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MATERIALI Nella pagina a fronte, dall’alto: preparazione dell’ingobbio vetrificante; decorazione della ceramica per aspersione In questa pagina, dall’alto: Giovanni Cimatti mentre estrae le ceramiche dal forno raku per sottoporle alla fumigazione; operazione di fumigazione con segatura.

& TECNICHE porosi e non perdano l’elasticità strutturale, due caratteristiche indispensabili per la successiva estrazione a caldo dal forno. L’oggetto, una volta essiccato ed accuratamente lisciato sulla superficie, sarà decorato per immersione o aspersione con ingobbi finissimi. Fondamentale diventa la corretta preparazione dell’ingobbio, che dovrà vetrificare in cottura senza l’aggiunta di fondenti e ad una temperatura relativamente bassa (950°-1000°C). Per comprendere a fondo le operazioni da svolgere è importante conoscere l’intima struttura dell’argilla. Questa è composta chimicamente da: silice, allumina, ossidi alcalini e alcalino-terrosi che, in rapporto alla temperatura, possono assumere, rispettivamente, la funzione di: parte vetrosa, parte refrattaria, parte fondente. Inoltre questi ossidi sono strutturalmente legati tra loro in catene, a loro volta collegate a formare foglietti, a loro volta sovrapposti a formare pacchetti, legati tra loro da molecole d’acqua e inframmisti a materiali sabbiosi di derivazione feldspatica (le rocce da cui provengono). Ogni argilla fonde ad una determinata temperatura trasformandosi in vetro; la temperatura in genere è molto alta; se vogliamo perciò che la nostra argilla (base per l’ingobbio) fonda ad una temperatura più bassa (es. 1000°C), dovremo sottrarle quelle componenti che ostacolano la fusione e che sono (di ordine fisico) le parti strutturali più grossolane e (di ordine chimico) le sue componenti refrattarie, aumentando perciò in percentuale le sue componenti fondenti. Bisogna quindi creare una miscela di acqua, argilla e deflocolante che consenta alle particelle nucleiche o rotondeggianti più pesanti di cadere sul fondo e a quelle a forma planare, piccolissime, di trattenersi in sospensione colloidale; è inoltre determinante il fatto che il sodio e il potassio (ossidi alcalini altamente fondenti), essendo elementi a basso peso specifico, tendano a far restare in sospensione le particelle in cui sono maggiormente presenti. Come scrive Giovanni Cimatti, per fare un primo test sull’argilla da utilizzare per l’ingobbio vetrificante si procede nel seguente modo: “Dentro una vaschetta spappolare, in 1 litro di acqua, 200/400 grammi di impasto argilloso plastico o secco e versare poi in una bottiglia di plastica trasparente liscia per osservare le varie fasi della sedimentazione. Aggiungere, mescolando, gocce di deflocolante fino a che, riposando il tutto e dopo circa tre ore, non si nota alcuna separazione di acqua nella parte alta della colonna. Dopo alcuni minuti, ore e giorni sarà possibile osservare che sul fondo (f fig.1) continuano a cadere particelle sempre più fini, ma relativamente più pesanti di altre, che restano in sospensione (s fig.1). Se nella parte alta appare acqua trasparente, occorre aggiungere altre gocce di deflocculante e mescolare con una bacchetta evitando di agitare il deposito già caduto sul fondo. Ad intervalli regolari, con una peretta, si iniziano a fare piccoli prelievi di sospensione argillosa. Dopo un giorno, anche se la concentrazione sarà molto debole, può essere sufficiente effettuare una prova di applicazione su una superficie di argilla bianca secca senza chamotte o sabbia, avente la superficie simile a carta da fotocopie. Quando si ottiene una applicazione che essiccata appare lucida, signi-fica che si è raggiunta la finezza ottimale di un probabile ingobbio per terre sigillate. La sequenza di vari prelievi consente di controllare lo stato di avanzamento della separazione delle particelle sempre più fini. Si porta il campio-ne a temperatura di circa 950-1000°C e dopo la cottura si bagna la superficie dell’ingobbio per verificarne la permeabilità. Se l’ingobbio ottenuto ha un colore interessante ma è ancora

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Artigianato 48  

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