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MAT E R IALI

& TECNICHE

Le tecniche dei maestri artigiani LA LAVORAZIONE DEL terrazzo alla veneziana di Paolo Coretti

Terrazzo Forse dal francese terrasse. Di certo, dalla radice “terra”. Chiamato anche testaccio, battuto, seminato o pavimento alla veneziana, a seconda che si voglia privilegiare la sostanza costruttiva, il modo di esecuzione o la città in cui si è consolidata la sua maggior fortuna, è quel pavimento che, antico come il mondo, è fatto di sassi di torrente variamente sminuzzati, impastati in maniera più o meno ordinata con cemento, calce o argilla, battuti con vigore e, infine, levigati con grande equilibrio e regolarità. I Romani lo chiamavano pavimentum barbaricum. Forse per la sua semplice asprezza, ma anche per la capacità di supplire, in modo povero, ai ricchi pavimenti di marmo. In esso individuavano l’opus signinum, realizzato con cocciopesto e calce, quasi sempre monocromo e incline al colore rosaceo, e l’opus segmentatum che mostrava, frammiste all’impasto, scaglie di marmo di varia pezzatura e di diversa colorazione. Largamente diffuso nella zona aquileiese durante il periodo paleocristiano e quasi completamente dimenticato nel corso delle invasioni barbariche, riuscì misteriosamente a sopravvivere nella cultura delle genti del Friuli occidentale e, attorno al 1400, risorse a nuovi splendori. Fu in quel periodo, infatti, che l’antica pavimentazione in testaccio, priva di significativi ornamenti, si arricchì di disegni e di decori e fu in quel periodo che, pur nel rispetto del procedimento costruttivo originario e senza mai sconfinare nel mosaico a tessere, vennero aggiunti all’impasto ciottoli di vari colori e di diversa dimensione. La presenza dei sassi colorati e, soprattutto, la loro semina controllata mutò il modo di

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Sopra: antica incisione che illustra la preparazione del sottofondo. Sotto: antica incisione che illustra le varie fasi di lavorazione.

colorare i pavimenti e con questa tecnica fu possibile realizzare decori pavimentali che, per certi versi, evocavano le figure dei più ricchi pavimenti musivi. La plasticità dell’impasto, poi, la sua eterogenea composizione, il peso limitato per metroquadrato e la facilità con la quale era possibile mutare il colore dell’insieme e delle singole decorazioni, decretarono la fortuna

del pavimento a terrazzo, pavimento che, sviluppatosi per la prima volta nelle valli dello spilimberghese, iniziò a diffondersi anche a Venezia e da Venezia, successivamente, nell’entroterra veneto, nelle regioni limitrofe e in tutta l’Europa. Con il pavimento a terrazzo divennero famosi anche i terrazzieri che, quasi inevitabilmente friulani, riuniti fin dal 1582 nella relativa Confraternita di Venezia, il 13 settembre 1586 (come recita lo Statuto originale) furono ammessi dal Consiglio dei Dieci nell’Arte dei Terrazzieri: “Essendo stà concesso a Noi Terrazzeri della presente Città per munificenza e bontà di questo Dominio di poter elevar una Scola e Fraterna della detta Nostra Arte, come per la Concession del sud.o Consiglio dei Dieci appare sotto li nove Frebraro 1582 sotto il nome e Coffalon Nostro di Missier San Florian”. Sempre legati al luogo di origine e ai materiali della loro terra, i terrazzieri friulani, riuniti in gruppi di chiara etnia, furono capaci di conservare nel tempo la condivisione per l’arte dei padri e per la loro specialissima lingua, e furono così compatti da costituire una sorta di comunità chiusa che, nel territorio di Venezia, durante il secolo XIX, contava circa 20.000 persone. Il tempo, poi, e le diverse condizioni economiche conseguenti all’impoverimento di tutta l’area veneta costrinsero i tanti terrazzieri a percorrere le strade del mondo ma, anche in questo loro malinconico andare da migranti, essi furono capaci di diffondere la loro cultura di artigiani e di artisti contribuendo a modernizzare le tecniche del fare terrazzo e continuando ancora oggi ad essere protagonisti sulla scena di questo antichissimo mestiere.

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Artigianato 54  

Italian Magazine about crafts and arts

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