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e qui hanno lavorato, disegnato, progettato, saldato un formidabile complesso plastico che la sera dell’inaugurazione è stato percosso, battuto, suonato. Non FIAT voluntas sua, non si affermi la sua (della Fiat) concezione del lavoro, sia invece volunT.A.Z.nostra, sia dato libero sfogo a una Zona Temporaneamente Autonoma, ovvero sottratta al controllo del sistema, dell’arte, dell’industria. Una Zona Totalmente Artigiana, coraggiosamente p-Artigiana. Altre presenze nel Tempio: Bruno Petronzi (dipendente Fiat, suo è il cero votivo composto da catarifrangenti e un pesce-Cristo), German Impache (modellista di navi spaziali, ha realizzato la cappella del Minotauro con residuati recuperati), Mimmo Laganà (restauratore d’auto, presenta divinità egizie motorate), Cane Nero (macrochip in plastica con teschi prelevati nei mattatoi torinesi e sbiancati nell'acido), Sergio Barboni (Gorgone alienata, Eden senza pomi), Ermanno Barovero (quarti di bue in lamiera da carrozziere foggiati con martello da battilastra), infine il sottoscritto con teschi in stoffa, ceramica e un muralecollage sinottico sul neo artiere, un documento di progetto che ha trovato qui, finalmente, il suo Oggetto. La mostra (di Nicola Gallino) “La creatività visionaria della Mutoid Waste Company”, con l’apporto critico di Enzo Biffi Gentili e Pablo Echaurren, ha trasformato il grande maneggio barocco della Cavallerizza Reale in una cattedrale postmoderna. Un tempio laico, dove si officia un rito di morte e resurrezione di rottami e di attrezzature espulse dal ciclo produttivo dell’industria metalmeccanica. Proprio del più simbolico dei prodotti industriali torinesi sono fatte le due colonne all’ingresso. Alte quasi quattro metri, sono formate ognuna da tre auto FIAT rottamate e compresse,

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per ribadire anche drammaticamente il rapporto che lega questa città e quell’azienda. Il cane meccanico a sinistra dell’ingresso è a motore. Se messo in moto, cammina, muove la testa e si alza sulle zampe posteriori. Come tutti i cani, per controllarlo basta un guinzaglio. In alto sul fondo, sul palco reale, fra stucchi sfarinati e allori decomposti, come un Dio in un’abside campeggia il Moloch: un teschio metallico gigantesco e ghignante, il logo della Mutoid Waste Company. Al posto delle tibie, due chiavi inglesi. Le cappelle laterali, lungo le passerelle, racchiudono gli idoli di una religione che, se non nell’eternità, di certo crede nella reincarnazione. Un gigantesco cero composto da catarifrangenti e lampeggiatori. Volti di Faraoni fatti con testate di motore. Quarti di bue in lamiera da carrozziere scolpiti col martello da battilastra… Opere di giovani artigiani metropolitani torinesi: Sergio Barboni, Ermanno Barovero, Cane Nero, German Impache, Mimmo Laganà, Bruno Petronzi, che alla immaginazione dell’artista uniscono la perizia tecnica dell’homo faber. Al centro della navata troneggia la Macchina del Tempo, bizzarra e corrusca, che in un inesorabile sferragliare di leve, ruote dentate, pulegge e bilancieri riproduce i meccanismi e i movimenti precisi d’un gigantesco orologio.

Ogni pezzo del meccanismo è in realtà frutto dell’assemblaggio di rottami metallici, recuperati sul territorio. Così l’imponente pressa Beghelli che decenni fa mandava avanti una impresa metallurgica nel Canavese. Così il grande ragno metallico cui il motore d’una barra da parcheggio imprime un movimento irrequieto. E la clessidra riempita con scarti di lavorazione della plastica, mossa da un giroscopio elettrificato, che ruota ininterrottamente e torna sempre su se stessa per negare la nostra idea di un tempo lineare. Frullini, trivelle, ingranaggi da ottocento chili l’uno. Alle ampie camme e aste che ci ruotano sulla testa in lente rivoluzioni “planetarie”, i Mutoidi hanno dato le forme di galassie a spirale e dei crop circles: le misteriose, aliene impronte geometriche che appaiono all’improvviso nei campi di grano in Gran Bretagna. La metafora del ciclo dell’eterno ritorno diviene umor nero nella motofalciatrice o “GrimReaper”, termine che in inglese significa anche la Triste Mietitrice, la Morte. La danza di leve e bielle è governata da un unico dispositivo nascosto sotto la grande struttura ottagonale. Sovrasta il tutto una lancetta lunga 7 metri, che in 6,30 minuti compie e ricomincia il suo quieto giro. L’occhio di microtelecamere annidate fra gli ingranaggi rimanda sui monitor e sui megaschermi, nuovi “affreschi elettronici” del Tempio, particolari dei meccanismi, come endoscopie

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Artigianato 50  

Magazine about italian crafts

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