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fotografici anche qui aggiornati sulle tecniche più avanzate; sezione didattica largamente intesa, oltre la metodologia munariana; centro studi per la conservazione, congressi, seminari, colloqui specialistici e non, con adeguate sale ed auditorium; attività e spazi per la formazione orientata degli artigiani anche alla commercializzazione, e in questo aderii in seguito -e da subito, con entusiasmo- al progetto dell“incubatore” per la formazione di nuove aziende artigianali; depositi attrezzati anche per la consultazione del pubblico interessato; sezioni di mostre temporanee con attività permanente, sia per la ceramica retrospettiva, sia per quella contemporanea: spazi redazionali per le attività editoriali. A - Una cifra. Quanto è costato fino ad ora quest’ampliamento? B - Ritengo che tra gli acquisti di nuove aree, le nuove costruzioni e le ristrutturazioni dei vecchi ambienti la spesa non dovrebbe superare sinora venti miliardi. A - Rapporti coll’Ente Comune. La contraddizione è lampante tra realtà (e casse, ndr) comunali e titolazione (e sostanza, ndr) internazionale del MIC. Che fare? B - La Fondazione, con un apporto equilibrato anche del Comune di Faenza, potrà -se ne saranno capaci i responsabili-

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risolvere l’annosa questione. A - Bollettino del MIC. Perché la “Faenza” non è andata mai oltre la formula editoriale per “addettissimi” ai lavori? B - Perché non esiste al mondo una rivista simile. Una specie di “Archivio” e “Annali”. Si può studiare una formula alternativa, molto divulgativa, ma senza annullare questa “Faenza”. A - Rapporti con “la scuola dei Maestri”, col “Ballardini”. La formula Museo/scuola non è più praticata (e praticabile?), mi pare. Separazione, divorzio, rifondazione? B – Sarà utopico pensare una scuola speciale a Faenza, oltre le trasformazioni ministeriali. Anche di questo dovrebbe occuparsi la città e il Museo, non sentire questa situazione didattica come avulsa dal contesto, e dal suo ruolo museale. A - Un giorno, ad un convegno, hai affermato -ed io l’ho riportatoche quando tu mettesti piede a Faenza, nel ’74, trovasti un Istituto d’arte vivace, ricco di maestri grandi e piccoli, da Zauli, Biancini, ecc... a quelli di laboratorio. Ora, dicesti, di quella genia non pare esserci eredità. Confermi o correggi? B - Confermerei, ma non sono proprio aggiornato sull’attualità, sulle “ultimissime”. Occorrerebbe chiederlo ai vari

Mingotti, Galassi, Mariani, Giovannini e così via..., ma temo forte in un impoverimento. A - Rapporti con il CNR e le “ceramiche speciali”. Quali i collegamenti stabili possibili per il MIC? B - Non so a che punto sia il Parco Tecnologico” dell’IRTEC-CNR, pare abbia intrapreso anche vie diverse da quella ceramica. La Fondazione, con l’autonomia che il Museo internazionale comunale non aveva, potrà riaprire proficuamente -a mio modo di vedere- il discorso. A - Il MIC è diventato la più grande cassaforte della ceramica in Italia. Come si fa a riguadagnare qualche punto a favore del Museo Industriale delle origini, tesi a me cara? Che hai fatto tu in tal senso? B - Credo di aver creato delle premesse di dibattito, anche grazie a te, sia in Faenza che in Italia. Ripeto, la Fondazione potrà fare molto in questa direzione con scelte coraggiose. Ci credo sul serio, sai, ho lavorato per più di vent’anni per questo, se non altro resistendo in loco, cosa non facile! Anche se non prevalendo su altri aspetti, con la Fondazione il Museo potrà essere anche Azienda, con tutto quello che ciò comporta. A - Per me il punto è questo: o si

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Artigianato 44  

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