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Nella pagina a fronte: Brocche d’Autore 2003 di Lucia Angeloni, maiolica riflessata, h. cm 50, realizzate con la collaborazione della bottega  Rampini di Gubbio per la “Corsa dei Ceri”. In questa pagina:  tipiche brocche dei Ceri realizzate nella bottega Rampini presentate dai titolari Giampietro e Rossana Rampini.

anno una terna di artisti o artigiani della ceramica (o che abbiano attinenza colla ceramica), di cui uno più legato al luogo, ossia di Gubbio. Sarà stata questa conoscenza profonda della festa e dei suoi rituali che ha avvantaggiato quest’anno Lucia Angeloni di Gubbio, docente all’ISA di Deruta. La sua “brocca d’autrice” potrebbe essere forse accettata ed usata concretamente dai ceraioli (si potrebbe tentare, chissà) perché si accosta alla consueta forma senza stravolgerla. Apparentemente la conferma, ma adesivamente s’insinua in essa e, con virtù e sapere antico tutto femminile, la sfibra dall’interno; ne modifica la forma consueta con garbo e accortezza; la tocca leggermente fino a stringerla e comprimerla, lasciando le impronte di entrambe le palme delle mani sulla pancia dell’invaso, (ricorda il segno di Giulio Turcato sui piatti e vasi del 1981, oggi nel Museo di Deruta). La “brocca Angeloni” è quindi morbida e sensuale: ricorda la palla di pezza e carta che facevamo da ragazzi, nell’Italia povera di allora, collo spago che teneva insieme le parti povere aggregate. Ricompone infatti, in qualche modo, Lucia, i cocci della festa e li ricuce bene tra loro, alla lettera, simulando il segno del ferro filato, come si faceva un tempo per riconnettere parti di antiche anfore “segnate”, (ricordate Pirandello de “La giara”?). Nelle decorazioni, poi, anche a rilievo, vi sono colti rimandi a figurazioni derivanti dalle “Tavole iguvine”, modernamente rivissute e riscattate all’oggi da ori e lustri

neobarocchi che, per delicatezza e fantasia, ci riportano alla fondante lezione ceramica di Lucio Fontana. Lucia Angeloni ci dà, quindi, una buona lezione di come un intelligente “locale” possa fare un’opera “nomade” che sta nella contemporaneità dei linguaggi odierni; ossia come la tradizione, per alcuni versi statica, locale possa essere riscattata su un piano dinamico nomade e forse randagio, attraverso una leggera pressione (alla lettera) o spostamento, cioè abbassando i toni (della voce d’arte), in tutti i sensi. Al contrario, i più pensosi, “gridati” e forse titolati altri due artisti invitati -Germano Cilento di Spoleto (1940), specialista nella scultura in terracotta ed in ferro, e Oscar Piattella di Cantiano (1932), pittore “diretto ad una nuova elementarità più propriamente pittorica”- proprio per il sovrappiù di concettualità e di “dover essere” che mettono nella loro proposta, in sostanza restano al palo, poco legati al luogo eugubino, forse fuori luogo, fuori festa. Mentre l’Angeloni recupera infatti, nella sua brocca, lo spazio della festa, brillante e barocco, nonché la circolarità della corsa eugubina posta tra natura e cultura, tra circuito urbano e montagna del San Costanzo, Oscar Piattella di Cantiano, all’inverso, leva, alla detta brocca, il manto della festa, la decorazione accattivante, il lustro gentile e vezzoso. Riporta cioè la brocca alla tradizione dei cocciari, all’essenzialità della forma dell’otre, alla forma

nuda della madre Terra cotta; riporta indietro le lancette della storia e del costume, prima del 1928, nel ridisegno allora effettuato (il folclore è colore, fatto di tutti i colori!). Un tentativo certamente nobile, “francescano” e “fuori festa”, che fa ricordare, in qualche modo, le proposte di essenzialità delle vaselle fatte (fare) di recente da Gino Marotta a Torgiano. Ancora più radicale e ancor più “fuori festa” è la proposta d’autore di Germano Cilento di Spoleto che si riferisce, nella sua brocca, alla snellezza, spigolosità e acutezza del cero eugubino, macchina da festa connotata da uno straordinario design d’autore, (sembra opera del miglior Sottsass, cioè quando questi toccò lo spazio della morte, senza metafora, negli anni sessanta, e iniziò a far ceramiche, a Montelupo). La brocca di Cilento è bella in sé, ma pare “fuori luogo”, starebbe bene anche in Germania. A mio avviso c’è in lui un errore di fondo nel riferirsi al design del Cero, per riconfezionare la brocca della festa eugubina. E’ evidente che nell’economia di questa festa, il segno del cero e quello della brocca occupano due spazi mentali e fisici diversi e complementari: il maschile, goticheggiante, asciutto, dell’ascensione verso l’alto del Cero, portato a spalle a fecondare il luogo; il femminile, terragno e circolare, classico e “rinascimentale”, della brocca. Ed ancora sono due facce di una stessa medaglia: il fragile e il duro, la madre ed il padre, il pensiero e la concretezza, la poesia e l’arte, ecc… ed il vaso occupa qui, nei segni della festa, lo spazio della poesia, espressione dell’indefinito, dell’empirico, dell’irrazionale; mentre relativo all’arte è quello della chiarezza, ordine, disciplina, concretezza, (qual è appunto la macchina del cero), come ci insegnò a suo tempo quella nobile linea critica che va da De Sanctis a Marangoni, passando per Croce.

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Artigianato 50  

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