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“Giardiniera” di Costantino Bormioli, inizi XX secolo. “Giardiniera” by Costantino Bormioli, early 20th century.

con la Sovrintendenza, sostenendo un’impresa senza dubbio onerosa per l’impegno economico e per la durata della realizzazione. Questo delizioso gioiello architettonico, leggermente rialzato rispetto al piano stradale da alcuni gradini d’accesso dalle forme arrotondate, che si articola su due piani oltre a quello terreno, suddiviso in sale di non grandi dimensioni, è divenuto la sede del Museo dell’Arte Vetraria, fino allo scorso autunno ospitato presso il vicino Oratorio di San Sebastiano. La cittadina di Altare, che sorge all’incontro delle Alpi con gli Appennini alle spalle di Savona, vanta una lunga tradizione nel “fare vetro”, che risale al XII secolo. La posizione strategica di transito dal mare all’entroterra, la ricchezza di manto boschivo, indispensabile per fornire combustibile per accendere i forni, alcuni privilegi legislativi e doganali sono senz’altro gli elementi basilari che hanno favorito l’affermarsi di questa attività, dai profili particolari e ben definiti: Altare, infatti, è sinonimo di vetro d’uso. Con questo materiale da sempre sono stati realizzati i più svariati oggetti, utili per soddisfare le esigenze della vita quotidiana, dall’acchiappamosche all’acchiappapesci, al tiralatte, agli espositori per dolci, e poi bottiglie, bicchieri, piatti, alzate, ma anche sofisticati apparecchi per la farmochimica. Gli abilissimi maestri, che costituivano i “monsù”, cioè i signori della popolazione

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locale, hanno diffuso la propria arte ben oltre i confini della piccola località: infatti gli Statuti dell’Arte Vetraria, datati 1495, che regolavano non solo l’attività dei vetrai ma l’intera comunità che ruotava attorno a loro, permettevano di accogliere forestieri con i quali condividere l’arte di fare vetro e ai vetrai, pur con precisi vincoli, di lasciare il paese e trasferirsi altrove, portando ovviamente con sé i segreti di una lavorazione tanto complessa quanto raffinata. Così vetrai altaresi sono documentati in molti Paesi europei fin dal XVI secolo, e anche presso corti importanti: Bernardo Perrotto (1619-1709), per esempio, è ospitato dal Re Sole, che gli concede privilegi per realizzare la sua straordinaria invenzione, vale a dire la colatura del vetro in lastra per fare gli specchi. In un inevitabile alternarsi di periodi di fiorente splendore e altri di crisi, che contraddistingue lo scorrere dei secoli, Altare vive un momento di particolare importanza quando nel 1856 viene costituita la Società Cooperativa Artistica-Vetraria di Altare (SAV), che dà nuovo impulso alla produzione vetraria e nuovo benessere alla comunità. La maggior parte dei reperti che compongono il patrimonio del Museo risalgono alla produzione

della SAV, che ha chiuso l’attività nel 1978, non essendo più in grado i maestri vetrai di sostenere la concorrenza della produzione industriale. Peculiarità del vetro di Altare è quella di essere “bianco”, come è definito nel gergo locale, vale a dire incolore. Grazie alle caratteristiche della materia prima, dotata di un’alta percentuale di potassio che rende il materiale molto resistente, il vetro altarese viene sì soffiato a bocca in stampi di legno, ma viene anche decorato con incisioni – tecnica importata dai boemi fratelli Schmid agli inzi del XIX secolo – e con molature. Le piccole sale del Museo ospitano solo una selezione della raccolta, una parte della quale verrà mostrata a rotazione. Tra i più suggestivi pezzi, collocati in un’imponente vetrina lignea degli inizi del secolo scorso, i “Giganti del vetro”, colossali contenitori di parecchi chili ciascuno, uno dei quali presentato all’Esposizione Internazionale di Torino del 1911. In altre sale anche oggetti realizzati come pezzi unici in colorazioni brillanti e audaci dai maestri Costantino (1876-1934) e Cimbro (1880-1961) Bormioli, veri creativi e sperimentatori sia nelle forme sia nelle tecnologie.

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Artigianato 58  

Italian Magazine about crafts

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