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90 Rotondo come una ciambella, o meglio ancora come il turbante di un kugelhopf, anche nel 2012 l’eterno ritorno sta sfogliando il calendario fino al fatidico 25 dicembre, che da tempi immemorabili incurva la direttrice della storia. Quasi a schiacciare l’ariosità del feuilletage in un momento eterno. Le abitudini in fondo non sono poi così cambiate da quando gli Antichi festeggiavano Mitra, celebrando di fatto con scientificità inoppugnabile il solstizio d’inverno. Quel Dies Natalis Solis Invicti in cui la palla di fuoco sembrava arrestarsi bruscamente per sorridere di nuovo all’uomo, allungando le giornate, abbreviando il silenzio della notte. Riti di cui il terzo millennio serba retaggi inconsapevoli quanto pervicaci, spesso attaccati ai rebbi di una forchettina che esplora gli alveoli della storia con archeologica perizia. Quella del dolce di Natale è una ricetta ingarbugliata, intrecciata com’è al folklore, alla metafisica e alla materialità delle dispense. Interclassista, perché ogni comunità per una sera condivide, fino al suo epilogo dolce, il medesimo pasto. La storia comincia dalla lista della spesa: il miele (quasi sempre) al posto dello zucchero, importato tardivamente nelle abitudini alimentari europee, e comune solo dopo la scoperta delle Indie occidentali. Oppure gli insoliti ingredienti di magro, con l’olio al posto del burro e del latte per ragioni cultuali (a Dresda dovettero attendere la Butter-Letter

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Ogni comunità per una sera condivide il medesimo pasto

vergata da papa Innocenzo VIII nel 1490, prima di godere di una deroga nella preparazione del christstollen, per quanto limitata al principe elettore che aveva sollevato il caso). Ma anche la simbologia permane. A esempio l’invarianza del colore giallo, tipico delle paste dorate nel forno previa spennellatura, ma soprattutto evocativo del sole della cui luce si propizia il ritorno (già i Romani, per celebrare Mitra, utilizzavano in questa chiave la farina di mais); come pure la forma circolare, connessa al vecchio culto del solstizio. È il caso dei must italiani, pandoro e panettone, ma anche della pumpkin pie americana, del kolach ucraino, del bolo rei portoghese e del succitato kugelhopf. La nota ctonia ricorre, riproducendo il contrasto fra la luce e la tenebra che arretra. Si spiega così la frequente presenza della mandorla, che certo è frutto di stagione disponibile in quantità copiose, ma rappresenta anche l’affacciarsi della primavera, perché il suo albero è il primo a fiorire, e il rinnovamento della natura grazie alla forma oviforme, associata dall’iconografia a Cristo per la similitudine con l’occhio e il pesce. Come il Messia, portatore di luce, è nato nell’oscurità della grotta, il candido seme viene sepolto nelle cavità dell’impasto. Un destino condiviso dagli ingredienti più disparati, in chiave benaugurante per il nuovo inizio alle porte. La scaramanzia più emblematica è quella del Christmas pudding,

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Mestieri d'arte n°6  
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