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Le tecniche dei maestri La Pietra Piasentina di Paolo Coretti

La denominazione comune Il suo nome commerciale é “pietra piasentina”. E in un luogo come il Friuli, in cui i toponomasti più illustri si arrabattano da qualche secolo per trovare una ragione capace di motivare in maniera scientifica l’etimologia della parola Udine -parola il cui significato risulta essere ancora confuso nel mistero delle lingue del passato-, anche gli argomenti che portano a denominare così la pietra piasentina affondano in quella, spesso disperata, mancanza di certezze che accomuna i destini della ricerca sulle origini di alcune parole friulane. Tra le tesi che sembrano risultare maggiormente credibili, comunque, la più accreditata rimane quella che sostiene che il termine piasentina altro non sia che una venetizzazione di piacentina e che, nel periodo in cui la Repubblica Veneta era egemone su tutto il territorio friulano, tale aggettivo sia stato attribuito alla nostra pietra in quanto essa, ad un occhio poco esercitato, poteva apparire simile ad un’altra pietra che, a quel tempo, veniva estratta sui rilievi prossimi alla città di Piacenza. Nel contempo, però, é curioso pensare che, come ci riferisce Gianfranco Ellero nel 1986

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su “Il paese della pietra”, il famoso prof. Mario Pieri autore della “Marmologia-Dizionario di marmi e graniti italiani ed esteri”, nel 1966 affermi che il medesimo nome, viste le qualità morfologiche del materiale, sia da ricondurre al formaggio grana del Piacentino, ed é perfino disarmante sentire che molti illustri conoscitori della pietra piasentina ritengano che essa si chiami così perché piase, termine questo che, noncurante della lingua friulana, risulta di fin troppo facile comprensione e si riferisce alla parlata veneta o veneto-udinese ampiamente diffusa nel Friuli centromeridionale. La classificazione petrografica Presente in tre varietà fondamentali (a grana grossa, grana media e grana fina), dal punto di vista petrografico la pietra piasentina può essere compresa tra le rocce classiche di tipo carbonatico, rocce che, nel caso delle varietà a grana grossa e media vengono classificate tra le calciruditi mentre, nel caso della varietà a grana fine, quest’ultima risulta compresa tra quelle definite calcareniti. Più nello specifico, come ampiamente illustrato da Giovanni Battista

Carulli e da Roberto Onofri nella pubblicazione intitolata “La pietra piasentina”, edita da Del Bianco di Udine nel 1968, per quanto riguarda la pietra piasentina a grana grossa, si tratta di una brecciola a debole policromia, di colore variabile dal grigionocciola al grigio-marrone intenso. Nella massa di fondo -quasi sempre di colore grigio- sono compresi frammenti calcarei arrotondati con dimensioni variabili da qualche millimetro ad oltre il centimetro e, dato che le dimensioni medie dei frammenti si aggirano sugli otto millimetri, la roccia può essere definita come una calcirudite. Per quanto riguarda, invece, la pietra piasentina a grana media, si tratta di una brecciola molto compatta, che si presenta con un colore di fondo grigio scuro e risulta costituita da frammenti calcarei che, a volte, presentano spigoli leggermente arrotondati ed a volte, invece, spigoli vivi. Anche in questo caso, risultando le dimensioni dei granuli comprese tra un millimetro e circa otto millimetri, la varietà di roccia in questione rientra tra le calciruditi. Da ultimo, infine, la pietra piasentina a grana fine si presenta come una roccia molto compatta, con tinta di base

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