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A lato: Gian Carlo Bojani mentre nel dicembre 1999 illustra una preziosa formella medioevale della donazione del benemerito Pietro Bracchini (a destra nella foto).

sostenere confronti internazionali con grande prestigio… Vossilla avrebbe potuto essere un buon direttore con un Consiglio d’Amministrazione che l’avesse fortemente sorretto. A - ...“Famosa” fu la vertenza giudiziaria sulla titolazione della mostra Rambelli-Bucci, ecc… Qual era la disputa, allora? B - La copertina del catalogo “Domenico Rambelli e la ceramica alla Scuola di Faenza”, in cui avevo omesso il titolo della seconda parte: “Anselmo Bucci e la ceramica d’atelier”, riportato solo sul frontespizio: era solo un pretesto. Angiolo Fanfani era morto da poco, nel ferragosto di quell’anno (mettendo piede sulla soglia del MIC, ndr), appena un mese prima. Dovetti difendermi, e capii che ciò sarebbe stato possibile solo in sede giudiziaria, io che non avevo avuto mai bisogno di ricorrere ad un avvocato. Al termine di tutto ciò feci una gran vomitata, con infarti ed interventi al cuore. A - Perché il giudizio non positivo espresso da una precisa area politico-culturale faentina sulla direzione del MIC? B – Non sono per niente facile ad essere governato, e la mia nomina a Faenza -non certo da me ricercata- avvenne per ragioni unicamente professionali e scientifiche. A - Come andò a finire la vicenda? B - Pare che il giudice allora

dicesse (o scrivesse? Non ricordo bene) che erano incorse “oscure manovre” nei riguardi del direttore del Museo. A - Che hai fatto sul contemporaneo, per il MIC? B - Sul contemporaneo, oltre ad aver contribuito fortemente alla definizione di un vero e proprio linguaggio della critica d’arte ceramica (Vittorio Fagone me lo ha più volte riconosciuto), si può dire che ho cercato di tenere viva l’attenzione con tante iniziative. Ma, purtroppo, gravemente ha nociuto nell’ultimo ventennio all’incirca la chiusura della Sezione contemporanea del Museo che avrebbe potuto costituire il volano, il motore di fatti veramente nuovi, compreso il Concorso internazionale della Ceramica d’Arte Contemporanea. Quando si chiude, altri occupano gli spazi. A - Mostre-mercato, palazzo delle Esposizioni di Faenza, commercio, Dolcini, “doc”, ecc….. Tu non sei mai stato tenero con quella parte. Qual è il punto culturale, al di là dei personaggi che lo interpretano? B - Liverani mi aveva fortemente influenzato negativamente nei riguardi dei precedenti che portano alla Legge 188/90 (quella del marchio DOC, ndr): aveva molte perplessità sullo sviluppo che andavano prendendo “le cose”. A parte tutto, ritengo che i Comuni di antica tradizione

ceramica debbano fortemente autodeterminarsi, costituendo una specie di Azienda Italia della Ceramica, come accade con la Camera della Moda, per il Design, per la qualità del prodotto Italia nelle sue varie componenti. Con tutto questo, il Museo, i Musei, devono giocare un ruolo non semplicemente ornativo. A - Ho letto una tua critica alla recente mostra romana -costata due miliardi- dedicata alle “Città della Ceramica”. Come vedi questa “cosa” del DOC? B - Il DOC può essere preso come un’occasione utile per giungere all’Azienda Italia Ceramica, non molto di più, e con quello che ho detto prima. A - Capitolo fabbrica di San Pietro, cioè ristrutturazione ed ampliamento dell’edificio del MIC. Gli architetti progettisti hanno lavorato in stretta collaborazione con te. Quale la tua filosofia nel ridisegno? B - Fondamentalmente ho cercato di ridisegnare un Museo laboratorio: rinnovata sezione espositiva per il pubblico; sezione di servizio bibliografico/ biblioteca con i più aggiornati strumenti informatici (già dalla fine degli anni Settanta, come da orientamenti avuti all’Università di Lovanio in seminari del 1975-76); sezione di restauro, inventario, catalogazione, archivi

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