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MATERIALI

& TECNICHE

Le tecniche dei maestri

I COLTELLINAI DI MANIAGO di Paolo Coretti Ferro, Canal del Ferro, Fornalis, Fornelli, Fari, Poffabro, Forni, Fornez, Fusine.. In Friuli sono numerosi i toponimi che rimandano la loro origine al ferro e ai mestieri che all’uso del ferro sono collegati. In un atlante linguistico di così tante emergenze, il glottologo e il toponomasta, esercitati a scoprire a mezzo della lingua la natura materiale del territorio, sarebbero portati ad indagare nel campo delle risorse minerarie. A ricercare antiche cave e miniere capaci di giustificare tanti nomi di luogo. A riconoscere eventuali connessioni geografiche. A comporre possibili storie umane. Invece, le pur numerose montagne a volte minacciosissime e ferrigne non hanno mai concesso quantità significative di minerale. Neppure nell’antichità quando i Romani nel basso Friuli, a Concordia Sagittaria, producevano freccie per tutto l’impero. Forse nemmeno nell’alto medio evo quando i Longobardi, inseguendo il loro privato sogno nazionale, battevano lame di spada di incredibile durezza. Quasi sempre, invece, questi nomi di luogo hanno indicato luoghi attraverso i quali transitava il ferro proveniente dalle montagne della Carniola e della Stiria e, spesso, hanno segnato luoghi nei quali ignoti artigiani trasformavano il minerale in cose prima soltanto utili e, poi, col passar degli anni, anche di gradevole aspetto. Così, senza dover contrarre grandi debiti nei

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confronti del territorio e delle sue sotterranee ricchezze, è nata nel Friuli occidentale la cultura dei coltellinai. Nella zona di Maniago. In Provincia di Pordenone. In una pianura strana, posta al limite delle colline moreniche e compresa tra il corso del torrente Cellina e del Colvera. Una cultura forse ispirata a qualche piccolo giacimento ferroso ma aiutata, nel farsi, dall’illuminato ingegno di Nicolò di Maniago che, nel 1453, derivò una roggia artificiale dalle acque disordinate del torrente Colvera e con essa irrigò la ghiaiosa terra circostante ma anche, grazie ad essa, disseminò la zona, profondamente immiserita dai poveri raccolti, di mulini, di segherie, di fucine e di

battiferri. In quest’ultimi, accanto a vomeri e falci, che venivano forgiate per dissodare la terra e per raccogliere il grano, venivano realizzate anche roncole, coltelli e mannaie per il lavoro dei campi e poi, più in là nel tempo, vennero fabbricate asce da carpentiere, pale e cazzuole da muratore, frattazzi per i terrazzieri, mandosse e coltelli da colpo per i macellai e, infine, armi d’asta e di punta per le truppe della Serenissima. Tra queste armi, i famosi, quanto temibili, “spiedi alla furlana” i quali, costituiti da un lungo ferro di sezione romboidale, oltre che essere idonei a trapassare le difese di cuoio e le maglie di ferro, venivano completati con due grandi raffi che, opportunamente affilati dalla parte interna, fungevano solo apparentemente da arresti dello spiedo ma, in realtà, erano terribili ma affidabili strumenti per lo sgarrettamento dei cavalli. E’ del 15 giugno 1500 il contratto che il patrizio veneto Giovanni Vitturi stipulò con il maestro Pietro Tigotti di Maniago per la fornitura entro il mese di agosto di quell’anno di “24 ronche astate, 24 partigiane, 6 spiedi, 12 spuntoni quadri grandi, 12 spuntoni medi, 24 partigianette e 12 spuntoni quadri piccoli”. Si tratta di un contratto significativo. Dimostra la presenza di una capacità riconosciuta nel campo della produzione delle lame.

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Artigianato 51  

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