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Sotto: “Uova” di Yvan Shun.

Sopra, da sinistra: Setsuko Nagasawa, 2002; “Stage Evidence” di Loris Cecchini, 2000; Olu Oguibe (Studio Ernan Design), 2002.

conservata in collezioni museali di assoluto prestigio in tutto il mondo e nota soprattutto come “bianco blu”. Nella prima metà del XVII secolo, in un ambito produttivo locale già influenzato anche dalla cultura islamica e dai suoi segni, pervenuti in loco attraverso la mediazione di prodotti importati dalla Spagna, dal Maghreb e dal Medio Oriente, i ceramisti di Albisola e Savona si appropriarono di quei decori blu cobalto di origine cinese (indefinibili nel loro significato simbolico) trasferendoli dalla porcellana alla locale maiolica. È anche il caso di ricordare che, già dalla prima metà del Seicento, quegli stessi mercanti che avevano fatto conoscere la “Kaarak porselain” fuori dai propri confini originari, sostituirono l’importazione in Europa della porcellana cinese autentica con prodotti di imitazione provenienti da manifatture persiane. A questo proposito, noti ceramologi liguri hanno osservato che, molto probabilmente, i ceramisti albisolesi e savonesi dell’epoca usufruirono sia dei modelli originali che delle imitazioni persiane per l’elaborazione delle proprie maioliche. Questi decori, così importanti sia nella versione originaria cinese che in quella di imitazione persiana, vennero progressivamente rielaborati (come simulacri, diremmo oggi) e mescolati con motivi decorativi provenienti dalla ceramica anatolica e cinquecentesca di Iznik (come il garofano, ad esempio) oltreché con raffigurazioni mitologiche e storiche proprie della cultura europea di derivazione manierista e barocca

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(come i castelli, i campanili e, soprattutto, la figura umana, assente nella “kaarak porselain”). Questo per dire che anche la ceramica albisolese, fin dall’origine, delinea la propria identità (riconosciuta nel corso dei secoli come eccellente) attraverso un processo di ibridazione culturale determinato dagli scambi mercantili su scala globale, dai rapporti di forza e dalle negoziazioni culturali di epoca coloniale. È evidente che l’eccellente ceramica albisolese, resa famosa nel mondo, per fare alcuni esempi, dai Chiodo, dai Peirano, dai Guidobono, dai Folco e dai Boselli, risulta storicamente come un esempio significativo del modo in cui una cultura si può appropriare di culture “altre”, attraverso un processo di decontestualizzazione e ricontestualizzazione delle produzioni culturali, secondo un linguaggio e un discorso proprio che assorbe i segni “stranieri” per rielaborarne e stravolgerne radicalmente il senso originario. Ad Albisola ci troviamo ancora oggi di fronte a una realtà tradizionale il cui sapere si tramanda di generazione in generazione, in piccole botteghe la cui realtà si caratterizza per la continuità del tessuto produttivo, ma anche e soprattutto per la sua discontinuità, dovuta all’apertura costante a modelli acquisiti e rielaborati attraverso gli scambi culturali nel corso dei secoli. Per di più, su questa tradizione secolare e cleptomane, caratterizzata dalla discontinuità, si è innestata, agli inizi del Novecento, la moderna sperimentazione rappresentata dalle avanguardie artistiche. E se questa locale tradizione ceramica, caratterizzata

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Artigianato 50  

Magazine about italian crafts

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