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Nella pagina a fronte: Alik Cavaliere, “Scene dall’Orlando Furioso” pastelli, acquarelli e tempere su carta telata, 1993/1994, due pannelli cm. 150x365 e 162x365 (foto Maria Mulas).

reso da quel filo di lana o di ottone così spesso presente nelle installazioni dello scultore) che collega indissolubilmente tutte le opere più complesse di Cavaliere, da Il Pigmalione alle Riflessioni da Narciso, dal Fast Museum a I Processi, per citare soltanto alcune tappe. Così l'opera dello scultore, sempre potentemente collegata alla fabula, alla narrazione, al racconto, diventa anche metaopera, cioè opera che è una occasione per porre domande sulla propria stessa ragione di esistere. Questo il senso della presenza ricorrente di cornici, palcoscenici teatrali, specchi, elementi che ne denunciano le ragioni costruttive in modo aperto anziché nascosto. L’opera si mette in scena e intenta un processo di autoanalisi senza fine. E da questa spinta a superare le barriere dell'opera, a travalicare le regole imposte dal buon senso e dalla etichetta, ha origine probabilmente anche l'esigenza di evadere dai limiti della scultura: così si spiega l’utilizzo di innumerevoli materiali e tecniche e anche di rendere talvolta, come in questo caso, la pittura protagonista della scena. E la pittura si dimostra strumento duttile e inesauribile di affabulazione, che permette di “differire”, come scriveva Ariosto, avventure e situazioni, di rileggere l'Orlando furioso con libertà simile a quella che il Poeta si prese nel crearlo. Ne derivano affreschi policentrici all'interno dei quali si aggirano un po’ spaesati i paladini di Ariosto, le rosee dame, i cavalli

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dai potenti glutei, le caravelle dalle cento vele spiegate, castelli in fiamme e ovunque radure e boschetti, larghe chiazze di verde tra l'azzurro pallido del cielo e quello intenso del mare, tra i gialli e gli ocra di una terra a sprazzi arida e disseminata dalle macchie rosse del sangue e dell'amore, dei tetti e degli incendi, dei fiori e delle finiture delle armi. Accanto ai quadri, sospesi nel tempo, aleggiano grandiosi gli eroi in battaglia e l'ippogrifo, in doppia versione, composti di lastre di ottone e rame. Una gran parte di questo lavoro è stata presentata la prima volta da Cavaliere alla Galleria Arcadia di Milano nel 1994, un'altra a Capo d'Orlando l'estate seguente. Nell'occasione del premio dell'Accademia di San Luca, sempre nel ’94, Alik tenne una conferenza dal titolo: “Ludovico Ariosto, l'Orlando Furioso e la primavera del 1994”, in cui scriveva: “...1994 e seguenti: vanificate le speranze messianiche dettate da utopiche scorciatoie ideologiche (gestite entro vecchi, obsoleti schemi) occorreva avere la capacità, la disponibilità e il coraggio di ripartire dal progetto, dai progetti; dispersiva follia è stata l'averli, con brusche sterzate, dirottati su altrettanto utopici miti di salvazione frammentati su ‘tecnologia’, sul ‘mercato’, su rigide regole di credi religiosi, su modesti, talora meschini interessi regionali, etnici o corporativi; talora persino su un salvatico nulla. […]. Il momento in cui viviamo è straordinario,

ricchissimo culturalmente. Il ‘grande’ gesto che occorre, secondo me, fare per sentirsi parte del processo è quello di riappropriarsi come singoli della propria mente, ché, altrimenti, siamo dei fantocci erranti, disarmati paladini del nulla. I singoli individui riconquistino la dignità di pensare in proprio -non per delega ad altri, amici, gruppi, consanguinei o sofisticati moderni strumenti di informazione ed elaborazione-. La riappropriazione della propria mente, la conquista della capacità di guardarsi intorno da soli per 360 gradi, senza paure, panico, pur nell'incapacità iniziale delle scelte, costituisce una traumatica benefica operazione rivoluzionaria già iniziata, nei primi attimi o passi resi incerti per l'atrofia muscolare in noi tutti ingenerata. Ci accorgeremo finalmente dei tanti, infiniti singoli che sono pensanti: solo allora avremo la possibilità di comunicare con loro e tra noi, la gioia di avere qualcosa da dire e ricevere: autentiche informazioni per un arricchimento interno ed esterno tra essere ‘umani’ che possano rendere il proprio progetto individuale ricchezza collettiva; solo allora potremo avventurarci in progetti collettivi corali, divenuti possibili. D'altronde il processo mi pare sia pure in embrione già iniziato.” La mostra proseguirà fino al 5 novembre 2002: da lunedì a venerdì ore 9,30 - 12,30; il pomeriggio su appuntamento, tel.02.8323220.

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Artigianato 47  

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