderice). Sinacori è schietto a proposito dello sferzante giudizio nutrito contro Rostagno: “ …perché era uno che tutti i giorni macinava a RTC (la tv locale dove Rostagno lavorava ndr), lì… sempre contro… sempre… Cosa Nostra. Sempre: “Mafia, mafia, mafia” e il motivo è questo…tutti ci lamentavamo di Rostagno, tutta la provincia di Trapani si lamentava di Rostagno”. Inoltre, il collaboratore ha detto di essere stato teste di un incontro tra due capi mafia, pezzi da novanta dell’epoca: Francesco Messina

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Denaro di Castelvetrano, che lui ha indicato come essere all’epoca il capo della “cupola” provinciale (morto nel 1998, suo figlio Matteo oggi è il super latitante più ricercato), e Francesco Messina, detto Ciccio Messina “u muraturi”, chiamnato così perché spesso andava in giro trasandato, capo della mafia mazarese assieme a un altro “don”, Mariano Agate. I due padrini parlarono in presenza di Sinacori di Rostagno, Francesco Messina Denaro confermò a Ciccio Messina che i trapanesi se ne sarebbero occupati: ”… lui disse a Ciccio Messina che aveva dato incarico a Virga Vincenzo”. Un delitto proprio perché quella voce ogni giorno dalla tv battagliava contro Cosa nostra. Non fu, secondo Sinacori, un delitto che scaturiva magari dalla necessità di mettere a tacere Rostagno per qualche vicenda particolare, qualche “inchiesta” che stesse per rendere nota. Una morte quella di Rostagno che per essere decisa ebbe solo bisogno dell’esternazione del “fastidio” dei mammasantissima: “Parlava solo di mafia, anzi sparlava di mafia, ne parlava male tutti i giorni”.

Casablanca n.22  

Il numero di gennaio 2012

Casablanca n.22  

Il numero di gennaio 2012

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