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decenni Sessanta e Settanta, da una vera e propria favorevole congiuntura, quindi, di ritorno a credenze e a pratiche contro il "malocchio" o maleficio. In parole povere è lo strisciante fascino della superstizione, infiltratasi lentamente nel nostro tempo, ad occupare quelle certezze (o tali apparivano) offerte dal progetto dell'ideologia. Il "rinato" interesse per la superstizione non deve meravigliare più di tanto. All'alba degli anni Sessanta, nelle pagine introduttive de "La terra del rimorso", Ernesto De Martino faceva rilevare come tale condizione corrisponda alla paura di smarrire la presenza “nei momenti critici del divenire storico”. L'interrogativo iniziale volge, dunque, verso altri lidi, lasciando le rive calme di una rigenerazione mitica dell'oggetto apotropaico, per infilarsi nei sentieri più contorti, meno agibili di una condizione del presente, della difficoltà di prefigurare un orizzonte e, più in generale, di confrontarsi con la inquieta congiuntura storica e sociale che questi primissimi anni del terzo millennio fanno registrare. L'azione degli artisti appare ben evidente; non è stata solo quella di disporre "nuovi oggetti" all'immaginario apotropaico, anche se l'accattivante sottotitolo di questa mostra ci spinge in tali territori, né di fornire forme della contemporaneità ai rituali dell'indolenza, in pratica a quella negativa sacca ove - suggerisce ancora la Gatto Trocchi si registra un “progressivo scollamento dalla realtà”. Si tratta, bensì, di agitare le forze della creatività, accendere il desiderio della scoperta, guardare in direzione dell'ignoto (proprio di ciascun opera) e, quindi, di concedere margini ad ulteriori tracciati dell'irrazionale. È il desiderio di muoversi in un territorio ove la realtà e

l'imponderabile non hanno precisi confini, ove la forza del simbolico scardina ogni irruenza del poetico e i segni, finanche quelli dello spazio "virtuale", si legano ad itinerari ancestrali, a tracciati di una mitografia dell'oscuro. “Nella mia lunga vita di artista racconta Roberto Murolo sollecitato da Mario Franco a partecipare con una dose d'ironia alla "trama" di questa mostra - di

cornetti me ne hanno regalati molti, (e i cornetti debbono essere regalati!) d’oro, d’argento, di corallo ed anche di materiali meno nobili, di pasta d’avorio, d’osso, di plastica… Ma proprio perché sono tanti io non ne porto mai nessuno e quando c’è qualcosa o qualcuno che penso mi possa dar fastidio – per esempio il solito gatto nero, diciamo così - allora…mi gratto. Nessuno se ne accorge”.

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Artigianato 49  

magazine about italian crafts

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