Page 7

In questa pagina: “Fiasca grande”, 1961. Nella pagina a fronte: “Leda e il cigno”, 1950.

Europa. È un ordito che, dalle spigolose “Demoiselles d’Avignon” di Picasso, va al dionisiaco spazio di Matisse, al “dramma” dell’essere avanzato dall’espressionismo, sino alla satura forma del concretismo che parla all’architettura. Gambone, dalle sponde d’un Mediterraneo silenzioso e fatalista, lancia il suo sguardo in tutte le direzioni, con la consapevolezza di chi attraversa il corpo della pittura per strappare ad essa l’impalpabilità dell’immagine fino a darle forma, sostanza. Sui banchi delle faenzere, ove il gesto trascrive stereotipi segni sui panciuti ventri delle brocche o nel leggero incavo dei piatti, l’artista scopre la pittura, non quella cerebrale, tutta annidata in territori di difficile accesso, bensì la pittura che interpreta la luce della quotidianità, permeata d’una solarità densa che, come il mito, ammanta le coste del Sud. È la stessa luce che l’artista ritrova nelle figure stilizzate, nei ritmi che cadenzano il racconto delle immagini, scritto a più mani da quel gruppo di artisti tedeschi Stüdemann, Doelker, Kowaliska, Amos... - che conoscerà a Vietri tra la fine degli anni Venti e la metà del decennio successivo. Non ancora ventenne frequenta le botteghe di ceramica vietresi: la piccola cittadina, affacciata all’ansa del golfo di Salerno, diviene la sua vera (in fondo unica) città: a lui identica per carattere, per temperamento, vale a dire inquieta, generosa - perché Gambone lo era sinceramente - sorridente, aperta, curiosa, intraprendente,

18

laboriosa e al tempo stesso ombrosa, diffidente, chiusa, “saracena”, come raccontano le cronache. Ho sempre pensato a Gambone, non me ne vogliano gli amici vietresi, come ad un vento che sobillava e sobilla, inquieta, le strade di “ceramica”, le vetrine con gli oggetti ammassati che colorano lo spazio. Gambone - mi confidava anni addietro in un’intervista Tullio Lenza - è rimasto come un fantasma che si agita nella nostra memoria,

in quella di una comunità “che non ha (non abbiamo) avuto il tempo per comprendere la sua inquietudine” che, in fondo, è quella di un’intera generazione. Gambone non era scontroso, chiuso, insomma un brutto carattere, così come lo descrive una storiografia alimentata dall’aneddotica: la sua esperienza non cede mai, anche nei momenti di maggior scoramento - e sono tanti quelli confidati nelle lettere inviate

Profile for Fondazione Cologni dei Mestieri d'Arte

Artigianato 53  

Italian Magazine about crafts and Arts

Artigianato 53  

Italian Magazine about crafts and Arts

Advertisement